E il napoletano morì



1.

Quando il napoletano si svegliò, non aveva memoria.

Non sapeva assolutamente quale fosse il suo nome, chi fosse e dove si trovasse. Era per strada, questo sì, ma che strada? Era un vicolo stretto e i palazzi, altissimi, lasciavano entrare una striscia di sole affilata come un coltello; ma non c’erano targhe che le dessero un nome, i citofoni non avevano targhette, e in giro non c’era nessuno.

Vagò un po’ per le strade lunghe e strette, tutte uguali, senza trovare tracce di presenza umana. Pur non ricordando niente sapeva di essere un umano, e sapeva come dovevano essere fatti i suoi simili; sapeva anche, pur senza rendersene davvero conto, che era strano non trovare nessuno per strada.

Il vento soffiava negli stretti vicoli e spazzava via le foglie secche, che volavano da un vicolo all’altro, in circolo, senza trovare una via d’uscita. Anche il napoletano sembrava seguire il loro destino e fu per questo che cominciò ad andare controvento: forse, arrivando alla fonte del vento, invece di addentrarsi in quell’intricato reticolo di strade ne sarebbe uscito.

Fu una strada lunga, perché sembrava che il vento cambiasse direzione di continuo; in realtà erano gli stretti palazzi a intrappolare il vento e a portarlo dove loro volevano. Al napoletano servì qualche ora di cammino per distinguere il vento sospinto dagli altri palazzi da quello vero, e quindi di arrivarne alla fonte. Quando si ritrovò in un vicolo nuovo, appena più grande degli altri e mai visto, ebbe un moto di sorpresa e sollievo insieme: stava trovando una via d’uscita!

Diede un’ultima occhiata a quella rete di alti palazzi che si passavano a vicenda le folate di vento, ed ebbe una visione velocissima: una piazza assolata, dei piccioni in volo, dei ragazzini che si passavano un pallone giocando, ridendo, sillabando ad alta voce i nomi dei calciatori del momento come un mantra – una cantilena – ogni volta che uno di loro segnava contro la rete inventata, la parete di una chiesa del ‘600 coperta di graffiti inneggianti alla libertà in Palestina e a Maradona.

In quella visione si sentì come nelle profondità dell’oceano. Per un solo istante era stato nelle luminose profondità di un tempo dove i ragazzini giocavano a calcio. E quegli alti palazzi che si contendevano il vento erano la loro eredità, i sibili della corrente ritmati come i mantra dei nomi dei calciatori.

2.

Alla fine della strada incontrò un uomo. Era un vecchio cieco con cappello e bastone che, seduto su una panchina rotta, sembrava fissare la vastità dell’universo. Dava le spalle alla strada ed era a mezzo metro da un’orribile parete di tufo in decadenza, con una pianta secca in ogni breccia. Il tutto emanava un forte odore di marcio, ma al vecchio non sembrava dispiacere. Il napoletano si avvicinò, ma il vecchio non diede cenno di notarlo. Il napoletano si schiarì la gola. Niente. Solo quando si sedette alla bell’e meglio sulla panchina disastrata, il vecchio lo salutò. Gli parlò affettuosamente, come avrebbe fatto con un figlio, e gli chiese chi fosse e da dove venisse. Il napoletano, sospirando, gli disse che non lo sapeva.

“Non lo sa nessuno, ma è raro che qualcuno se ne accorga” disse il vecchio. “Un giorno, quando me ne accorsi io, mi sedetti e cominciai a pensare. Ho cominciato a fissare il muro davanti a me sperando che mi desse delle risposte. Lo guardavo estate e inverno. Al sole e alla pioggia. L’ho guardato anche durante il terremoto, quando è crollato il palazzo. A furia di guardarlo mi si sono seccati gli occhi e sono diventato cieco. Ma meno vedevo quello, più vedevo me stesso. Ora che sono cieco, so.”

“E cosa sa?”

“So chi sono.”

“E chi è, lei?”

