Maps to the stars. La mappa delle stelle morte di David Cronenberg


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Sui miei quaderni di scolaro


Sui miei banchi e sugli alberi


Sulla sabbia e sulla neve


Io scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette

Su tutte le pagine bianche 


Pietra sangue carta cenere 


Io scrivo il tuo nome

Sulle dorate immagini 


Sulle armi dei guerrieri 


Sulla corona dei re 


Io scrivo il tuo nome”

Sulle ceneri scintillanti di Hollywood, David Cronenberg porta il suo carico di infezione e poesia, lirismo e libertà.

Questi sono solo alcuni degli elementi presenti nell’ultimo film del regista canadese che per il suo “Maps to the stars” decide per la prima volta di girare sul suolo americano.

La vicenda narrata nel film gioca intorno alle vicissitudini della famiglia Weiss, una delle tante dinastie decadute di Hollywood.

In questo microcosmo familiare e cosmopoliano si dibattono come peschi fuor d’acqua il Padre Stafford, analista e allenatore divenuto famoso per i suoi manuali self-help, Cristina la madre chioccia che con dedizione assoluta si dedica al figlio tredicenne Benjie, attore bambino vuoto e spocchioso. Avana cliente di Stafford ed attrice ormai in declino, con il sogno di girare il remake di un film già interpretato dalla madre Clarice negli anni ’60. Agatha figlia ripudiata dalla coppia che appena uscita dal sanatorio criminale torna a cercare, come un fantasma dimenticato, i propri genitori.

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Quello del regista canadese é un percorso limpido che dura da circa quattro decenni senza mai perdere o abbandonare la sua forza eversiva.

Questa pellicola altro non è che l’ultimo tassello di una ricerca all’interno dell’emisfero chiamato uomo, un viaggio bipolare quanto lucido nella nuova carne di “Videodrome”, passando attraverso i tatuaggi di “Eastern Promises” per concludersi nel microcosmo barthesiano di “Cosmopolis”.

Cronenberg é un moderno illuminista che pone al centro della sua ricerca l’essere umano ed il suo carico di devianza che si sublima ed espande quasi sempre, in una serie indefinita di deformazioni fisiche e morali.

Un film questo che pare costruito sul personaggio di Mia Wasikowska e che cita nel finale un altro grande lungometraggio: “l’amore che resta”, in una riflessione ultima sull’amore, sul sesso e sul successo.

Un’opera asciuttissima e bulimica, in cui l’amore che resta é quello che conduce alla libertà dell’abbandono di una Hollywood incestuosa e finta, figlia della chimica e dei racconti inventati.

Una nuova tragedia shakespeariana in cui riperpetrare “La coscienza di Zeno”, perché sarà proprio l’individuo più malato degli altri a far finire il mondo, non con un tonfo, ma in un sussurro.

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Sull’assenza che non desidera


Sulla nuda solitudine 


Sui sentieri della morte 


Io scrivo il tuo nome

Sul rinnovato vigore 


Sullo scomparso pericolo 


Sulla speranza senza ricordo

Io scrivo il tuo nome

E per la forza di una parola 


Io ricomincio la mia vita 


Sono nato per conoscerti 


Per nominarti 


Libertà.”

Paul Eluard

Christian Humouda

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