Homo homini Virus, il contagioso romanzo di Ilaria Palomba


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Il nostro corpo è spesso un regno per entità biologiche centomila volte più piccole di una cellula: i vīrus (lat. tossina, veleno).
Sebbene inizialmente questo tipo di “veleno”sia stato considerato solo in termini patogeni, con il passare del tempo si è scoperto che i virus possono anche svolgere una funzione utile all’organismo.
Il titolo che Ilaria Palomba ha scelto per il suo libro è un richiamo all’espressione latina “Homo homini lupus” che in una letterale traduzione ricorda come l’uomo sia un lupo nei confronti del suo simile.
Nel romanzo a cui ci riferiamo l’uomo è un virus: può contaminare e sconvolgere la serenità illusoria in cui ognuno si rintana in questa epoca oscura. Tentiamo ostinatamente di sopravvivere, come se i comportamenti automatici e “necessari” (in termini sociali) possano renderci vivi, questa routine a cui ci siamo abituati in realtà ci ammazza: ci svuota.
Lo stare al di fuori ci annienta, “il talento scava dentro, e quando aspira all’esteriorità perde tutta la sua potenza iniziale” (v. pag. 27).

In questo multiforme romanzo il protagonista maschile (Angelo) è colpito da vari “virus” che gli causano frustrazione, rabbia, dolore, piacere, amore, libido, confusione. Agenti patogeni che sono prima di tutto esterni (nemici, amici), ma da un certo punto di vista anche interni (i propri pensieri e le proprie proiezioni): perché, ricordiamolo, l’uomo è un virus per l’uomo, e quindi, anche per sé stesso.
Ma anche la protagonista femminile, Iris, è continuamente delusa e ferita dal mondo esterno, un dolore che tenta di trasmettere con la sua feroce e sanguigna body art.

Le tracce (così sono numerati i capitoli) sono di due tipi: le prime, che seguono l’usuale numerazione, sono l’interiorità dialogante di Angelo che si confronta continuamente con il proprio psichiatra; le seconde, numerate con lo zero (0) e tratte dagli scritti di Iris, sono tagli interiori che ritornano come roteando circolarmente su di lei: ferite dell’anima trascritte come se gocciolassero da una fessura, qui siamo nel puro reame dello spirito.
Le tracce di Iris sono una completa interiorizzazione (non si confronta con l’esterno né con ciò che la circonda, è solo Lei), puro simbolismo e piacere estetico.
Ogni capitolo è accompagnato da un brano, ciò dà prima di tutto una funzione vitale al testo, il quale, fuoriesce dalla carta e si manifesta “fisicamente” attraverso la dimensione del suono; in secondo luogo possiede una funzione di guida nell’indirizzare e accompagnare il lettore; infine, ci teniamo a ricordare il ruolo terapeutico che Ilaria Palomba attribuisce alla musica nella Traccia 4 del suo romanzo: “soltanto la musica può mitigare la gravità di questo fardello” (v. pag. 30).

Le sconfitte di Angelo, i suoi occhi curiosi e rabbiosi ci danno modo di osservare attivamente l’ambiente e la società in cui ora stiamo vivendo: lo spietato mondo del giornalismo, la lotta contro il proprio simile, il senso di non-appartenenza a ciò che si manifesta al di fuori, la finzione dei nostri simili, la vittima sacrificale, la continua ricerca dello scandalo e il conseguente facile-fraintendimento, la mercificazione dell’Arte… Iris, con la sua femminile “passività” (in senso mistico) ci permette di ricevere e vivere fisicamente la dimensione psichica e artistica della protagonista.

Il romanzo è una continua crescita di tutti i personaggi (che spesso si confondono con i due narratori e ne rubano il ruolo), che riscoprono elementi repressi e soppressi. Ciò non si intende solo in senso interiore ma anche a livello fisico: vedremo all’interno del testo uno spiccato interesse per la riscoperta della propria sessualità. E proprio la sessualità ricopre un ruolo essenziale e sacro in questo testo (come in questa epoca che viviamo), una sessualità dionisiaca che indaga e tenta di spiegarsi nella sua estrinsecazione, con ricordi che riemergono dal tumultuoso mare dell’inconscio e giustificano i gesti quasi estremi.
Angelo è continuamente costretto ad esplorare il proprio “inferno” e descrive in questi termini l’esperienza: “scendere nel proprio abisso è forse più arduo che fronteggiare una serpe. Lì non sono più soltanto i cardini a perdersi, ma l’intera persona. L’illusione che abbiamo chiamato identità crolla e la botola sprofonda all’infinito. Eppure soltanto chi riesce a inabissarsi senza distruggersi può superarsi in altezza” (v. pag. 131). Qui Palomba esprime il motivo essenziale per cui i due narratori parlano in prima persona e la loro necessità di narrare i propri fatti (Angelo al proprio psichiatra e Iris a sé stessa): il bisogno di comprendersi senza perdersi.

