Dialoghi – Antonella Taravella e Daniela Montella


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Quello che vi presentiamo oggi non è uno scambio poetico convenzionale, ma la breve selezione di quello che due redattrici hanno tirato fuori durante un breve periodo di intensa, magnifica intesa emotiva; un’intesa così profonda da scambiarsi e ricambiarsi frasi, versi e parole al punto da fonderle in creazioni uniche, così unite da non riuscire più a distinguersi nelle parole. In questi versi ci siamo unite, perse e ritrovate troppe volte per ricordarne il numero, e troppo assuefatte dal perdersi per potersene preoccupare. E oggi, dopo tanto tempo dall’ultimo verso scritto, abbiamo deciso di presentarne qualche stralcio ai tanti e bei lettori di WSF, perché qualcuno si unisca alla nostra danza. A voi.

XX

Ho percorso rituali a lingua morta,
ghigliottine attese all’imbrunire,
nell’impazienza delle note e di ogni crocicchio d’idea.

Tu mi sai bastare, riprendere e mordere.
La dentatura s’allinea al sorriso.
Squarcia.

Squarcia.
Nella linea dell’ultima alba.
Nell’aspetto placido della luna che sfuma.
Il cielo bianco aspetta la vita che torni, il soffio;
accecante in attesa –
e a fondo, chiusi nelle parole, spasmodici,
cerchiamo tracce d’altrui amore.

Lo sguardo ora non tace,
chi siamo noi da tapparne il senso a mano tesa?

Credo sia ora di smuovere le acque torbide della mia anima, amore.
Ed ho una gran voglia di mordere, nel buio della mia cupa stanza.
Una vampa mi arde le costole.

F a u c i maledette son pronte nell’ombra
a renderci brandelli di passato,
figure schive di quello che eravamo.

Sono pallidi i ricordi alla luce del presente;
ma questo non ci salverà.

Sono ancora lì, presenti, e non lasciano scampo.
Siamo oltre la salvezza, e nessuno può salvarci dalla caduta.
I ricordi ci spingono giù; tienimi per mano.

Dietro angoli di cemento ci schiacciano i pensieri,
scrosci di pupille, come di ciglia sconce,
quando brucia pallido questo sole corroso,
cerchiamo di proteggere le mani in preghiera,
l’industrioso sbucciare di ginocchia tremanti.
L’amore si fa selvaggio e tossico.

Intrisa d’odio questa nera foriera di parole e malefici si fa strada
dall’alto, aspetta con ansia, inquieta, un segno di nostra resa.
Ascolta il cielo bianco con ansante fervore e piega le nostre pelli.
Dubbio è il suo nome, il cancro che si spande sotto le nostre pupille
e ci piaga l’anima, piaga le ossa, aspetta l’odio – il momento in cui diverremo rimorsi e pioggia acida.

A braccia aperte insonni, polveri aggrovigliate.
Riemersi infetti, mi chino sbocciando.
E la percezione tradisce il senso, stasera.
Emigrando dai polsi al tuo occhio sgranato e colmo d’acqua e ricordi.
E ci sverneremo nei domani piegati e profumati di quella salsedine scordata ai piedi…

 

 

 

XIX

Fendenti di delirio, in curvico silenzio quando le vene cantano le mie paure.
Tremo ingorda, il quando è un rintocco di ossa come orologi a dondolo.

Negli occhi fermi si agitano lampi di genio inespresso,
mentre aspetto che nell’ascesa il tuo corpo diventi cenere.

La notte è una lacrima annichilita
vergine delle mie parole e profanata dai vizi
come quando le nostre primavere fagocitano il cuore
in piccoli templi dalle mura fragili

Terremoti emotivi e crolli improvvisi, bagni di pioggia;
queste tempeste disperate portano solo ossa cave.
Nei rami degli alberi secchi cerco le risposte.
Nelle foglie cadute trovo tutte le domande.

Alluvioni diramate come strade senza fine.
Siamo rovine, pietre sbeccate senza passato.
Affamate polveri, di un presente acerbo.

Siamo persi per mille sentieri;
un labirinto tutto cunicoli di polvere e cenere,
cui unica uscita è un pozzo senza fondo,
buio,
pronto ad inghiottirci come un ventre di madre.

E la carezza a mano aperta, uno sguardo che coccola.
Quando il ghiaccio prevale sulla parola.
All’imbrunire che trema come ginocchia ferme nell’acqua.
Ed il fiume che invade è linfa.
Erosione del cuore.

Nel pensiero un letto in cui giacere,
senza altre parole ad abitare il limbo.
Esplode l’inchiostro nelle vene,
ci rende amore, ci rende bellezza,
ci rende stupore per la creazione.

