PLATONE, INTERNET E TOTH – di Andrea Colamedici e Maura Gancitano (SPAZIO INTERIORE)


platon

Confrontarsi con Platone mette in campo una certa dose di soggezione. Autore prolifico, che ha scritto pressoché su ogni aspetto della vita umana, su ogni sentimento, su ogni disciplina dello scibile e sulle cause prime dell’essere al mondo, nel corso dei millenni ha innescato riflessioni, critiche, discussioni, riscoperte.

Qualche decennio fa gli esponenti della scuola di Tubinga iniziarono a parlare di un Platone esoterico, riferendosi alle dottrine non scritte a cui in alcuni dialoghi si fa palese e celato riferimento. Tali dottrine avrebbero rappresentato la vetta e le fondamenta del pensiero platonico, eppure secondo il filosofo ateniese non potevano essere comunicate al di fuori dell’Accademia. Questa visione, in seguito diffusa e ampliata da Giovanni Reale e dalla scuola di Milano, se da un lato ha reso manifesta la necessità di un approccio nuovo, meno accademico e didascalico al pensiero di Platone, dall’altro si è appropriata di un concetto – quello di esoterismo – senza restituirne la portata e, anzi, depotenziandone enormemente il messaggio. L’idea, infatti, era che il pensiero di Platone si basasse su dei Principi Primi, cioè su informazioni e nozioni necessarie al raggiungimento della reale comprensione di ciò di cui i dialoghi parlavano. Tali Principi Primi, però, potrebbero riguardare qualcosa di diverso – di più profondo, di meno semplice e, di conseguenza, di davvero esoterico – rispetto all’idea degli esegeti di Tubinga e Milano.
Secondo questi ultimi, in altre parole, tali Principi riguardavano l’Uno, il Bene e la Diade, cioè delle idee facilmente identificabili e ricorrenti nella storia del pensiero occidentale. In Platone, come in altri filosofi precedenti e successivi, queste idee non si limitano, però, a essere filosofiche, ma attingono probabilmente a un’autentica tradizione esoterica.

Ecco cosa scrive nella VII Lettera: «Io non credo che quel che passa per una trattazione, a riguardo di questi argomenti, sia un beneficio per gli uomini, se non per quei pochi i quali da soli sono capaci di trovare il vero con poche indicazioni date loro, mentre gli altri si riempirebbero, alcuni, di un ingiusto disprezzo, per nulla conveniente, altri invece, di una superba e vuota presunzione, convinti di aver imparato cose magnifiche». Come risalire a queste idee fondamentali? Non bastano i pochi riferimenti degli allievi alle dottrine dei Principi Primi, non basta leggere in una manciata di righe che tali agrapha dogmata riguardavano l’Uno e la Diade per comprendere cosa fossero l’Uno e la Diade, perché, come si legge sempre nella VII Lettera: «la conoscenza di tali verità non è affatto comunicabile come le altre conoscenze, ma, dopo molte discussioni fatte su questi temi, e dopo una comunanza di vita, improvvisamente, come luce che si accende allo scoccare di una scintilla, essa nasce dall’anima e da se stessa si alimenta».

INTERNET E SCRITTURA

Se risalire a tali Principi e alla loro origine può apparire davvero molto complicato, può essere più semplice – e forse più utile – interpretare la realtà contemporanea alla luce di ciò che Platone scrive nei dialoghi. Il filosofo ateniese non ha smesso di parlarci, ma la sua voce –insieme a quella di Socrate e dei suoi interlocutori – può ancora illuminare regioni esplorate e incomprese del reale, sia visibile sia invisibile.

Per vivere profondamente il messaggio platonico è necessario operare in alcuni casi un importante passaggio: tradurre – nel senso di “trasportare” – l’esperienza di Platone ai nostri giorni, tentando di ricostruirne proporzionalmente le istanze, le condizioni sociali, culturali e politiche, immaginandone le prospettive future. È per questo motivo che cercheremo qui di ripercorrere uno dei temi platonici più analizzati dagli studiosi contemporanei – il rapporto del filosofo greco con la scrittura – attraverso un parallelismo con quell’evento che può creare oggi nei novelli Platone le stesse riflessioni sviluppate dall’allievo di Socrate: internet. Soltanto attraverso la comprensione del Platone essoterico potremo poi aprire alcune domande-spiraglio sul Platone esoterico, e sarà poi forse possibile origliare quelle dottrine non scritte attorno alle quali la riflessione filosofica contemporanea si è prima concentrata e poi incagliata.
Nel Fedro, allo scopo apparente di comprendere se fosse giusto rimproverare l’oratore Lisia per aver scritto i propri discorsi, Socrate racconta – meglio, Platone inventa – il mito di Toth. La portata di questo mito è coglibile a millenni di distanza attraverso un esercizio mentale: sostituendo l’uso della scrittura con quello di internet e l’uso dell’oralità con quello dello scrittura. Sembra complesso ma non lo è: la transizione tra oralità e scrittura vissuta dall’uomo Socrate, infatti, è la stessa che si sta manifestando nel nostro tempo tra scrittura e linguaggi multimediali, e in particolare tra scrittura/lettura di libri e scrittura/lettura su internet (in primis attraverso i social network). L’affascinante e lacerante interrogativo contemporaneo, infatti, è il seguente: cosa creerà la mutazione in atto? Dove porterà il cambiamento di stato dell’attenzione?
Paradossalmente, Platone affida proprio alla sua (magistrale) scrittura il proprio pensiero attorno ai danni da scrittura, e noi stiamo affidando a internet la riflessione sui danni da internet. Se le conseguenze del passaggio da attenzione solida/orale a liquida/scritta sono quelle testimoniate da Platone, quelle che ci riguardano da vicino – e che ci stanno portando da un’attenzione liquida/scritta a uno stato che potremmo definire gassoso/virtuale sono, al contrario, ancora tutte da scoprire.

