Intervista a Stefan Gesell


Fotografo tedesco, fra il gotico, il fantasy e l’onirico.
Aggettivi che si fondono e si rincorrono per tutta la sua produzione, felice di ospitarlo su Words Social Forum!
Benvenuto Stefan!

German photographer, between gothic, fantasy and dream.
Adjectives that come together and chase each other for all his work, happy to host it about Words Social Forum!
Welcome Stefan!

Call Me

Call Me

Come e quando nasce il tuo percorso artistico come fotografo, Stefan?

La mia carriera inizia nel 2005, con la comparsa della prima fotocamera reflex digitale.

How and when does your artistic career as a photographer, Stefan?

My career started in 2005, with the appearance of the first useful digital SLR Camera.

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Inediti di Jonathan Varani


Alex Stoddard, "Hive"

Alex Stoddard, “Hive”

Jonathan Varani, anno 1981
Vivo attualmente a Perugia.
Scrivo Poesie? molto probabilmente no. Le uniche cose che traccio sul foglio sono descrizioni di quello che mi accade dentro mentre vivo su questa terra. Sono le lacrime dei miei sguardi, dei miei attimi complicati tra odori e tremori.
Di me posso dire solo questo: sono un viaggio. Da fare a piedi scalzi.

***

In nome del tuo.

In nome tuo
si aprono le vesti e
lividi nuovi sbocciano
sotto le dita.
D’incanto
tutte le misericordie
tacciono
tra i fili d’aria impolverati.
In nome tuo
bruci
la casa e la dimora
tra le vertebre che ti sorreggono
e di nero tracci
il nuovo verbo.
Ti sento senza pelle
che falci
le vene delle debolezze
ancora acciambellate
sull’uscio del tuo petto.
In nome tuo
ora
anche la mia dimora
è frusta di fuoco
e le fondamenta
sono culla d’ossa
dei nostri deliri.
Poi la brezza si fa grandine
e da sotto il manto
del tuo lutto,
in nome del mio,
ti dico:
torna.

*

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Comunicato Stampa – ALDO TAMBELLINI. TOTAL TRANSMISSION A SYRACUSE REBEL IN NY


foto da mettere nel lancio e nell'articolo in home page (1) (2)

Il week end dal 26 al 28 giugno vede protagonista della rassegna Video Ergo Sum ospitata alla Casa del Boia, un illustre cittadino di Lucca, Aldo Tambellini, filmaker sperimentale, video artista e poeta, celebrato fino a novembre nel padiglione Italia della Biennale di Venezia.
Nato a Syracuse nel 1930 (New York), a 18 mesi viene portato da dai genitori – padre brasiliano e madre italiana – a Lucca, dove si iscriverà alla Scuola d’Arte Passaglia.

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Divinazione prêt-à-porter “a qualunque costo”


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Ho un ricordo nella testa, come un lungo flash delle noiose mattinate al liceo, in cui un professore senza volto spiega qualcosa.  Ad un certo punto, questi esordisce con la frase “quando le certezze crollano, la superstizione dilaga”.

Un motto dal sapore settecentesco più che un pensiero oggettivo, che ha continuato a dormire nella mia mente, fino al suo risveglio di  fronte a questa pagina bianca. Ed è la risposta alla domanda complice della nascita di questo articolo: perché al giorno d’oggi ancora parliamo così tanto di Divinazione?

Nonostante la scienza, la tecnologia, le scoperte della fisica perché ancora, web e TV pullulano di medium e sensitivi?

Sarebbe abbastanza semplice evocare in fila per due, i grandi demoni del nostro tempo: crisi dei valori, crollo della Fede, globalizzazione e quant’altro ma noi cerchiamo di sottrarci ai luoghi comuni, e pensiamo con la nostra testa, se ancora qualcosa è rimasto al suo interno.

