Ichi the killer – Koroshiya Ichi


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Capo di Suzuki: Kakihara! Cos’é questa storia?!”

Kakihara: Solo una piccola tortura”

Liberamente tratto dal manga di Hideo Yamamoto, Takashi Miike rielabora con il suo stile poliedrico uno dei fumetti più estremi, mai concepiti

Il boss Anjo, a capo dell’omonimo clan, scompare misteriosamente insieme a cento milioni di yen. Il suo braccio destro Kakihara si mette sulle sue tracce, mentre sullo sfondo un misterioso killer sconosciuto decima lentamente il clan.

Ichi the killer è la summa di una serie di generi che si fondono all’interno di un magma incandescente. Un vulcano di idee pronte ad esplodere in tutta la loro leopardina forza espressiva.

Il regista non mette in scena solamente una mera storia di vendetta, ma mutua la struttura architettonica dal film “un nido di vespe”, rendendo ogni oggetto, stanza, persona, un insetto esso stesso.

Un nuovo ciclo vitale che si sublima in un concetto più ampio che si completa in una moderna ridefinizione del concetto di umanità.

Ogni personaggio che si muove nel quartiere controllato dagli Anjo pare essere solo un tassello dentro ad una struttura che pare poter agire autonomamente.

Dentro a questo mondo si muove la banda che fa capo a JiJiii interpretato dal regista Tsukamoto che come un grande burattinaio tira le fila gruppo. Niente è come sembra, neanche per il piccolo e apparentemente indifeso Ichi. Un personaggio contorto e aggressivo che ogni qual volta uccide i bulli del suo passato, ha bisogno di liberare il suo senso di colpa attraverso l’atto della masturbazione.

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I personaggi femminili appaiono vittime e carnefici del loro stesso masochismo. Donne sottomesse, ma allo stesso tempo incapaci di vivere diversamente la loro sessualità. Le figure che si muovono all’interno della pellicola non sono dotate di sentimenti di bontà o altruismo, ma sono solamente la rappresentazione di diverse gradazioni di male.

Ichi the killer è dunque un “teorema” pasoliniano che riprende in parte le tematiche del non visto già proposte in Visitor Q, evolute o semplicemente mutate all’interno di un nuovo piano sensoriale.

Un’inno all’amore impossibile e all’evidente incapacità di poter raggiungere un sentimento che non può essere dissoluto, se non dal dolore perfetto.

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Il finale per nulla scontato, é l’ulteriore chiusura verso il rumore del mondo, la gioia definitiva, l’orgasmo di eros e thanatos.

L’addio alla vita dei preraffaeliti.

Perchè cos’é dopotutto la vita, se non una piccola, dolce, tortura?

Il limite estremo della grandezza dei piaceri è la rimozione di tutto il dolore. Dove sia il piacere, e per tutto il tempo che vi sia, non vi è posto per dolore fisico, o dell’anima, o per l’uno e l’altro insieme”

Epicuro

Christian Humouda

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