Filastrocca dei sogni perduti


Sono qui, in questo limbo indefinito
né per morti né vivi allestito.

Non ci sono tombe, né terre, limiti o esiliati;
sono fra i sogni perduti e dimenticati,
quelli che corrono fra gli uomini giacenti;
si affacciano ai dormienti
e li abbracciano fra mille strade puntute
di indefinite avventure cosmiche e astute
che vivono arrancando nel sonno
e dimenticano quando alla veglia fan ritorno.

Sono idee impazzite che volano beate
in attesa di venir ricordate;
e aspettano, pazienti per via,
che a qualche uomo sovvenga la lor bizzarria
perché si svegli e dica, a voce alta,
tornati nel corpo: che stran sogno alla ribalta!

Vi siete mai svegliati, e risposta pretendo,
con la sensazione di star cadendo?

Quello è un sogno che vedo spesso,
si diverte tantissimo, ma è un po’ fesso,
gli piace di quando in quando spaventar le persone;
non è cattivo, esagera in quanto burlone…
è che gli fa troppo ridere, vedere là in alto,
le facce di chi si sveglia di soprassalto!

Oppure, avete mai sognato
grandi laghi, fiumi straripanti,
mari infiniti e onde giganti?

Quello è il sogno d’acqua, tutto bagnato,
che è invero un gran sbadato;
si affretta, chiede scusa, urta tutti,
l’acqua finisce nei sogni altrui e li invade di flutti;
improvvisamente, mentre qualche malandato
sogna il deserto, piove: vi è mai capitato?
È colpa sua, di quel frettoloso sbadato!

Ci sono i sogni cattivi dove gli amanti non son più vivi,
o sogni di bambini che cavalcano tombini
su sfavillanti arcobaleni, e s’impennano fra i licheni;
o ancora sogni misteriosi, o nefasti o rancorosi;
sogni con sassi canterini dove i nonni starnutiscono cerini.

Poi ci sono io, il sogno d’amore,
che vi tormento a tutte le ore col mio languido torpore,
facendovi  agitare in un tumultuoso batticuore
che, in verità, non sa far rumore;
perché il sogno in realtà è silenzio,
sedotto dal pensiero e infiammato dall’assenzio.

 

Daniela Montella

Ph. Ezo Renier
https://www.facebook.com/ezo.renier

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Terry May – Storie di quadri e parole (Sonia Lambertini)


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“Ho messo cornice e vetro a un’opera su carta, tra il foglio e il cartone del retro ho inserito un’altra opera oltre quella visibile. Ho utilizzato lo stesso principio delle sorprese. A questo modo “dentro” l’opera, c’è un’altra opera ma invisibile. E’ una figata fare le cose così, i quadri. Uno se ne compra uno e toh!, se comincia a smucinare o per quei casi fortuiti in cui il vetro si rompe e bisogna cambiarlo, eh! ecco la sorpresa e se ne trova all’improvviso due di opere. Penso che sia anche lo stesso principio delle cose belle e inaspettate. Non c’è una regola però. Penso che farò parecchi quadri a sorpresa. E’ lo stesso principio delle cose clandestine anche. Nascoste dentro. Il principio del contrabbando anche. E come principio ci sta tutto in questo clima di stupidità imperante. Cosa si nasconde? bella domanda! Si nasconde la refurtiva, i bottini, la droga, cose materiali di questo genere, oppure si tende a nascondere ciò che non è approvato dall’andamento della “cultura generale”. In quei casi lì, e in ogni caso, ho niente da nascondere. Allora? quale è il significato? Penso sia proprio nell’insieme delle cose, aumentarne la potenza. Stesso principio delle Matrioske. Stesso principio dell’avere il contenuto. Come l’anima, non si vede, ma c’è ed è roba di contrabbando.”