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Poesie inedite di Griselda Doka


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Griselda Doka è nata a Tërpan, Berat (Albania). È attualmente dottoranda in Studi letterari, linguistici, filologici e traduttologici presso l’Università degli Studi della Calabria. I suoi interessi scientifici si basano sulla lingua e la letteratura albanese, sulle scienze traduttologiche e sulla letteratura della migrazione, con un focus particolare sugli autori di origine albanese. Ha ideato e portato avanti per due edizioni (la III in corso) il Concorso Internazionale della Poesia della Migrazione “Attraverso l’Italia”, patrocinato dal Dipartimento di Lingue e Scienze dell’Educazione dell’Università della Calabria e dal comune di Cosenza. Attiva come operatrice culturale, organizza eventi sul territorio ed è membro di varie giurie letterarie. Oltre alla sua lingua madre, scrive anche in italiano. La sua prima silloge Soglie è stata pubblicata di recente da Aletti Editore. Ha partecipato ed è stata selezionata in vari concorsi letterari, nazionali e internazionali, con relative pubblicazioni in antologie, riviste e blog.

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Recensione album “Aske” – Burzum


“Aske” – Burzum

copertina Aske

Ci sono artisti che entrano nella storia della musica e raramente questo succede solo per la qualità della loro produzione. Affinché un musicista sia destinato ad andare oltre la qualità intrinseca dei brani che compone c’è bisogno che parli alle nostre parti nascoste e pensi per noi concetti primari e antichi. Varg Vikernes è uno di questi artisti, all’inizio degli anni ‘90 ha posto le basi concettuali e musicali del black metal, uno dei generi musicali più controversi degli ultimi decenni che per oscurità, cripticità e estremismo ha pochi eguali, ma che per capacità di evocare scenari e visioni è assimilabile alla musica classica. Vikernes si proponeva di dar vita a suggestioni, di costruire brani come riti, parole come rune, note come incantesimi e per raggiungere questo scopo creò il progetto Burzum, unendo la sua passione per l’universo tolkeniano a quella per il death metal d’oltreoceano. Amava il Signore degli anelli, vi si era immerso nell’adolescenza rimanendo affascinato dall’esercito di Mordor contrapposto a un bene troppo assoluto e perfetto e troppo somigliante alla religione ebraico-cristiana da lui giudicata come unica responsabile della caduta e dell’oblio del pantheon nordico. L’oscurità (questo significa Burzum nella lingua nera di Sauron) in opposizione alla luce imposta con la forza dal cristianesimo, il fascino del non conosciuto in risposta alla noia di tutto ciò che viene passato come unico assunto morale da una religione aliena e inaccettata. La sua terra, la Norvegia, gli aveva prestato scenari grandiosi, foreste oscure e un cielo mai piatto sotto il quale creare il suo universo e redigere la sua filosofia del rifiuto che divenne ben presto pratica e non solo ideologica. Vikernes fu accusato e condannato insieme ad alcuni suoi amici per aver dato alle fiamme tre chiese nei dintorni di Bergen ed Oslo. Una di queste, per il cui rogo non fu condannato, venne letteralmente rasa al suolo dalle fiamme la notte del 6 giugno 1992, era una delle più antiche e belle chiese di legno norvegesi, quella di Fantoft.

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La mattina successiva della sua struttura non restava che qualche trave annerita che si stagliava contro il cielo. Venne scattata una foto e fu usata come copertina di Aske, il secondo album di Burzum, un EP di soli 20 minuti composto da tre brani, concepito come un LP e diviso in due parti, il Side Hate e il Side Winter. Aske, che in norvegese significa cenere, racchiude in sé tutti i presupposti da cui Vikernes partiva per esprimere la sua visione del mondo e della musica; i brani hanno lo scopo di condurre l’ascoltatore nelle spire della magia, affinchè possa ricongiungersi all’antico, al mistero che permea il mondo, ai riti ancestrali che di quel mondo erano l’espressione. La musica comincia in fading, con il primo brano, Stemmen fra Taarnet, che lentamente si impone sul silenzio, sorretto da un ritmo lento e vigoroso che ricorda il battito cardiaco e un riff di chitarra ossessivo e lugubre, eppure melodico. Pochi accordi ripetuti in circolo, fanno da contrappunto alla voce acida di Vikernes, che urla fino a rendere il testo incomprensibile e sembrare un rantolo. Non ci sono doppie casse e quella velocità d’esecuzione che caratterizza il black metal, c’è invece un ritmo semplice, ma non banale, costruito per trasportare l’ascoltatore in una spirale oscura in cui il testo è solo una spiegazione di ciò che la musica evoca: notti senza fine, sogni cupi, bellezza oscura di tutto ciò che è protetto dalla luce di una ragione che ha ucciso i simboli magici che interconnettevano gli uomini alla terra e ai suoi misteri, misteri che scienza e religione hanno provato a spiegare riuscendo solo a svuotarli di significato.

