La “sottomissione” distopica di Michel Houellebecq


sottomissione

Spesso l’umiltà non è altro che una finta sottomissione di cui ci si serve per sottomettere gli altri”

François de la Rochefoucauld

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 E’ impossibile avvicinarsi alla lettura del romanzo “Sottomissione”, senza ripensare ai tragici fatti accaduti nella redazione di Charlie Ebdo. Il martirio fisico, ma non creativo di un gruppo di eroi che hanno per anni dedicato la loro vita a dissacrare, senza timori o paure quelle che erano le ferite scoperte della società mondiale.

In questo clima di unitaria condanna, esce il testo profetico e futurista di un grande autore, che vede la Francia del 2022 governata da una dittatura musulmana. Il titolo è un parziale rimando alla parola Islām: sottomissione, abbandono, consegna totale a Dio, dimenticando totalmente il termine “salām” – “pace” a cui é strettamente correlato.

La Francia vista da Houellebecq in questo romanzo vede come protagonista Hollande che ormai al termine del suo secondo mandato, viene definitivamente spodestato da Ben Abbess leader del partito Fraternité Musulmane che prende l’Eliseo con la maggioranza dei voti. Di contro la storia viene però narrata attraverso gli occhi di Jacque, un professore quarantenne ossessionato dalla figura di Huysman, (personaggio che verrà riproposto più volte all’interno del romanzo come un mantra immaginario).

La struttura dell’opera raccoglie idealmente l’organizzazione monadica del racconto “Una cosa, piccola, ma buona”. In entrambi i componimenti infatti, i personaggi sono due entità chiuse all’interno di uno spazio; poco importa se fisico o etereo. Il panettiere creato da Carver passa la sua vita all’interno delle mura polverose del proprio panificio, lontano dagli accadimenti del mondo circostante, mentre in Sottomissione Jacque, professore snob e donnaiolo, rivolge la sua attenzione solamente verso se stesso, lasciando sullo sfondo una società occidentale già sottomessa alla noia e all’indifferenza verso il prossimo. La conversione del mondo circostante, i continui rimandi a Huysman come ultimo baluardo di cristianità in un deserto di noia altro non sono che un nuovo, lento, lavaggio del cervello in cui nulla si crea, ma semplicemente cambia nome.

Una nuova carta del territorio, in cui non si trovano più vittime pubbliche da offrire ad altrettanti privati carnefici, quanto più le rovine di una Repubblica semipresidenziale di sinistra che governa un popolo unanimamente spinto verso destra.

Una società dei valori ormai corrosa alle fondamenta, un’ellisse che porta ad un rinnovamento storto verso una nuova quanto vecchia dittatura liberale, in cui potersi nuovamente sottomettere senza rimpianti o domande, in un più ampio micro cosmo mondiale in cui tutti sono “a ragione” Charlie, finché non si tratta di guardare nelle banlieue.

Pertanto la visione distopica e futurista di Houellebech non riesce ad avvicinarsi all’eco del presunto orgoglio che si tramuta in rabbia, ma lascia solamente spazio e voce all’umanità dell’uomo; quella che prega ogni domenica e dimentica la pietas, che combatte per ricevere insegnamenti superiori ma sviluppa senza freno la dicotomia: Io/Dio. 

Che cosa resta dunque al termine della lettura?

Nulla più di un grande senso di abbandono e di asservimento verso uno stato di cose che pare non poter cambiare, come il Dio etereo ed incorporeo che forse ha generato o forse no, la “Monade delle Monadi” a cui tutti si sottomettono, dimenticando che l’unica parola proferita nei testi sacri e mai perfettamente compresa é la sottomissione ultima dell’uomo, all’amore.

Christian Humouda

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