 

 

XIII

Porto a spasso le mie paure, i chiostri dolorosi nati all’ombra dei tuoi polsi.
*
A riparo oggi ti vizierò.
*
Tutto si fa rinascita, in questo tuo denudarmi le parole.
*
I frutti proibiti non sono altro che baci rubati.
*
Le tue parole sono filo spinato e polvere.
*
Le mie speranze, cartilagini scarlatte.
*
Il tempo di non saperti, usandomi violenza sui ricordi.
*
Noi che siamo ghiacci sciolti al vento del sud.
*
Noi unici, nell’accecarci d’amore infetto.
*
Prosegue l’epidemia di lettere e parole e versi.
*
Cade l’inchiostro sulle pareti. Sangue nero nelle crepe.
*
Le emozioni ci legano come un nastro ai polsi.
*
Lenti s’inseguono come un percorso graffiato.
*
Tutto questo scontroso scorrere, mi rinnega il tuo taglio.
*
Temo che ci ritroveremo a sbranarci la lingua, per stare poi in silenzio.
*
Sento la tua anima battere sotto le mie guance.
*
Questa bellezza è così luminosa da ferirmi gli occhi.
*
Il fuoco macina i nostri piedi nel cammino.
*
Piccole briciole, come gocce d’acqua mancata al cielo.
*
Il tempo s’annida, nei nostri giorni scorretti.
*
Intercetto le tue ossa sui miei pensieri.
*
Vengono a prenderci di notte per rubarci i sogni.
*
Nessun ricordo al risveglio.
*
Torniamo integri.

La quinta stagione

 

 

XI

V e r t e b r a l i sequenze sotto le dita.
Carezze che salgono piano.
Piano.

O r f a n i di voce.
Graffiamo in sequenze veloci.
Chiodi coperti di ruggine.
M ‘ a v v e l e n a n o.

Croste di neve sotto vecchi artigli.
Noi guerrieri deponiamo le armi.
Siamo soli e a mani nude.
S i a m o s o l i e a m a n i n u d e.

Quando a camminare il vento taglia le parole.
Piccole rondini della notte.
Favole di un sempre ripetuto sulle nocche.
In cerca di protezione.
Q u a n d o g i o c h e r e m o a d i n s e g u i r c i.

Logica stravolta nel pugno.
Rinsecchita nelle guance scarne
Mentre s’appresta a fare scempio di noi.
N o n a b b i a m o v i a d i s c a m p o.

Non basta cucirsi le dita alle labbra.
d’oggi mi ricorderò gli anenomi.
Ti profumano le tempie.
A g u a r d a r t i, i o r i n a s c o.

Corone di alloro adornano i polsi.
Siamo poeti con le dita. Siamo poeti di sangue.
Nelle vene le foglie ci fanno il nido.
Siamo perfetti nei corpi cavi.
P e r f e t t i c o m e s a g o m e d i g e s s o.

Il profumo arriva alle narici aperte.
Le parole le teniamo sul collo, come sciarpe per l’inverno.
Viali caldi dentro i nostri polsi, persistono.
Q u a n t o t e m p o a n c o r a a b b i a m o?

Lancette a ritroso sulla via più nera.
Si torna in un passato mai visto.
Da vecchi a bambini e poi ancora vecchi.
Spirali impazzite della genetica.
I l n o s t r o d e s t i n o n o n è q u i

Tic Tac.Tic Tac.Tic Tac.
L’inferno sgocciola come acqua sporca.
Il tempo esonda in unica macchia.
Il tempo non trova riparo, nemmeno fra le dita aperte.
L e n t a m e n t e c i a n n u l l i a m o.

 

 

 

III

Lascive voglie ibernate in silenziosi paradisi.
Farfalle dalle zampe di zinco strappano via i ricordi,
Le loro ali di piombo offuscano la vista.
Il cielo diventa inchiostro e la mia mente carta bianca.
I ricordi sono recisi; rami secchi per un falò.
Le fiamme mangiano storie,
Le lacrime sono foglie d’autunno;
Mostri notturni aspettano al varco il tramonto,
La mia mente è pura.

Archi di pensieri, dentro fosse oculari.
Disprezziamo quel senso e la sua vertigine .
Piegati riproviamo a percepire la pioggia.
Un ricordo in chiazze sui polmoni.
Un tossire che riprova ad aprire varchi nella parola.
Tu ed io siamo giochi di luce nel buio.
Rendiamoci conto che ci saranno ancora lame.
Agli angoli di traverso nel tempo.

Pioggia elettrica sulle nostre spalle
Cancella il triste avvenire / scava le guance
Dentro le ossa, oltre la pelle, pece nera nelle vene.
Desideri viscerali in cerca di evasione.
Non abbiamo bisogno dello spazio,
Siamo dentro noi stessi.
Le tue accuse meschine sono una voce di spada.
Lapidi così i miei pensieri, con un bacio.
La pioggia elettrica ci farà uomini,
Cancellerà le nostre menti, altererà le nostre voci,
Saremo bruchi senza occhi coi corpi pieni di lampi.

Scosse a partire dai vuoti.
Quando mi guardi la linea di lacrime, lenta.
Il tempo diventa uno scorrere insonne.
Nel respirare di noi ogni silenzio.
Cubi i nostri abbracci.
Stretti, incastrabili.
Inestricabili come edere presenti sul tuo corpo.
Piccoli balzi di pelle in liquido amore.
Ti saprò vietare i nomi.
Una mano che farà tabula rasa delle nostre vite.
Correndo e dimenticandoci d’avere battiti.

Il corpo che hai amato cade in pezzi,
Tutto quello che tocchi diventa carbone.
E’ la nostra ora.
Cosa abbiamo dimenticato?
Ci sono cose che moriranno con noi
Nel frettoloso raccogliersi dell’ultima ora.
Siamo solo ciglia rarefatte, piste cancerogene
di un credo defunto. Siamo altari distrutti.

Idoli bruciati. Ipnosi per piramidi.
Non sarò mai qui per te.

 

 

Fotografie di Cristina Rizzi Guelfi

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3 pensieri su “Dialoghi – Antonella Taravella e Daniela Montella

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