Il Diario di Hermes di Daniele Baron III° estratto


“Il diario di Hermes” è ancora in fase di formazione, si compone per sedimentazione come una roccia, ha un principio e avrà una fine un giorno (non so indicare quando ciò potrà avvenire: forse sarà un compimento, più probabilmente sarà un distacco, un passaggio inevitabile ad altro, lasciando tutto sospeso nell’incompiutezza), non è nato come progetto. In un certo senso, può essere letto come una specie di strenua resistenza ad un progetto.
Difficile per l’autore dire che cosa sia. E per il fatto che è ancora in fieri, e per la sua natura specifica. Insieme è interessante, ora che i giorni si affastellano (sono giunti a XXXI), cominciare a fare il punto, a guardarsi alle spalle.
Il titolo a prima vista suggerisce la composizione e vagamente l’argomento.
La composizione: sono pagine di un diario, si susseguono come pensieri di giorni successivi di un soggetto. La loro forma è congeniale per l’uscita come post del blog. Tuttavia, se leggiamo i giorni, il passaggio da un registro all’altro da un argomento all’altro, il fatto stesso che sembra che siano più voci a parlare e non un solo soggetto, ci fanno concludere che non è un vero e proprio diario, più che un diario intimo, di confessione e di autocoscienza, è una creazione di figure o di immagini esprimenti concetti e sensazioni. Nessuna confessione relativa ad un soggetto particolare, ma il tentativo di catturare, attraverso immagini, i sentimenti ed i concetti a cui mi preme dare vita, cercando di armonizzare registri e generi diversi. Non c’è sequenzialità, ogni giorno è a sé stante, un giorno può essere letto prima o dopo rispetto all’ordine indicato. Si potrebbe concludere a questo punto che non ha più senso chiamarlo diario, che non ha nulla a che spartire con l’idea che noi ci facciamo del diario. Non è così. Il punto di partenza è lo stesso del diario: un soggetto vuole esprimere ciò che sente e non è indifferente il fatto che i giorni siano pubblicati successivamente, uno alla volta. Insomma: la struttura formale è proprio quella di un diario, i giorni si accumulano uno dopo l’altro e la pagina bianca è il futuro ancora da scrivere.
L’argomento: se pensiamo ad Hermes come personaggio, automaticamente viene richiamata alla memoria la tradizione dell’alchimia e probabilmente per associazione anche l’ermetismo come tradizione letteraria (con la quale il mio diario ha poco a che fare). Anche qui, nonostante la presenza di simboli, di figure tratte dalla tradizione alchemica, nonostante la mia passione per quell’ambito spirituale, e le mie ricerche in quella direzione, non credo che si possa dire che il richiamo all’alchimia vada oltre la suggestione, dato che altri elementi si inseriscono. L’alter ego che mi sono scelto per questo scritto è sì caratterizzante, ma non vi è nulla di sapienziale, non vuole trasmettere o riprendere un sapere ben definito. Si può dire che la mia scrittura vuole riferirsi a quel sapere, trovandovi ispirazione e radici, ma per creare qualcosa di nuovo.
Ancora più difficile classificarlo in base al genere, proprio perché si alternano differenti generi: dalla riflessione, alla prosa poetica, alla poesia, al dialogo teatrale. Quando ho iniziato a scriverlo non avevo in mente sotto quale rubrica classificare la mia scrittura e poco alla volta, con l’accumularsi dei giorni, la libertà dal genere è diventata una delle spinte che mi ha portato a comporre ulteriormente e in modo differente da ciò che avevo composto fino a lì. Libertà dunque paradossale che mette capo all’abitudine alla variazione, al continuo spaesamento rispetto al già letto. Sarà inevitabile ripetersi, ammesso che io non l’abbia già fatto: dalla somma dei giorni compariranno degli stilemi che mi sono propri. Tuttavia, come regola prima mi sono dato quella della libertà di sperimentazione.
In conclusione, presentando un estratto dei giorni fino a qui pubblicati, al lettore pertanto offro una creatura ancora viva, frutto della libera sperimentazione della mia scrittura, un diario che dovrebbe essere un viatico di autocoscienza e spero, soprattutto, di godimento pari o superiore al mio nello scriverlo.
Forse è la scrittura stessa, nei suoi momenti migliori, la vera pietra filosofale.