di Terry May

*

Vivo a Ferrara. Mi piace. Amo Ferrara e le sono grata. Alcuni giorni è come stare in una scatoletta di Manzotin, o in una di quelle scatole di latta. Dipende dall’atmosfera che c’è. Molto dipende dal cielo. Il cielo sopra Ferrara è color scatola di latta, visto da dentro. Ci si sente come carne, come un prodotto della natura manomesso, conservato nel tempo per essere consumato. E a pensare alla scadenza viene la tristezza. La città è cinta da mura, come se le stesse contribuissero a tenere il cielo fermo in quel colore di landa, landa desolata. Molti giorni la tristezza è come un tram e non si chiama desiderio neppure, si chiama forse malinconia, e gira e gira come un tram per tutta Ferrara, fino a dove arriva il suo cielo color landa. In questa scatoletta di mondo viene così voglia di essere a colori, andare in cerca del sole, averne notizie, chiedere perché se ne è andato e torna di tanto in tanto per poi scappare di nuovo. Certe cose forse non gli garbano al sole, a vedersele proprio lui alla sua luce, alla luce del sole e così nisba. Via! E allora mi viene voglia di altra luce, comunque, seppur artificiale ma che sia luce e ci si possano vedere le cose e la bellezza di una landa e del vivere qui. Chi se ne frega del sole e dei suoi motivi di allontanamento da Ferrara. Ferrara è bella di malinconia. Ha lo Spleen. Lo Spleen è un contagio, e mi muove e mi muovo con la pittura: tutto quel che ne viene mi è dato da questa landa in cui vivo. Molte altre città del Nord il sole se lo sognano di notte, ma il sole di notte non viene. Allora la notte, la notte che è dell’oscurità e dei tempi, la notte io lo simulo. Sta in una piccola lampadina. Studiosi del dormire hanno scoperto che fa male questo mio piccolo sole di notte e che la notte ha da essere scura e buia. Forse si, ma se spegnessi la luce spegnerei questo piccolo sole di notte che m’illumina il tempo, e spegnerei lo Spleen e la voglia e la gioia di vivere.

http://www.saatchiart.com/terrymay

https://www.facebook.com/terrymayhomegallery

Otto poesie di Pier Francesco De Iulio


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Sono nato a Roma, dove attualmente vivo e lavoro.
Laureato in Lettere presso l’Università di Roma “La Sapienza”, attualmente mi occupo di comunicazione e progetti di formazione aziendale. Dirigo il magazine on-line Megachip.info. Sono tra i fondatori del canale di informazione indipendente sul web PandoraTV. Ho sempre unito la mia “vocazione” umanistica con un’anima “tecnica”, che mi deriva dallo svolgere il mio lavoro principale per una grande società d’informatica. Ho due figli, Flavio e Beatrice, ovviamente bellissimi. Non rispondo a chi mi chiede se ho letto tutti i libri che possiedo. Per alcuni anni ho provato a diventare vegetariano con alterne fortune ma ora ho smesso. Sono un inedito poeta.

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Omaggio a Carlo Alberto Simonetti di Doris Emilia Bragagnini


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Il diciotto gennaio dopo un lungo periodo di malattia, ci ha lasciato Carlo Alberto Simonetti, scrittore e poeta ternano, noto e apprezzato nella sua città così come nei circuiti letterari che frequentava, anche in rete. Classe 1943, se ne va con lui, oltre che un caro amico dalla dirompente personalità e carica umana, un intellettuale, uno scrittore, un prezioso poeta che ha saputo declinare la sua creatività artistica in svariate soluzioni, come la regia, la sceneggiatura, la recitazione. Negli anni settanta uscì con “Terra raggruma sepolcri luce” e “Il pugno nero del cielo”, sillogi poetiche improntate dalla letteratura beatnik. Sempre in quegli anni partecipò e convogliò la rabbia, la fantasia e le nuove attese di giovani poeti ternani nell’antologia “Brani dai viaggi sul Nera”. Fondò con Marcello Ricci una delle prime emittenti private, Radio Evelyn, facendo scuola con la rubrica “Mantide religiosa”, dove puntualizzava con caustica e divertente ironia i difetti della classe politica locale, sollevando non pochi vespai sotterranei. Negli anni ottanta, spinto da un forte moto interiore si dedicò allo studio e alla meditazione di temi teologici e filosofici e più in là, proseguendo ancora, si dedicò al teatro collaborando a diversi spettacoli del Progetto Mandela contro razzismo e intolleranza. Del 2002 è “Lo scrigno, i bagliori, le cose “ opera in versi, e poi “Pensieri con gli occhi” 2005, “Racconti a quadretti” 2006, ” Vicoli ciechi e Usci” 2008 (ed. Thyrus). Aveva pronto un romanzo autobiografico, altre raccolte e alcune favole, opere ancora inedite e straordinarie. La Parola chiamava forte e per nome Carlo Alberto Simonetti, che non riusciva a non “risponderle”:

La parola?!
Penso sia la vita stessa, in qualche modo.
Minuscola forse.
Non so più immaginare alcunché se non immergendomi nella dinamica,
tra un confine e l’altro del suo universo.
I suoi confini sgorgarono con l’aurora del tempo in prossimità del principio,
prima, molto prima che le immagini prendessero a sciogliere il proprio corpo
in trame di gocciole sonore!

