Breaking Bad. Da Candido a Kurtz, ama l’Antieroe tuo come Te stesso di Alessandro Gabriele


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“Abbiamo bisogno di più consapevolezza della natura umana, perché l’unico pericolo reale che esiste è l’uomo in se stesso.” – C.G. Jung

Non sono mai stato un amante del genere Serial-Tv, la confezione narrativa mi è sempre sembrata una sorta di affiliazione al ribasso, guidata dalla necessità di legare l’attenzione dello spettatore alla superficie del “come va a finire”, simile in questo a quel gioco dell’apparire-scomparire che manda in visibilio i neonati, un lungo Bubusette della narrazione, fondamentalmente.
Tutto questo finchè non ho incontrato Walter White, indimenticabile antieroe e deus ex machina della serie televisiva Breaking Bad. Walter è personaggio costruito per bucare lo schermo, per uscire a prendere in ostaggio lo spettatore e ingabbiarlo nella storia, legarlo con le viscere a una vicenda che, osservata dalla cima della sessantottesima e ultima puntata, appare come una vera narrazione archetipica, la discesa agli inferi di un uomo comune, un cinquantenne sfigato professore di chimica in un liceo che rappresenta bene il genere umano così come procede al buio dell’era post-moderna, inglobato nei panorami schizoidi del mondo.

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“Avete mai pensato che forse Adamo ed Eva non erano altro che gli animaletti domestici di Dio, cacciati di casa a calci perché non avevano imparato a farla nella sabbietta? Forse gli esseri umani sono solo cuccioli di coccodrillo che Dio ha buttato nel cesso.” – Chuck Palaniuk

Occorreva una mano leggera per sostenere un personaggio così spesso e “pesante” senza far affondare la narrazione. Così, fin dallo sgangherato incipit della storia che avvince subito, il timbro dell’ironia si pianta sullo schermo, a cominciare da come Walter viene presentato in acconciatura grottesca: quel paio di esilaranti mutande anni 50, a fascia alta, che lo rappresenteranno intimamente per tutto il serial.
A una prima occhiata, Walter pare il vecchio nerd cresciuto che siamo stati tutti, genialoide e inetto e gentile, narrato nella dovizia dei gesti quotidiani, uno che suscita immediata simpatia, perciò quando veniamo a sapere che è malato di cancro terminale non facciamo fatica ad assumere il suo destino sulle nostre spalle identificate, e questo è uno degli snodi profondi che rendono la serie originale e notevole: aver creato una narrazione quotidiana della morte che sia fruibile per uno spettatore medio, distratto e navigato, uno che, fedele al canone culturale moderno, potenzialmente rifiuta l’idea di accostare a sé le immagini della malattia e della morte.

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Breaking Bad abbatte molti degli stereotipi di genere, Walter non è uno Zombie né un Vampiro né un maledetto medico d’emergenza, non è un avvocato firmato né un poliziotto hipster né un trombatore da salotto newyorkese, Walter è solo l’immagine dell’uomo medio sdoganata dal grigiore del “politicamente corretto”, è così come ci facciamo schifo al naturale davanti allo specchio, ferocia e bassi istinti e goffaggini comprese, certe volte, in certi momenti privati innominabili.
Il personaggio, preso in controluce esistenzialista, è ciò che rimane di un uomo dopo la morte di dio. Un’identità fragile come un colpo di vento, un’esistenza sbandata che reinventa se stessa spostando arbitrariamente i confini del bene e del male, piantando la tenda dell’etica sul rovescio di se stessi, dove ognuno ha il proprio Kurtz che legifera nella giungla dell’inconsapevole.