I°: https://wordsocialforum.com/2013/04/19/prosa-giovane-daniele-baron-il-diario-di-hermes/
II°: https://wordsocialforum.com/2014/04/17/il-diario-di-hermes-di-daniele-baron-ii-estratto/

daniele

Biografia

Daniele Baron [Pinerolo 1976] vive in provincia di Torino. Dopo una prima formazione principalmente scientifica, i suoi interessi volgono verso un ambito artistico e letterario. Nel 2004 si laurea con lode in Filosofia Teoretica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi su Jean-Paul Sartre. Dopo gli studi, trova lavoro come impiegato presso un Comune. È co-fondatore e co-redattore della rivista di filosofia on-line «Filosofia e nuovi sentieri»: http://filosofiaenuovisentieri.it/.
È appassionato dell’opera del filosofo e scrittore francese Georges Bataille: per «Filosofia e nuovi sentieri» cura la pagina Batailliana; gestisce poi un sito completamente dedicato a Bataille (https://lacongiurasacra.wordpress.com/) È anche scrittore e pittore: le sue opere sono reperibili in rete sia sul suo blog personale (https://danielebaron.wordpress.com/) sia su altri portali. Collabora con «Appello al Popolo»

***

Il diario di Hermes

[…]

giorno n. XXII (labirinto)

nelle geometrie di perdizione del labirinto l’angoscia e la sospensione donano un’ebbrezza rara che i più consigliano di fuggire. Non sappiamo cosa ci conduca a vagare nel labirinto: forse il fatto che lì il raggio di luce, chiuso nella notte, penetri con la forza e l’accecante oscenità del fallo in erezione. Il buio gode nell’essere violato e nel mostrare nella penombra le sue parti più basse e nascoste, nel farne dono come del suo più prezioso gioiello, come l’unica via, per quanto maledetta, verso il cielo e l’assoluto. Anche l’orrore, anche le più arcaiche pulsioni, hanno uno splendore inconfessabile che ci mette in contatto con il fondo di tutte le cose. Ci inginocchiamo davanti all’assoluto: non possiamo far altro che gemere e pregare – non possiamo spiegarcelo, siamo presi, rapiti, in un fuoco che illumina e insieme rende ciechi. Dobbiamo disperare di conoscere alla luce del sole una verità che ama gli anfratti, che ama la trasgressione alle regole della normale sintassi, l’abbandono al delirio, alla frenesia inspiegabile e incontrollata del gioco delle parole e delle idee, del tutto simile al rincorrersi pazzo ed infantile degli amanti…

giorno n. XXIII (ebbrezza)

