L’arte surreale e ironica di Alex Urso


1.Impossible nature (omaggio a Joseph Cornell), 2014 (28 x 20 x 8 cm)

1. Impossible nature (omaggio a Joseph Cornell), 2014 (28 x 20 x 8 cm)

 

2. Impossible nature (omaggio a Joseph Cornell), 2014 (28 x 20 x 8 cm)

2. Impossible nature (omaggio a Joseph Cornell), 2014 (28 x 20 x 8 cm)

Parlaci un po’ di te, e non la solita biografia, apriti a Words Social Forum.

Sto bevendo thé al limone nella città dove sono cresciuto, in provincia di Ascoli Piceno, dove torno ogni estate per qualche settimana. Dopo aver vissuto a Milano ed essermi diplomato in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera mi sono trasferito a Varsavia, dove attualmente lavoro come assistente curatore presso la Zacheta National Gallery e dove porto avanti parallelamente la mia ricerca artistica.

Perchè la Polonia?

Ho sempre provato un certo fascino per l’est europeo, pur non conoscendolo molto prima di trasferirmi a Varsavia. I paesi dell’ex area sovietica vivono oggi di forze opposte, in cui i ricordi tragici di una passato (vicinissimo) si fondono con desideri di modernità ed emancipazione fortissimi. Questo crea un movimento culturale notevole, vertiginoso, se si pensa alla velocità con cui una città come Varsavia è cambiata negli ultimi anni. C’è un fermento culturale che coinvolge tutti gli aspetti della vita cittadina, e questo è dovuto sicuramente a una condizione economica in crescita.
Tutto ciò si riflette positivamente anche nell’arte: dagli anni Novanta ad oggi sono nate ottime gallerie private, mentre le istituzioni pubbliche si sono sempre più aperte al mercato internazionale. In generale, nonostante ancora i forti limiti strutturali relativi al mercato e all’assenza di un sistema di coesione interna tra le varie istituzioni, credo che l’est europeo sia una realtà interessante sotto diversi punti di vista e di cui si sentirà parlare sempre di più in ambito artistico.

3. Object of our affection, 2014 (18 x 12 x 17 cm)

3. Object of our affection, 2014 (18 x 12 x 17 cm)

 

4. Custode, 2014 (19 x 15 x 11 cm)

4. Custode, 2014 (19 x 15 x 11 cm)

Cosa vuol dire usare filosofia ed estetica nei tuoi lavori?

Assolutamente niente. Quando realizzo i miei lavori non ho alcun testo di filosofia sottomano, né sono un filosofo, né ho teorie mirabolanti sul perché io crei le mie “cose”. Ho un personale bagaglio culturale, e più o meno consapevolmente viene fuori quando lavoro. Ma se non è percepito dall’osservatore cambia poco, non ho alcuna “finalità” teorica. La teoria, anzi, è molto spesso una conseguenza, piuttosto che lo stimolo a fare.
Il surplus di filosofia che da vent’anni martella il sistema dell’arte ha finito molto spesso col togliere voce all’interpretazione per dare spazio alla parola univoca (quasi sempre pronunciata dal curatore, piuttosto che dall’artista stesso) e alla sua accettazione passiva da parte dell’osservatore. Gli artisti, in particolare dagli anni ’80, sono stati ossessionati dalla filosofia: cercando una motivazione teorica ad ogni fenomeno artistico hanno esasperato il “concetto”. Ma la filosofia è qualcosa di silenzioso, discreto, non tormenta l’artista ma lo abbraccia. Il mio desiderio è che i miei “oggetti” parlino da soli, e dicano più cose possibili senza necessariamente il mio controllo.

La scelta di un certo tipo d’arte, il riutilizzo di materiale in disuso, il tridimensionale, parlaci dei tuoi micro mondi.

