La terra del mai [Narrativa]


Quando la guerra finì, l’uomo passò molto tempo a piangere la donna amata. Erano cresciuti insieme e non le aveva mai confessato i suoi sentimenti. Credeva, ingenuamente, che sarebbe bastato il suo amore silenzioso a salvarla dai bombardamenti. Quando morì, prima del dolore lo colpì l’incredulità: era impossibile che la pace arrivasse senza di lei, senza averle mai detto niente, e senza sapere se lei avrebbe mai ricambiato la sua devozione.

Gli fu detto, allora, di provare ad andare nella terra del mai; era un isolotto al centro di un mare scuro, circondato dalla nebbia, in un punto dove le nuvole non lasciavano mai passare il sole. Gli diedero barca e remi e lo accompagnarono in mare aperto con un’altra barca, raccomandandogli di non perderli mai di vista e guidandolo fino al punto in cui l’isolotto era visibile a occhio nudo: una macchia scura in mezzo alla nebbia.

A poca distanza da loro si stagliavano due scogli neri e aguzzi, come zanne marce di una bestia altrimenti sdentata. Gli dissero che, se fosse andato direttamente all’isola senza attraversare lo spazio fra le due pietre, tutto quello che avrebbe trovato a riva sarebbe stata brulla terra e licheni. Quelle due pietre erano la soglia per la terra del mai: creavano sull’isolotto il mondo dentro la testa di chi le oltrepassava, dava loro vita e umore, e tagliavano via il mondo esterno.

Il viaggiatore finiva dentro la propria testa e da lì poteva rivivere i ricordi, riunirsi ai morti, e combattere i propri demoni.

Gli dissero di stare attento, perché la terra del mai è affascinante. Attraverso i ricordi e le sensazioni passate, rivivendosi sui sentieri nebbiosi, si può trovare se stessi e le risposte a ogni domanda. Ma con questi doni viene anche la paura dell’incertezza del mondo reale, dove regna il forse e la storia viene dimenticata presto. Gli uomini vivono nell’incertezza e nel dubbio e si trascinano inconsapevoli per tutta la vita, rifiutandosi di accettare la propria cecità: temendo il giorno in cui il velo potrebbe dissolversi, terrorizzati all’idea di vedere davvero – timorosi di tutto ciò che l’isola rappresentava.

L’uomo andò avanti da solo. Remò senza voltarsi indietro e oltrepassò i due spuntoni di pietra, quei denti di mostro affamato. Solo quando oltrepassò la soglia decise di guardare i suoi compagni di viaggio: erano ancora lì dove li aveva lasciati ma immobili, vestiti di nero, grigi in volto, gli occhi opachi, le labbra serrate. Se si fosse avvicinato senza passare per la soglia non avrebbero detto o fatto niente. Non erano davvero loro: erano i suoi ricordi di loro. Erano solo bambole che popolavano la sua memoria e in quel momento, per lui, non contavano niente: attraversando la soglia, i pensieri dell’uomo erano stati solo per lei.

Una volta approdato sull’isola un bambino cereo in volto, vestito di nero, lo aiutò ad approdare. In lui riconobbe il suo amico d’infanzia, quello con cui da bambino giocava per le strade fino a tardi e che ancora vedeva tutti i giorni. Entrambi finivano di lavorare e andavano in riva al mare a bere vino parlando delle donne, del destino, del futuro. Il suo amico era adulto, in buona salute e sempre di buon umore. Quel bambino, realizzò, non era più il suo amico: era solo un’immagine del passato che aveva sostituito poco a poco con quella dell’adolescente con cui giocava a carte, a quella giovane adulto con cui andava a caccia di ragazze. Tutte immagini che lo portavano all’uomo vivo con cui beveva vino in riva al mare. Il suo amico era cresciuto ma il bambino con cui aveva giocato non esisteva più; era solo una rievocazione della terra del mai che lo aveva aiutato ad attraccare. Solo un’immagine di sfondo senza coscienza.

L’uomo salutò il bambino con un cenno a cui non rispose e andò via.