vediamo ergersi davanti a noi tutte le cose che ci circondano, pensando di sapere esattamente cosa siano; o meglio: se anche non sappiamo nulla di esse, abbiamo almeno una certezza incrollabile su di loro: che esse sono sé stesse. Quella pianta, quel tratto di strada, quel passante, forse li conosciamo vagamente, forse non ne sappiamo nulla, forse non ne conosciamo il nome specifico, ma solo quello generico, tuttavia siamo tranquilli quando riusciamo ad identificarli, a poter dire almeno che sono sé stessi e non altro da sé. Questa certezza, che è in fondo ciò che distingue il sogno dalla veglia, è quella che fa sì che al mattino scendendo dal letto sappiamo di poggiare il piede sul parquet e non su un tappeto di vermi brulicanti e viscidi, di poterci alzare ritti in piedi e non di precipitare in un baratro senza fondo…
Ma se invece fosse importante esaltare la visione sfocata, la visione ebbra, se vedere doppio fosse la vera essenza della visione? Ogni cosa sarebbe sé stessa e altra da sé pur rimanendo sé stessa… Ecco sì, l’ebbrezza come percezione della superficie che non nasconde profondità, ma che crea increspature, dove sotto e sopra non contano più, dove si confondono alto e basso, dove la chiarezza sfuma in una ineffabile confusione rilevatrice del brodo primordiale del linguaggio fatto di corpi schiumosi e di bave millenarie prive di vergogna e di misericordia, dove addormentarsi nel sogno sarà svegliarsi in veglie di allegra disperazione, dove i fondali di cartapesta del mondo saranno la scena ideale per un recita improvvisata, dove sarà facile fare del greto di un fiume il proprio letto, dove i compagni complici saranno attanagliati da una solitudine formidabile, dove il cinismo e la frenesia saranno la medicina per ogni timore, dove ogni vagito sarà preso per saggezza, dove non conterà più il confine dell’epidermide tra i corpi per poter dire mio e tuo, ma tutto sarà in comune per un piacere cristallino che lascia un retrogusto di morte…
Ciò che veramente conta è l’ombra che striscia dietro le cose, la notte in pieno giorno che solo l’eclissi può raffigurare con esattezza. A lungo attenderemo il momento in cui si uniranno il sole e la luna per assistere increduli al miracolo di poter contemplare nel nero della pupilla del cielo: pura luce che renderà ciechi…

giorno n. XXIV (sul desiderio)

scherzo leggero sulla filosofia riflettendo sul desiderio
[del quale i veri filosofi – tra cui annovero me stesso (in quanto altro da me) – non se ne avranno a male, ma rideranno nel riconoscersi]