Ed ecco l’eco immediatamente delineante della caratteristica dell’autore, capace di avvolgere in un’aura poetica, di potente malìa, la personale capacità descrittiva. Tutto il suo modo di “sgarrare” le trame abituali dei tessuti espositivi, come lui stesso riconosceva. Ambientazione e poesia confluite in un unico corpo, sapiente fusione tra imbastitura del mezzo comunicativo e prezioso ricamo dell’anima. Viaggi che Carlo Alberto Simonetti percorreva alla ricerca dell’origine del proprio modo di essere, del nòcciolo della propria insopprimibile ansia di vivere, nell’impossibilità della propria natura a far coincidere l’interiorizzazione soggettiva dei significati con la rilevanza oggettiva degli stessi. Uno sguardo al sé difficile da gestire, dovuto al modo di percepire sublimante a oltranza, impraticabile conciliazione con un contorno fatto di realtà molto più semplici. Sguardo capace di tenerezza matura nell’analisi di un percorso vissuto alla ricerca di un anello di congiunzione tra l’incontrovertibile essenza di poeta e la dimensione umana calata in un – ordinario – avvertito come necessario all’identificazione in un connettivo dove tutti gli affetti e le disposizioni sociali abbiano gravitato, mediante l’inquietudine di un sentire dalla profonda sensibilità introspettiva, capace di sondare oltre che la propria specifica “composizione individuale”, gli angoli bui e riottosi di un’intera generazione come periodi di sostanziali cambiamenti storici e culturali. Di lui scrivevo pochi anni fa:

“Tentare di descrivere la poesia di Simonetti. In quale modo riuscire a collocarlo, identificarlo, nel tentativo di predisporre o forse addirittura preparare, cautelare il lettore? Lettore in partenza per il viaggio indotto verso il confine tra la frontiera del sé e la linea di demarcazione della “Creazione” del nuovo “Io”.Tema caro questo a Carlo Alberto e con lui proprio di creazione si può parlare. Trasmutazione. Ricorre nella sua opera poetica l’anelito verso il superamento di uno stato adamitico, dove il senso e i sensi sono una polifonia d’evoluzioni inverse per un ricongiungimento con l’Assoluto. L’assoluto di un attimo o l’assoluto dell’eterno. L’assoluto di un sacro che è ricerca interiore. Partenza e arrivo. Chiusura del cerchio. L’essenziale è il viaggio e chi ha la fortuna d’imbattersi nei versi di questo autore, supererà i limiti angusti della mente verso rotte inesplorate e vivide. Il suo pensiero diventa traduzione, dono, interpretazione e suggerimento del reale, trasposizione d’emozioni amplificate, dilaganti. Forse una condanna per lui stesso che non può scendere dal modo di sentire e comunicare, smettere di produrre effetti dirompenti, innescare passioni, farsi annientare e decostruire dal potere evocativo delle parole, le sue. Portavoce da sempre della magia alchemica di forgianti immagini frutto di concatenazioni verbali inconsuete e scardinati, vittima-carnefice del feroce “percepire e sublimare”. Così, tra un alternarsi di momenti di pura e malinconica passione erotica, dissacranti composizioni d’irrealtà reali, tensione spasmodica verso il divino, l’essere scagliati in una dimensione atemporale (dove l’introspezione è uno scalfire nella roccia fino a farne fluire sangue) diventa ciò di cui si ha più bisogno e del quale non si riesce a farne senza.“

Quando muore un poeta/al mondo c’è meno luce/per vedere le cose/… così scriveva Alda Merini, e nel caso di Carlo Alberto non esiste immagine migliore per definire quanto saprà mancarci mentre lo cercheremo nella lettura dei suoi testi, soprattutto nel modo più umano e speciale in cui riusciva a donarsi con chi ha avuto il privilegio di conoscerlo e di “pensargli accanto” per qualche tratto di vita. Cercando il modo migliore di salutarlo l’ho trovato tra le righe di una sua grande amica (M.T.)