Le parole di Nietzsche ci accompagnano e ci ricordano che leggiamo un testo con sfondo filosofico, pregno di significato, metafore della vita e praticità. Oltre il Filosofo sono citati in continuazione – come per mostrare il filo conduttore – testi di grande spessore e artisti di notevole importanza come Michel Houellebecq, Hermann Nitsch e Marina Abramović.
Un po’ come Nitsch anche Iris vuole colpire e ferire (e forse guarire) il pubblico a cui si rivolge: “Festeggerò sulle loro tombe, sulle tombe degl’ignavi e dei qualunquisti, cospargerò i loro volti con il mio sangue e li divorerò” (v. pag. 31). Poco più avanti dichiara “più di ogni esibizione desidero la morte”, ovvero l’annientamento, l’allontanamento dal mondo. Iris è molto probabilmente la secolare manifestazione del Genio incompreso che odia la società con cui è costretto a confrontarsi. Smettere di essere è come morire. Morire è come smettere di essere. Quanti di noi sono già morti?
La ricerca del dolore è probabilmente anche un voler dire a sé stessi “Io sono qui” e rivolgere al pubblico una domanda precisa: “Voi dove siete? Perché non provate ciò che provo io?”. Una ricerca dei limiti “Vorrei spingere il corpo ai limiti massimi del dolore, quello da cui sgorga il piacere. Vorrei spingere l’esistenza ai limiti dell’esistenza. Non so cosa sia quest’eco distorta che mi sbrana i timpani. Non è mai abbastanza la mia mente. S’infrange nel delirio della carne cruda” (v. pag. 99).

Riuscirà a trasmettere questo germe?

Internamente il lavoro grafico è stato eseguito ad arte (cosa non affatto scontata nel mondo editoriale italiano). La copertina (ad opera di Mauro Cremonini) è indubbiamente eccezionale, così come il resto del lavoro fatto sull’involucro esteriore del testo. Ventesimo volume nella collana dei Taglienti della Meridiano Zero, questo romanzo dedicato “ai santi e ai dannati, agli artisti incompresi, ai folli e a tutti coloro che sono, oggi più che mai, delusi dall’umano”, è sicuramente un romanzo attuale, introspettivo e filosofico. Essendo un testo costruito su più livelli e più tematiche, quasi qualsiasi lettore riuscirà a trovare nel libro un piano di lettura più vicino al proprio essere; questo viaggio lo trascinerà nel testo fino a venirne travolto. Un’opera esteticamente travolgente che vale la pena leggere e che può donare emozioni e sbalzi libidici nei lettori più coinvolti.

Abbiamo intervistato l’Autrice riguardo uno dei temi fondamentali del libro, chiedendole cosa ne pensasse dei rapporti umani.

Sono sfiancanti, poiché nella maggior parte dei casi gravidi di invidia, risentimento, ipocrisia, sentimento di rivalsa e sopraffazione. Il mio è un grido disperato. Non sono più disposta ad abitare un mondo in cui l’unico motto valido sia mors tua vita mea.

…da dove nasce questo grido disperato?

La mia rivolta nasce da due generi di esperienze: quella politica e quella personale. Dal punto di vista politico, ti dico, negli anni del Liceo ho militato in movimenti così detti antagonisti, perché sono sempre stata anticapitalista, contro le multinazionali e la globalizzazione, in sostanza anarchica. Però, sai cosa mi ha deluso mortalmente? Il ritrovare in quei movimenti gli stessi meccanismi di potere e micropotere che noi stessi criticavamo nei politici, nelle istituzioni, negli imprenditori, nei padroni, nei vip. Sono stata sempre esclusa, emarginata, messa da parte, perché? Perché non aderivo alle mode del degrado, alle estetiche del degrado, alla mercificazione del degrado. Inoltre, questo per me è gravissimo, ho scoperto a mie spese che a muovere le moltitudini non sia il senso di giustizia sociale quanto il risentimento di non possedere ciò che si contesta ai capitalisti. Allora cosa stiamo facendo? Mi sono chiesta. Stiamo lottando per capovolgere il sistema vittima-carnefice o per prendere il posto dei carnefici? Ciò mi ha portato a sentirmi nichilista, a desiderare l’estinzione del genere umano. Per poi scoprire quanto questo desiderio fosse in realtà indotto dalla stessa società ultracapistalistica che contesto. Ora riscopro l’anarchismo di Malatesta e Bakunin, di Proudhon e Kropotkin, ma ho grosse difficoltà a stare con gli altri, a fare gruppo, a fidarmi.
Le motivazioni di carattere personale invece sono altre. Il mio primo approccio con l’alterità, in particolare con l’alterità maschile, al di fuori della famiglia, è stato abbastanza traumatico. Quindi ho iniziato fin da subito, avevo solo 12 anni, a comprendere che il mondo fosse diviso in vittime e carnefici. E se non sei carnefice sarai sempre vittima, portato a rivivere il trauma per l’eternità. Fortuna vuole che io abbia intrapreso studi filosofici. So che esistono infinite possibilità articolate tra gli estremi. Non voglio essere né vittima, né carnefice. Voglio abitare poeticamente il mondo, voglio entrare nella radura dell’Essere.
Non sono disposta a uccidere per non essere uccisa. Non sono disposta però neanche a lasciarmi sbranare. Lottare al fianco degli ultimi non significa essere degli ingenui, significa prima di tutto lottare affinché gli ultimi non si sbranino tra loro. Per fare questo bisogna dare l’esempio, nessuna teoria vale quanto la dimostrazione pratica che un modo altro di stare al mondo sia possibile.

