Apollo e la massificazione del pensiero accademico


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“Apollo e Dafne”

Quella dei “classicisti” è effettivamente una razza a parte. Iniziati da Johann Joachim Winckelmann, essi credono che il Partenone e le sue cariatidi siano, dall’alba dei tempi, sospese nel loro biancore marmoreo e che la civiltà greca sia, in qualche modo, “piovuta dal cielo” in una notte d’estate.

Vien da sorridere, ma essi si assiepano nella maggior parte delle università e dei licei, in cui in generale la tendenza collettiva e collettivizzante è questa.

Il meccanismo del pensiero classicista e fonte del suo stesso status symbol in fin dei conti è e rimane la solita canzone: se la Grecia è la culla della civiltà, lo è la stessa vecchia Europa e per estensione l’intero Occidente. Tradotto in termini moderni: la nostra cultura è superiore a quella altrui, per cui dettiamo legge. Oggigiorno, forse, questo antico adagio può vagamente apparire ristretto al ghetto di alcune particolari minoranze (rispetto, ad esempio, a Mussolini che sponsorizzava il turismo sessuale in Libano e dintorni per l’italiano/eroe/condottiero/maschio virile/ecc). Ma non lasciamoci ingannare, l’occidentale medio crede fermamente in questo e lo dimostra il semplice distacco emotivo con cui si riferisce all’Africa da aiutare.

Del resto lo scetticismo xenofobo è stato realmente ereditato dai nostri antichi amici della penisola balcanica, tanto che, ancora oggi, quando un qualsiasi professore spiega alla sua classe la caduta dell’Impero romano, descriverà come le cosiddette “popolazioni barbariche” hanno assaltato la “caput mundi” per saccheggiarla e distruggerla. Lo stesso termine “barbaro” è di origine greca; “βάρβαροι” (barbari) indicava testualmente “coloro che balbettano”, che non parlano bene il greco e di conseguenza, coloro che non sono greci.

Ripescando qua e là vecchi ricordi scolastici, il ‘700, secolo “della chiaroveggenza scientifica e luminosa”, oltre a spazzare via (sotto il tappeto) misticismi e superstizioni, inizia a ripescare le antiche vestigia del passato. Il Neoclassicismo recupera l’immensa Grecia antica schiavizzandola in un unico grande mito, forse il primo della modernità, che al posto di Dio facesse da collante per le giovani menti, che, guarda caso, dopo il Positivismo daranno origine a tutto ciò che sarà il “samsara” romantico e decadente.

Pensate ai poeti italiani dell’Arcadia. Un mondo perfetto, sublime, antico. Una nuova terra promessa in cui dormire. Un piede nel passato e uno nel futuro verso l’industrializzazione. E’ da allora che i magnifici complessi monumentali arcaici illudono i loro spettatori, ricolmi più di sogni che di vero sapere.

Osservate le meravigliose creazioni del Bernini per farvi un’idea di come concepivano Winckelmann e i suoi la Grecia antica: bianca, pura, sinuosa, splendente. Pensate al “Ratto di Proserpina”, dove un prorompente Ade barbuto rapisce la bella e florida vergine. Le urla, le grida, la paura, l’angoscia sono si teorizzate dallo scalpellino del maestro ma ogni istante è racchiuso in una bolla temporale perfetta, mistica, reverente. Per intenderci, provate a fare un raffronto con “Guernica” di Picasso, con “l’Urlo” di Munch o Goya, dove il terrore, l’angoscia e lo schifo sono semplicemente terrore, angoscia e schifo senza posizioni plastiche e perfette.

Ma il Bernini era andato a scuola dai Greci del ‘700 e quella era la cultura imperante. Che se da una parte ha avuto l’immenso pregio di riscoprire qualcosa di antico e perduto (dando peraltro vita all’Archeologia come studio scientifico dei beni storici e architettonici del passato oltre che dei manufatti), dall’altro ha cristallizzato un pensiero illusorio in verità. Come si dice, “spoglia a Cristo per dare alla Madonna”.