Carlo, caro Amico mio… fratello
… ti penseremo, ti ricorderemo sempre come quello stravagante, fantasioso, intelligente, provocatorio, debordante umanità, ragazzo, che sei stato e sarai immutabilmente, per noi…

77 un compagno di provincia, 1979 laboratorio teatrale del Palazzo Mazzancolli

77 un compagno di provincia, 1979 laboratorio teatrale del Palazzo Mazzancolli

Alcuni testi:

dove il palo

della luce artificiale
assume forme sotterranee
sull’asfalto ubriaco di pioggia
&
cadono cicche sbriciolate in scintille
di vizi esauriti
dal volante delle fiat
&
le sonorità
di telegiornali di sedie voci
di tavole imbandite
non si riflettono
sull’asfalto alcolizzato
della mia epoca rabbia senza virus
sulla mia età ricordo del tuo volto triste l’ultima mattina
NARA
che sputa via l’ultima sigaretta
fumata insieme
fuori dall’edificio
scuola di voci perse
sul calendario delle spese
che non ci riguardavano

e tutto era più chiaro nella pioggia del giorno
orario-lezione-finis-sole delle nostre scopate azzurre
sull’erba
o sotto i ponti
della ferrovia via via via
in viaggi immagini leggendarie
fuori dalla patria potesta
e dai preservativi
che strozzavano singulti mai trovati
oltre l’immenso volto tuo
nella tempesta di capelli
tra le foglie delle querce
o
negli ingranaggi dei mattoni
dal sapore di terra dimenticata
qui
sul piazzale dove attendo gli ufo
e la reincarnazione della felicità-dolore
diciotto anni eterni
dove voglio trovare chi ha mandato a sbattere
la nostra generazione di rock
sottosviluppati
sulle catene di montaggio colonizzate
del nostro avvizzimento
e della nostra separazione
per biglietti da diecimila
ancora stampati con l’uno davanti agli zeri
NARA
dietro il tuo uno voglio
conoscere quanti zeri
combattono la tua inevitabile
cellulite
di madre assorta
&
riconoscerti tra le voci
stanotte
sul palo accanto dove si riflette la luce.

*

Alberi morti d’alba

volatili senza timoni
nonostante l’ossessione
nutrirsi per campare
con tutte le suppellettili
che campare si porta dietro
alberi morti di giorni inedia
alberi morti di notti assenza
alberi morti d’uomini vivi
tra stoppie un po’ bruciate
ed altre risparmiate
poiché non piovono giorni freschi
rubati con la bestemmia al contadino
e ai giorni incerti l’anno prossimo
considerando il raccolto
e il sistema inflazione cronica
alberi morti di digiuni fetali
di parole preghiera
di concezioni ansia
di mele cadute
di donne prosciugate
di idee volumi violenti
di liti represse
alberi morti di sere cena e fiume vino lunghissimi
su arrosti lenti di dita scottate
alberi morti corpi DNA
alberi morti chiaro lunare
alberi morti rami nostre braccia
rami nostre gambe
soli creando
dove sono strade diverse alberi morti
sulla collina
cani cuccioli maschi
passano il tempo
e stemperano divagazioni erezionali
e senza tempo
&
Senza odore di calore
& il nostro ciocco brace beve acqua
Senza fine dalle nostre mani zecca
assetate di arte
e di ipotesi ritorni
a stagioni scambio merci
alberi morti d’uomini quantità
sempre più quantità che uomini relativi
alberi morti per notti uccise
con la ragione ingabbiata al sole
da granelli di sabbia
d’acqua pulita
&
La strada
è più e più lontana
dalle favole di potere
lontano dagli alberi che muoiono
dall’umida fantasia di foglie
alberi morti
valle già pianta
dopo l’udito infantile
oltre il muro di silenzio
con i loro liquidi occhi
alberi morti

(da Terra raggruma sepolcri luce 1975)