“Il guardiano del muro.” Il vecchio fece una pausa. “Il muro è ancora davanti a me, vero?”

“Sì.”

Il napoletano non seppe dire perché, ma quella breve conversazione lo aveva inquietato più degli alti palazzi. Si alzò lentamente e salutò il vecchio, dicendogli che andava a cercarsi.

“Se ci riuscirai,” disse il vecchio, “torna da me e presentati. Vorrei tanto conoscere qualcuno oltre me stesso.”

Il napoletano gli promise che lo avrebbe fatto. Allontanandosi si sentì libero di prendere una boccata d’aria fresca e capì che l’odore di marcio non veniva dalla parete, ma dal vecchio.

3.

Per le ampie strade grige e scure, anonime e vuote, c’era solo un giovanotto che parlava forte al telefono e attraversava la strada ad ampie falcate. Nel vuoto delle strade, la sua voce echeggiava in modo aggressivo e fastidioso. Il giovanotto parlava di tutto, saltava da un argomento all’altro senza approfondire niente, ma dava la sua opinione su tutto. Era ciarliero e dal tono di voce sembrava di buon umore ma il napoletano capì, senza troppi sforzi, che dietro quell’apparenza allegra c’era l’isteria. Il giovanotto si agitava, urlava, gesticolava senza motivo, andava avanti e indietro, si comportava come se quella strada, quella città, quel mondo intero fossero suoi. Il napoletano si avvicinò di qualche passo per farsi vedere. Forse, se il giovanotto si fosse reso conto di non essere solo, sarebbe tornato in sé; ma questo non accadde. Anzi, quando vide di essere osservato il giovanotto aumentò le sue mosse e il suo gesticolare, alzò la voce e raddoppiò le parolacce: doveva essere visto, ascoltato, preso in considerazione, considerato serio, adulato, lodato, ammirato, invidiato. Doveva sentirsi superiore. Il napoletano fece caso a quello che stava dicendo, sperando di trovare qualche cenno di sé fra quei discorsi urlati, ma il giovanotto non stava urlando niente. Parlava di tutto e dava la sua opinione su tutto, ma non stava dicendo niente. Improvvisava. Inventava esperienze, letture, studi, donne che aveva avuto, concorsi che aveva vinto, soldi che aveva guadagnato. Ora che aveva anche un pubblico gonfiava il petto, si faceva grande, si bullava, si adulava e si complimentava da solo. Finse di non accorgersi del napoletano, ma si vedeva che stava cercando di attirare su di sé tutta la sua attenzione. Il napoletano si chiese come facesse il suo interlocutore a sopportare quelle urla al telefono, per di più senza un filo logico. Poi, guardando meglio, capì: il giovanotto stava parlando ad un telefono senza batteria. Stava parlando da solo, urlando per farsi guardare senza pubblico, vanaglorioso e spavaldo senza motivo, un galletto che si atteggia a sparviero.

Al napoletano sembrò un animale in gabbia che, isterico, si aggira avanti e indietro nella gabbia senza trovare vie d’uscita. Si disse che era la sua testa la gabbia: se quell’uomo fosse stato libero, se la sua testa fosse stata integra e sana, non avrebbe avuto il bisogno di urlare in quel modo.

Quando il giovanotto gli diede le spalle, parlando delle femmine che si era scopato la notte precedente, il napoletano cominciò ad allontanarsi. Quel viscido, triste essere lo aveva riempito di aggressività e tristezza insieme, e quegli occhi vuoti gli avevano messo addosso più tristezza del vecchio cieco.

4.

“Io so chi sei”, gli disse improvvisamente l’uomo, andandogli incontro al centro di una piazza deserta. Il napoletano, svilito da ore di cammino, a quelle parole alzò di botto la testa.

“Come, scusi?”

“Io so chi sei, e so cosa stai cercando” disse l’uomo. La sua barba brizzolata era incolta e i lunghi capelli erano coperte di frammenti di foglie e rami secchi, come se avesse camminato a lungo nei boschi. Il napoletano lo guardò come un messia sceso in terra, ma fu deluso quasi subito quando l’uomo aggiunse “Cerchi te stesso, come me.”

