Fuga – un racconto di Mezzanotte


2361204937_a61a00ba13Arrivare fin qui non è stato certo facile, anche se tutto si è svolto nel tempo previsto e con perdite contenute.Sono sopravvissuta alla mia piccola notte.
Un’altra piccola notte. Un altro piccolo intervallo di tempo di cose taciute e consegnato ad una spazialità folle, oscillante tra sole e luna. Una notte che adesso, si appresta a sbiadire come tante, nel nano-abisso dell’ennesima alba, nel fiume nero dell’ennesima fine.

FINE.

Una possibilità per me che nei prossimi giorni potrò forse addormentarmi bene e presto. Dimenticando. Rimescolando la memoria nell’ombra.

Sento uno stormo di cellule rosse annidarsi nello stomaco, mentre mi sembra che il suo odore ora, vada ad appendersi con forza su ogni centimetro di questi muri. Un odore che si rimesta insieme al mio a tradimento, come latte al cianuro.

Ma io adesso mi appresto ad andare. Via di là, oltre questo calvario morto, oltre quest’aria insopportabile di trafittura.

Accosto la porta di questa casa quadrata, cercando di non far rumore. So di essere solo un brivido che si stacca da una pietra, un grido in corsa verso la sua corda più alta che sta per tuffarsi nell’aria, un’immagine fosca dagli occhi spalancati sul vuoto.

Guardo l’intero viale da percorrere .
Meno male che per i primi cento metri hai fatto lastricare il viale con quella pietra lavica che ti ho consigliato. Posso camminare anche a passo veloce evitando il rumore del fogliame secco che si lacera o quello dei ciottoli che finirei per calciare.
Quel lontano lampione acceso alla fine del viale, posizionato proprio all’ingresso, al lato destro del cancello è la sola cosa che potrebbe tradirmi, fermare la mia fuga.

L’avevo voluto sempre io. Alto quasi diciannove metri. Riproduzione di un melo con tutte le foglie scolpite in alluminio in lega e con miriadi di lucine minute nei loro intermezzi . Ti dissi che doveva essere un gioiello, in grado di paralizzare la vista in una sensazione indimenticabile di meraviglia . La meraviglia di una folta chioma di foglie intagliate e splendenti di riflessi argentati. Un vero e proprio arsenale di lame, ancor più luccicante di notte, quando oltre alle luci, splende ancora di più nel bagliore della luna.

Avrei forse dovuto spegnerlo prima di uscire. Qualcuno adesso potrebbe vedermi, e forse io non riuscirei più ad andare. So che quella luce veglia da anni sul tuo sonno, filtrando di notte attraverso i vetri e le tende di seta gialle. Se quel lampione fosse spento, qualcuno potrebbe di certo notarlo e questa notte morirebbe con me sotto questa pioggia minuta che scende opaca controvento.
Era sempre stata una luce notturna magnifica che aveva dilavato l’aria dai pipistrelli, dall’immobilità buia e malata di tutte le nostre notti, mentre ora quella luce è il faro della mia uscita di scena.

Vado.

Vado via senza voltarmi. Senza guardare quella casa che ha la mia faccia e le mie mani e che ora si assottiglierà nel buio. Mi muovo ai bordi del viale. Piano. Ai margini del giardino. Se qualcuno dovesse intervenire adesso, darò la colpa ai limiti della mia ragione.

Che io sia malata, è ormai diagnosticato. Che tu sia un fottuto stronzo, sarà forse decretato dal fatto che forse sopravviverai.

Arrivo sotto il melo di alluminio, nei pressi del cancello. Maxwell è sveglio e fuori dalla sua cuccia. Nasa nell’aria il mio odore e mi fissa in silenzio con la faccia puntuta ed infida di un serpente. Lui mi si avvicina, mi fiuta e se ne va, emettendo solo un lamento. Lui mi mancherà, e forse sceglierà proprio quel melo sotto cui morire per la mia assenza. Il melo a cui mancherà per sempre una foglia, una delle sue lame.
Perché adesso la mia esasperazione è tutta qui nella mia tasca, concentrata in quella foglia tagliente dove si coagula la mia illusione-disillusione fantastica insieme al tuo sangue.

Apro il cancello e lo riaccosto piano. Finalmente, sono fuori da questa casa, da questo giardino di nessuno. Comincio a camminare piano, aumentando via via la velocità dei passi.
Ho paura.