Dominus Sathanas è un brano strumentale di sole chitarre dove la voce di Vikernes urla e sussurra soltanto, lamentosa e sofferente; il ritmo è doom, pesante, dissonante, compone una melodia malata e lenta, come lento potrebbe essere l’incedere di Satana, simbolo di ribellione a regole precostituite e a dogmi da distruggere. Il tempo di abituarsi al suo ritmo e il brano è già finito lasciando che A lost forgotten sad spirit, il brano più lungo e complesso dell’album, che da solo va a formare il Side Winter, riconduca l’ascoltatore alla realtà. Qui appare la doppia cassa, una ritmica più tipicamente black metal, e cambi di ritmo repentini che da veloce diventa lento e mantiene intatta l’ossessiva cupezza che caratterizza l’intero album. La voce urlata si fa più disperata, il testo racconta la morte, la fine di un mondo, la speranza di un ritorno. La produzione di Aske è volutamente rozza, Vikerenes stesso racconta di aver cercato un amplificatore vecchio e gracchiante per assicurarsi una sonorità grezza che rende ancora più ostico l’ascolto, perchè il suo fine non è quello di avvantaggiare l’ascoltatore, la sua musica non vuole essere amichevole, pretende impegno, dedizione, ascolto attento e questa è una delle caratteristiche più tipiche del black metal. Chi lo ama sa quanto difficile sia comprendere i suoi riff, riuscire a trasformare l’apparente rumore in melodia, non è una musica facile, ma una volta penetrato il suo segreto il suo fascino può incantare, perché racconta la parte oscura che vive in ognuno, dove il male e il bene non hanno confini netti ed entrambi appartengono alla natura. È una musica destinata a rimanere settaria, perché le sue liriche e la sua filosofia sono troppo controverse per essere unanimemente condivise e perché chi l’ha inventata si è spinto oltre la metafora ed è scivolato nel crimine. Negli anni ’90 più di 50 chiese vennero bruciate in Norvegia, alcune tombe vennero profanate, la scena black metal si rese responsabile di diversi omicidi di cui il più famoso fu quello perpetrato da Varg Vikernes stesso ai danni del suo amico e produttore Øystein Aarseth in arte Euronymous, chitarrista dei Mayhem. Vikernes fu condannato a 21 anni di carcere per omicidio di primo grado e per l’incendio di tre chiese e dal carcere continuò a scrivere musica, libri e a costruire la sua filosofia profondamente anticristiana.

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Chi vuol giudicare un movimento dagli atti che ne derivano può tranquillamente condannare il black metal come musica satanica e violenta, chi invece è interessato ad un’analisi più attenta e profonda delle motivazioni che hanno condotto a quei gesti, può provare a conoscere il contesto storico e culturale in cui le vicende si sono consumate e può cercare di capire cosa ha spinto un gruppo di ventenni a ribellarsi in modo così aggressivo ad una cultura che non sentiva propria, cosa ha determinato l’odio verso una religione che venne imposta a un popolo per meri scopi politici e che rase al suolo una cultura attraverso la maledizione di riti rappresentanti la connessione di un popolo con una terra aspra, difficile e solo parzialmente domabile. Il Grande Nord, con i suoi scenari magnifici e terrifici allo stesso tempo, regalò a quel gruppo di ragazzi il fascino per l’oscuro, il black metal non sarebbe mai potuto nascere in un posto diverso dalla selvaggia Norvegia, dove poco più di cinque milioni di abitanti si addensano in pochi centri abitati e la maggior parte del territorio è lasciato al dominio di una natura non benigna né fruttifera, ma altera, silenziosa e intrinsecamente mortale. Questi fattori uniti all’adolescenza, fase della vita più propensa all’estremismo perché bisognosa di cercare un’attestazione di unicità, hanno creato uno scenario buio e violento di cui uno dei cantori è stato Vikernes, nel bene e nel male. Chi vuol accusare ha molto a disposizione per perorare la sua accusa, chi vuol comprendere ha variabili storiche e culturali da mettere in relazione, chi vuol sottomettersi alla magia, tornare indietro nel tempo, sentire la gloria di un mondo antico attraverso le note di una chitarra distorta, allora chiuda gli occhi e cominci il viaggio, Aske sicuramente è un eccellente punto di partenza.

