Inviate speciali: Le Kâma-Sûtra: spiritualité et érotisme dans l’art indien di Emiliana Losma


Dal 2 ottobre 2014 all’11 gennaio 2015 la Pinacothèque de Paris presenta la mostra “Le Kâma-Sûtra: spiritualité et érotisme dans l’art indien”. Dopo averla visitata mi piacerebbe cambiare il titolo in “Il Kâma-Sûtra: spiritualità è erotismo nella vita indiana”. Oltre trecento opere esposte, un complesso eterogeneo di oggetti (statue, intagli, bassorilievi, sculture, libri, carte, acquarelli…) e materiali (pietra, legno, ceramica, bronzo e rame…) che risaltano grazie alla monocromia di una serie di ambienti mai bianchi.

Shiva&Parvati

Shiva et Parvati, Inde centrale, XIe siècle, pietra.

Attraverso un allestimento che ripercorre l’organizzazione del testo la curatrice Alka Pande si ripropone di mostrarci “l’erotismo alle fonti del sacro”. Lungi dal rappresentare il mito del libro pornografico con cui è stato definito ed è tuttora narrato in Occidente, il Kâma-Sûtra viene rappresentato come vero e proprio manuale dedicato all’educazione al piacere, anche sessuale. Non si tratta di una serie di tecniche per migliorare le performance sessuali, bensì di un trattato per trovare l’equilibrio nella propria esistenza. Nella cultura classica indù, infatti, l’essere umano ha l’obiettivo di perseguire un’armonica realizzazione di sé e di raggiungere la felicità. Tre sono gli obiettivi dell’esistenza umana: artha (benessere fisico ed economico), kâma (desiderio e piacere), dharma (senso etico che ricerca un equilibrio tra artha e kâma). A questi tre se ne aggiunge un quarto, moksha, ossia la liberazione dell’anima dal ciclo di reincarnazioni. Il Kâma-Sûtra è, quindi, un libro sulla vita.

Alasakanya

Alasakanya, 1100 – 1200 apr. J.-C., Rajasthan, pietra.

Les Quatre-vingt-quatre Asana

Le ottantaquattro Asana, Scuola di Nathdwara, Rajasthan, XVIII secolo, Aquarello.

Non è semplice per noi che viviamo in una società intrisa di rapporti violenti e gerarchici riuscire a immergerci nella cultura del tempo. Cosa ci comunicano questi oggetti? Che cosa può dirci un testo così lontano nel tempo e nello spazio rispetto alle nostre relazioni odierne? Percorrendo le varie sale emerge un appagamento e un senso di completezza nei volti e nei corpi di donne, uomini e animali rappresentati. Lungi dall’essere blasfemo o irriverente, nel Kâma-Sûtra troviamo una summa del pensiero filosofico indiano del IV secolo d.C. in cui il fare l’amore è descritto come unione divina. Questa unione non può che manifestarsi attraverso una complicità che pone donne e uomini sullo stesso piano perché ognuno (di noi) ha il diritto di raggiungere una soddisfazione del corpo e della mente attraverso la moltiplicazione del proprio piacere. Il piacere (kâma) non è relegato alla camera da letto e all’atto sessuale, ma è da intendersi come diffuso in ogni ambito dell’esistenza: kâma sta in equilibrio e in “relazione porosa” con gli altri obiettivi (artha, dharma e moksha) e si esprime / compie / rinnova in modo variabile, in relazione con la musica, il cibo, le vivande, la cura del corpo, il canto. Kâma è completezza, amore, dolcezza, complicità tra gli amanti. Kâma è energia vitale cha va insegnata, incoraggiata e resa disponibile a ogni persona indipendentemente dal sesso e dalle condizioni sociali. E, infatti, nella mostra colpiscono le statue provenienti dai templi indiani: una vera e propria cartografia del piacere creata anche dalla moltiplicazione delle braccia e delle gambe.

Surasundari, 1100-1200 apr. J.-C., Rajasthan, pietra.

Surasundari, 1100-1200 apr. J.-C., Rajasthan, pietra.

Il piacere attraversa ogni aspetto della nostra vita e passa dal corpo: il Kâma-Sûtra pone così l’accento sulla magia dell’organo sessuale femminile (la yoni) e dell’organo sessuale maschile (il lingam). In ogni momento e in ogni situazione può essere attivata la shakti, l’energia creatrice femminile. Proprio perché l’energia creatrice è femminile, nella mostra si dà ampio spazio alla presenza di dee: Parvati (consorte e completamento di Shiva e madre di Ganesh), Mohini (l’incantatrice, unico avatar femminile di Vishnu, magnifica seduttrice che distoglie Shiva e i saggi dalla meditazione), le otto Nayikas (eroine archetipiche che rappresentano l’amore che inizia e l’amore che finisce), Lakshmi (dea del benessere, dell’abbondanza, della saggezza, della fortuna e della fertilità e moglie di Vishnu), Durga (incarnazione della shakti), Kali (aspetto guerriero di Parvati, madre del tempo). Ed è attraverso l’attivazione della shakti che anche gli uomini possono creare: Kahli, per esempio, è veicolo di quell’energia che attraverso l’atto sessuale compiuto con Shiva infonde in quest’ultimo la possibilità di diventare Creatore!

Sita, Tamil Nadu, XVIII secolo, legno.

Sita, Tamil Nadu, XVIII secolo, legno.

Gli oggetti esposti propongono l’atto sessuale come una gioiosa danza, un gioioso canto, un gioioso banchetto tra gli amanti. Tuttavia, se l’allestimento si pone l’obiettivo di decostruire il mito occidentale pornografico del Kâma-Sûtra alcuni aspetti ci sono parsi ambigui. È necessario far riferimento a tal stereotipo per rendere la mostra interessante? Bisogna per forza far leva sulla malizia e sull’idea di trasgressione per incentivare le persone a entrare?
Allo stesso modo anche molti titoli delle opere sono messi in modo arbitrario e veicolano significati che potrebbero fuorviare chi li legge o comunque ridurre il messaggio delle opere esposte. Eppure la visione degli oggetti ci narra e rappresenta un mondo dove il piacere è vissuto, mostrato, condiviso e potenzialmente replicabile all’infinito, aiutandoci nella decostruzione degli aspetti patriarcali del rapporto donna-uomo. Perché questo messaggio pare non bastare a se stesso e per attirare pubblico ci si deve ridurre a una comunicazione basata sulla pruderie che strizzare l’occhio alle perversioni e alla morbosità occidentali?

A questo link vi sono queste/altre, con relative didascalie.
http://www.offi.fr/expositions-musees/pinacotheque-de-paris-les-collections-5369/le-kama-sutra-spiritualite-et-erotisme-dans-lart-indien-53850.html

articolo e fotografie di Emiliana Losma

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