The Counselor, Shining, Harry Potter: ovvero perché gli scrittori dovrebbero stare ben lontani dal cinema (e lasciar fare a quelli che ne sanno di più)


Si parla sempre più spesso di film tratti da libri, tanto che ormai il connubio cinema/letteratura sembra diventato una realtà indiscutibile, quasi la norma; è, ormai, quasi più normale vedere un film tratto da un libro che un film originale tratto soltanto dalla fantasia dello sceneggiatore.

Ma questo connubio, che spesso si rivela una grande risorsa, ha anche molti aspetti negativi: ad esempio, il pubblico tende spesso a vedere solo il film senza leggere il libro, tralasciando quello che la versione letteraria di una storia potrebbe dare a livello di emozioni e sviluppo della creatività.
Un’altra cosa che il connubio cinema/letteratura fa è contribuire, giorno dopo giorno e film dopo film, a confondere i ruoli dello scrittore, narratore letterario, e dello sceneggiatore/regista, narratori cinematografici (con mezzi diversi); si tende a confonderli, mischiandoli insieme in un gran pastone di narratori, senza rendersi conto delle grandi differenze che intercorrono fra la narrazione cinematografica e quella letteraria, con conseguenze più o meno disastrose.

L’esempio migliore per definire il “disastro” di cui sto parlando è l’imbarazzante film del 2013 “The Counselor – Il Procuratore”. Sulla carta era tutto perfetto: regia di Ridley Scott, un cast di stelle del calibro di Javier Bardem, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Michael Fassbender, Brad Pitt, Bruno Ganz e – udite udite – uno scrittore del calibro di Cormac McCarthy alla sceneggiatura. Cormac McCarthy, insomma! Non stiamo parlando di uno scrittore qualunque ma dell’autore di Meridiano di Sangue, di Non è un paese per vecchi, ma sopratutto del bellissimo The Road, vincitore del premio Pulitzer. Con delle premesse così, uno come minimo si aspetta il capolavoro del millennio. Poi va al cinema, vede il film, e gli viene voglia di compiere atti di vandalismo in sala. “The Counselor” è un film di una bruttezza così palese, e narrato così male, da vergognarsi di averlo visto. L’unica cosa che si salva, e si salva appena, è la bella prova d’attrice di Cameron Diaz. E il fatto che con queste premesse si salvi solo Cameron Diaz la dice lunga su tutto il resto.

Il motivo del totale fallimento del film è uno, e uno solo: Cormac McCarthy è un romanziere, non uno sceneggiatore; e dopo “The Counselor”, il bisogno di mettere dei paletti fra il ruolo del narratore letterario e quello del narratore cinematografico si fa più forte che mai.

Un altro esempio di scrittori che dovrebbero starsene bene alla larga dagli ambienti cinematografici è il “disastro” perpetrato da J.K. Rowling nell’adattamento dei suoi stessi romanzi della saga di “Harry Potter”. Nel cedere i diritti cinematografici, la Rowling pretese che venissero ingaggiati solo autori britannici (cosa di cui, francamente, possiamo ringraziarla); ma, con il tempo, finì anche con l’imporre ai produttori David Yates come regista, trattandosi di quello con cui si trovava meglio ed essendo quello che, a detta sua, rispettava di più le sue idee. David Yates, per questo, ha diretto gli ultimi quattro film della saga di Harry Potter: “L’ordine della fenice”, “Il principe mezzosangue” e le due parti de “I doni della morte”. Film di una pochezza imbarazzante rispetto al loro potenziale, così brutti e poveri rispetto ai libri, e con una regia così misera, che ci si chiede se non fosse meglio dire alla Rowling di farsi un attimo gli affari suoi e di lasciare i ferri del mestiere a qualcuno che fosse più competente, anche a costo di stravolgere un pochino la storia.

Non a caso, fra i film tratti dai suoi libri, quello cinematograficamente più valido è il terzo, “Il prigioniero di Azkaban” diretto da Alfonso Cuaròn; film che, però, è anche quello che ha stravolto di più la storia del romanzo da cui è tratto.