da quando filosofare è diventato un gioco sulle parole, molti confondono poeti e filosofi, molti poeti s’improvvisano filosofi e molti filosofi poeti, con esiti dubbi e vari; non che la filosofia senza gioco sulle parole abbia maggior valore: il periodare meccanico, disadorno, grigio, ripetitivo e alle volte salmodiante, unito alla faccia contrita da prete e alla posa di chi sembra soffrire in modo cronico di gastrite, non garantisce la serietà del discorso. Nemmeno l’erudizione sembra essere la base sicura per fondare la verità di ciò che si sta dicendo. Neppure la logica più stringente. Nemmeno le prove dei fatti. Nemmeno una pubblicazione all’anno, che non leggerà nessuno, a parte l’autore. E allora siate magnamini: perché non lasciare che chi vuole puerilmente giocare giochi? Che chi guarda ai concetti come alle strenne natalizie possa esprimere il proprio godimento nell’assemblare costruzioni illogiche e colorate destinate a crollare subito? Che chi sa quanto sia caduca la pretesa di verità dell’uomo possa baloccarsi innalzando una giocosa verità che smentisca sé stessa crollando il giorno dopo o la notte dello stesso giorno? Chi può negare che alle volte una verità valida di giorno possa essere contraddetta la notte? Lo sanno bene gli amanti…
Preferiamo senz’altro questi leggeri e vaghi passatempi allo spirito di serietà che come un tarlo rosicchia la mente dei più intrepidi giovani!
Dunque procediamo per cèlia. Anche se giunti in fondo al discorso vi chiederete se veramente si è giocato o si è detta la verità.
Voglio riflettere sul desiderio: tutti sanno che cos’è. O almeno tutti credono di sapere cos’è: ecco il punto. Il filosofo nasce là dove il buon senso muore, là dove il sapere comune, ciò che tutti credono di sapere, diventa sfondo neutro per il sorgere di bizzarre nuove visioni. Sebbene nel corso della storia millenaria ci sia stato anche chi ha esaltato il buon senso, anche la persona più onesta, che pretende di dire ciò che pensa, senza fronzoli, e di dire ciò che tutti sanno, di fronte al filosofo diventa un poveraccio. Epoché, dunque. Anzi, ἐποχή [è indispensabile per apparire un vero filosofo usare termini o frasi in greco o in tedesco e preferibilmente non tradotti e senza alcuna nota a margine che permetta di sapere cosa quella parola magica evochi o quella frase significhi. In fondo anche la filosofia è un gergo: più incomprensibile è, meglio è; gli eletti si riconosceranno tra di loro; per i profani ci sarà bisogno di divulgatori, di intermediari, di pontefici, di veri intepreti. Ci si potrà divertire per anni, si potranno spendere libri, centinaia di pagine, per dire che alcuni termini sono intraducibili in un’altra lingua].
Per capire che cos’è il desiderio è necessario [ma sappiamo bene quanto poco necessaria sia la necessità di un pensiero filosofico] andare alla radice, all’etimologia della parola stessa. [Apprezzate l’oziosità del filosofo: non è necessario studiare psicologia, leggere Freud, Jung, Reich, Lacan, studiare biologia, antropologia, fare esperimenti sul campo, ma è sufficiente avere alla mano un dizionario etimologico e aprire alla pagina giusta; oggi neanche più questo sforzo: è sufficiente digitare il termine su un motore di ricerca. Pardon, browser]
Desiderare deriva dal latino [peccato non dal greco! Il latino è la lingua dei giuristi, dei cavillatori, non dei serafici filosofi!] de-siderare; per alcuni significa, in analogia con il termine considerare, letteralmente fissare attentamente le stelle, lat. Sidera, per altri, all’opposto, pensando al prefisso de come privativo, come allontamento, de-siderare deve essere inteso come togliere lo sguardo dalle stelle per difetto di auguri.
Nell’etimo della parola è già contenuto il significato ultimo del desiderio e dunque si danno due accezioni opposte tutte vere e sullo stesso piano. [Troppo semplice considerarne una relativa all’autentico desiderio e l’altra a quello inautentico: il vero filosofo si riconosce quando tutto ciò che appare contradditorio viene tenuto insieme e i problemi vengono approfonditi e le soluzioni più semplici vengono subito scartate]
Prima accezione. Desiderare nel senso di fissare le stelle. In fondo un desiderio tira l’altro e via dicendo, perenne è l’insoddisfazione, tanto che la mira ultima del desiderante è proprio raggiungere l’irraggiungibile, l’ideale del desiderio è l’orizzonte: l’obiettivo è sempre posto oltre rispetto a ciò che ci sta davanti, è all’orizzonte, e man mano che ci si avvicina esso si allontana. Il desiderio è dunque un tendere ed è anche il pungolo che non ci lascia mai in placida contemplazione. [Fin dall’antichità il filosofo è sempre stato un po’ moralista e soprattutto sobrio. Ecco allora che di fronte ad ogni cosa smodata, come il desiderio, considererà giusto il naturale castigo inflitto a chi eccede. Proverà gusto nel narrare le sfortunate sorti di chi ha osato: il fatto che siano andate male lo ripaga della sua mancanza di coraggio e del fatto che il filosofare coincida spesso con il reprimere il desiderio, con il lambire il baccanale, accarezzarlo con il pensiero, solo per ricacciarlo a parole]
Seconda. Desiderare nel senso di distogliere lo sguardo dalle stelle. Da interpretarsi non solo nel senso che il desiderio si rivolge spesso verso ciò che sembra contrastare con il luogo in cui albergano le stelle, il cielo, dove si trovano le idee e gli angeli, cioè si rivolge verso il basso, verso la materia, verso i corpi, verso le zone vergognose, ma anche nel senso che proprio nel movimento di distoglimento da ciò che è alto, celeste, si alimenta il desiderio.
Come questa unione tra alto e basso, tra anelito alle stelle e sprofondamento negli abissi di notti senza stelle, si possa conciliare è un Mistero [messo alle strette, non potendo spiegarsi, il filosofo pretenderà atti di fede e si metterà a usare le maiuscole come arma per mettere in soggezione ogni eventuale critico che avanza richieste di chiarezza. La maiuscola è il divieto di accesso a qualsiasi critica o istanza di ulteriore ricerca. La maiuscola è un punto fermo, il segno tangilibile che per il filosofo esistono cose sacre: i suoi concetti inspiegabili, intraducibili, indeducibili, assoluti].
E se voi credete che con questo io abbia scherzato soltanto, ribadisco con tutta la serietà del mondo che su questa concezione del desiderio come de-siderare, anelito al cielo e insieme verso il basso, si fonda l’essenza stessa dell’uomo e la possibilità di qualsiasi discorso profondo sul senso della sua esistenza…

