A’ la belle ivresse – Luca Salvatore (Sonia Lambertini)


È ancora tempo per le romanticherie? È ancora cantata la Musa? Poetare: problema per artisti, problema di tutti.

Sicelides Musae, paulo majora canamus.
(VIRGILIO.)

Mia distratta-musa,
oggi ti faccio frasi, ti canto l’ode sospesa e lenta di vecchie cere sbiancate e pezze stanche, di storioni che annaspano e serventi stonati, ma non ti porgo sentite scuse e distinti saluti, oggi non ho… cuore gentile, non faccio come i gatti, ma ti dico alla vecchia maniera, senza garbo né grazia, di bell’ebbrezze e notti irrimediabili che ancora non sei riuscita a smaltire.
Ora vieni come sei e blandisci, smani di sapere dove sono nel tal poeta da leggere ivresses d’antan, «sozze bende d’ospedale»[1]… il miserrimo, insuperbito afflato, i presagi di morte annunciata? Ora riemergi da tenebre cimmerie e sprofondi, e comodamente seduta senti bave sottili alla bocca, oggi senti un certo «non so che di flebile e soave»[2] ch’al cor ti scende e ti ravviva l’anima? Ho saputo (dalle malelingue) che il tuo passatempo preferito, come un vizio, è tornato: cerchi tra bandi feroci e in bauli pieni di gente, qualche morto astro nascente, lunologo eminentissimo e cannibale celeste. Ti hanno rivista, sul tuo beato scranno e azzimata alla menade, presiedere, con l’aristocratica nonchalance e la dura impassibilità non priva di scherno fin-de-siècle che ti s’addicono tanto, ad ogni bassofondo felice, festino, vernissage e banchetto.