A questo punto vi chiederete dov’è il problema. Ebbene il punto è che i Greci dipingevano le loro statue, i loro templi, le loro case. Non erano immobili sacerdoti vestiti di bianco che fluttuavano nella mezzanotte del tempo. No. Erano esseri umani, sotto certi aspetti più vivi e truci di noi moderni. Leggete Euripide, approcciatevi a Ipponatte e alla lirica, a Saffo, a Omero stesso. Provate a dare un’occhiata ai testi lasciati da Lisia. E’ un mondo fatto di colori, di più strati di colori, dal violento rosso al blu del mar Baltico … ho detto mar Baltico? Ma i Greci non vivevano nel mar Mediterraneo?

Ed è questo il punto cruciale del perché non sopporto (ne mai ho sopportato) i classicisti: non sanno ammettere di perdere. Si nutrono di realtà preconfezionate secoli fa, senza riconoscere il profondo debito della Grecia con quei “barbari” del nord Europa, definiti incivili e spesso delineati come rozzi e sporchi (anche Roma e l’Etruria certo non sono nate dalla spuma del mare). Ebbene, a ben guardare, i prodromi di quel che poi saranno Platone, Pericle e Ippocrate sono da ricercare in quelle zone anguste del Nord, dove il Sole regna per sei mesi all’anno e i ghiacciai sono la madre terra. Dove il clan è la base della comunità (il ring) e gli dei si nascondono negli alberi, tra boschi immensi di betulle.

E’ lo stesso Omero (la Grecia aveva un gusto speciale per i padre e per l’epica (epos) le fonti antiche hanno dato la paternità al cieco di Chio, ma l’identità di Omero, tra mito e storia è tutta un programma, soprattutto per via della sua cecità che lo affianca non solo alle figure di Aedi e Rapsodi ma anche a quella di Odino nelle vesti di Scaldo o Bardo, anche se le terminologie sono decisamente più moderne rispetto al ruolo antichissimo) che ci mette sulla buona strada con gli ultimi pezzetti di quello che doveva essere uno dei capolavori dell’antichità: il Ciclo troiano (e chissà quanto abbiamo perduto!), ovvero l’Iliade e l’Odissea, quando racconta di “Danai” e “Achei” e solo in alcuni punti di Greci. In un prossimo articolo parleremo in modo dettagliato della faccenda estremamente interessante, ma ora accostiamoci ad uno dei volti più belli e noti dell’epoca greca, di cui il Neoclassicismo ha fatto in un certo senso il suo baluardo, la sua bandiera, tanto che persino Nietzsche (a cui va sempre il mio totale e completo rispetto) ha preso lucciole per lanterne: Apollo.

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“Apollo del belvedere”

Personalmente ho iniziato a studiare Mitologia greca alle elementari. Nel senso che, se ancora non sapevo chi fosse Bengtson, passavo serate intere a leggere i libri per ragazzi che trattavano l’argomento. Mi piacevano le figure e le storie che vi scovavo. E il mio “eroe” era Apollo perché era sfigato.

Comprendo che “fa strano” accostare al nome Apollo il termine sfigato ma voi come chiamereste uno che gioca col suo amante e lo uccide accidentalmente? O che si innamora perdutamente di una ninfa (e persino Pan riusciva di tanto in tanto a centrare l’obiettivo) e questa pur di scappare si faceva trasformare in albero? O uno tradito e umiliato dalla sua compagna? Io lo chiamo sfigato e il contrasto con la bellezza e la perfezione del dio, saltava agli occhi persino di una bambina come me. Questo è il fascino che mi ha avvinto . Maturando ho imparato come al dio si accostassero il Sole Helios (tanto che la gente fa fatica a distinguere queste due figure o pensa che Apollo e il Sole siano la stessa cosa), l’arte e la musica (le Muse erano sue compagne), la perfezione del rigore e della ragione ecc ecc. E poi, ti caracolla in faccia la scena meravigliosa, perfetta, indimenticabile dell’Iliade, quando Crise infuriato contro Agamennone e gli Achei per il mancato rilascio della figlia Criseide (o Briseide), invoca Apollo (dio di cui è sacerdote) perché con le sue frecce avvelenate faccia piovere sull’accampamento ormai nemico (agli Achei il sacerdote aveva chiesto il riscatto della fanciulla a nome del dio. L’inaspettato rifiuto nella mente greca è paragonabile alla blasfemia nel Cristianesimo) la malattia. E Apollo scende come il buio, terrificante, mentre dal suo arco scocca il male.