giorno n. XXV (ordito)

il ragno avanza verso il centro della sua tela, il suo prodigio. Un insieme perfetto se ci si pensa, un apparato di cattura: presente e allo stesso tempo assente, linee invisibili che irretiscono d’improvviso, come un pensiero mai pensato che s’installa ingombrante nella nostra mente, diventando ossessione, luogo di caccia e di attesa, di meccanico movimento che coinvolge però la volontà. Il ragno sa a cosa penserà la sua preda: con un misto di stupore e paura si dibatterà cercando di capire perché le sue ali si muovono a stento e come ha potuto essere intrappolata. L’orrore è palpabile in certi momenti e ci si chiede sgomenti chi possa averlo suscitato. L’invisibile cattura il visibile e lo intrappola per cibarsene, ne succhia il midollo. Chi non sa vedere le tele e le trame che ordiscono il suo destino vive tranquillo finché non ha il sentore che la realtà è una pura finzione, infima parte, semplice barlume, finché non rimane intrappolato e si rode il fegato dalla disperazione, finché non capisce che la luce che illumina il suo mondo è solo il riverbero di un riverbero…

giorno n. XXVI (foglio bianco)

bianco, senza alcun segno
il foglio dell’anima che nasce con noi
per poco si conserva candido
e piano –
subito zeppo di cancellature
e margini superati e macchie
e storti caratteri, e sbavature
e grafia nervosa,
s’ingiallisce per poi assurgere
con commovente superbia a eternità

qualche lontano discendente troverà queste righe
per caso o apposta, non so
scrivo solo per lui

(ricordo ancora le lettere tonde
che a scuola da piccolo compitavo
non indovinando ancora che quelli
erano i primi segni, privilegiati
panciuti – goffi – anch’essi con il grembiulino blu –
cerimoniosi e belli –
incerti e insieme perfetti
novelli primi passi nella scrittura)

ogni tratto, anche il più piccolo, s’ispessisce
recita la parte di ciò che dura
ogni segno è piega

è piaga

o supplica al cielo –

come uno spalancarsi delle labbra
in riso sguaiato
o in pianto
umido di perle,
le mani contratte e le cosce aperte –

l’amore panico del creato
insieme al sapore salato delle lacrime

fa andare a fondo la barca:
l’iniziale candore
di ciò che nasce per poi dover morire
non permette il galleggiamento –
solo il naufragio è il desiderato compimento
del viaggio

si salpa nascendo alla meraviglia
e si approda serbando il mistero
senza nulla aver saputo,
unica nostra consolazione è
aver riempito quel bianco foglio
per posteri che ignoriamo,
uomini come me come te in ogni tempo,
spauriti e folli per il medesimo
millenario smarrimento

[…]

giorno n. XXVIII (la mosca)

zzzzz….sbattere la testa contro l’invisibile, come una mosca, zzzzz volteggiare alla finestra cozzando sempre violentemente occhi, antenne, ali, zampe… vedere la vita trascorrere come una piana giornata primaverile, vedere le nubi passare e disegnare strane figure, arabeschi nel cielo, vedere i bambini giocare nel giardino, le ragazze accaldate e rosse in viso, i capelli raccolti, il loro collo candido esposto, la violenza dell’azzurro del cielo e essere lì immobile, un fremito senza espressione in quella stanza buia, un oscuro grumo, una macchia nera appostata, una bestia da preda sempre destinata al digiuno, attendere, attendere, e non poter mai abbandonare l’aria stantìa carica di polvere, di sporco, di cattivi pensieri… e poi passato il limite, il punto di non ritorno, intravisto un improbabile spiraglio, una via d’uscita immaginaria, cozzare, cozzare, cozzare, cozz-zzzz-zzzzare la testa contro quell’invisibile diaframma che separa dalla vita vissuta, sbattere la testa fino all’incoscienza, fino all’annientamento… zzzz zzzz zzzz

giorno n. XXIX (Adamo)

avevo in me valli ubertose
e ridda di anime in festa
quando la tua carezza ricamava in viso
il tramonto di un giorno di pace
che s’aggiungeva senza fretta ai passati.
Non sapevo di altri mondi
e l’animale tuo soffio colmava
ogni possibile cielo.

