Prospettive. Omaggio di parole a Veronika Gilkovà


Veronika Gilková è una fotografa slovacca che ha studi di psicologia.
Ha cominciato a concentrarsi sulla fotografia durante i suoi ultimi anni di studio. Le sue foto sono principalmente ritratti dall’atmosfera da sogno e sono presentati in numerose riviste di arte e stile di vita.

Immagine

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non chiedermi della superficie
la pelle canta ma tu
non puoi sentire aspetta
la crepa
– porta scavata nel tempo
è l’inatteso profondo

Maria Luisa Giaquinto

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bolle.bolle di Afasia

il mondo balla
balla e canta.
Canto
e suono di vento
ruota
poi
muove tondo
tondo
che accerchia
in cerchio
circondando
l’onda
di suono.
Diffuso ritmo
e movimento folle
dove tu
bella
dal molle buio
in spalle
soffio soffi
col fiato
che fiata di volo
sul volto
a bolle bolle.


*

Bolle di sapone di Ada Grippa

faccio bolle di sapone
che t’insegnano il soffio
Il governo delle labbra
e del respiro
la danza delle sfere
la luce dell’universo

faccio bolle di sapone
perché mi piace la grazia
con cui vanno a morire

tratta dall’antologia “Delirio d’Amore – Poesia sotto le stelle” 1° Edizione 2011- aa.vv.

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UN CHIODO DI PRIMAVERA di Antonella Lucchini

Cresce un febbrile e sotterraneo lavorio
un tramestare di grida sottili

nel corpo di quest’aria

ormai cicatrice
sui tonfi d’autunno.

E’ la prima vera
cuccia calda della primavera
la mia pelle che inconsapevolmente
si cuce al filo del sole.

Io che non voglio
io che sono un mulinello di foglie secche
io
vento freddo sugli occhi e fischi nelle ossa

mi ritroverò ad avere
dita di fiori
una volta ancora.

Una resa tiepida
un chiodo piantato.

 

VERONIKA GILKOVA'

SUL CIGLIO DI UN FIORE di Marino Santalucia

Esci a fare due passi
con la vita accanto
in punta di piedi
sul ciglio di un fiore.
Il filo che
libera due creature
destinate ad unirsi

*

Ardue linee
in coriandoli d’abitudini
e candide gemme.
Graffi reali sulle pelli
corrono contro inestricabili curve
di esercizi inutili
protési nella realtà.
Tuttavia
eclissate oltre angoli
regnano nutrienti cure
in circoli d’etere e oli
da capo a capo
colano
liberi dai fulcri
e dai nodi
che sellano i bauli
di quelli definiti i folli
che concedono allentate visioni
che ribelli strimpellano
che ingarbugliano d’ipnosi
e di petali i bei capelli.

di Afasia

*

Bianca di Nanà Enchant

Hai portato alla morte due mogli,
con la tua voce.

Intrecciati in fibre bianche come neve,
i tuoi pensieri, giacciono
dentro steli spogli.

Ma tu, ti posi lieve,
come un colpo di vento in una goccia.
L’increspatura di un lago su una ruga.

Sylvia Pallaracci- Veronika Gilková

una morte dopo l’altra
sprofondo nell’andatura della roccia
pronta a contagiare la serpe
che mi imbosca nel fiore terreno
di un altro mondo
dove tutto ha un colore
sessuale
e sembianze della stagione autentica
che non è nebbia sopraggiunta
dal mare sboccato dall’erba
piovuta dal cielo
ma la pausa che indietreggia
la lingua difronte al mistero

di Sylvia Pallaracci

*

– colletto di piume – di Afasia

Ho detto,
datemi un tono
dal singolare titolo
a tema.
Non sincopato
nel colore
o dal discorso
sbiadito
un tono che sia
per tinta vivace
vorace di vita.
Leggiadro
e limpido d’aspetto
fiume leggero
ed energico
colletto di piume
che rema
dentro il vortice.
Tono d’intento
con note
d’intenso blues .
Ho detto,
datemi un tono
e non avrò timore
della notte
della tormenta
o del tuono.

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contro.luce di Afasia

Dinamici spazi
occlusi
d’oculari assenze.
Fumo
e vuoti
in zone d’ombra
imbrigliate fra fimbrie
sui tempi passati.
Declinazioni
in controluce
d’intime memorie
occulte
in lontananze.

