Friday should be in love – Inedito di Alessandro Gabriele


alecoper

Sono dunque qui sotto da un’oretta appena, parcheggiati in seconda fila, adesso li vedi un po’ sfibrati ma non è che sia successo nulla. Tutta la sera c’è voluta per metterli così, un piede perno tra il freno e la frizione, lui, allampanato, allungato, ex-allupato ormai a quest’ora, come se la tensione vitale residua premesse per puntare il corpo, farlo apparire saldo nel buio come una piuma rilassata in un cassetto di cose sognate, più che altro.
Avresti voglia di parlare un po’ di lei, invece, questo lui pensa in seconda persona, ben sapendo che i pensieri delle tre sono rischiosi come telepatie in mano a un drappello di voyeuristi ciclotimici. Fai una carrellata intorno e scopri palazzi alti e stretti, un sonno asinino di stanze che guardano storto, come se la nullafacenza tipica con cui osservi la vita in finestra si stia solo riposando un attimo.
Ma non va male, non va male affatto, non vi credete.
Lui dice, ridice, in prima e in seconda, ma parla niente. Ha dei ricordi di sé in altri momenti fermi che non hai voglia di decidere nemmeno il prossimo respiro. Gli sembra che in sostanza ognuno si incarti in un millefoglie di eccezioni e ritardi, di complicanze messe in conto, di anticipi di dolore e cadute fisse in un mondo vaporoso e rallentato, come prima di confermare un Invio irrevocabile.
Non va male affatto, però. Ci sono quelli senza lavoro, allora, poveracci.
Così loro due si tengono il silenzio, non c’è nessuno che li legga e questo li fa sentire come un’onda del mare delle infinite cose di cui non occorre prendersi cura. E continuano a stare parcheggiati in seconda fila anche non ce ne sarebbe alcun bisogno, la strada che scende è piena di infilate tra macchine a pettine dove starebbero più comodi, più esclusivi, anche perdendo quell’insensata visibilità manifesta che un po’ li minaccia.
Questo tocca a lei intuirlo, poi a provare a dirselo pure, col linguaggio che sa: ma insomma, che diavolo vai a pensare, tra tutto il pensabile.
Sente freddo all’attaccatura delle cosce dove stringono le calze buone, ci mancherebbe pure una cistite in conto. E’ meglio che se ne stia zitta, zitta secca e con le gambe strette, senza nemmeno fantasie, e metterci sopra al massimo un sospiro ogni tanto, qualcosa che possa sempre venir comodo, ci dovesse essere un poi.
L’indicibile li protegge come una grande sacca anti-erogena. Stanno bene insieme in questa specie di preservativo dialettico, non crediate, stanno come avvolti nella carta stagnola delle proprie intime dolcezze, senza patire quel pensiero stomachevole delle caramelle vecchie nei supermercati, quelle che hanno già subito diverse estati addosso e si riducono a un orribile appiccicaticcio intorno alla confezione.
Così la mano che provasse a scartarle non saprebbe più come togliere quella sugna dal bordo infido delle dita. Così altrove, per un po’ di tempo, eviterebbe di stringere altre mani per la vergogna di insozzarle, e non sono proprio questi i tempi da essere scortesi del resto, non scherziamo. Basta che fosse una mano che conta a Tokio e tu ti ritroveresti a New York senza lavoro, e con la cazzo di farfalla che sbatte le ali su per la calza a rete potresti solo farci una tempesta di marchette, in qualche locale fuori giro dell’Upper East Side.
E allora ragazzi, andiamo! Che vogliamo fare?
Una cosa incredibile che hanno sentito chiaramente entrambe: “Andiamo! che vogliamo fare?”.
Una pressione esplicita, in un qualche dialetto colloquiale interno, ognuno per sé. Sono cose che vengono da zone che non ci appartengono, o forse si, le domande retoriche e i dialoghi interni cui reagiamo sempre puntualmente invece, radiocomandati da una centrale operativa socializzata, occulta.
