Confini: Il dove della poesia italiana: Enrico Testa


Enrico-testa1

 

quanti graffi t’ha lasciato sul viso
l’esultanza dell’odio!
e sulle ciglia
quante macchie dell’argilla…

la tua immagine si confonde
col sospetto furtivo
delle vesti appassite
tra la parete e il portone,
che si chiude col batticuore
sull’orto, sul gelo
salino dello sconforto

**

come mai il gelo e il vento
che ci acceca nei vicoli
cingendo le ciglia di nevischio
e le fronti di di corone
di dolorosa cartapesta
oggi non brucia ciò che resta
dei nostri stupori
e ci prepara invece
una notte chiarissima:
pietà, parole, errori
che al tatto suonano
come filamenti di colori

**

se si ha contro il tempo
e si ruota in assenza di vento
non vale discutere la rotta
o parlare di buio, di chiarore
o dei versi del disonore

il sale cresce sulle ciglia spente
del pugile che lascia la lotta
come un sottile dolore lucente

**

sono il tuo ospite stasera:
la mia casa i tuoi occhi lucenti
di pietra nera
il cerchio vuoto del falco
nella nebbia di primavera

da Controtempo, 1994

**

«Arcadia» diceva il cartello stradale.
Ma nessun pastore nei pressi.
Pecore sì, brade
e in divagante marcia
su verdi-brune colline levigate
dal rullante tornio dei secoli.
Miracoli in vista, zero. Per fortuna.
Già alta la luna nel cielo
– il cielo che la parola invoca
e che subito lascia
sola e vuota nell’indaco

da Pasqua di neve, 2008

**

a distanza abbaiare di cani
regolari rintocchi di campane.
Piu vicini, condominiali crolli
idraulici e il ronzio di televisori
ancora accesi dopo la mezzanotte.
Immobili nel letto
si va ora in visita in case abbandonate
scacciati subito come clandestini
dai nuovi residenti:
volti conosciuti o truci
che queruli chiedono ragione
di fatti ignoti.
In diversi saettano tra sonno e veglia
nel cosmo presepiale della mente…
Il solaio si spalanca
in sconfinati corridoi bianchi:
uffici introvabili
camerate d’ansia
dove affiorano medici sadici
crudeli amici ostili cose…
Intermittente sullo sfondo
– tenera fedele disossata –
una voce
e, dolce nella notte lunare,
un lontano profumo di rose

**

la litania dei casi recitati al ginnasio
s’è fatta prognosi postuma dei giorni:
se tutto sommato poco frequentati
– anche colpevolmente, lo ammetto –
i primi due,
tra dativo e accusativo invece
s’è consumato il maggior tempo.
Seguiti dal vocativo
per veglie albe notti,
preghiere a volti muti, ascolti
sempre in duplice tensione:
rivolto altrove e ad altri
o nell’attesa di una chiamata.
Ora vivo all’ablativo.

tratte da Ablativo, 2013

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