Non sembra che ci sia qualcosa che non quadra con l’immagine del dio del Sole che sembra una specie di Ken di Barbie ante litteram? Ma c’è di più. Per chiunque avesse mai aperto l’Iliade, la frase iniziale (nella traduzione perché in greco la prima parola è Ira, il tema dei capitoli a seguire) è “Cantami o diva l’ira funesta del Pelide Achille” . Cantami o dea? Dea chi? Una delle muse, chiaramente Calliope. Ma perché rivolgersi ad una Musa quando hai un dio? Ma soprattutto avete mai notato che uno degli appellativi di Apollo “Febo” ha una strana rassomiglianza con il termine “Fobia”. Febo non significa ne sole, ne luce ne altre cose simili. Febo equivale a Fobia e in greco significa Paura, terrore. In perfetta analogia con la scena di Crise che invoca il dio. Leggete l’Iliade e ditemi se non provate orrore nel raffigurarvi la scena.

Oltre al fatto che, come può un dio solare (nel senso moderno del termine) distruggere? Altro che dio sole stile Teletubbies …

Ai più attenti non sarà sfuggito il confronto con un altro celebre episodio della mitologia: l’assassinio dei Niobi. Per farla breve, Niobe madre di una ben vasta prole, osò credere di essere migliore di Latona, che nonostante avesse dato alla luce due dei potenti come Apollo e Artemide non aveva comunque tanti figli quanto lei. Come è andata a finire? Che i due fratelli con i loro archi e le loro frecce hanno sterminato senza batter ciglio tutti i figli della donna.

E sempre rovistando nei meandri del mito, qualcuno di voi ha mai letto l’Inno omerico ad Apollo? Latona non poteva partorire in nessun modo sulla Terra, sia perché Era come al solito era adirata per le scappatelle di Zeus e relativi figli, sia perché “un dio terribile sarebbe nato” e nessuna isola o isoletta voleva dargli i natali temendo di esplodere. Latona vagava per il mondo chiedendo asilo, gravida, fino a quando un piccolo sputo di terra rocciosa, Delo, acconsentì strappando alla povera partoriente la promessa che in seguito Apollo avrebbe consacrato l’isola a sua dimora. E, infatti, nonostante il notissimo santuario di Delfi, Delo è e rimane cara al dio.

Come se non bastasse, Apollo è anche molto famoso per due episodi cruciali: il primo sicuramente più antico e legato alla morte di Pitone da cui poi si originerà l’Oracolo di Delfi, il secondo dallo scherzo che Hermes appena nato, face al fratello, rubando le sue vacche. Apollo lo scopre, desidera punirlo ma il giovane dio la fa franca a causa della sua stessa furbizia. Il dio solare in tutto questo, ci guadagna una lira e forse è proprio da qui che inizia la leggenda di Apollo e della musica. Eppure, il più grande compositore dell’antichità è Orfeo.

E torniamo punto e da capo. Un dio che non è un dio, che è dio del sole ma il Sole è Helios, che è dio della musica ma Omero invoca Calliope e come se non bastasse Orfeo è il grandissimo interprete dell’antichità. Un dio icona del giusto e della ragione che perde la testa e scocca dal suo arco malattie e morte. Un dio il cui appellativo è “terribile”. Sembra sempre che Apollo debba rattoppare buchi vuoti che non gli appartengono.

Infine, pochi sanno (particolarmente gli addetti al settore) ma ad Apollo erano sacri il Corvo (uccello psicopompo per eccellenza) e le api. Questi insetti nel mondo antico sono esseri speciali perché producono la sostanza base del nettare divino: il miele. C’è tutto uno studio (meraviglioso) dell’immenso Károly Kerényi in cui si descrive il legame stretto tra api, miele, bove (utero), grotte e il meccanismo di vita/nascita e per queste ragioni le api erano stimate e tenute in gran considerazione. Apollo possedeva nell’antichità un tempio fatto di miele, regalo delle stesse api che lui stesso aveva fatto trasferire presso i suoi amici “Iperborei”. E qui, “il labbro tremulo” pende in vistoso sconcerto.