“E quindi chi sono, io?”

“Un cercatore. Anche io sono un cercatore. Siamo uguali.”

“E cosa stiamo cercando?”

“La nostra identità.”

“Definirci cercatori d’identità non è darsi un’identità?”

“No,” l’uomo scosse desolato la testa “lo speravo anche io, ma non basta. È un’identità fittizia. Ti fa stare sereno per un po’. Ma non va bene per saziarti. Non va bene per sapere chi sei davvero. Per saperlo davvero” aggiunse “dobbiamo ascoltare le nostre radici.”

“Radici?” chiese il napoletano, stupito “e quali?”

“Quelle di questo posto”, spiegò l’uomo indicando, con un ampio gesto, tutta la grigia e vuota città circostante. “Sono andato nei boschi per mesi ma non sono quelle le radici di cui si parla. Le radici vere sono qui, mi hanno detto. Fra queste strade.”

“Io, di radici, non ne ho viste” ammise il napoletano.

“No, non sono radici visibili”, disse l’uomo, scuotendo di nuovo la testa “me lo ha detto una donna che ho incontrato nei boschi, lassù. Mi ha detto che sono radici del posto, che il posto ci parla. Sono la sua storia. Le radici, mi ha detto, ce le abbiamo nel cuore.”

Il napoletano, a quelle parole, si toccò il petto. Il suo cuore aveva radici? Il suo cuore capiva la lingua muta di quelle tristi strade – e queste avrebbero sussurrare al cuore il suo nome, dirgli chi fosse davvero? Rimase in silenzio e chiuse gli occhi, ascoltando attentamente quello che avveniva dentro di lui. Si sforzò di ascoltare il cuore. Sperava di sentirgli sussurrare il suo nome, o quello di una persona amata, un breve ricordo… ma sentì solo battiti.

“No, ci ho provato anche io,” ammise l’uomo, “e anche per molto tempo. È che qui non è rimasto più niente, capisci? La donna mi ha detto che qui una volta era tutto molto diverso. Era pieno di storia, di radici, radici ovunque. Chiunque passasse di qui trovava se stesso, anche se veniva da molto lontano. Era un posto pieno di arte, cultura, bellezza. Un posto dove tutto si mischiava a tutto: scienza e religione, sacro e profano, moderno e antico, bestemmie e madrigali.”

A quelle parole il napoletano pensò alla visione di poco prima, dei bambini che giocavano al cospetto dei palazzi antichi coperti di graffiti, e di come tutto sembrasse armonioso con tutto – ma non disse niente. Non voleva interrompere il racconto. L’uomo continuò:

“Poi, mi ha detto la donna, tutto ha cominciato a spegnersi piano piano, a chiudersi poco a poco. Non c’era più equilibrio fra le cose. I figli della terra presero ad avvelenare la propria madre, ad avvelenarsi a vicenda; i fratelli si strappavano la cultura di mano a vicenda, ognuno mangiava la storia dell’altro; i padri privavano i figli dell’educazione, dell’amore. Hanno cominciato a strappare le radici una ad una. I luoghi storici, dove queste radici proliferavano, hanno cominciato a chiudere. Cavilli legali e burocratici privavano gli abitanti dei propri cuori, senza che questi lo sapessero. E visto che nessuno faceva niente, che nessuno se ne accorgeva, hanno continuato a perpetrare gli stessi errori. Il veleno, il silenzio della mente. Nessuno sapeva più niente dei luoghi che visitava, delle strade che calpestava. Nessuno leggeva più. I luoghi di passione e storia, dove le radici proliferavano, cominciarono improvvisamente a svuotarsi. La gente preferiva riempirsi lo stomaco che la testa. Divennero barbari senza coscienza, pronti a scannarsi per un’occasione in cui mostrare il proprio sapere fittizio, una finta radice – ma alla fine nessuno sapeva niente di niente, ignorava la storia della propria città e, di conseguenza, di se stesso.” L’uomo fece una pausa.