Oggi che pane e vino non sfamano la sera, ma bastano appena a rifargli la bocca, al poeta che incalliva nel vizio e si riempiva di tutto, che ha dimenticato ogni Ave, riso folle e saldo precordo, ogni scala difettiva ed accordo, che non corre piú l’alea e non rema piú nessuna galera, che non vede piú Ulissi a vapore, appena dietro la curva del Sole, far cerchi perfetti nell’aria, ti dico io, quanta vita ha perso a fare quello che ha fatto, dell’arte d’arrangiare una piú fiera vita, del cader-con-grazia, e quanto piú duro sia il mestiere di vivere dello stare sbracàti e in ammollo in colonie penali di stenti, e sbavar-su-niente. Su quali banchi è stata liquidata tutta la poesia? Ducassianamente, ti dico, che il poeta e le sue sacre effigie, il suo palpebrale incupirsi, la sua radianza aurorale, il suo finire sempre ai piedi d’una qualche mattana, implorando sacco e cenere (e posar da redenti), la dipartita funesta (e sembrar piú dannati) e la solitudine troppo rumorosa (e ritrovarsi assediati in qualche Coney Island della mente) – che à cors, à cris, à pleine voix, vuole sempre si sappia che ha perseguito il gusto, il tosco ferale meno osservato, e poi elargito a iniziati della “Setta della Lacrima Scritta”, spettatori incantati e followers, perché i natanti sanno che ogni rapido fiotto è, nicianamente, «a volte un esercizio di vita integrale a volte tutta l’integralità superata», ma sempre secondo il frullo del momento, la visione senz’organo, il getto –, se adesso dicessero della vita altra chissà dove, di mondi a venire assolutamente sospetti, come questo nostro, o che basterebbe andare nei Mari del Sud, piú «su di stagni e valli, | di monti e boschi, di nuvole e mari, | oltre l’etere e il sole, oltre i confini | delle sfere celesti»[3] o n’importe où, e là quanta parte di eternità ritrovare, farebbe rimbaudianamente e cavallerescamente ridere. È un tale sperpero di luce, un poeta!… – chi pagherà mai le sue bollette? –, e illuminati a tratti non si può essere, a meno che non si sia il diable Rimbo o il pauvre Lelian dall’infundibulum [buco di culo] svasato, non si abbia un «chiostro bizzarro» [4] nella punta estrema della Kamčatka, “dove si prendono oppio e mille droghe abominevoli in tazze di porcellana finissima”, o ciglia vibratili e durissimi carapaci. Oggi, ogni Pratica Scritta (in ossequio, non mi scappello, e non la chiamo poesia: i morti – è detto, – vanno lasciati in pace, e rievocati solo nel giorno di Festa assegnato[5]), se non è salivale e labiale, icasticamente compiuta, non appare come Gesto (meglio se nuda), se non è mania ripresentante del proprio Io spetazzante, e non è tutta luce, non serve a un bel niente: è nient’altro che pseudologia, fatuo esibizionismo e semplice vanagloria. È il momento di reagire, affaccendarsi in altre miserie, sbandierare lo stile e l’ornato e piú sommi princìpi, scoronare iati stanchi e avemmarie? Ma guardatevi attorno: solo ombre portate future e larve indistinte, estasi sublimi, sperticati e-cosí-sia, mediocrità soddisfatta e libri pubblicati come nei resorts e alle terme: a pagamento, a un tanto la riga. Questo tempo esige un raspare di voci continuo, generali smentite, risoluti voltafaccia, fratture scomposte, tutte, esibite: questo tempo vuole caduti. E il poeta, come i troppi, vive ancora d’attese, di “ritorni a casa”, fa bei castelli per aria, è vagheggino (sogna ancora Belles-de-nuit sans merci e orgìe nella torre piú alta) e démodé, si perde in chiacchiere da spranzón[6], tresche felici e Lontananze, non si sporca le mani e disprezza quelle tenui speranze mortali, ahimè realizzabili, che potrebbero indurlo nella repellente condizione d’utilità laboriosa. Oggi la parola, come ogni pratica convenzionale, deve produrre effetti sorprendenti, figurazioni immani e distonie, “vedere” sotto pelle e vestiti quale senso o maggior principio sia degno d’esser versato e spartito, situare i fatti odierni nella maniera piú singolare possibile, ed essere capace di piú forti sentimenti; deve a un tempo saper divellere recinti, farsi sacra, e trovare il punto esatto dove piantare il chiodo: in una parola, è coazione a ripetere – come un ‘allegro’ Calvino disse un giorno a Pavese –; insomma è fisiologicamente insopportabile. Un tempo era un’unità fisica precisa: ciò che si può dire in un respiro; oggi: solo apici e sospiri, in tweet, post e pubbliche ammissioni di fede in bacheche, versi andati accapo, che sfogano (ma sempre durante interminabili code ed attese e tempi morti) rabbie represse e energie pure inespresse, e dissimulano inesausti inferni per lo piú rimasti allo stato larvale e latente.
Mia sdentata-musa, ora che sapore hanno le rimasticature? Chi ti fa bei cappi intorno al collo? Uccidi, e poi conforti la perduta gente? Non sono piú male stamberghe di latte le notti, non brilla piú il cristallo del bicchiere, non gemmano piú gamme stigie? Ora che hai ritrovato gusti attillati, piú seri mezzi, sprezzi tutto “da rilevante altezza” e trovi che tutto sia come fredda fluorescenza senza litio, ora che non temi piú vuoti d’aria slabbrati e improvvisi, abiure, manne indigeste e sciagure e che sei tutta inondata di luce, dimmi, t’è ancora amaro il bere o gratti il barile di fondi di vino cosí simile a sangue che quasi potresti fingere piaghe ancora severe alle mani? Ora che segui la corrente e fluttui ebbra in chiare e dolci acque, non soffri mal di mare e psicosi, che la corsa è di nuovo pagata, che te ne fotte della perduta retta o dirotta via, della tanto biascicata poesia?
Mia o-chi-tu-sia, oggi c’è il Sole, e non servono sacchi di crine, sogni di canfora elegiaca, oggi non mi martella in testa quel breve stridio d’insetti, il belare di parole già consegnate alla sicura chiostra dei denti, non fingo primavere nere e mesti sudarî e non mi sento neanche «fatto di tempo»[7].
Oggi che i sentieri vanno errando, che ho smesso di riconoscere nomi e non incrocio arte, filosofia, religione, letterature possibili, psicoanalisi e verità impassibili, opportunismo liberale, scienze, algebre pure dei nessi, spiritualità anodine e bla bla bla, che l’Arte non è quest’annosa faccenda!, e non brancolo tra un oscuro nadir e la pagina bianca, porto solo a spasso un poco la fame, la sete e soverchi ricordi quando con gli amici si stava, si ammazzava il tempo e si beveva piano la vita; oggi mi basta quest’errare a cazzo e questo vento di aprile che m’ingentilisce pelle e vestiti e mi concilia la vita.
Oggi credo alla «cruda, incontaminata, immotivata gentilezza»[8] – quell’«arte di vivere vite» era, in fondo, poco immodesta –, e non cedo a “ragionate sregolatezze”, viatiche cialtronerie o a nessuna presa inconfutabile dei reconditi; oggi non muoio di cronica orfanezza, e sono felice: migratoria non è la via che conduce alla pieve.
Mia Musa-incantatrice, c’est fini, c’est fini de mourir [9]. Ridiamoci su.