C’era sua madre; sorprendentemente la vide giovane e bella, in piedi e di spalle, luminosa come colpita da raggi di sole senza fonte, soggetto di un faro inesistente. Come quando, da bambino, in cucina, faceva i compiti e sollevava la testa solo per guardarla; lì, accanto alla finestra da cui la luce primaverile entrava per riflettersi sui suoi capelli rossi, mentre canticchiava un motivetto a bocca chiusa e cucinava. Dal nulla l’uomo sentì il suo profumo. Sentì canticchiare quel motivetto che conosceva a memoria. Sua madre era su uno spuntone di roccia nera, vestita di nero, rivolta verso il mare, mentre le braccia si muovevano cucinando una cena inesistente. L’uomo le andò incontro chiamandola, ma sua madre non si fermò né si voltò. Si avvicinò ma sua madre, imperterrita e rivolta al mare, cucinava l’inesistente.

“Mamma”, chiamò l’uomo. Niente.

L’uomo la superò di qualche passo e si voltò per guardarla in faccia. Voleva vederlo quel volto giovane, perché non lo ricordava più; voleva vedere quella pelle ancora libera dalle rughe e quel sorriso con i denti bianchissimi – il sorriso che aveva prima che le cadessero tutti e potesse mangiare solo con le gengive, inorridendolo con quei rumori di risucchio e bava ad ogni pasto. Voleva vedere quei capelli fulvi incorniciarle il viso, prima che la guerra li facesse diventare bianchi. Voleva vederla, lei, ma quando si voltò a guardarla lei gli dava di nuovo le spalle.

Tornò indietro, ma vedeva ancora solo le spalle. Cominciò a camminarle intorno senza toglierle gli occhi di dosso e tutto quello che vide furono le sue spalle. Tutto quello che sentì, il suo canticchiare ininterrotto.

Non ricordava sua madre da giovane; sapeva che un tempo era stata bella, ma non aveva nessuna immagine a cui aggrapparsi. Quei denti, la pelle liscia e i capelli sul volto, aveva dovuto immaginarli perché non li ricordava; e la terra del mai non poteva dargli quello che non aveva. Costruiva i suoi ricordi, e non poteva sostituirli con l’immaginazione.

C’era il suo vecchio cane, che lo accompagnò per un pezzo di strada; lui, sì, lo ricordava bene, e la terra del mai ne aveva costruito un’immagine fedele. Il suo buon cane, il suo dolce cane, sempre con la coda per aria, sempre pronto a correre, i grandi occhi tondi e lucidi che solo il tempo era riuscito a spegnere; la guerra – i bombardamenti, la morte intorno, la paura – non era mai stata in grado di offuscarli. L’uomo pianse qualche lacrima mentre lo accarezzava ma, per un inspiegabile pudore, nascose il volto alla vista del cane prima di riprendere il cammino.

La donna amata la trovò in piedi sulla cima alla montagna. Il suo ricordo era così vivo e pulsante da essere addirittura colorata: la sua pelle era ancora florida e rosea e lo guardava con occhi pieni di vita. Aveva fra i capelli i rametti di lavanda che lui le aveva regalato durante una festa di paese. Gli sorrideva dall’alto, da quando lui l’aveva scorta, e non aveva smesso di guardarlo per tutta la salita.

Il suo sorriso era intatto ed era ancora bellissima; il tempo non aveva affievolito i suoi ricordi – anzi. Forse il dolore della sua morte ne aveva accentuato la bellezza, almeno nella sua testa. La pelle era luminosa come la luna piena, i polsi non erano più sfigurati dalle cicatrici delle catene, e i calli sulle sue mani delicate – risultato dei lavori forzati – erano spariti. La donna, che nella sua mente era rimasta viva ogni giorno e ogni notte di guerra e ancora lo accompagnava in tempo di pace, era finalmente lì, meravigliosa, felice. La stanchezza della morte e della guerra non esistevano. Ignara del suo amore era rimasta la fanciulla pura e bella che da bambina giocava con lui e con il suo migliore amico per strada. Tutti e tre insieme, incuranti, eroici, cantastorie di se stessi, inventori dei propri mondi. Quando erano insieme le pietre diventavano ponti, i fiumi lava incandescente, il mare la casa delle sirene.