*

Le cose

T’incontro!
E talvolta come venissi in un bisogno, mai soddisfatto, di tanto tempo fa.
E da uno spazio, anche! lontano.
Noto, notissimo
quasi un appezzamento del patrimonio, che s’accresce! s’accresce!
Mi si accresce.
Si moltiplicano gli esiti delle emozioni. E sono ricco, ricchissimo di sogni.
Ho corazzato il mio seminterrato all’uopo!
Mi lasciai andare! prevalse la piena, mi sedusse! e…
non “mi riesco di ritrovare me”
È stato sedotto e portato via da acque infide, tumultuose. Me.
È ancora là! È così lontano: “allora”! Avverbio di luogo remoto?!
Ma vicino, vicino come… non le cose, il profumo piuttosto!
Il profumo delle cose, il profumo, il profumo.
Puoi ripeterlo ogni volta
e ogni volta ad una via diversa dischiude il suo grembo e fragra!
Non via! tu dici profumo?!
E la via della fragranza s’impregna di possibilità incontenibili,
ed incontenute! ed esplode in un fremito: la planimetria d’un aroma.
L’aroma delle cose!
L’inesplorata planimetria: aroma delle cose. Di ogni cosa.
Il profumo! il profumo… delle cose, ma il sapore anche!
Il sapore delle cose per tutti i suoi cunicoli sconosciuti,
dove l’ebbrezza ti sorprende per la fragranza dei tini.
No! non sempre il sapore rallegra, il sapore è sapore!
Inebria, ma è sapore.
Il sapore delle cose, il sapore,
ma il sapore è un mare che ti prende e
alla via così.
Di ogni cosa!
Talvolta invece possono più le forme.
Le forme! le forme delle cose
le forme che ti prendono per le palle e s’estenuano nei sensi delle cose.
Vengono giù dallo sguardo e non sai trattenere le mani,
ma non sai di dove principiare
ché le intuizioni sono gnomi di luce.
Viaggiano sui fotoni e le mani si levano.
Abbrancano, accaffano, acceffano, acciuffano acchiappano
ma non afferrano, né ghermiscono:
la forma, la forma delle cose.
La forma delle cose?!…
la forma, che scrutata si vela di forme… è svelata da gnomi di luce!
Ti lasciano una forma nelle mani, ed è già forma:
la forma delle cose. Di ogni cosa?!
È la consistenza delle cose, ed il suono delle cose anche!
Un’orgia dei sensi.
Il sapore dell’odore, nella vista del tatto: “L’ho udito!”.
O anatomia del consistere, per selezione, e torsione, e frammentazione
o ricomposizione casuale e sistematica.
Ogni Getsemani significa torchio.
Il sapore delle cose?!
ed il suono di esse, il suono delle cose?!
mentre sono mostrate! nelle forme, le forme delle cose?!
e le mani si confondono,
il contatto s’ottunde e la consistenza delle cose sfuma improbabile.
La consistenza, la consistenza delle cose! Di ogni cosa.
Si smarrisce nell’odore delle cose.
L’odore, l’inesplorabile odore delle cose!
L’odore ancora vergine, forse!
L’odore delle cose. Di ogni cosa
Scesi le scale per sentire i muscoli
di solito assorti sulle qualità delle cose.
Mistica dell’Empireo?
o pantofole ostinate a non farsi scarpe?!
Sentii distinto il suono liquido
e la fragranza d’orina di colore giallo
descriveva il suo rigagnolo sul pavimento nell’ingresso del mio condominio.
Di tra le gambe, una vecchia donna immota
con gli occhi in sorriso, spalancati
orinava e ripeteva:
“Le cose… le cose… le cose…”
Luca la guardava, e sorrideva.
Usciva da lui una vena concreta di parole, non dette, né dicibili forse. Raccontavano di luoghi mai visti prima e li mostrò in una mano!
La sollevava, e distendeva le dita.
Passò esile la mano sulla guancia della donna che diceva e diceva
senza ritmo né tono:
“Le cose… le cose… le cose…”
Luca la prese per mano e la guardò negli occhi.
Non una parola, non uno sguardo altrove
non l’orina, non l’odore
nient’altro che quelle rughe balbettanti da carezzare.
La carezzava, poi capì qualcosa, credo
le scartò un cioccolatino, l’imboccò, e l’accompagnò di fuori.
Raccolse un gattino, glielo mise nelle mani, e tornò dentro, verso l’ascensore. Scese dopo un po’.
Ripulì con cura, e se ne andò!
quell’eco continuava a rendermi inerme:
“Le cose… le cose… le cose…”
Sai che i palpiti possono stormire, Paolo?!
“Come d’autunno sugli alberi le foglie”
così stanno: la forma, il sapore, l’odore, il suono, la consistenza.
I cinque sensi, cinque! O piaghe d’una crocifissione.
Così stormirono le cinque foglie, e ritrovai… me, lì dove m’ero perduto.
Suoni, odori, tatto, vista, gusto delle cose…
e non avevo, né sapevo più le cose.
Le cose! tutto sulle cose, ma non le cose.
Crocifisse.
Forse dovrò riportare i sogni a piano terra
imparare di nuovo la libertà d’ascoltare!
E chissà che nei bagliori
le cose
non trovino una via
per sgranchire le loro gambe anchilosate?
Chissà che non prevalga il corruscare dei sogni?
Chissà che non mi tocchi di assistere alla destituzione delle scarpe?
Le pantofole! le pantofole?!
Le pantofole corona delle cose.