Sono attratto dalle “cose”: trovo oggetti, già forti di una propria carica lirica, e li faccio miei piegandoli verso nuovi contesti. È qualcosa di naturale: cercare poesia nei frammenti più distratti e inosservati del quotidiano. A questi elementi, sottratti alla storia, aggiungo poi elementi della mia vita, cercando il contatto tra esperienza personale e collettiva.
I “teatrini” sono la forma espressiva su cui ho focalizzato gli ultimi due anni della mia ricerca. Usare il tridimensionale, cercare in ogni modo di uscire dalla superficie piatta, è un approccio spontaneo. Succede lo stesso quando lavoro su tela: il mio rapporto con la pittura è stimolato continuamente dalla necessità di violare i limiti della superficie. Credo che alla base di tutto ci sia una necessità, più o meno conscia, di avvicinare il più possibile l’osservatore, chiamandolo a porsi in stretto contatto con l’oggetto osservato. La tridimensionalità è un modo per andare incontro allo spettatore incitandolo ad una interazione diretta, chiamandolo a sporgersi dentro per vedere, giocando un ruolo attivo nella fruizione estetica.

5. Rain, Steam and Speed (after Turner), 2014

5. Rain, Steam and Speed (after Turner), 2014

6. Escape from picture (after van Ruisdael), 2014

6. Escape from picture (after van Ruisdael), 2014

Noto in alcuni tuoi lavori, l’uso simbolico di quadri di grandi autori tipo Bacon, a chi t’ispiri maggiormente?

La storia dell’arte è un contenitore da cui attingere a piene mani, ma anche da mettere in discussione continuamente. Apprezzo moltissimi autori, non necessariamente vicini alla mia ricerca formale: Keith Haring, Raymond Pettibon, Joseph Cornell, Gastone Novelli, Henry Darger, David Hockney.. ognuno per una ragione diversa. Allo stesso modo il mio rapporto con la storia dell’arte è però un amore conflittuale, che mette perennemente in dubbio la figura dell’artista come singolo individuo consacrato dal sistema.

Il teatro, questo bisogno di dare a chi guarda le tue opere, che si nota nei tuoi lavori, parlaci dell’uso anche di questo.

Il mio richiamo al mondo del teatro è forse più che altro un richiamo a quello delle marionette, o ancora più direttamente della tradizione popolare napoletana dei teatrini di strada. C’è una volontà che mi spinge sempre a proporre nei miei lavori delle situazioni poetiche, spesso surreali, ironiche, in cui colui che è posto davanti è chiamato ad entrare, cercando una collocazione, costretto a prendere posizione (chinarsi, porsi di lato, sporgersi per vedere cosa ci sia dietro). Non dico delle cose, non richiedo ascolto, ma probabilmente propongo delle situazioni, che inevitabilmente invitano e stimolano la curiosità. I teatrini sono micro-mondi in cui l’universale e il privato sono chiamati ad incontrarsi, tra realtà e finzione.. proprio come nella tradizione teatrale.

7. The lonely winner (after Hodler), 2014

7. The lonely winner (after Hodler), 2014

 

8. One thousand years, 2013 (8 x 8 x 5 cm)

8. One thousand years, 2013 (8 x 8 x 5 cm)

Nei tuoi dipinti ci sono parole scritte, parlaci di questa commistione letteraria.

Con la scrittura ho avuto sempre un rapporto ambiguo, di attrazione e repulsione. Per diversi anni ho collaborato con riviste musicali, scritto di arte, composto racconti e poesie. Poi ho interrotto bruscamente ogni attività di scrittura, concentrandomi solo sulla pittura. Eppure la parola ritorna (ritornava), soprattutto sulle tele o sulle carte. Il ricorso alla scrittura credo tuttavia sia meno frequente negli ultimi anni, soprattutto nei “teatrini” e negli assemblaggi. Durante la mia ricerca, in particolare durante gli anni accademici, ho usato la scrittura esclusivamente come variante grafica, utilizzandola per indirizzare o deviare il messaggio in modo diretto. Negli ultimi periodi ho badato molto a questo, cercando di essere meno “grafico” possibile. Ho quindi cercato di concentrare ogni forma comunicativa su aspetti più sottili e meno espliciti, facendo parlare i miei lavori senza alcun tipo di linguaggio se non quello puramente pittorico.

Mostre?

Ho da poco chiuso la mia prima personale in Polonia presso la Turbo Gallery di Varsavia. Al momento sto lavorando su una nuova serie di opere, per lo più legate al tema della natura, che spero di esporre presto. A Novembre invece curerò presso la V9 di Varsavia Sto*Disegnando, il progetto di Michael Rotondi in cui quaranta artisti italiani si incontreranno con altrettanti artisti polacchi, realizzando una grande istallazione di opere su carta legate tutte dal medium del disegno.

http://www.painorpaint.wix.com/painorpaint
painorpaint@gmail.com

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