“Sai chi sono?” le chiese l’uomo. La donna annuì. L’uomo si avvicinò di qualche passo, e si inginocchiò davanti a lei.

“So che questi sono solo i miei ricordi, e so che non puoi rispondermi come se fossi lei. So che tutto questo sta avvenendo solo nella mia testa e che tu sei morta, che sei andata per sempre in un posto che io non posso ancora conoscere”.

La donna annuì, incoraggiante, sorridente.

“Mi sono chiesto molte volte se tu mi avessi amato e mi hanno detto che qui avrei trovato delle risposte, ma so che non è così. Questa si chiama ‘terra del mai’ perché quello che non è avvenuto non potrà mai accadere. Si vede solo quello che non esiste più e si vive l’inesistente. Tu sei solo un ricordo, e io non ti porrò nessuna domanda.” L’uomo le prese le mani e si sorprese nel trovarle gelide, come pietre inerti in un posto senza sole. “Quello che io voglio è solo un altro ricordo. Il ricordo di me che dico di amarti, e di te che mi dai un bacio. Credi di poterlo fare?”

La donna rimase ferma per qualche istante, quasi incerta sul da farsi. Poi annuì di nuovo. L’uomo strinse le sue mani, fingendo che fossero calde, e disse:

“Ti amo.”

La donna sorrise e si chinò per dargli un bacio. Tuttavia non esistevano ricordi di suoi baci sulle labbra e non poteva crearne ora, così gli diede un bacio sulla guancia. Lui si sforzò di ricordare il suo profumo e subito lo sentì solleticargli le narici: rosa, menta, terra.

L’uomo la baciò a sua volta sulla guancia, improvvisamente pieno di vergogna e quasi geloso della purezza dei suoi ricordi. Sentiva il cuore gonfio di amore al punto da spezzarsi e cadergli dal petto, rotolare fino a riva e perdersi per sempre fra le onde del mare. La lasciò andare, ancora sorridente e bella, dove sapeva che avrebbe potuto ritrovarla. In cuor suo, però, sapeva che non sarebbe mai tornato. Il tempo corrode i ricordi come il mare gli scogli, e lui non voleva vederla grigia e vuota come sua madre. Avrebbe potuto sforzarsi di ricordarla ogni giorno per mantenere viva la sua memoria e ritrovarla uguale, certo; ma che modo di vivere sarebbe stato, quello, a rivangare ricordi dolorosi fino a scoppiarsi il cuore? Vivere nel ricordo e nel rimpianto non avrebbe portato a nulla. Sarebbe morto solo, perso nella sua mente, il corpo rinsecchito e vuoto di ogni cosa.

Dopo il bacio, l’uomo corse lungo la montagna senza voltarsi per paura di vederla già cambiata. Tenne stretto il ricordo di quel momento e corse. Il cane gli trotterellò accanto per un po’, poi si fermò abbaiando un saluto. La madre non si voltò. Il suo amico d’infanzia lo guardò riprendere barca e remi e allontanarsi in tutta fretta dal molo. Rimase a lungo a guardarlo, in piedi sulle assi di legno marcio, i vestiti neri mossi dal vento e le ginocchia sbucciate di quando erano entrambi piccoli. Lo guardò fino all’ultimo, anche se l’uomo non poteva saperlo. Quando lo vide attraversare la soglia, solo allora, il bimbo e la madre e il cane e la donna amata sparirono, diventarono polvere, e tornarono nella sua testa a popolargli sogni e memorie.

L’uomo tornò verso i suoi accompagnatori. Fra di loro c’era anche il suo migliore amico, a cui non avrebbe detto mai nulla, e sorrise vedendo il suo sollievo. Cominciarono a remare insieme verso riva. Barca e barca, vivi e sopravvissuti, uomini scampati alla guerra che si lasciavano alle spalle i ricordi.

L’uomo non sarebbe mai tornato sull’isola e non avrebbe mai raccontato a nessuno quello che aveva visto. Dentro di sé, però, avrebbe conservato per sempre quel ricordo nato da un ricordo; il momento in cui era riuscito a sconfiggere la terra del mai per vivere, con la donna amata, quello che non era mai stato.

Daniela Montella

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