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Le pecore e un bivio di Romeo Raja

Ho rubato il cielo
quel giorno è passato in silenzio
senza che un giorno sia passato
fra pensieri che tutto sono
tranne che silenziosi
e la mia voce che ormai non riconosco.
“ Guardi troppo in basso per vedere il cielo “
Ho rubato il mare.

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carta.sporca di Afasia

Proiettata
su profili d’acqua
corolla di bianca farina
e carta sporca.
Vola alto
di folto insieme
sempre più in alto
sull’uscio
della luna
origlia il sole
dalla finestra.
Nutre d’aria
la luce
cometa di cielo
con sciarpa legata
alla terra.
Aloni di gruppi
e frastuoni
afoni in ali
perenni.
Ho visto aquiloni.

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Tra le scapole di Patrizia Sardisco

Si compie tra le scapole,
in quel residuo d’ali
che mette il corpo in luce,
la musica che muove

l’acqua, ciano frinire
d’onde e onde sonore
remate da un’attesa
_ apprende il tempo, l’angelo,

umano nei capelli
umidi di inclemenza.
piega la gabbia nuda,
nomina tutti i brividi

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Filamenti chini
d’impreciso.
Zampillo d’indizi
che illumina il corpo
ostacolo preciso.
Orma di china.
Punti di chiarore
giocano
con l’anello di seta
dai toni scuri
che allude la forma
per un’istantanea
ad effetto.
L’ombra d’un dedalo
arruffato
in difetto di luci.

di Afasia

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Nel blu di Rosario Campanile

Fumo e sogno, e poi.
Qualcuno diceva fosse acqua, altri vapore, uno si alzò in piedi asserendo di sapere benissimo in cosa stessi navigando.
Io non potevo parlare e questo mi salvò dalle risate spietate, non potevo guardare,
e ne fui grato, non muovevo le braccia, non sentivo le gambe, non riconoscevo il mio sesso, non avevo profumi attorno, ma la sigaretta che tenevo tra le dita della mano destra continuava a bruciare lo stesso.
Pozze nere i miei occhi, fissavano ostinatamente i tuoi nel labirinto dei ricordi, urla vorace cuore mio, mi ripetevo a ogni fitta nello stomaco, confondimi le membra, spiazzale, separale e imponi direzioni a spirale, dimodochè il punto di partenza si trasformi in placido nido nel quale posarmi e da cui tornare a muovermi.

Mille e mille erano le strade mie, mille e non più mille, dissero, ti concederemo.
Madre, salvami, padre sii Abramo per me, dio che non riconosco, lanciami i tuoi strali ferocemente imperiosi.
Non mi resta che la ribellione, e nel fumo la troverò.

Cominciai a volare, con le ali di cera.
Cercavo di afferrarti le mani, e loro svanivano, picchiavo veloce come un gheppio sulla preda, e non trovavo ristoro.
Altro è dire stai fermo, non ci riesco, sono squalo nelle reti, e il vecchio del mio mare non ha tratti da pescatore, piuttosto labbra su cui scivolare.
Bianco, azzurro, grigio, rosso, marroni i tuoi occhi, candide le tue gambe, corvina la penna che sigla il primo bacio sotto un ciliegio, canta per me la vita, t’imploro, e io volo, io cerco vento e onde e gesti comuni.

Fumavo e sognavo, e poi.
Ho visto finalmente quel mattino in cui tutto attorno canta, al profumo del caffè toscano.

*

Ombra di Francesca Dono

ed abita a metà
del pozzo,ebrea,
vivendo lo stesso veto.
Un abitacolo ed
il colo schienatosulla nebbia,
di venti orecchiea fare sfregio
nel nulla.Zitta ,buca instabile,
orlo della sua moscafitta,
avulsa dal tempo,
nel lento illuso ,inesorabile.
Istante,giorno di vita,
pausa cieca,sgretolata
passeggera al freddo
della morte.

*

Lo sento tutto questo peso
in ogni spasmo involontario
giù, fino alla gola
nell’incertezza dove il respiro giace
nascosto tra le branchie.

Al loro posto ho due minuscoli polmoni
che pompano l’inverno sulle spalle
tra i pesci che si voltano e ridono di me
che non posseggo branchie
ma attendo il pane, come loro
invidiosa di quelle bocche
che tutto possono tranne parlare.

