Inediti di Alessia D’Errigo


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Ricercatrice in campo teatrale e cinematografico, scrittrice.
Interprete e regista di varie opere teatrali.
Dopo un percorso classico come attrice inizia una ricerca personale sull’atto scenico e sulla reale necessità del suo manifestarsi.
Nel 2004 apre, insieme al suo compagno, l’artista e regista Antonio Bilo Canella, il “CineTeatro di Roma” (www.cineteatro.it) centro di ricerca formazione e produzione in campo teatrale e cinematografico.
Proprio al CineTeatro inizia un lungo percorso sull’improvvisazione totale, la Performazione (www.performazione.com), e porta avanti una ricerca personale sull’Improvvisazione Poetica.
Da questa ricerca – nel 2011 – Alessia D’Errigo apre il progetto IMPROMPTU THEATRE (http://impromptutheatre.jimdo.com/ ) l’intento è quello di voler fondere varie arti (musica, poesia, danza, pittura e teatro) in uno scenario d’improvvisazione totale.
Progetto sancito dall’omonimo spettacolo “Impromptu” con il pittore-performer Orodè Deoro, e da altre due performance “Variazioni Belliche (LamentAzione)”(vedi video: http://www.youtube.com/watch?v=h9WManvZMwA ) e “Per i tuoi occhi bianchissimi” . Nel 2014 porta in scena un lavoro con la danzatrice butoh Alessandra Cristiani “Metatron” e nel 2015 partecipa al Festival Linea 0 con uno spettacolo d’improvvisazione totale su “La casa di Bernarda Alba” di F.G. Lorca dal titolo “Aguardiente – Dentro Bernarda Alba”.
Nel 2013 una ventina di suoi inediti escono sulla rivista “Poesia” di Crocetti Editore a cura di Maria Grazia Calandrone.
Nel 2011 pubblica la sua prima silloge poetica ‘Carne d’aquiloni’ con l’editrice Zona nella sezione Contemporanea.
I suoi testi sono presenti in numerosi blog e riviste web e in alcune antologie.
Ha curato la rubrica di poesia “Rediviva Donna (classica e contemporanea)” sulla fanzine Versante Ripido.

***

Poesie tratte dalla silloge inedita, Pasto Vergine.

C’è stato un giorno in cui ho ceduto il mio ultimo rosario all’amore
lasciandolo sgranato tra le cosce livide ed il pianto
c’è stato quel giorno in cui ho smesso di pregare
ed ho iniziato a vivere.

Io non so se il cielo possa fabbricare le tue mani di carta,
la nuvola sclerotica del petto e la pioggia che viene, sempre.
Io mi ci fabbricherei un pozzo per vedere il mondo nel suo ombelico,
cadervici dentro sarebbe mandare in pezzi la sala delle bambole.
Fabbricando fabbricando ho sognato un filo d’oro che dal pertugio del
ventre
saliva pendulo al seno, era il latte del tempo trascorso che più non torna.
Tu invece fabbricasti, mentre io dormivo, un sogno che viene dal mare, un
sale porporino aperto agli occhi, pianto distillato a cadere, e cadesti.
Pregando, in sordina, fabbricai l’antenna sensibile all’urto e allo schianto,
m’arrampicai nel pozzo, accecai le mie bambole, misi il sogno in una
scatola,
col pozzo costruii un binocolo, l’ombelico divenne un bottone e tra i seni
s’addormentò un bambino.

*

Non m’importa di pronunciare silenzi e parole
l’appartenenza ha la sua meta oscura come il ramo del fitto bosco
ondulato e spiovente di lacrime e crisantemi.
Baciami in silenzio nelle notti oscure
dove il prato lascia cadere i suoi fiori morti.
Li coglierai per me?
Foss’anche l’ultimo dono del mio petto,
batte di sangue vergine.
Cantami, cantami con quattro ugole d’oro,
lasciamoci nell’apnea, nella sospensione della carne.
Amen.

*

Quali amici mi renderanno il plauso dei miei segreti,
spilli e fermagli ornamentali sul petto
vestirò i poveri e Dio di un unico pianto,
renderò il pane ai denti dei morti
come se fosse una caccia aperta,
un’ infiorescenza di strade e porti.
Il mare mi seguirà zitto, unico erede della benevolenza,
tappeto d’alghe su capelli d’oro.

*

S’è avviluppato come una trama indicibile, l’ago del cuore
s’era teso, irriverente a tutte le mie forme
e tu m’avevi presa tra le cosce e scossa
perché così dev’essere l’amore
una terra che s’appropria del silenzio
rendendolo suono e goduria
alla faccia del male.

*

Andare di terra, con la terra, all’alba
tornare di pietra, per la pietra, del cuore.
Una giovenca magra ha partorito sette speranze
l’aratro ha sepolto sette fanciulle
andare di terra di marzo
tornare di pietra a giugno
fiore nella bocca della speranza
canto di pigne dagli alberi
andare come tornare e nutrire
(i seni delle spose)
l’acqua di colonia sulle lenzuola
il pizzo tra le cosce rese
andare senza tornare e morire
era di marzo, era di giugno.