(Terni 31 03 96 dal poema Lo Scrigno I Bagliori Le Cose)

*

Sì, questa è una notte strana
di carta vana e francobolli inviati
al telaio dell’anima arcana
di poesie e racconti
di narrazione singolare
la danza dei miei libri amorale
un po’ solitudine e un po’ corale.
Avere libri attorno
isola io e loro mare
migrazione di sogni
a occhi aperti
scendono a leggerti loro
e la lettura di te tu inverti
e questo è l’amorale
che solo averli attorno
è uscio
e migrazione fatale
impostati nella notte tana
di una crescita strana.

*

pentagramma del significare in mostra

Un balcone sulle mie notti
tiene fuori
questo inverno improbabile
e il viavai di auto che bussano
ai miei pensieri altrove.
Ho un balcone sulle mie notti
tiene fuori questo inverno
dell’anima
il calore del tuo corpo
del tuo sorriso.
Mi manca perfino il ricordo di te
e nel mio letto rifatto un mare
di desiderio disfatto e
nell’assenza del tuo corpo
dal mio e delle tue gote e
dei tuoi seni
dal cavo delle mani mie e
del mio corpo
dal cavo delle mani tue
le nostre mani svuotate
da l tempo vissuto.
Queste notti di vuoti che non si possono rendere né tendere.
Queste notti sono un abisso
di mancanza e desiderio
tenerezza e compagnia solo
appagate nel sogno
e sono mie e sono tue
sconvolti da un amore d’impropria adolescenza
che non si può sciogliere
in quella incoscienza e ti amo
e Pat mi manchi
in una buona notte di baci
per ogni secondo fino all’alba
con la speranza di sognarti
anche ad occhi spenti
come in una mostra.

*

Devo rammendare
il sentirmi perso.
Basterebbe il ciao della tua voce
o una frase via sms.
Non basta bucare l’etere
con onde gesti e suoni
la terra è mare
l’onde non sciolgono le onde.
C’è una gonna nell’email
ne esce la tua faccia.
La guardo.
Mi dà l’ago e il filo.
Rammendato.

*

Il giorno, il mare ed io
saremo vivi domani.
Oltre la coltre della notte
saremo vivi anche domani
tra le vie adombrate
i nostri occhi scalcinati
lampioni dimenticati.
Il nostro futuro sempre
con la testa volta indietro.

*

I miei pensieri
ogni giorno
stanno con te
senza scalo
di un qualsiasi
giorno dopo.
Frutti di fantasia cozzano
sulla prora che insegue
la terra e la dossologia
per due che sostano
alla fermata d’un amore
in sciopero e senza biglietto.
Domani i miei pensieri
come ogni giorno
staranno con te senza scalo.

*

Ma tu guarda
con tutto il caos
che crea la vita
se a me doveva
capitare uno
con il carattere
che ho io.
Cosi distante da me!

*

Sono un libro
messo all’indice.
Non mi leggo
che di nascosto.

*

Il gesto più deplorevole
è sul papiro
in cui scrivo la mia vita.
Il gesto più lodevole
è cogliere l’energia
che mi detta le parole.

*

Tu cerchi:
gli occhi tristi del poeta
corde di viola sfiorate dal vento,
abissi rari dal digiridu
sopori da cime Himalayane.
Ma il poeta è la porta di sé
con tendini ruggine nell’anima
arrovellati in paludi di cibo
con pagine stracciate dalla storia,
con la copertina senza prezzo
e poche pagine dagli occhi tristi …
Un uomo

*

Verso il palpito dell’universo
verso, le aurore della notte
verso, le tue gote di acero sgusciato.
Verso un procedere diverso, e
verso parole sempre uguali
fino all’estinguersi del verso
e del respiro, in un ultimo verso.

(dalle sillogi “ Pensieri con gli occhi” e “Vicoli ciechi e Usci” ed. Thyrus)

di Doris Emilia Bragagnini

Le arti “prometeiche” di Valentina Malavenda


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“Poison – 2015”

E’ difficile definire in poche righe la produzione artistica di Valentina Malavenda, per cui lascerò alla vista il compito di narrare. Io vi abbandono qui, tra onde di colore e giochi di luce, con la speranza che questa nave senza timone vi conduca li, dove Prometeo e la sua fiamma, eternamente bruciano .

Benvenuta su Word Social Forum Valentina

Grazie!

Chi è Valentina Malavenda?

Mah, difficile dirlo. Sono soprattutto una sognatrice ad occhi aperti… decisamente introversa e taciturna.

Come nasce e si sviluppa la tua passione per la fotografia?

