Inediti di Claudia Brigato


claudia

*

C’è nell’aria un falso presagio
di autunno gentile – l’ho sorpreso ubriaco in baccanali
di foglie, tra schianti e ascese di vermiglio – .
Anche il gatto aspetta stordito la fine
di questa inquietudine vestita a festa
e dorme un sonno a metà
con un occhio spalancato
nell’attesa di neve.

*

Nemmeno l’inverno nebbioso
ha ammorbidito questa terra
spaccata a strapiompo sui fossi.
Precipizi da ogni margine arato
montano a vetta lungo l’orizzonte.
La tua assenza si annida sulla cima di ogni crine,
apre crepe fin dentro alle ossa,
divarica gli interstizi tra le vertebre.

Cercarti è sempre un aprirmi le costole.
L’atto secondo della creazione.

*

Il Gange, il Mar Morto, Il Giordano fluiscono
tutti qui, in questo fosso che mi lava gli occhi.
Dal ventre dell’acqua
dio mi segue con sguardo di pesce
che a passo d’ombra si allontana.

*

L’infinito è qui
nell’ape tramortita sul fiore,
tra il ruggito dei papaveri che squassa la terra.
E dio sta
nello scricchiolio delle mie ossa
umide al sole.

*

Cammino sul tuo silenzio
come fa il vento con l’ombra della quercia
sulla terra gravida di pioggia.

Ti riposo in questa curva ,
tra l’insenatura del ventre e lo spigolo dell’anca,
che soli i passi di dio tu possa sentir risuonare
nel mezzo del gorgoglio delle mie viscere.

*

Ho steso gli occhi su una sponda di cielo
 sono arrivata puntuale oggi –
prima che l’imbrunire sgusci fuori la luna.
Asciugano crepitando su una lingua di sole
come panni stesi in un giorno incerto di primavera.

E anche se non torni a raccoglierli
il sonno qui non fa piu’ paura.

*

Esco piano stordita dal sonno,
 i grilli di notte in notte hanno inchiodato il tempo sugli stipiti dei miei balconi;
un lavoro lungo trentacinque estati –
La luce che si schioda
scricchiola dalle radici del letto,
mi morde le gambe,
mi stringe la vita su fino alla catena delle vertebre
in un parto lungo un respiro.

La cincia fuori non sa
della fatica dell’inizio,
della bellezza fragile ed incerta del perdono;
canta sul traliccio la preghiera che mai
ho imparato a dirmi.

*

L’imbrunire allunga l’ultima
allentata lingua di luce a picco
tra i filari di foschie. Trafitto
di nebbia l’orizzonte si sospende ad un passo
dalle ossa del sicomoro. Lo guardo dormire mentre
tutto il mio tempo sta
raccolto tra lo stacco del piede
ed il ritornare del passo sulla terra muscosa.

E mi coglie impreparata una scheggia
di grazia, conficcata nel salice
a dondolo sul fosso. Risento la vecchia rana
che dal grembo dell’acqua mi canta
stonata le storie con cui da bambina
ero io ad addormentarla.

*

Quante estati mi riporteranno
sul precipizio del marciapiede
da cui mi dicesti :”Vola!”.
Non fu un planare d’aquila,
ma uno sbatter d’ali di ape ubriaca
a picco sopra i nudi confini del tuo corpo,
a tracannarti la vita
dal calice odoroso di ogni spasmo.

Per quante estati il veleno di me
insidierà i flussi e riflussi delle tue vene,
per quante notti ancora la mia fame
e la tua sete si compiranno
tra gli anfratti bagnati e scuri della notte,
per quanti millenni ancora
Orfeo si volterà a guardare Euridice?

Ti prego,
lasciami ape morderti ogni estate,
non voltarti.

*

Liquida è la notte,
si sgoccia dai muri e dalle porte
che in un’ansia di sete mi bevo,
mentre aspetto cannibale
di leccarti un respiro
ad espandermi tutte le vite che sono.

Scavo i labirinti del tuo corpo,
discendo oscurità,
Gorgone, Sirena, mantide,
mi riannodo sul tuo spazio
scomposta in più tempi.

Una goccia di luna spermatica
mi ricompone

*

Percorro i boschi che portano ai tuoi occhi

Percorro i boschi
che portano ai tuoi occhi
risalendo sentieri
masticati di parole,
attraverso la radura del tuo sorriso.
Anche il sole si stende
agli angoli delle tue labbra
ed è acqua fresca
la pioggia dei tuoi sguardi.
Viaggio il tuo volto
come vento respira la foresta

*

Ho atteso il tuo volto

Ho atteso
il tuo volto poggiarsi
alla guancia del declivio,
confondere all’orizzonte
la curva della collina

Raggiorna
sui sentieri irti e arroventati
che la lingua arrampica,
assalendoti le labbra
e rabbuia
aldilà da te la notte
su paludi di relitti letti
rosi dal sonno, bagnati dal sogno.

Rimani
nell’istante fermo,
prima che l’ultimo barbaglio di luce
non ci restituisca all’ombra che siamo.

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