*

Sono la pietra, il sasso che si reclina sul capo
l’adunco svolgimento della vita
che al cadere, cade e cado,
e non per dire, ma per fare,
sia anche nel silenzio di questo fitto bosco
con questo cuore argonauta pieno di ricerche e velli d’oro
mi ci costruirò una nave per solcare il pianto
il labirinto inconsistente fatto di mura
per aprirmi, foss’anche spaccandomi la testa
a questo orizzonte nuovo:

*

Quel che sapeva era abbandono di forze oscure, filtri scoppiati negli occhi
perché non poteva ella reggere la forza del sole pieno al centro della sua
fronte, era miraggio che emanava scie di vita come un faro solitario, piena e
immensa di barche derelitte, le mani d’acqua immerse nel candore dei resti,
degli esuli, degli avvinti, della buona ventura, poiché il mare l’aveva
chiamata come un urlo di foga, di rese e d’imbarazzo a chiederle il ventre.

*

Ho un nodo che il vento trascorre scorsoio lungo la pena
una lametta a fraintendere vacuità e azione. Nostra Signora,
il perdono è caritate se la mano v’attinge, non il caso.

*

Perché fantasma fui
in virtù di coloro che fecero
abbaglio che gli occhi non videro
forieri d’altro che la bocca tacque
allora spinsi l’ultima follia
tu la trattenesti
le redini sfilavano sotto il petto
circumnavigavano specchi
occhio nell’occhio
ventre su ventre
il letto un mare bianco
trasparii, trascolorai
era cielo di miraggio
(vacuo il ritorno del sole)
la costola una penitenza sul tuo braccio
un dormire di clorofilla a rinverdire la stanza
la luce si ruppe sui muri
non v’ero io che albeggiavo
(la stesura s’era fatta panno)
v’era alone di cose imminenti
(la stesura s’era fatta corpi all’unisono)
v’era silenzio sfumato negli angoli
(la stesura s’era fatta dio).

*

Vorrei tacere se il vostro livore si fa cemento
ma l’angelo sprona la mia bocca e tutti parlano
e se così è, donatemi per un secondo un pensiero bianco
non per me, ma per i tanti morti che porto (molti camminano ancora)
ed io li sorreggo, sento le loro voci, l’incontinenza emotiva che mi piscia in
petto. E’ sempre così umido l’urlo della verità, la ricerca che rumina
con i denti di gesso, la sua chiostra spaventosa capace di mordere il cielo.
Mangiare l’azzurro vi chiedo, mangiare l’azzurro.

*

Domani, il giorno del poi e del mai, comprerò violette
come dono agli dei, per sacrificargli il mio elefante cuore.

Domani verrà privo di striature, bianco e folto
da risiedere intero nel mio seno, senza curve, solo riposo.

Domani saprà di foglie cadute e d’escoriazione di pelle e tronchi,
freddo marmo che avvolgerà il mio nefasto in primavera.

Domani partorirà la sua foga di vita, la sua trota esposta al banco,
la riverenziale forma che m’espropria illusoria, di me, di te.

Domani ha sette mani una per ogni giorno moltiplicate all’infinito,
io resterò infinito, senza più parole, solo trasparenze.

Domani mi creerò un’appendice d’uomini fatti per la vita
ma non so se lo dirò a nessuno.

*

Allora scriverò, no, non scriverò più, intaglierò parole nel bosco
estrarrò radici di baci e lingua, tutto il mio sentire reso disponibile
a Dio, per la gloria del suo indice volatomi in seno, io tacerò
il silenzio che avviene nell’incavo e sulle alture dei cipressi
ove cantano i morti e i flauti del mare; la mia vagina è spuma.
Ecco che viene, a raccogliermi, come fossi divenuta alga,
pesce muto di speranza, spiaggia del mio pianto al mondo,
viene, l’amore ad espropriarmi delle omissioni, degli ammanchi,
del mio uccello pigro che il nido fabbricò su di un’ isola. Perdono.
Avvengo al mio assolo come sasso in un prato, esfoliato dalla
ruvidezza, poro di pelle aperto e nudo, per perdono e dolore
rimastomi in petto, per perdono e dolore che ho taciuto. Sasso.
E non so spiegarmi più, se ora taccio e mi schianto, non so
spiegarmi poggiata sulla fronte del mio nascituro, io madre
a farmi statua e corpo tra le braccia; tu, marmo
e il seno alla bocca tua, no, perdono per le mie altezze rosa
io non posso più fabbricare morte se ho te, cuore, se ho te.
La resa, la resa, l’oblio, la resa, lo schianto, lo scolo, il mio
apparato, il mio parato volo, io, figlio non posso ancora
mollarmi se tu mi tieni a palloncino e volo, tenuta dal
piccolo filo, in trasparenza e riposo, tra la nuvola e Dio.
E passano calpestandomi, e mi rialzo che ancora non sono
in piedi, mi rialzo, che piango. Tu ridi. Lasciami il filo.


Questi sono solo alcuni testi tratti dalla silloge “Pasto vergine”. Il libro, per volontà dell’autrice, è gratuito. Può essere richiesta una copia omaggio in formato pdf mandando una mail a: derrigoalessia@gmail.com

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