Flavia Morra

WSF proposta poetica – inediti di Gisella Torrisi


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Gisella Torrisi nasce il 29 settembre 1991 a Biancavilla (CT) un paesino alle pendici dell’Etna, nasce quasi alle porte della vendemmia fra una natura ancora incontaminata che la culla nella dolce melodia che le è sempre apparsa come un certo ma fatale destino. Scrivere diventa la sua massima più grande, inizia da piccolissima la ricerca della comunicazione che diventa impegno sociale ma soprattutto un cammino spirituale molto alternativo. La sua unica pubblicazione è quella del 2012 con “La perfezione è Libertà”, romanzo nato dall’urgenza di espressione di uno sguardo finissimo in cui svela per la prima volta il volto di un grande personaggio Ella Flaubert, coscienza narrante e onirica nella storia travagliata della protagonista. Lei stessa quasi un anno dopo dichiara:


Ella Flaubert che non è un semplice personaggio, ma il personaggio! Ella Flaubert è un idealtipo, ovvero un costrutto teorico, in cui si esaltano le virtù che rendono una coscienza nobile e liberata per il bisogno di ritrovarsi interi ma frammentati ovunque. E’ una ferita congenita su una bocca contemporanea, è l’alter ego malinconico, struggente, dannato, ostinato, romantico, naturalista, scapigliato, esistenzialista… che è ancora in cerca della dimensione reale in cui abbandonare tutte le convinzioni e le credenze per poter trovare lo sguardo liberato e affrontare così la ricerca impegnata dell’armonia che tace nell’uomo e si sprigiona nella natura.”

La Flau ci appare dunque sete, fame e desiderio. Nasce per un disagio insopportabile che reca un’inquietudine e lacerazione ad un’esistenza ancora da costruire. Insomma Ella Flaubert è la maschera più complessa e ricca che compre un sentimento di estrema povertà e miseria.

Dialogo assente invece rappresenta la sua prima raccolta di poesie non ancora pubblicate, ma che segnano un grande lasso di tempo e di esistenze presente e future.

* La misa del gallo

La brughiera equilibrista agli sguardi
viene sul filo che non attraversi mai.
Porta con sé nemici con stivali n.34
marciano in fila. E’ d’ordine di capito
saccheggiare del sistema i poveri per
ferire il padre uccidendo gli Stati figli.

Quale padre ha il volto del potere?
Quando tu sei su quel filo e ti lasci
esplodere! E so che non vuoi sentire
i loro sorrisi incollati ai visi d’una misa
che non vorresti mai e poi mai capire
perché ti nascondi sotto con le foglie.

Si celebra il gallo che non canta
miralo, sparalo, rimarrà un idolo
e tu deposto soldato le foglie verdi
ti fan da membra calde, la terra anche
qui il sogno versato sulla pelle
ed i bambini salvati che vivono in te?

Hanno versato le loro lacrime
quando al tramonto il sole calò
e anche il signor Dio si spogliò
e non erano più soldati ma figli
figli tuoi legittimi di baci e parole
da far crescere con due facce.

** Nel rito dell’amore

Al demone che ho dentro,

all’incontro con l’ostinazione,

all’incontro che solo il silenzio da al segreto.

La pelle è umida e tutto in me sembra tirare,

conosco il piacere che scivola denso sotto la lingua,

che si slega via dai pensieri nella dimensione di nirvana.

Gli occhi si allargano e si chiudono come se le ciglia fossero ali

e potesse l’io librarsi dai mondi interni, e forse immaginari,

al mondo esterno reale con la stessa fluenza di spirito.

Il midollo trasmette i sismi ed il magma è il mio sangue,

alle mie mani dieci profeti che benedicono nel rito dell’amore,

i miei occhi laghi di fiumi che cadono nel violento oblio,

ai piedi la movenza della più libera danza della creazione.

Tutto in me s’annulla e scompiglia nell’amplesso con l’eterno,

ed è il sacro equilibrio ritmico fra la mia luce e le mie tenebre.