30 aprile 2014

«Ciò che è fissato nero su bianco s’è liberato dalla contingenza della propria origine e del proprio autore e s’apre a uno stadio piú freddo che non conosce remore e smentite.»

1 Cfr. LAUTRÉAMONT, Les Chants de Maldoror, II, 8: «Non trovando quel che cercavo, levai il mio occhio attonito piú in alto, piú in alto ancora, finché scorsi un soglio, di merda lordo e d’oro, sul quale troneggiava, con orgoglio idiota, il corpo ravvolto in un sudario ricavato con sozze bende d’ospedale, chi mena vanto d’essere il Creatore!» [trad. it. I Canti di Maldoror, Milano, 2011, pp. 147-49].
2 T. TASSO, Gerusalemme liberata, XII.
3 Cfr. la prima quartina di Élévation [trad. it. di G. Raboni, I fiori del male, in CH. BAUDELAIRE, Opere, Milano, 19994, p. 31].
4 Cfr. CH.-A. SAINTE-BEUVE, Nouveaux Lundis, Michel Lévy Frères, Paris 18703, vol. I, pp. 400-2.
5 La Giornata Mondiale della Poesia è stata istituita dalla trentesima sessione della Conferenza Generale Unesco nel 1999 e celebrata per la prima volta il 21 marzo seguente.
6 Lo spranzón è termine dialettale per “speranzone” (= “fannullone”, “pigrone”). Lo speranzone non è un Candido, che crede nel migliore dei mondi possibili, ha cura nel vestire, filosofeggia e nel tressette è figlio di Chitarrella.
7 «Tu sei fatto di tempo, di incessante | tempo. Sei ogni solitario istante.» (Borges, all’apice della sciagura).
8 D. F. WALLACE, Infinite Jest (1996), trad. di E. Nesi con la collaborazione di A. Villoresi e G. Giua, Torino, 20069, p. 243.
9 T. CORBIÈRE, Les Amours jaunes (1873), «Un jeune qui s’en va»: «Et ris! – C’est fini de mourir» (v. 20).

di Luca Salvatore

luca salvatore

Luca Salvatore (Potenza, 1978) è poeta d’à-peu-près, essayeur e traduttore letterario freelance. Nel 2003 esordisce nella writing-section di «Private», International Review of Photographs, con Rosemary Chicken Linguine.
Già redatti al nero: fumisteria ermeneutica (Novi Ligure, 2006, opera finalista al Premio Camaiore, e adattata per il teatro nel 2006 e 2008) e deadcityradio (Milano, 2008, con una nota di Gian Ruggero Manzoni, opera finalista al Premio Montano).
Nella veste di traduttore ha curato l’edizione (parziale) delle Amours jaunes di Tristan Corbière (Milano, 2008); Il Sole e il Tartaro. La visione mitica del mondo nella Grecia arcaica di Alain Ballabriga (Vicenza, 2010); Les Chants de Maldoror di Isidore-Lucien Ducasse, comte de Lautréamont (Milano, 2012, Premio Monselice per la traduzione letteraria 2012) e Dioniso. Storia del culto di Bacco di Henri Jeanmaire (Vicenza, 2012).
Attualmente è impegnato nella cura e re-interpetazione della prima edizione critica delle Amours jaunes (in uscita nel 2015), nello studio sulla vita dei “poètes maudits”, Mal-visti mal-detti, nella sua terza “tarsìa”, et ce fut toujours vidange pour ange, e in un tête-à-tête serrato con l’Antonin Artaud ritornato a Parigi dopo il lungo soggiorno a Rodez.
Collabora alla rivista «Ali» diretta da Gian Ruggero Manzoni, è redattore delle edizioni del Foglio Clandestino e dell’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria, «il Foglio clandestino» di Gilberto Gavioli e, dal giugno 2014, è curatore della rubriche «Mal visti, mal detti», «Pazzi d’Artaud» e «word_virus», su «Satisfiction», diretta da Paolo Melissi.

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