La fotografia é una delle tante cose che mi ha affascinata, fin da quando ero piccola, insieme al disegno e alle differenti forme d’arte. Inizialmente non avevo ovviamente coscienza del mondo che si racchiude all’interno di uno scatto, ma crescendo, ho iniziato a “vedere” oltre.

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“Lago d’Idro – 2014”

Quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo dell’fx e quali artisti hanno maggiormente influenzato il tuo modo di creare?

Diciamo che da ammiratrice del mondo del cinema mi hanno sempre incuriosita, ma ho sempre pensato che fosse un qualcosa di irraggiungibile se non con studi mirati, costosi, ecc.. attualmente ho appreso alcune basi che vorrei approfondire; questo è comunque un buon punto di partenza su cui lavorare. Mmmmh…artisti che mi piacciono ce ne sono parecchi: HR Giger, Luis Royo, Victoria Frances, Marcela Bolivar, Ansel Adams, Rebeca Saray, Dylan Cole, Tim Burton, Andrzej Dragan, Annie Leibovitz, e tanti altri.

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“Little Red Riding Hood – 2014”

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“Black Dahlia – 2014”

La tua fotografia attuale fonde insieme due mezzi: il make up e la fotografia. Come nasce e si sviluppa questo connubio?

Questo connubio è nato dal voler sperimentare in entrambi i campi, la fotografia è il mio modo di comunicare, mentre il make-up è la prima fase che porta alla creazione dell’Fx.

Che cos’per te la fotografia e nello specifico una foto?

La fotografia può essere tante cose, è un potentissimo mezzo di comunicazione, un modo di rappresentare se stessi, i propri pensieri, di esternare qualcosa che non si può o non si riesce ad esprimere con le parole, l’immortalare un istante o il ricordo di un momento passato. Quando uniamo la  fotografia ad altre tecniche, allora si che si può davvero andare oltre la realtà che conosciamo e sviscerare il nostro mondo interiore. La cosa più difficile é guardarsi dentro o almeno avere il coraggio di farlo. La foto in sé e l’arrivo, il messaggio, il risultato finale.

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Contest Ten Collection – Categoria: “Myth in motion”

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“Liberaci dal male – 2014”

Come nasce e si sviluppa tecnicamente un tuo lavoro?

Ciò che faccio è in continua evoluzione, ho sempre nuovi spunti su cui lavorare e da cui tirare fuori qualcosa. Per ora non mi focalizzo su una “tecnica” in particolare, ma cerco di applicare le mie conoscenze in base a ciò che più si addice al concetto, all’idea, al pensiero che vorrei sviluppare ed esprimere in quel momento. Non credo ci sarà mai un vero punto di “arrivo” per ciò che si apprende.  Il  mondo va avanti, cambia, si evolve, per cui ci sarà sempre qualcosa di nuovo da conoscere.

Quanto é difficile essere Giovani fotografi oggi, in Italia?

Non ti saprei proprio rispondere sinceramente, per me la fotografia è un “mezzo” che utilizzo a livello personale quindi non credo di essermi mai davvero confrontata con ciò,  ma immagino sia molto difficile e non solo nel mondo della fotografia.

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“Make up Fx – Change your face 1”

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“Make up Fx – Change your face 2”

Come nasce il progetto “Human experiment”?

Il  progetto “Collateral Human Experiment” è nato dal voler unire ciò che mi piace come appunto la fotografia e il make-up fx. E’ un progetto ancora aperto, in fase sperimentale ed il nome deriva appunto da questo “esperimenti sulle persone” con effetti collaterali, purtroppo per loro… ma ovviamente è tutto finto! Non faccio del male a nessuno realmente! 🙂 E’ una fase di passaggio sicuramente, ma fa comunque parte di me, del mio modo di “vedere”, di ciò che mi caratterizza e per me in questo momento è come una valvola di sfogo e di relax dal quotidiano.

Nella tua ultima opera “Poison”, tu stessa diventi protagonista delle tue “fotomanipolazioni”. E’ per caso l’inizio di un nuovo percorso artistico che vedrà sempre più preminente la tua figura?

Ora come ora non saprei, ma non mi sento di escluderlo. Tutto dipende da ciò che voglio esprimere in una determinata foto o momento, se è qualcosa di strettamente personale, allora è più probabile che usi me stessa per raffigurarlo.

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“Maleficent 2”

Puoi anticiparci qualcosa dei tuoi progetti futuri?

Cercherò di portare avanti il progetto “Collateral – human experiment” ed un progetto più personale di cui per ora preferisco non dire altro.

