Confini. Il Dove della Poesia Italiana: Gesualdo Bufalino


gesualdo-bufalino

Di un difficile oracolo

E mi stupisco ancora
del tuo sangue violento che mi sfida
e sgrida con voce di vento.

Decifrassi una volta la vermiglia
cantilena che recita,
bando di morte o vita, chi sa dirlo?

Ma io non sono che il drago custode
dei tuoi polsi in burrasca, un pescatore
di maree che origlia dalla riva.

Anche infelice, se non fosse il lampo
che inatteso sorride e mi dà scampo
nella tenace mafia dei tuoi occhi.

***

Versi scritti sul muro

Più lontano mi sei, più Ti risento
farmiti dentro il cuore
sangue, grido, tumore,
e crescermi sul petto.

Più sei lontano e più Ti porto addosso,
fra l’abito e la carne,
contrabbando cattivo,
volpe rubata che mi mangia il petto.

***

Paese

Nel guscio dei tuoi occhi
sverna una stella dura, una gemma eterna.

Ma la tua voce è un mare che si calma
a una foce di antiche conchiglie,
dove s’infiorano mani, e la palma
nel cielo si meraviglia.

Sei anche un’erba, un’arancia, una nuvola…
T’amo come un paese.

***

Dedica, molti anni dopo

Queste parole di un uomo dal cuore debole,
sorta di macchine o giochi per soffrire di meno,
ad altri uomini dal cuore debole:
coscritti balbuzienti, spretati dagli occhi miopi,
guitti fischiati, collegiali alla gogna,
re in esilio invecchiati a un tavolo di caffè,
che un giorno finalmente un sicario pietoso
aiuta dietro un muro, con un coltello…
Queste parole di un moribondo di provincia
a chiunque abbia scelto di somigliargli,
col viso contro i vetri, fisso a guardare nell’orto
un albero di ciliegio teatralmente morire…
Queste parole scritte senza crederci,
e tuttavia piangendo,
a un me stesso bambino che uccisi o che s’uccise,
ma che talora, una due volte l’anno,
non so come fiocamente rinasce
e torna a recitarsele da solo…
Per poco ancora, per qualche giorno ancora:
finché giunga l’inverno nel suo mantello d’ussaro
e il fuoco le consumi e le consegni alla notte.

***

Barcarola

Infinita di fiaccole l’acqua
con le movenze di un’iride ombrosa
s’apre e s’aggrotta, s’incupisce e ride.

Ti abbandoni, le ali del viso
come una grande farfalla richiudi.

Più tardi, se ti sporgi
ai gentili alleluia della riva,
o disegni un oracolo col remo,
falò di luna labili fioriscono
sulla tua fronte, l’ora
è fulminata di felicità.

***

Allegaria

Sulla usata scacchiera
enumeriamo i loschi personaggi,
gualdrappe a lutto, rocche senza tromba,
logori lindi scheletri di bosso,
unghia contr’unghia di sterile luce,
dove il sangue s’inerpica a squillare:
e tu, spettro monotono, mio re,
chiuso fra quattro lance
d’infallibili alfieri,
vestito di rosso broccato,
mio scabro Cristo chiodato, mio re,
in un angolo, matto come me.

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