“E quindi?”

“E quindi cominciarono ad andarsene tutti. Bisognava andare altrove perché questa vecchia città scapestrata offriva sempre meno. Non sapevano che per ottenere qualcosa bisognava anche darle qualcosa. Un aiuto, un sostegno. Nessuno lottò contro i barbari. Nessuno disse loro di andarsene, e questi proliferarono. Fecero chiudere le librerie, i luoghi d’arte, vendettero il vendibile e chiusero il resto. Una volta queste strade erano piene di storia da respirare,” allargò le braccia “ora siamo in apnea. Questa città è una pianta sradicata, morta.”

Il napoletano annuì, serio. La situazione sembrava davvero grave.

“Cosa possiamo fare?”

“Possiamo solo cercare. E sperare che non sia tutto perduto. Dividiamoci” propose poi l’uomo, “e cerchiamo. In due sarà più facile. Il primo che trova qualcosa chiama l’altro.”

“Va bene” annuì il napoletano.

Si allontanarono di qualche passo uno dall’altro prima che il napoletano richiamasse l’uomo:

“Aspetta! Che fine hanno fatto i barbari?”

“La fine che fanno tutti i barbari: si sono uccisi a vicenda. Ognuno convinto di essere superiore all’altro, ognuno convinto di dover comandare sull’altro, sono crollati al primo soffio di vento. Solo nella morte hanno fatto una cosa buona. Non ce ne sono più, anche se è troppo tardi per gioirne.”

“Eppure sono convinto di averne visto uno”, disse il napoletano, pensando al giovanotto di prima. Indicò con la mano la strada da cui era venuto: “Di là.”

L’uomo si fece serio in volto. Dalla tasca tirò fuori, con grande sorpresa del napoletano, una mazza di legno coperta di chiodi.

“Era da molto che aspettavo questo momento”, disse. Poi prese la rincorsa e, sventolando la mazza, sparì lungo la strada. Il napoletano rimase in ascolto per qualche minuto sperando in un rantolo del giovanotto o in un grido di battaglia da parte dell’uomo, ma non sentì nulla. Passò solo il vento, e non portò notizie.

5.

Cercò una radice per molto, molto tempo. Settimane, forse mesi. Il napoletano non sapeva dirlo.

Un giorno, stanco di quella vita miserevole senza memoria e senza scopi, si stese a terra aspettando la morte. Era un vicolo lungo e stretto come quello in cui si era svegliato ma, a differenza dell’altro, un cadente muro di pietra lo tagliava in due; un arco si apriva su un’altra strada. Non sapeva cosa ci fosse dall’altra parte del muro, e non gli interessava. Era debole e vuoto, sfinito nel corpo e nello spirito.

Il vento soffiava sempre più di rado, il sole illuminava solo vie deserte e grige, e continuava ad avere fugaci visioni di un passato florido che lo riempivano di tristezza: niente avrebbe ridato colore a quelle strade squallide e morte, e nessuno più ne conosceva la storia.

In punto di morte, sfinito di tristezza e angoscia, il napoletano ebbe una strana visione: sentì una voce lontana, come da un passato infinito e remoto, parlare a proposito di quel muro con l’arco.

La voce disse:

è una parte del teatro dell’Anticaglia. Nerone debuttò qui come musicista. Durante la sua esibizione ci fu un violento terremoto, ma l’imperatore impedì al pubblico spaventato di fuggire. ‘Non è un terremoto,’ disse Nerone, ‘sono gli dèi che mi applaudono.’

Una radice, piccolissima, abbracciò il suo cuore stanco. Solo allora il napoletano capì che era stato il suo cuore stesso a parlare – un ultimo slancio prima di fermarsi per sempre. Almeno morirò ricordando qualcosa, pensò. Se solo i barbari non avessero portato via tutto! Se solo avessimo lottato…

E il napoletano morì.

Daniela Montella

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