Grazie

A voi =)

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Christian Humouda

Prospettive. I fotografi che hanno fatto la storia della fotografia. Omaggio di parole e Mario Giacomelli.


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L’immagine è spirito, materia, tempo, spazio, occasione per lo sguardo. Tracce che sono prove di noi stessi e il segno di una cultura che vive incessantemente i ritmi che reggono la memoria, la storia, le norme del sapere.
Mario Giacomelli

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Mario Giacomelli nasce a Senigallia (Ancona) nel 1925, è il maggiore di tre fratelli e all’età di 9 anni perde il padre. In questo periodo comincia a dipingere e a scrivere poesie. La madre trova lavoro come lavandaia presso il locale ospizio. Qualche anno più tardi (1955) Mario ritornerà in quel luogo, dove realizzerà le immagini della serie “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, titolo ripreso da Cesare Pavese.
Avrà modo di dire in seguito che tra tutte le immagini, quelle dell’ospizio di Senigallia gli hanno procurato le più grandi emozioni.
La prematura perdita del padre, costringe Mario ad iniziare presto a lavorare come garzone in una tipografia di cui diventerà in futuro proprietario. Il tempo della scuola viene sovente impegnato in tipografia, la magia della stampa lo cattura e a 13 anni decide di fare il tipografo.

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Inediti di Massimo Botturi – proposta di Emilia Barbato


massimo

Sono nato il 31 marzo del 1960, in un comune dell’hinterland milanese.
Erano gli anni del “miracolo economico” e i miei genitori pura statistica delle migrazioni interne. Migrazioni da est a ovest, troppo spesso dimenticate, o sottovalutate. Comunque sia, a casa mia la letteratura era roba al massimo chiusa nei libri di scuola, accuratamente toccati con i guanti perché non si sporcassero.
Il meglio delle mie letture, si riduceva a una sbirciatina serale al Corriere d’Informazione, qualche notizia di sport, qualche autografo di Rivera, che non ho ancora capito quanto fosse autentico, o semplicemente un autentico tentativo di mio padre di indorarmi la pillola amara dello stare solo fino a sera tardi.
La poesia l’ho ignorata fino alle scuole superiori, complice un professore illuminato e appassionato dell’antologia di Spoon River. La sua capacità di eloquenza, il fascino con cui trasmetteva quelli che considerava valori universali e fondamentali, stimolarono in me i primi tentativi di comunicare, a mio modo, un mondo interiore in continua turbolenza. Imparai quattro accordi di chitarra, e a buttarci sopra pseudo canzoncine d’amore, e di disperazione.
Fine dei giochi con il servizio militare, vera tabula rasa di ogni velleità non solo scribacchina, ma anche di studio. Tornai nauseato, con qualche poesiola piena di rabbia e rancore nei confronti di un sistema che non sentivo mio, che non sentivo per nulla a misura d’uomo. Poi il lavoro, rullo compressore, schiacciasassi.
Buio completo fino a 40 anni. Un tentativo nei miei confronti di mobbing male riuscito e la riscoperta di un po’ di tempo libero, mi riaccesero la voglia di leggere e scrivere.
Internet, i siti di scrittura, il confronto, l’incoraggiamento; questa fu la vera miscela che innescò la passione di scrivere con una certa costanza, cosa che perdura e trova motivo di curiosità, interesse e apprendimento continui.
Nel 2003 risposi alla sirena di un editore, il primo libro, nessun contratto, nessun obbligo di copie. Puro piacere di divulgare.
Il fattore sorpresa mi giocò a favore, il libro lo vollero in molti, oggi sorrido alla maggior parte di questi testi, ma erano me allora, e ci sono molto affezionato.
Ho pubblicato altri due volumi negli anni successivi, con più maturità nella scrittura ma anche molto disincanto nei confronti dell’editoria.
Nel maggio del 2009 è uscito l’ultimo lavoro “Il posto delle fragole” nato sotto lo stimolo e la supervisione dell’amico Menotti Lerro, per la Genesi editrice di Torino. La prosa ha sempre rappresentato invece una sfida impari, ho scritto qualche breve racconto, uno di questi “Emilia” risultò tra i 20 vincitori, con relativa pubblicazione, in un volume edito da Marsilio “Parole di carta2” Ma in tutta sincerità, ho sempre avuto un timore referenziale nei confronti di ciò che richiede doti che non sento di possedere. La costruzione di un romanzo, o anche di un racconto che non rappresenti una pura pagina di diario, sono obiettivi che cercherò di perseguire nel tempo.

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