«Amo tutti coloro che sono come gocce pesanti, che cadano a una a una dalla nuvola scura che incombe sugli uomini: essi annunciano che il fulmine sta per venire e muoiono nel recare l’annuncio. Ecco, io sono uno che annuncia il fulmine e una goccia pesante che cade dalla nuvola: ma il fulmine si chiama superuomo.» – F. Nietzsche

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Walter si rivela presto un pericolo vivente, un’esplosiva incognita per se stesso e per gli altri, spettatori compresi. Le motivazioni da cui muove sono le più umane e condivisibili che si possa immaginare: assicurare alla propria famiglia un futuro di sussistenza economica per quando lui se ne sarà andato, farlo nel breve tempo che gli rimane, con le poche capacità professionali che si ritrova.
E’ così che comincia a “cucinare” metanfetamine, ed è così che incontra il proprio alter ego, tale Jesse Pinkman, ragazzetto moderno schizzato e inaffidabile e tossicofilico che si prenderà carico di distribuire il prodotto.
La narrazione si avvia e procede in equilibrio perfetto tra commedia e noir, lo stile di regia è brillante, i personaggi secondari sono interessanti e ben tratteggiati, il ritmo è teso e avvincente, con pochi ristagni di sceneggiatura, ma non è l’eminente fatto tecnico il cuore di questa esternazione.
Ho visto le cinque serie di Breaking Bad in un’unica soluzione lunga due settimane, alla media di cinque episodi al giorno, ne sto uscendo ora, con la sensazione di aver vissuto una seconda vita segreta.

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Non c’è un minuto della serie in cui il personaggio riesca ad evadere dall’ambiguità dei propri sentimenti, non c’è una qualità umana che non riveli il proprio dorso di difetto, né un difetto che non risulti utile al percorso umano, si procede acrobaticamente lottando con un senso di vertigine.
Il plot abbandona la Commedia e vira decisamente al Noir nella seconda metà della serie. I nodi vengono al pettine e mr. White comincia a percorrere consapevolmente il proprio destino scuro, osserviamo la mutazione da vittima a manager del male con stupore, come se qualcosa d’importante stia succedendo dentro noi stessi. Non si ride più con leggerezza, la trappola identificativa fa si che ci si senta chiamati in causa su territori etici fondanti.
Walter fa sforzi immani per tenere separato il bene dal male senza riuscirci, mascherandosi di menzogne sociali per realizzare l’obiettivo che lo stringe, spogliato della comprensione di tutti, a cominciare dai propri affetti più cari, eppure guidato affettuosamente per mano dalla più antica e potente delle Consigliere: la Morte.

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Lui è la ferita che ci riguarda, quell’antieroe vagheggiato da Carl Gustav Jung capace di prendere su di sé il destino fallimentare e violento dell’uomo moderno che, asserragliato nella coscienza illusoria della propria bontà epistemologica, irretito dalle retoriche dei buoni sentimenti, spinge fuori di sé la parte oscura di natura brutale che gli compete piuttosto che farsene carico, generando ogni sorta di conflitto e guerra nelle relazioni interpersonali, sociali, politiche del pianeta.
Così White, alias Heisenberg, si avvicina alla propria intima natura e alla nostra poltrona con la sincerità disarmante dei folli senza negarsi alcuna oscurità, facendola finita con i buoni sentimenti e le morali da comodino, scavando a piene mani dalla fossa biologica dei propri sentimenti più laidi, facendosi carico delle proprie azioni più turpi, così come ogni uomo dovrebbe presentarsi, nudo, alla propria coscienza e a quella del cosmo, prima di provare a rinascere.
Da Nietszche a Jung a una serie televisiva americana, dopo che dio è morto, dopo che anche il mito dell’Eroe ha esaurito la propria parabola salvifica per divenire veicolo di guerra permanente, dopo che il pianeta non sa più come dirci che abbiamo passato il maledetto segno, forse non deve sorprenderci troppo che, a cercare la luce di una rinnovata coscienza, ci si possa rimettere alla vera signoria mediale che ha piegato gli ultimi decenni, il Video, e dentro di esso mettere bene a fuoco le mutande psichedeliche dell’indimenticabile signor Walter White.

“Cristo vince la tentazione del Diavolo, ma non quella di Dio verso ciò che è buono e ragionevole. Cristo cede dunque alla tentazione. Dovete ancora imparare a non soccombere alle tentazioni, ma a compiere ogni cosa per vostra scelta, allora sarete liberi e avrete superato il cristianesimo.”
– C.G. Jung, Libro Rosso

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di Alessandro Gabriele

* Immagini dal book: Visual Prenestino di Alessandro Gabriele

http://aereoplanini.wordpress.com

http://www.edizionismasher.it/alessandrogabriele.html

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