 …qui ritorna anche un po’ il titolo del tuo libro…

 Al di là del celebre aforisma di Hobbes, ho letto nei Quaderni dal Carcere di Antonio Gramsci questa frase che lui stesso aveva trovato in dei reperti ecclesiastici medioevali, in latino grosso: “Homo homini lupus, foemina foeminae lupior, sacerdos sacerdoti lupissimus” cioè “L’uomo è un lupo con l’uomo, la donna è ancora più lupo con la donna, il prete è il più lupo di tutti con il prete”.
Sono contro lo strapotere maschile. Adesso questo potere si esercita sui corpi delle donne. Ma credo anche che siamo noi a permettere ciò. Per ogni donna pronta a prostituirsi per la popolarità, ce ne sono almeno cento che spariscono nell’invisibile barriera del nulla. Non esiste solidarietà femminile, così come non esiste tra gli schiavi, questo dimostra che noi siamo schiave, tanto quanto lo sono donne di altre latitudini, costrette a coprirsi con un velo e a non poter scegliere chi amare. Non riteniamoci tanto superiori a loro! Anche noi non possiamo scegliere più nulla, se non come ricostruirci il corpo per piacere ai padri, ai potenti, ai magnate e ai mentori di turno, per i quali ci prendiamo a calci l’una con l’altra. Allora io direi: è inutile che sfoggiamo slogan comunisti, anarchici, femministi, se le prime capitaliste siamo noi, in guerra l’una contro l’altra, e per cosa? Per diventare la puttana del re? Io dico alle donne, ricordiamoci Lisistrata! E ricostruiamo il nostro ruolo, quello della Dea Madre.

BIOGRAFIA

Foto scattata da DF Produzioni durante la performance con Miguel Gomez "io sono un'opera d'arte"

Foto scattata da DF Produzioni durante la performance con Miguel Gomez “io sono un’opera d’arte”

Ilaria Palomba è una scrittrice e performer.
Laureata in Filosofia a Bari e vincitrice di una borsa di studio presso il CeaQ (Sorbonne), diretto da Michel Maffesoli, ha svolto ricerca sulle forme d’arte che pongono il corpo al centro dell’indagine. Ha pubblicato il romanzo “Fatti male” (Gaffi editore), finalista al Premio Carver, tradotto in Germania per la Aufbau-Verlag nella collana Blumenbar, con titolo “Tu dir weh”; la raccolta poetica “I buchi neri divorano le stelle” (Arduino Sacco), vincitrice del secondo posto al Premio Letterario Osservatorio XIV edizione, e finalista al Premio Letterario Leandro Polverini; la raccolta di racconti “Violentati” (ErosCultura), di cui un racconto pubblicato negli Stati Uniti per il Mammoth Book, l’antologia di racconti curata da Maxim Jakubowski; il saggio “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” (Edizioni dal Sud). Il racconto “Il potere della negazione”, tradotto in francese e pubblicato in duplice lingua nel numero “le BAROQUE” (2015) della rivista internazionale “Les Cahiers européens de l’imaginaire”, fondata da Michel Maffesoli e Gilbert Durand. Ha frequentato il workshop di arti performative “Chi sei tu” con Franko B. Nel 2012 ha fondato il gruppo artistico-letterario “Cardiopatici”.
Attualmente vive a Roma dove organizza eventi, svolge laboratori di scrittura presso i Centri Diurni delle ASL, scrive per le riviste “Succedeoggi”, “Mag O” il magazine di Omero, “Night Italia”, “Pastiche”, “Nova”, “Flussi Potenziali”. Alcuni suoi scritti sono entrati a far parte di antologie letterarie (Flanerì, Caratteri Mobili, Ensemble).
Il suo ultimo romanzo è: Homo homini virus (Meridiano Zero).

LINK

https://www.facebook.com/IlariaPalombaLibri
http://www.ilariapalomba.it/
https://ilariapalomba.wordpress.com/

http://www.meridianozero.info/
http://www.meridianozero.info/index.php?main_page=product_book_info&products_id=810

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3 pensieri su “Homo homini Virus, il contagioso romanzo di Ilaria Palomba

  1. Pingback: HOMO HOMINI VIRUS (Meridiano Zero) dal 26 marzo in libreria | ilariapalomba

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