Il ventre è terra, il mio d’io mi penetra e mi feconda al divenire,

è un invisibile sporco piacere nel lento mordere delle passioni.

L’uscita è l’entrata, e la gran velocità mi spegne di piaceri terreni

ma dentro son libera e salgo e volo con l’anima altrove.

Eccedere è la sola strada della mia salvezza poiché

nacqui e morii con la voglia incessante di bere l’ambrosia celeste.

E dunque: alla luce, alla pace e alla purezza

che solo dall’inferno possono arrivare,

assomigliando all’eterno per il tanto salire.

*** All’ombra di un cementificato amore

Estate presentata dal temporale
in sfera lucida rotonda appare la città
dalla porta aperta e saffica fra le belle
in cera carnevalesca di disperazione
son loro le creature che abitano
in ombre impercorribili le strade.

Abbiamo perso! Perso anche l’odore.

Nebulosa acida è la pioggia portata
col suono di tuoni dentro gli occhi
di squarci ancora invisibili d’umidità
col delirio di mani (sì) che non prevedono
il compiersi di un incerto diverso oltre me
col piacere stretto, che soffoca, in gola.

All’ombra anche del cementificato amore.

Codice di un ciclo rimane la speranza
che presentiamo ai nostri lieti scivoli
quando per mano sorrisi sotto la pioggia
che vediamo irreale specchio di crudeltà
da cui una poesia nasce insalubre dea
che condurrà i corpi a rivendicare piaceri.

Piangi anche tu, Sao, su questa città?

Flussi vivi sono ancora gli occhi incavati
del mondo. Ignorano e son creditori loro
dal braccio bionico al corpo nero lavico
del cuore di figlia sicula la città motore
in un mare che piange fratricidi indicibili
del deportare anime nell’iperbolico svanito.

**** 19 70 44

Vi è una ragione oscura ed una ragione stellare in ognuno di noi, il mistero che le cuciamo addosso non altro che silenzio.

19 70 44
In questi termini
giro la proiezione
della coscienza:
Abbandonami
o non abbandonarmi
cresci, muori, esplodi.

19 sono gli anni
di baci insistenti
e ombre asciutte
di lenzuola appese
che lavavamo via
sentendoci liberi.

70 l’estate raccontata
e perdersi in un taxi
dove chi guida parla
chi viaggia sogna
chi non muore
lascia; gira a Roma.

44 allo specchio
fotografie di silenzio
mentre compone
le nostre mancanze
e io ti dico di amarti
per due e tu anche.

4 aprile 1970
l’orologio ha il mattino
da battere in corsivo
e il cuore ha ali
che metto ai lobi
e mi regali le parole
chiamate sonore.

***** Uno e due

Con quanta rabbia ancora ci guarderemo dall’innamorarci?

Via le sembianze! Fuggite dal credere! I cuori liberi non vogliono infettarsi.

Cavalchiamo il vento noi, sopravviviamo sputando via il vostro veleno!

Correte dunque! Sfuggite allora se vi pare tanto miserabile la vita insieme.

Scalciamo ancora, pretendiamo la nostra metamorfosi oltre il noi!

Misticità crollata in parole taglienti per uccidere il mortale.

E se nell’alzare lo sguardo in terra ci scoprissimo invisibili?

Scavami dentro, ti prego! Mi basta un seme della tua grazia nume.

Costretti alla materia sfuggiamo il tempo e la noia con l’instabilità!

I miei occhi sono lo specchio in cui ti potrai fermare al tuo volere.

Avendo un volere decideresti le sorti del tuo destino credendoti in te!

Nulla esiste oltre questo insieme che io non riesco a tenere intero.

Cedere e mescolarsi come i colori in questo chimerico tempo?

Lo spazio non trova dimensioni per voi, voi che siete sollevati.

Cammino senza provare le pene di cui il mondo s’addolora carnefice!

Vi prego rimanete ancora, bevete il mio sangue dal vostro calice.

Impariamo dopo aver dimenticato e poi ricordiamo, non è vero?

Come se suonando potessimo ritrovare le parole e scriverne il tempo.

E’ tutto un ritrovarci perché spezzati alla nascita? La morte ci completerà!

E come mai potrebbe completarci la morte? Il nostro non esistere evaporerà.