Radiocomandi, onde elettriche, fotocellule, spettri di potenza, a lui piacerebbe ricominciare la vita da zero con roba come questa. Come non avesse già un peso di identità precedenti a pretendere sulla spalla, e anche i lavori, i lavori, e presentarsi agli altri sempre con sti cazzo di lavori in pugno alle feste, come se prima di mangiare ci fosse sempre da scazzottarsi di maniera, per definirsi.
Prendi loro due, in fondo stanno ancora al livello di una sola sera possibile, giocano a “non voglio saper nulla del tuo passato” come in un astruso rompicapo francese, lui potrebbe pure raccontarlo e lei potrebbe berla, anche affascinarsi, un esperto di apparecchiature elettroniche, forse eccitarsi, mostrare magari una via non faticosa per far saltare il banco, senza i soliti imbarazzi della forma del tipo: scegliere chi dei due e come si butterà addosso all’altro, e scartare vestiti complicati senza dare l’idea di volerli stropicciare, mostrare l’intimo che nemmeno ricordi bene quale hai messo, e far scattare chiusure, inumidire fessure, dire quello che viene di sporco, convergere dove pensi che finirai immancabilmente, se non fai attenzione.
Sono cose che si vedono nei film: un mezzo psicopatico depresso sfrattato da casa per more bancarie faceva diventare matti i nuovi inquilini agendo da un laptop il sistema domotico che aveva progettato e installato lui stesso. Oppure un altro film dozzinale in cui lei cede tipicamente di schianto, non ha nemmeno aperto bene il portone di casa che ti prende a calci le scarpe e si sfila le calze, mugola già un po’, e fa uscire prestidigitandosi in un soffio il vestito dalla testa, e di corsa lui dietro la spinge sul divano con una tempra da vecchio John Wayne che deve entrarci sempre. Insomma, sei su un canale locale e non è che puoi pretendere, ma comunque non guasta mai, il vecchio pistolero, e in definitiva ci casca sempre, lei.
Ecco ci siamo, le tre e mezza di notte e pure delle fantasie loro due, come di ogni altra cosa smarrita, stanno per perdere il filo.
Guarda adesso come a lei si illumini bene il volto grazie ad un Android che riverbera da una patacca di sette pollici che tiene in grembo. Ascoltiamo la prima parola assoluta che muove nella notte parcheggiata in seconda, come le si impenna un tono di caverna trasalita mentre pronuncia secca il verbo: “Messaggino!”
Dio, no. E invece si. Lui è pure contento di aver cominciato qualcosa, lei. Si gode di un senso finalmente ineluttabile di eventi che montano. Dietro la macchina arriva sbuffando un camion della spazzatura, lampeggia arancione nell’attitudine pesante del buio, come un sole fetente che erutta malamente a giro.
La faccia di lei diventa azzurrina wazzup, poi diventa giallo mondezza, poi di nuovo azzurrina light friendly, ma tutto per frazioni di secondo appena.
Ora lui se ne esce dicendo: “Ehi, ci dobbiamo muovere.”
Lei lo prega: “Aspetta un attimo, dai, che è la Betty e la devo rassicurare un po’.”
Lui del resto: “Ma cosa dobbiamo aspettare, scusa, non puoi tenerti la Betty appesa mentre faccio manovra?”
E lei: “Nooo, maddai. Ma che problema c’è?”
Indovinate un po’ lui, sempre più piatto: “C’è la nettezza urbana che ci lampeggia, penso che devono passare, diobono.”
Che poi cazzi e mazzi, dopotutto, è sicuro comunque che lei cederà, alla fine, si farà infilare, lui è certo che non ci sarebbe bisogno nemmeno di salire a casa, lei lo farebbe tranquillamente in macchina godendo sommariamente anche di più, in proporzione. Ora, non è che capisca molto, in genere, solo questa schiumetta animale che gli pare intuito, talvolta, e non è che si possa considerare che son tutte più o meno uguali quelle con cui si trova in seconda in macchina, di notte, tra il venerdì e il sabato mattina.
Dice lei, infine: “Hai risolto con laa cosa…la nettezza?”