Il problema è, appunto, questo: un film deve per forza essere la “copia” del libro? Non si può perdonare al regista o allo sceneggiatore qualche aggiunta o taglio creativo che possa adattarsi allo schermo e al lettore il piacere di leggere la storia?

In questo caso penso sopratutto all’eclatante caso di “Shining” di Stephen King, da cui Stanley Kubrick trasse un bellissimo film. Il film, del libro, ha preso solo lo “scheletro” principale (l’Overlook Hotel, la famiglia Torrance, il Male che vive nell’albergo) lasciando dietro di sé interi pezzi di storia; ma, al tempo stesso, creando un capolavoro d’arte visiva difficilmente replicabile. Nonostante questo, Stephen King se ne lamentò molto con il regista e anche pubblicamente. Negli anni ’90 lo stesso King scrisse la sceneggiatura di una miniserie televisiva di tre puntate, ognuna della durata di circa un’ora, in cui raccontare la “vera” storia dell’Overlook Hotel. Nonostante King ne sia l’autore la miniserie è scritta in una maniera davvero brutta ed è brutto da vedere – anche senza paragonarlo a Kubrick; è, semplicemente, brutto e noioso. Perché King, appunto, è un gran romanziere e sa scrivere benissimo su carta. Ma, quando la carta deve prendere vita sullo schermo, bisogna affidarsi a chi è familiare con quel tipo di linguaggio.

Non basta saper scrivere per scrivere ogni forma narrativa; e non basta essere autore di una storia per credersi i più bravi a raccontarla in ogni salsa.

Un esempio “contrario”, invece, almeno fra quelli più lampanti, è quello di Stephen Chbosky, autore del fortunato romanzo “Ragazzo da parete”. Chbosky a scritto la sceneggiatura e diretto il film tratto dal suo stesso libro, conosciuto in Italia con il titolo “Noi siamo infinito”, coprendo quindi in maniera encomiabile sia il ruolo di narratore letterario che di sceneggiatore e regista. Un caso più unico che raro. Sia nel caso che del libro che del film parliamo di una storia solida e ben narrata; ma quello di Chbosky è un caso-limite, di cui raramente potremmo sentir parlare. Una bella eccezione che, però, conferma la regola: ognuno deve seguire il proprio ruolo, e rispettare quello degli altri, senza pestarsi i piedi a vicenda.

Daniela Montella

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Un pensiero su “The Counselor, Shining, Harry Potter: ovvero perché gli scrittori dovrebbero stare ben lontani dal cinema (e lasciar fare a quelli che ne sanno di più)

  1. La commistione di generi diversi spesso ha cadute che ci fanno male. Abbiamo palpato, vissuto un libro e poi ne rimaniamo delusi dall’interpretazione cinematografica. Il problema però non lo attribuirei alla confusione di ruoli auspicando che ciascuno faccia il suo. I ruoli li attribuiamo noi come fruitori nel momento in cui uno scrittore si distingue per apprezzamento più con una modalità di narrazione che con un’altra. Credo allora si possa osservare questi “disastri” semplicemente alla luce di esperimenti mal riusciti (in cui le logiche di botteghino incidono per la maggior parte) nel tentativo di dare forma differente alle proprie idee, passioni, affezioni.
    Sui film che nuocciono al libro non sono completamente d’accordo. Ammetto che dopo aver visto The Counselor ho dato la precedenza ad altro ma l’avrei data comunque, forse, non era in lista d’attesa, anzi, la curiosità di andare oltre resta. Poi, col senno di poi… Credo che l’unico e grande problema di queste trasposizioni cinematografiche non stia tanto nell’abilità di questo o quell’artista in un settore o in un altro ma dalla pretesa di raggiungere il più vasto pubblico possibile, la pretesa di essere universale, cosa che affascina ogni autore. Ciò porta a ragionare inevitabilmente sui numeri e sulla media e a esserne condizionati. C’è da dire inoltre che un film non è solo sceneggiatura, regia, attori… sono tante le variabili in gioco. Chi si ricorda la storia di Guerre Stellari e George Lucas durata 10 anni?

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