Requiem d’inverno [Narrativa]


Mi sveglio all’alba, non appena mia sorella va a dormire. È la prima alba fredda dell’anno e mia sorella dorme da poco. Mi alzo e apro la finestra. Lascio che il primo refolo di vento gelido, vento di neve, entri nella nostra casa. Lei, che ormai dorme profondamente, la copro con tutte le coperte che abbiamo e apro tutte le finestre. La nostra casa diventa un passaggio del vento. Ora più forte, ora più debole. Piccoli tornadi domestici. Le nostre stoffe, i nostri ammennicoli, tutto ciò che abbiamo e non è chiuso nei cassetti balla con il vento. Tutto si gonfia e si sgonfia, si alza, si torce, torna al suo posto. Tutto respira aria di ghiaccio, aria di future nevicate.

Respiro a pieni polmoni e mi sento ghiacciare. L’aria fredda mi rende pura e bianca come la neve. Lei dorme. Un ciuffo di capelli scampato al nido di coperte che le ho costruito si agita debolmente al vento. La guardo con affetto – lei, la mia dolce gemella, parte sana e vigorosa della nostra diade, meravigliosa luce d’estate dai capelli di grano e guance rosse come papaveri – lei, che dormirà finché non andrò a dormire io. Non ci siamo mai viste da sveglie. Non ci siamo mai parlate. Non ho idea di come sia la sua voce e di come balli sotto i raggi del sole, di cosa pensi quando il sole si riflette sulla superficie del mare in mille lampi di luce spezzettata, e non lo saprò mai. Noi siamo eterne, immutabili e mute, l’una il volto dell’altra, madre e figlia dell’altra. Ci alterniamo come sole e luna, alta marea e bassa marea. Il mondo può vederci una alla volta. Anche noi siamo condannate ad amarci senza vederci mai. Il nostro riflesso allo specchio è sempre singolo. Non saremo mai insieme, eppure lo siamo sempre.

Mi avvolgo nel mantello ed esco di casa. Lascio che il vento spazzi via tutto, lascio tutto aperto, perché so che mia sorella è al sicuro sotto le coperte. Si alzerà solo quando andrò a dormire io.

Mentre cammino, la neve comincia a cadere. Mi segue in una lieve danza di cadute leggiadre, un fiocco alla volta, turbina intorno a me con leggerezza e crea una coroncina bianca sui miei capelli. Sono di nuovo regina del mondo. Mi lascio andare ad una danza di neve, lascio volteggiare il mantello senza lasciare impronte. Sono più leggera dei cristalli del ghiaccio e mi mantengo in equilibrio sulle punte dei rami spogli. Non c’è più una foglia, è caduto già tutto. La mia danza è durata mesi, e in questi mesi il mondo è diventato bianco e freddo. Gli alberi sembrano artigli protesi verso il cielo – verso di me che danzo sulle punte senza spezzarli, gli artigli; danzo sul loro essere tesi come a chiedere pietà, come a voler invocare mia sorella, e ancora, e ancora. Tutti gli uomini amano lei, io sono la disprezzata e disprezzabile. È comprensibile: con me la vita sparisce, tutto si ferma, quasi anche il tempo; tutto sembra morto. Mia sorella, invece, quando è sveglia, sembra portare tutto alla vita.

lake 005

Non odio l’essere odiata, perché è inevitabile. L’uomo pensa che la fine sia negativa, che la distruzione non contenga altro che distruzione, e che la rinascita sia affidata solo alla vita; ma un albero che non è stato spoglio non può fare frutti, e un seme conservato al gelo non può sbocciare in primavera. Conosco il mio compito: io preservo la vita. Faccio riposare ogni cosa. Lascio che tutto prenda un attimo di respiro. Distruggo perché mia sorella costruisca. Questo è equilibrio, e l’equilibrio dà la vita. È l’unica cosa che conta. L’amore e l’odio, le preghiere e le minacce, quelle le lascio agli uomini.

Uno dei miei ultimi giorni di veglia trovo il corpo di un uccellino mezzo sepolto dalla neve; è piccolo, rigido e delicato come un cristallo di ghiaccio con le ali. Lo tocco con la punta delle dita e lo prendo, lo metto sul mio palmo, lo accarezzo. Io e lui, piccolo corpo nelle mie mani, nel bianco gelido della neve meravigliosa. Gli dico che va tutto bene; che sta volando su ampi campi di grano pieni di semi e vermetti da mangiare, che il vento è a suo favore e che sarà così per sempre; perché ormai è morto, e i morti hanno vita eterna dove l’equilibrio della nostra diade non ha potere. Non morirà mai più per mano mia, il piccolo uccellino.

Lo seppellisco sotto uno strato di neve e lascio che le lacrime mi si ghiaccino sulle guance. Povero piccolo, vittima della mia furia, del caso, della neve – vittima della vita, spaventato e atterrito sugli alti ghiacci, affamato, senza un’ala amica a dargli conforto. Anche questo è mio compito. Distruzione e creazione. Faccio parte della natura come lo è la morte. Prego per il suo piccolo cuore fermo finché le giornate non cominciano a farsi più lunghe, e il sole più caldo. È ora che torni a casa, a far svegliare mia sorella.

Quando rientro la neve si sta già sciogliendo. La nostra casa è rimasta come l’ho lasciata, le finestre aperte, ogni cosa a danzare nel vento. Chiudo tutto. Mia sorella è ancora sotto le coperte. Gliele tolgo di dosso una per una e la bacio. È già bollente come sarà il sole al suo comando. I suoi occhi si muovono sotto le palpebre, come trame nascoste in una poesia ermetica. Vorrei dirle qualcosa nel sonno, ma sa già tutto. Sappiamo sempre tutto una dell’altra.

Mi stendo sul letto. Non appena chiudo gli occhi sento l’inverno – la neve, la pioggia, il gelo, il vento, le lunghe notti, le gelide albe – tornare dentro di me. Il sole comincia a splendere. Nell’ultimo attimo di lucidità sento la mia gemella svegliarsi. Ogni cosa è al suo posto. Tutto è equilibrio. Per sempre, e sempre, e sempre.

Daniela Montella 

Ph. Acacia Johnson
http://www.acaciajohnson.com

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...