Che bisogno c’è di crescere, di sapere
di cercare? E di discernere il bene dal male?
Meglio l’esistenza del bruto
e il fiuto per le ombre
e lappare senza vergogna la bellezza
nel volto rispecchiato
di lei che è me

Che tutto fosse guastato indovinai
al primo sguardo di quel Dio
che fece cagliare il latte,
saette di cieche pupille
dai suoi occhi e rotti giocattoli
da stipare nel baule

e dover spennare i ricordi
per la vana ricerca del proprio posto
in stanze ingombre troppo
o troppo vuote

mai, dico
mai
potei immaginare allora che tu abiti nel

sempre

(in eterno mancante
e mancato
eternamente)

giorno n. XXX (cane-lupo)

sogno di un cane

mi accontento di ringhiare domande
e non mollare la presa, ma per gioco.
I tuoi comandi? la mia Legge
a cuccia fiuto l’osso
del mio futuro
e corro a più non posso
da e verso quella mano che bastona e sfama

ma sognai un giorno di avi
non più con occhi vigili per il gregge
e placidi nella ferocia ignara del tempo
leccarsi con fierezza il pelo
senza cura di casa o focolare,
reggitori di tane
e vidi i loro gialli denti affilati
come sbarre di cancelli al confine di piaceri
rudi e vividi e innocenti
seppi dell’odore del sangue
e della fame che rende bruti
e scheletrici di bellezza e di morte

davanti a loro
ero nudo e vergognoso,
sempre steso all’uscio delle porte
al margine del tepore che volevo abitare
Io, che al sapere della terra preferivo il cielo,
annusavo impudico le parti basse di Dio
per strappare una carezza
caritatevole e falsa
per una dolce schiavitù
di guaiti in feste zuccherate
nel presente degli avanzi dell’umano…

giorno n. XXXI (poeta, mio malgrado)

impiccato al silenzio
ti sei fatto poeta
tuo malgrado,
dover cantare i fiori, i tramonti, lo struggimento,
l’andare a capo prima del margine del foglio, odiavi,
a nulla di già paragonato il tuo amore
volevi avvicinare,
eppure le parole s’impiastricciavano
nel dolce del sentimento,

spregiavi la carezza del vento,
odiavi osannare la bellezza,
desideravi immaginare l’orrore come
comoda salvezza,
al calcolo avresti sacrificato
avventure e ricami,
al numero il sogno,
al segno chiaro e univoco la rima
e ti sono nati versi vaghi
salmodianti, arrugginiti
e garruli ritornelli.

E ti commuovi adesso come un vecchio
che ha smarrito il bandolo e sopravvive
ora che il tempo scivola in dispendio
e meraviglia. Non pensa
se è saggio
a ciò che ha avuto, ma spreca
gli ultimi anni, mesi, giorni
sgravato dagli artigli del quotidiano
immerso nella pace dell’attesa
noncurante
dell’ultimo soffio
che può venire di maggio
quando la fioritura stormisce
con chiasso e ferocia.

Ma lui sa che tutto si ripete
dopo il primo vagito
anche l’accidia e l’angoscia
la sofferenza sorda anche e la gioia inattesa
a nulla vale la saggezza, nessun distacco è ammesso
e lui sa che ogni affanno è vano
come pure ogni ammonimento
tanto tutto si ripete lo stesso…

E allora mi sia concesso essere poeta,
mio malgrado,
e di scrivere parole vaghe
per sfuggire al mutismo di quella vita
che non concede bis o ripasso…

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2 pensieri su “Il Diario di Hermes di Daniele Baron III° estratto

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