Dacia Maraini: Il coraggio della parola


dacia

Dacia Maraini a Manfredonia, presso il Liceo “A.G.Roncalli”.
Accolta da circa trecento studenti, dal preside Roberto Menga, e dal gruppo dei docenti che hanno lavorato con i ragazzi per la riuscita dell’evento, la scrittrice italiana parla della sua carriera letteraria, del suo essere scrittrice, della scrittura come impegno, anche civile.
Le chiedo un po’ di tempo per parlare del suo ultimo lavoro Chiara D’Assisi, ma dopo aver ascoltato le domande dei ragazzi e le risposte date, mi basta un parlare veloce, anche per la fretta che mai manca ai famosi.
Sì! E’ vero! La collana di perle o il gomitolo di lana, o entrambe per un tempo cronologico che diventi interiore. Grande metafora quella di Bergson! Sicuramente i ragazzi coinvolti in queste iniziative hanno l’opportunità di aggiungere “una perla” alla collana delle loro esperienze, ma quando la parola scritta diventa persona, si aggiunge, all’esperienza, l’emozione del vivere le parole che si spera nidifichino, aggiungano voce a voce d’anima. Come le voci dei protagonisti dei romanzi della Maraini.


Cara scrittrice,
ho letto in una sua intervista qualcosa che mi ha colpita: lei dice che i personaggi vengono a trovarla. Bussano alla sua porta, entrano, si seggono e raccontano la propria storia. Lei offre loro un tè, qualche volta accompagnandolo con dei biscotti all’anice, sue le parole. Ascolta pazientemente la storia e poi li accompagna alla porta…quando un personaggio, dopo aver bevuto il tè, mangiato qualche biscotto, mi chiede anche la cena, e dopo la cena mi chiede anche un letto per dormire e la mattina dopo mi chiede la prima colazione per riprendere a raccontarmi di sé, capisco che è venuto il momento di cominciare un nuovo romanzo.
(Chiara D’assisi p.14)


L’incontro non è stato un monologo della Maraini che, anzi, piacevolmente ha ascoltato, preso appunti, chiesto spiegazioni su nomi, risposto in maniera semplice.

A che età ha scoperto la passione per la scrittura?

Molto presto. Vengo da una famiglia di scrittori, in linea femminile. Anche mio padre scriveva: era un antropologo. A casa mia la scrittura è sempre stata una quotidianità, legata alla lettura. Questo mettermi a confronto con altri stili mi ha permesso di scoprire il mio.

Il suo ultimo romanzo tratta di una santa. Lei crede nei miracoli?

Non credo nei miracoli. Sono laica, ma credo che le cose avvengano quando ci crediamo. Quando si crede in qualcosa, diventa realtà.

Quanto di Dacia c’è nei personaggi femminili dei suoi romanzi?

C’è e non c’è. Uno scrittore deve parlare del mondo, ma c’è sempre qualcosa di sé, una proiezione. In questo momento mi sto occupando delle mistiche e sto scoprendo scritti straordinari. Mi piacciono le personalità forti, che ragionano con la propria testa, libere. Ho sempre amato la libertà che non è sfrenatezza, campo libero. Se ho voglia di distruggere una persona, non lo faccio. La libertà è soprattutto confronto, ma il concetto di libertà cambia e c’è sempre qualcosa che impedisce la libertà: è un concetto conflittuale. La soluzione è stare insieme, trovando un equilibrio. Chiara entra in convento mettendo in discussione il concetto di proprietà e di schiavitù che afferisce al possesso delle persone. Il matrimonio al tempo di Chiara era un obbligo, ma anche una forma di estraniazione: una ragazza era tenuta in tutela dal padre e, poi, dal marito. Non esisteva nella vita di una donna l’amore e l’erotismo, per questo erano visionarie. La scelta del convento fu una scelta di libertà. Era una prigione, ma in quella prigione aveva trovato la sua libertà. Chiara aveva un’idea molto radicale di proprietà: la proprietà non esisteva. Era come pretendere di impossessarsi di qualcosa che apparteneva a dio. Quindi la scelta della povertà era un’imitatio Christi. Il Cristo povero, pellegrino, senza casa, né servi, predicatore della parola di dio. Questo era per Chiara essere religioso, imitare Cristo. Invece, la Chiesa era ricchissima, potentissima, faceva guerre, conquistava paesi, sottometteva popoli, sterminava infedeli in nome di dio, aveva un impero: tutte cose che ad un cristiano non andavano giù. Chiara rispettava formalmente tutta la gerarchia, neanche una parola contro i papi, però nella pratica faceva delle cose che a loro non andavano.

Cosa l’ha colpita degli scritti delle mistiche?

Nei conventi ci sono ancora moltissimi scritti che sono stati obliati, se non nascosti e censurati. Le mistiche pretendevano di comunicare direttamente con dio senza passare attraverso la Chiesa. E questo alla Chiesa non andava giù. E poi i loro scritti erano molto sensuali e anche questo la Chiesa non accettava. Alcuni di questi scritti sono bellissimi. A partire da quelli di Chiara che è stata una delle prime. Ad esempio Angela da Foligno, che è un’altra mistica, racconta che lei scende nella tomba di Cristo, si adagia sul suo corpo e con il fiato lo riporta alla vita. È un’immagine forte. Non c’è sesso, ma c’è una sensualità fortissima. Sono cose che la Chiesa non ha mai accettato, ma che facevano parte dell’immaginazione di queste mistiche che si rivolgevano a Cristo come a uno sposo e da sposo lo trattavano, tirando fuori tutta la loro sensualità.

Chi è l’altro per lei e quale luogo, da lei conosciuto, l’ha colpita maggiormente?

Nel mio romanzo, “La seduzione dell’altrove”, spiego che chi crede nello spostamento fisico, vuole trovare, come fosse a casa sua, un altrove che già conosce. Mentre ci si sposta mettendo in atto un processo di conoscenza verso l’ignoto e i suoi rischi. L’altrove è innamorarsi, conoscere, patire anche per ciò che è diverso da noi.

Quanto si sente eroina e quanto esploratrice di sé e dell’altro?

Gli eroi a cui si fanno statue mi interessano poco, preferisco gli esploratori. Molto spesso i fumetti propongono eroi perché i ragazzi sono più legati a fenomeni di guerra, mentre le ragazze sono più interessate alle storie sentimentali. Le donne hanno imparato a sublimare di più ed è anche per questo che abbiamo meno donne criminali.

Cosa significa scrivere?

Scrivere è la vita stessa, qualcosa che mi accompagna da sempre, il mio modo di essere nel mondo.


Lascio Dacia Maraini dopo aver parlato e ascoltato da lei parole di vita, libertà e sofferenza. Della lotta quotidiana delle donne, dei segreti che non si confidano, a volte, neanche a se stesse. La lascio portando con me la sua quiete, il suo sorriso composto, la convinzione condivisa che le ideologie sono quasi tutte scomparse. Restano le persone, la prassi, l’attenzione che a lei non è mai mancata verso chi subiva e subisce ingiustizie.

E. Armiento

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