Vincent Van Gogh – “L’uomo e la terra”


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“autoritratto – 1887”

Vedo ovunque nella natura, ad esempio negli alberi, capacità d’espressione e, per così dire, un’anima.” 

Van Gogh

Van Gogh e la terra o più semplicemente Vincent e il mondo circostante, il post impressionismo degli ultimi, la decadenza dell’iconografia che lascia spazio all’impressionismo. Una realtà quella vangoghiana filtrata attraverso l’impressione, la sensazione che si dipana sulla tela con pennellate accese e ricche di colore.

Vincent é rinomato per il suo carattere schivo, spesso intollerante e per quella depressione profonda che fu la sua unica ed insostituibile compagna di vita. Un disagio esistenziale che lo accompagnerà fino al suicidio avvenuto all’età di 37 anni.

Quella presentata a Milano nella cornice di Palazzo Reale é una retrospettiva limitata nel numero di opere, ma con un chiaro focus: mostrare la vita rurale e contadina, vissuta dal pittore stesso, in una carrellata d’immagini illuminate solamente da un piccolo faro.

L’esposizione si apre con uno dei suoi autoritratti. Un tema questo che il pittore ripropone più volte nella sua breve esistenza, ma con significati e tonalità cromatiche sempre diverse, così come diverse sono le espressioni della sua tormentata interiorità.

Chi guarda rimane immediatamente rapito dalle immagini e dai colori tenui dei frutti della terra che si mescolano alle figure indefinite dei contadini piegati dalla fatica giornaliera nei campi, in un abbandono parziale della realtà che viene rappresentata attraverso il filtro emozionale dell’autore. Le prime opere dell’artista non possiedono ancora l’intensità e la vivacità del periodo francese, ma in esse paiono essere già evidenti le prime esagerazioni caricaturali, presenti nei dettagli del corpo e delle mani.

Una menzione a parte va rivolta agli schizzi preparatori, ai disegni a carboncino e alle lettere originali chiuse all’interno delle bacheche lignee che svelano le passioni dell’autore verso la natura rappresentata da Millet. Quegli alberi piegati della “tempesta”, sradicati e storti, che altro non sono che la rappresentazione dell’anima piegata dagli eventi della vita.

309. – L’Aia, primi di agosto 1883. Recentemente, mentre dipingevo, ho sentito risvegliarsi in me una potenza del colore più forte e diversa da quella che avevo posseduto finora. Può darsi che il nervosismo di questi giorni derivi da una specie di rivoluzione nei miei metodi di lavoro; avevo già tentato di ottenere questo cambiamento e vi avevo molto riflettuto. Ho spesso cercato di evitare la secchezza, nelle mie opere, ma finivo sempre con il ricadere nello stesso difetto, o pressappoco. Da qualche giorno una strana debolezza m’impedisce di lavorare come al solito, e si direbbe che questo mi serva, anziché impedirmi; quando, invece di studiare le articolazioni e di analizzare la struttura degli oggetti, ho lo spirito più o meno disteso e guardo le cose attraverso le ciglia, mi sembra di vederle meglio, come macchie di colore in contrasto reciproco. Sono curioso di conoscere l’evoluzione e la conclusione di questo fenomeno. Mi è capitato di stupirmi di non essere maggiormente colorista, perché il mio temperamento mi porta a esserlo: finora, però, il mio senso dei colori non si è ancora sviluppato. Ripeto, sono curioso di conoscerne la conclusione. In ogni caso, vedo chiaramente che i miei ultimi studi sono diversi dagli altri. … Vivo dunque come un ignorante, il quale sa con certezza una cosa sola: in pochi anni devo assolutamente terminare un determinato lavoro. Non è necessario che mi affretti tanto, perché non servirebbe a nulla: devo seguitare a lavorare con calma e serenità, il più regolarmente e ardentemente possibile. Il mondo non m’interessa se non per il fatto che ho un debito verso di esso, e anche il dovere, dato che mi ci sono aggirato per trent’anni, di lasciargli come segno di gratitudine alcuni ricordi sotto forma di disegni o di quadri, non eseguiti per compiacere a questa o a quella tendenza, ma per esprimere un sentimento umano sincero.”

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“Contadina spala letame in un campo innevato – 1883”

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“Contadine che raccolgono patate – 1885”

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“Il seminatore – 1888”

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“Veduta di Arles – 1888”

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“Paesaggio con covoni e luna che sorge – 1889”

429. – Nuenen, ottobre 1885.

In questo preciso momento la mia tavolozza è in fase di disgelo, la sterilità degli inizi è finita. Mi capita ancora, e spesso, di cozzare la testa contro i muri quando incomincio qualcosa, ma i colori seguono quasi da se stessi; e prendendo un colore come punto di partenza, ciò che ne deriva, e come mettervi vita, mi si presenta chiaramente allo spirito. … I veri pittori sono quelli che non fanno il colore locale: è quanto dicevano un giorno Blanc e Delacroix. Da questo non posso forse chiaramente dedurre che un pittore fa bene se parte dai colori che sono sulla sua tavolozza, invece di partire da quelli della natura? Voglio dire che quando, per esempio, si deve dipingere una testa e si guarda attentamente la natura che si ha davanti, si ha il diritto di pensare: questa testa è un’armonia in rosso bruno, violetto, giallo, ma tutto è spezzato. Io metto dunque sulla mia tavolozza un violetto, un giallo e un rosso bruno, e li spezzo gli uni con gli altri. Della natura conservo una certa sequenza, una certa esattezza per quanto concerne il posto dei colori, e la studio per non commettere sciocchezze, per restare ragionevole; ma che il mio colore sia alla lettera esattamente fedele, questo conta meno per me, purché sulla mia tela appaia bello come nella vita. … Supponiamo che io debba dipingere un paesaggio autunnale, degli alberi con foglie gialle. Bene. Che differenza fa se lo concepisco come una sinfonia in giallo, e che il mio giallo fondamentale sia o no il giallo delle foglie? Ciò aggiunge o toglie ben poco: molto dipende, e direi anzi che tutto dipende, dal sentimento che provo dell’infinita varietà di toni di un’unica famiglia.”

La seconda fase della sua produzione artistica, quella francese avvicina Vincent ad un nuovo studio sulle tonalità dei colori. L’ocra lascia il posto ad un’esplosione di giallo, una tinta calda e vitale, un inno a quella speranza che é sempre mancata nella vita dell’artista e che ritroveremo in molti dei capolavori successivi, fino all’arrivo dell’opera conclusiva il “Campo di grano con volo di corvi”.

E’ bello chiudere questa piccola digressione nel fiammingo animo di Van Gogh con una sua frase:

Non bisogna giudicare il buon Dio da questo mondo, perché è uno schizzo venuto male. Con amore, forse, Vincent.

Christian Humouda

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