“I figli unici” di Gian Luca Groppi


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“I” 2001 – 2005

Gian Luca Groppi piacentino di nascita, ma genovese di adozione è un fotografo; nel senso più puro ed immacolato del termine. Un narratore eccezionale che ama raccontare del mondo circostante e privato in modo originalissimo ed elegante. Un autore che predilige la fissità del mezzo fotografico in favore del movimento. Le sue opere si basano sulla trasformazione di un prima che diviene dopo, “perché ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo.” Alessandro Baricco

Benvenuto su Words Social Forum Gian Luca.

Iniziamo subito con una domanda secca:

Chi è il Gian Luca Groppi fotografo e il Gian Luca Groppi uomo?”

Penso che l’uno sia la proiezione dell’altro (non saprei cosa dire di me stesso)

Nella tua opera: “Hypocrisy” si vede un te stesso con e senza barba. Dov’é l’ipocrisia? Nella finta mutazione di un viso glabro ed uno irsuto oppure quest’ultima é esterna, negli occhi di chi guarda?

L’ipocrisia sta in tutto ciò che è apparentemente rassicurante e , quindi , rifletto sul prendermi il tempo sia nel giudicare e sia nel valutare con più ponderatezza le apparenze. Perché se non c’è memoria non c’è presente, e senza consapevolezza del proprio IO e del proprio NOI siamo avvolti dal nulla.

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Hypocrisy  (Mutazioni 2005 – 2009)

Così come Bacon anche tu hai un passato da autodidatta; dimostrazione che il talento non deve necessariamente passare attraverso scuole o corsi di formazione. Che cosa distingue un fotografo da un designer “imprestato” alla fotografia?

Penso che la fotografia sia solo un mezzo per esternare se stessi o i propri valori. Diciamo che le accademie, per mere questioni tecniche o per una visione tout court dell’arte aiutano. La differenza tra le due categorie si riassume in una sola parola: i contenuti.

In molti dei tuoi lavori usi raramente il colore. Qual è per te la differenza e dove si situa la diversità dell’uso di questo mezzo?

Con il colore ho sempre avuto un rapporto di rispetto e timore. Con l’avvento del digitale questi timori sono decaduti. Trovo entrambe le tecniche stimolanti. Forse il mio passato da “dark” mi ha reso più incline alla monocromia.

In ogni tuo scatto, c’é quasi sempre la voglia di mostrare il non visto, un esempio evidente si trova nelle serie di foto “Mutazioni”. Ti consideri più un artista o un “cercatore” volendo citare il titolo di una tua opera.

Sicuramente più il “cercatore”, vista la mia “ atavica” curiosità.

Quando hai capito che la fotografia e non la pittura o la scultura sarebbe stata il tuo primario mezzo espressivo?

A 17 anni mi comprai una reflex che abbandonai quasi subito, per poi riprenderla quasi un decennio dopo con una necessità impellente di svuotarmi di tutti i miei sentimenti. Credo che il cinema per me abbia avuto un ruolo primario nel mio modo di narrare ed interpretare le immagini, vedi i miei storyboard dai quali nascono i miei scatti. Devo confessare che tra le arti, quella fotografica è quella che meno mi appassiona, a favore della pittura o delle arti installative.

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“I” 2001 – 2005

Che cos’é per te la fotografia e in particolare una foto?

La fotografia è la mia vita. E’ la necessita di esternare e far (almeno auspico), ragionare le persone attraverso i contenuti che spesso ci riguardano.

E’ più complesso fotografare un oggetto o un corpo nudo?

Forse più un corpo nudo; è molto facile cadere nel banale. Per esempio: un corpo tatuato, (un tempo stimolante) oggi è talmente inflazionato e modaiolo che facilmente rischia d’apparire poco interessante e quindi, molto complesso nella sua rappresentazione.

In una tua precedente intervista rilasciata alla “Vision Quest Gallery” parlavi di ricerca inconcludente del significato della vita ed allo stesso tempo dell’autocancellazione del sé come conseguenza della vita stessa. Perché per l’uomo e in particolare per l’artista questa conoscenza é così importante?

Perchè se non c’è memoria non c’è presente, e senza consapevolezza del proprio IO e del proprio NOI siamo avvolti dal nulla.

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“Neogothic” 1999

Dietro ad ogni tuo scatto pare esserci sempre la volontà di mostrare un “B-side”, basti pensare alla serie di scatti facenti parte del gruppo “Mutazioni”?

Si, come ho già risposto ad una precedente domanda, preferisco non soffermarmi sulle apparenze e indagare, quanto posso, tra le pieghe di ciò che osservo.

Che cos’é per te la mutazione, tema principale di una tua serie di scatti?

La “Mutazione” è la metà oscura che, attraverso l’attesa si manifesta spiazzante ed ironica.

Come si sviluppa il processo creativo che porta alla nascita dei tuoi “figli unici”? Qual é la parte più intensa e quella più dolorosa nella fase di creazione?