C’è un grosso tipo in tuta arancio e grigio fosforescente fuori che sbraccia contro il finestrino. Lui lo guarda come guarderebbe un extraterrestre agitato, nel senso che: come ti rivolgeresti a uno che sclera perchè si sente inculato da un incarico che le alte sfere gli hanno fatto credere importante e lui ci è cascato, avrebbe potuto dire di no ma c’è cascato invece, vaffanculo?
Pensa lei, invece, che ciò che vuol sapere la Betty non è che glie lo possa raccontare ora, vivaddio, ci deve riflettere, ci si pensa sopra a cose così. La realtà si costruisce gentilmente, come il Lego con i bambini, diosanto. E quindi vediamo: la verità non si può dire, nemmeno una mezza tacca allusiva, non conviene affatto, bisogna controllarne due di livelli di significato poi, scherzi. La realtà è molto meglio inventarla di sana pianta!
“Dunque cara, quel che è successo ieri notte e che lui s’è accostato vicino a una macchia di cespugli, sotto casa, faceva tutto il carino nel solito modo, e sai una cosa…a me l’idea di tutti quei minuetti dei complimenti e del farsi aprire le porte e salire a casa, scusarsi, fare due secondi d’ordine, prendere da bere, mettere la musica, accendere l’Inverter poi girarsi coi bicchieri in mano, vedere lui spallato che non guarda altro che un punto, fosse la gioia poi, no, invece è un punto d’indecisione estrema perchè si gioca a casa mia e lui non vuole fare la figura del coglione, così non sa se deve bere tranquillo e iniziare con i complimenti slavati oppure far versare le grappe per terra e saltarmi addosso perchè crede che a me piaccia così, drasticamente, in fondo.”
Intanto fuori dalla macchina il fosforescente agitato ha mollato due pugni niente male sul finestrino, e lui sta pensando se si può permettere adesso di spostarsi con la macchina o se sia troppo tardi. Nello specifico, se lei si riterrebbe offesa dal suo poco maschio tralasciare questa roba qua che, scusate, è un po’ una provocazione, magari è meglio che scenda e l’affronti, che cazzo.
“Scusa cara, sta pensando lei, una seccatura, rieccomi da te. Dunque ti stavo dicendo che alla fine mi son fatta due conti e mi son detta ma senti, ma perchè no, poi! Se ne sentono certe in giro..così gli ho fatto capire, sdraiando il sedile, lui ha sorriso e mi si è avventato addosso, una furia, credimi, sca-te-na-too! Eh si, certo, ti pare che non vuoi sapere i dettagli tu, proprio tu, e fattelo dire, dai: troiona che non sei altraa!”
Lui ormai, fuori di sé e della macchina, sta facendo a pugni col netturbino agitato. Volano bestemmie, minacce, cartoni, spruzzi di sangue, ma nel casotto delle luci lampeggianti sparate a giro non è che si capisca molto bene la faccenda, ad essere sinceri.
Così lei si sposta al volante, s’aggiusta la gonna, chiude la portiera che adesso ha un freddo bestia tra le chiappe e sente una prima fitta di cistite. Allora riaccende il condizionatore anche se è troppo tardi ormai, c’è una luna gigantesca tra i palazzi e tutto l’arancio stroboscopico che dà una vaga nausea, mette in moto subito, senza pensarci, e se ne va.

di Alessandro Gabriele

http://www.edizionismasher.it/alessandrogabriele.html

https://aereoplanini.wordpress.com/

Annunci

5 pensieri su “Friday should be in love – Inedito di Alessandro Gabriele

    • Credo che l’hai fatti contenti sti due, penso che lui smetterà di scazzottarsi e lei, forse, tornerà a prenderlo con la macchina, se non si perde per strada. Si guarderanno un po’ e ricominceranno a stare in silenzio spirituale, verso le 5 e mezza apre il bar dei cinesi dove i cornetti sono molto belli e scontati, benchè fatti con quella sugna lucida che lascia un saporaccio in bocca (mi perdonerai l’escursione “animale”, spero)

      Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...