Volevo le branchie
e un cuore di vetro per osservarti
perché la bellezza va presa con discrezione
e tutto quello che possiedo – ben poca cosa sai
lo stringo forte in mano
a trattenere questo pensiero
di branchie e salti fra le onde
nel vento che porta in sé anche il ritorno.

di Ksenja Laginja

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Totalizzante
scende all’acqua marna,
scarto alla nube
e tordo
al gelo nordico.
Accosta tardi,
al buio, in errore,
oltre occhio staccato,
immoto sprovvisto,
di.viso,
graffio sinistro.
Ed il tonfo,
il gonfio,
l’affido fra.in.teso
che ingoia
già prono
il parco del mare.
E.va.si.va
la riga in ruga,
gi-tana del dubbio,
d’oppio
a sgomitare.
Fuga garrita
col.ore sperduto.
Di Francesca Dono

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– filante – di Afasia

resto occultata
in un filo di silenzio
e l’ho modellato
come zucchero filato.
Sapore dolceamaro
per introversa cipria
dal profumo aspro
e ciglia al caramello.
Atteso il pensiero
stanco sostava
seduto allo sgabello.

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Ci prova a rifare il mondo, lì
mette un abete ritto tra le stelle
un volto amato, un quintetto
di violini, cancella
una strada a fondo chiuso, ripara
una finestra protesa sull’abisso,
ci prova a rifare il mondo
il mondo
racchiuso tra parole e spazi
senso non senso domande aperte
al silenzio
e in questa resistenza ostinata vive
nel nome insonne, nel taglio,
nella ghiaia di parole franate
nel pane nell’acqua nell’erba dei nomi
vive, si consegna a mani tese,
chiede di essere salvato.

di Liliana Zinetti

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e sempre la stessa nudità
– che vestiti non ci sappiamo
scopre i sensi
quando si legge
e tu sei lì
sottile

di Carmen Morisi

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[ in transito ] di Rosaria Iuliucci

Gravidano senza peso sulle spalle i silenzi avvertiti in questo mattino aperto che nostalgico scende a patti con la sola voce che mi resta , avida dell’ultimo tempo appeso alle sole tracce di vento .
Mi scruta il presente , brusco è il suo appoggio sotto al mento che mi tiene lontana la voce , arginata dalle infinite verità nascoste nell’ombra di un futuro appeso allo sguardo che di nascosto copro placandone la pace .
E’ un emblema il mio stesso sentire , una delizia verso un’unica croce che porto nel cuore , una dolente attenzione che copiosa si serra sotto le ombre di una nebbia tagliata fine , ancora in vita , ceduta in corsa verso questa ricerca che mi terrà al riparo dal pianto , in una conca d’oro che senza presunzione non nuoce e non mi spoglia dal successivo dolore .
Mio malgrado è cosi che attendo ancora il fiato e la sue affinità con l’aria , ho scoperto di poter essere in ogni angolo di questa vita.

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– civetta – di Afasia

Dal tweed tagliuzzato
la sarta ha tratto glabra misura.
Tailleur imbastito
sull’area morbida.
Figura costante
in orbita curva e taciturna.
Frangia d’eco vuoto
ed erto click
incontro al nero.
Il bordo silente
è retta ruga
nella vetta smussa.
Filtro rigato
dal comodo velluto
per contorno d’orlo
smosso
da sinuosi flutti.
Massa ricoperta a festa
e duro flusso
su lente d’obliquo rilievo.
Così è addobbata la civetta.

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Fatalité d’une femme di Paola Puzzo Sagrado

Gesti di folle autarchia
equilibrismi della logica
tengono piatta la posizione

Denti in gabbia
Stipsi dei sentimenti

La livida umiliazione
di un rossetto inviolato
stinge vendette irrisolte

rivoli di carminio sversati
tutti, in un cuore inesatto

Scaldare questa sedia cosmica
avallare la nuda sintesi del graffio
avvolgersi in stole d’egoismo
sgranare rosari di lussuria
o impazzire in segreto
la mente puerile rinchiusa
nei fondi cassetti di un limbo…

No, no, no, no!
Sbocciare altrove, altra
opposta al vento

curva di tenerezza
sulla terra diaccia

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