I figli unici , ossia i “Polittici” nascono come valvole di sfogo creative, disgiunte dai miei progetti più corposi ed omogenei. Sono per me, necessari quanto taumaturgici. Nascono sovente da pensieri vaganti ed ipnagogici ed inconsapevolmente, ripercorrono spesso il mio stile e le tematiche a me più care.

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Imprinting (Mutazioni 2005 – 2009)

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La stanza (Mutazioni 2005 – 2009)

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La ragazza in scatola (Mutazioni 2005 – 2009)

Uno scatto che mi ha profondamente colpito é l’Ultima Cena. Un polittico molto particolare, una rivisitazione dell’Ultima Cena in cui ogni apostolo pranza con un diverso insetto, mentre il “Cristo” é di schiena ed é una donna.  Come nasce questo scatto, come mai hai scelto di rivisitare un’opera così famosa e classica trasfigurandola, o più semplicemente mutandola?

Questo scatto scaturisce da una visione notturna, che svela nelle diverse fasi come gli insetti diventino “ Verbo”.  La posizione al contrario del Cristo e la definitiva scomparsa dell’ insetto dal suo piatto ha il fine di  mostrare allo spettatore una visione agnostica e personale del famoso dipinto.

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L’ultima cena (2003)

Nel tuo passato c’é anche un’esperienza nella Romania post Ceausescu; che ricordo hai di quel periodo e come ha influenzato il tuo modo di fotografare?

Questa esperienza, legata ad Overland, mi ha profondamente  segnato dal punto di vista umano; sia per gli orfanotrofi visitati e la dolcezza malinconica dei bambini che per il degrado umano di certi (ripeto certi) medici che orbitano nelle sfere della benificenza da copertina. Non ha influenzato il mio modo di fotografare poiché  è avvenuta in un periodo in cui la mia formazione stilista era già abbastanza formata.

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The mother (2006)

Nel tuo ultimo lavoro a colori, “Maternity” vediamo una maternità profondamente leopardiana. Madre matrigna. Com’è nata quest’idea?

Volevo dare voce a chi non sente come necessaria la necessità di procreare e anche giocare sul doppio significato di quanto, nell’era contemporanea, sia difficile il contrario.

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Maternity (2014)

Come vedi il futuro del mondo dell’arte in Italia e all’Estero?

Purtroppo vedo tanta approssimazione nel gran carrozzone dell’arte, come fosse un gran supermercato dell’effimero. Non sempre l’impegno e i sacrifici da te profusi, non essendo la tua principale fonte di guadagno, vengono corrisposti. Metà del lavoro dell’artista consiste nella promozione di se stesso attraverso il web, le vernici ed i contatti non sempre subitaneamente corrisposti. Già il trovare un interlocutore che si appassiona al tuo lavoro, che ne discuta per migliorarlo e si impegna in una promozione che sia lungimirante, e non finalizzata al periodo della mostra, è di per sé trovare un tesoro. Credo che manchi sovente la volontà e la pazienza di investire sugli artisti e sul loro lavoro, preferendo spesso i guadagni più facili ed i nomi più sicuri. Bisogna dire che anche dall’altra parte (negli artisti stessi) spesso c’è tanta presunzione, poca pazienza e professionalità e in un mondo dove oramai tutti sono fotografi o altro, trovare dei lavori con dei contenuti o un minimo di spessore non è sempre facile. Ahimé!!!!!

L’arte deve temere o abbracciare il denaro?

In tutto ci deve essere un equilibrio. Il denaro è importante (visti i costi), per sviluppare la produzione artistica. Trovo sia ingiustificato il mercato dell’arte solo come forma di investimento; si rischia seriamente di perdere di vista la bellezza ed il desiderio di acquistare un opera solo per il piacere di amarla, a prescindere dal valore di mercato o di arredare un immobile.

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri?

Sto lavorando a due progetti molto corposi e lunghi nella realizzazione (scatto di rado) . Il primo si chiama: “Tributo all’inespresso “, il secondo: “ Alphabet”. Ci vorrà qualche anno per vederne la conclusione.

In attesa che ciò succeda , aspetto che mi facciano visita i miei “ figli unici”!

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“In vertebris” (2011)

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“Trapassi” (2011)

Grazie Gian Luca

Grazie

All images and materials are copyright protected and are the property of Gianluca Groppi.

Sito ufficiale: Gian Luca Groppi

Sito ufficiale: VisonQuesT gallery

Christian Humouda

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3 pensieri su ““I figli unici” di Gian Luca Groppi

  1. Complimenti (e grazie!) a Christian per aver portato quest’artista alla nostra attenzione. Le domande sono davvero molto belle, quanto i contenuti delle risposte.

    Le fotografie sono magnifiche e geniali, e mi dispiace di non riuscire a trovare altri termini per descriverle, ma mi lasciano senza parole… rimango incantato a guardarle!

    Grazie!

    Rispondi
  2. ho una particolare predilizione per il biancoenero e qui alcune foto cominciano a circolarmi dentro assieme a delle parole…grazie a Christian per aver portato qui un grande fotografo come groppi e un grazie a groppi per essere nelle pagine di WSF

    Rispondi

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