Mi guardo prima indietro, poi comincio a correre.
Corro come corre il tempo di notte. Corro senza fiato. Corro come corre una biscia inoltrandomi furtiva nella boscaglia.

Ti ho sempre detto che mi faceva paura perchè avrei perso l’orientamento. Ti ho sempre mentito.
So che in questa direzione, ortogonale anche al mio passato, incrocerò la strada statale.
Corro.
Corro e mi manca il respiro. Mi accascio ad un albero esile.

Qui dove sono, chiunque potrebbe trovarmi. Anche tu.
Respiro. Cerco di prendere fiato. Ho paura. Ho foglie secche infilate dappertutto e le pupille dilatate come bolle d’aria calda.
Cerco di prendere fiato. Posso ancora correre.

Corro.

Sento un fruscio alle mie spalle. Un suono di foglie calpestate furtivamente che mi segue. Non vedo niente. Non puoi essere tu, no, non puoi. Corro mentre intanto mi salgono le lacrime agli occhi. Mi squilibro e inciampo. Sento aghi di pino fra i denti, e la mia gamba affondare in uno spuntone di pietra. Il dolore mi fa trasalire dalla disperazione.
Sento dei passi nella boscaglia, sento l’arrivo di un vortice che soffocherà ogni cosa.

Chiudo gli occhi mentre cerco di trascinarmi. Raccolgo le forze nelle braccia e provo a rialzarmi. Le mie gambe sono pesanti come blocchi di marmo. Mi spuntano lacrime agli occhi ancora più copiose. Non riesco a muovere le gambe, ma mi convinco che e’ solo la mia suggestione, mentre e’ solo la gravità che adesso me le toglie.

Poco più avanti so che c’e’ la collinetta anticlinale. Mi rotolo in orizzontale per poi aggrapparmici per risalirla, superarla e cadere giù. Sbatto su ciuffi di ginepro ed alberi radi. Non respiro, non penso. Il ticchettio del mio orologio mi perfora i timpani, mentre mi tocco i denti ad occhi chiusi per assicurarmi che non si siano rotti.
Attendo di nuovo il silenzio. Ho paura.

Scavalco il dosso di pietrisco e terra. Mentre realizzo che la mia bocca è un parallelepipedo molle prosciugato dal panico. Terriccio e fango si insinuano nelle narici e nelle unghie. Mi trascino , ma adesso sono su , proprio in cima alla piega della collina.

Mi rialzo. Adesso scendo, trattenendo il passo allungato dalla pendenza.

E vedo finalmente la baia, e la strada.
Adesso chi potrebbe dire che sia accaduto qualcosa, o che io abbia a che fare con cio’ che e’ successo?
Vado verso le luci che terminano di netto nel bordo scuro del mare. Sono di nuovo nel rumore. Sono nel caldo.

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3 pensieri su “Fuga – un racconto di Mezzanotte

  1. Ben congeniato e ben scritto. Parole come il verbo “nasare” sono punti di luce e di pregio infinitesimali ma brillanti. Come pure gli accostamenti semantici nelle similitudini di movimenti osservabili al microscopio (le pupille dilatate come bolle d’aria calda; lo stormo di cellule rosse), nella constatazione del tempo soggettivamente inteso e del phylum animale vastificato in un piano strutturale comune, fondato sull’istinto e compresso nell’adranalina. Il colore caldo del sangue ribalta in antitesi le qualità del trapasso e pure lo identifica con disarmante naturalezza: tramite iniziale e conclusiva cerniera, come l’iconografia, peraltro, esplicita. I dettagli geometrici, angolari come spigoli necessari e per questo inosservati, distribuiscono verosimilmente gli spazi esteriori e interiori in una interazione fra ciò che sta fuori e ciò che sta dentro che costringe alla sosta, riuscendo a esorcizzare in brevi momenti di respiro, il caos del perdifiato.La misura dell’estrema lucidità portata al suo limite di raptus e delirio, la percezione amplificata del corpo e del suo peso contundente “terminano di netto nel bordo scuro del mare”. E il mare è un topos bifronte: ventre (caldo), culla uterina del naufrago, un brulico (e vivo) limbo di morte.

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  2. Dopo il commento di Aechidna è buona creanza non aggiungere altro se non che mi è piaciuto molto. Da leggere con attenzione per non rischiare conclusioni aporetiche che ne inficerebbero la valenza. Complimenti

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