Questi signori “Iperborei” forse non dicono granché ai più, ma basterà nominare se non il vecchio mito di Thule, quello di Atlantide. Sono leggende confezionate e posteriori ai Greci ma il loro racconto inizia anche prima di Apollo. C’era un certo signore che “parlava di spazi bianchi riempiti da spiriti”, diciamo che gli Iperborei non sono ne uomini ne dei ma esseri perfetti che abitano una città perfetta. Loro sono i “bianchi” nel senso di luminosi. Creare nuove possibilità interpretative è estremamente semplice (soprattutto per i miei “amici” ufologi e simpatizzanti). La realtà è che quando si studia la Grecia bisogna entrare nel pensiero greco e antico. Il legame immediato da fare potrebbe essere quello con gli Arii antica popolazione di origine indoeuropea che sbarcò in India. Essi erano i “bianchi”, i signori e si mossero al tempo delle prime grandi colonizzazioni del mediterraneo da parte dei nostri antichissimi antenati. Arii/bianchi/signori. Pare più un ricordo di vecchi clan ormai dimenticati. Del resto non dobbiamo dimenticare che la Grecia fu a sua volta colonizzata (in gergo questo periodo si chiama protostoria) in tre grandi ondate con i famosi Ioni, Eoli e infine Dori, che indovinate un po’ da quale loco ameno provenivano? Dal Nord.

La Grecia è frutto di interrelazioni tra Oriente (in termini di Mito è Dioniso zagreo con tutto il suo corredo a provenire dalle grandi divinità orientali morte e risorte – da Osiride a Cristo-) e Occidente. Apollo viene dal Nord e una volta in Grecia ha faticato a inserirsi nel sostrato culturale un po’ come i compagni Atena e Zeus.

Tre dei, tre divinità forti, crudeli e pretenziose. Sono tutti e tre legati a alberi (quercia, ulivo, alloro – anche se l’accostamento con piante mediterranee è probabilmente successivo, mentre la Quercia lascia basiti se pensiamo ai Druidi, gli uomini saggi, gli uomini quercia) e uccelli (aquila, civetta, corvo) e la loro iniziale veste ruvida fu pian piano dissolta nel meccanismo del pensiero greco, che è la vera grande rivoluzione del mondo antico. Apollo è la figura che meglio mostra il tutto. L’Apollo classico è un posticcio di una figura molto più cruda, dannosa, combattiva e cruenta.

Apollo porta la morte per il semplice fatto che egli “segna il tempo”. E’ un concetto un po’ complesso e lungo. In sintesi il dio è legato al calendario (vacche sacre = giorni dell’anno) e il calendario, dopo l’avventura lunare, era basato sul movimento apparente del Sole. Apollo segna i giorni e quindi distrugge lentamente. Il legame col Sole, motore grandioso dell’Universo, si è andato via via saldando e ha mutato l’aspetto del dio che nonostante tutto non riesce a perdere la sua vera essenziale caratteristica, che lo rende unico e affascinante più del ragionevole signorotto snob in cui il classicismo ha deciso di trasformarlo.

E’ nel suo oscuro passato che va ricercato il legame con il Baltico, non tanto per dimostrare (come molti purtroppo fanno) che fosse migliore il Nord del Mediterraneo e viceversa ma per comprendere meglio oscuri passaggi altrimenti difficili da chiarire.

L’antichità non è dissimile dalla modernità. Il nostro mondo è in continuo divenire e immaginare una società del passato cristallizzata in una forma definita è nel migliore dei casi indice di uno studio approssimativo.

Anche io adoro il Bernini e il Canova. Ogni volta che ho la possibilità di osservare le loro creazioni mi sento letteralmente morire dentro ma nulla possono contro la statuaria greca (è questione di concetti) che è e rimane “magica” poiché in essa si condensa qualcosa che è più facile trovare in Michelangelo ad esempio. E’ un senso antico di “istante” perpetrato nel tempo immobile, finito ma infinito.

Apollo e Dioniso non sono in opposizione. Sono le due facce della stessa medaglia. Ci sono mitologie in cui Dioniso è il nuovo ordinatore, creato appositamente da Zeus perché gli succeda. L’era “Zeus-Apollo-Atena” termina quindi con l’investitura del dio orientale (il Bacco romano non ha nulla a che vedere con Dioniso). Il nord cede il posto al sud e la grandezza della grecità è l’aver saputo armonizzare il tutto in un pensiero lineare, preciso, “a forma di cerchio” che è tipicamente greco.

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“Apollo con lira”

Roberta Tibollo

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