MARE O MONTAGNA?

Pare che oggi la ricerca superficiale e rapsodica stia soppiantando ogni studio profondo e metodico. La scalata di montagne di libri sostituita dal surfing su mari virtuali è la riproposizione dell’abitudine denunciata da Platone «a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi». Quel che va salvato in entrambi i casi non è evidentemente l’oralità in se stessa o il libro in quanto tale, ma un certo approccio alla conoscenza che l’oralità e il libro narrano. Un’analisi alternativa di questo tema è rappresentata dal discorso compiuto da Alessandro Baricco attorno ai Barbari, gli invasori contemporanei intenti a distruggere tutto ciò che è Cultura:
«Il cuore della faccenda è lì, il resto è solo una collezione di conseguenze: la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione, il piacere al posto della fatica. Uno smantellamento sistematico di tutto l’armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese». In questo modo, schiere di strenui difensori della Tradizione (essoterica ed esoterica) sono in rivolta, schifati e offesi dalla barbarie dilagante. «Il linguaggio di oggi è stato svilito», «i giovani non sanno più scrivere», «gli SMS hanno distrutto l’italiano» sono i macrotemi che Baricco usa per mostrare le critiche ragionevoli mosse ai Barbari.

Se la fatica non è più necessaria – perché, scrive Baricco, non dà più piacere, e quindi non è più un valore – se l’immersione in libri impolverati e anni di studio matto e disperatissimo è stata sostituita quasi interamente dalla navigazione tra hyperlink e social network, cosa resta delle vette della vecchia cultura? «Il fatto che oggi si vendano moltissimi libri, ma che noi abbiamo la percezione che invece la gente non legge più, forse, significa semplicemente che la gente non legge più libri nel modo in cui si leggevano una volta. In realtà, legge moltissimi libri, ma ha un uso differente. Allora te lo chiedi: ma allora cosa ne fanno di preciso? Mio nonno se ne faceva quella cosa là, ma adesso, cosa se ne fanno? Fammi capire cosa se ne fanno».

LA PROFONDITÀ NON ESISTE

Il più grande risultato dei Barbari è stato quello di mostrare che la profondità non esiste, che si è trattato soltanto di un’illusione ottica. Scrive sempre Baricco che la profondità è il desiderio legittimo di «collocare ciò che abbiamo di più prezioso (il senso) in un luogo stabile, al riparo dalle contingenze, accessibile solo a sguardi selezionati, attingibile solo attraverso un cammino selettivo. Così si nascondono i tesori. Ma nel nasconderlo avevamo creato un Eldorado dello spirito – la profondità – che in realtà non sembra mai essere esistito, e che alla lunga sarà ricordato come una delle utili menzogne che gli umani si sono raccontati. Piuttosto scioccante, non c’è santo».

Che accade all’oralità quando subentra la scrittura? Che accade alla scrittura all’arrivo di internet? Cosa se ne fa il cosmo di ciò che è stato sostituito? L’antesignano scompare? Diventa una guida? Si nasconde? Resta una presenza fastidiosa che fa capolino ogni tanto, a ricordare cosa si è perso? Cosa accade ai tesori quando entrano a far parte del mistero, del passato? A furia di venire nascosti o sostituiti – perché il tempo passa, le cose cambiano, l’evoluzione avviene – forse si perdono, forse si sono già persi. Eppure è possibile che esista un altro metodo per gestirli: metterli in salvo offrendoli al mondo. L’approccio alla conoscenza di cui parla Platone sembra essere la disposizione a piantare i semi giusti nelle anime giuste, badando che le piante/discorso che nasceranno «non restino prive di frutto, ma portino seme, dal quale nascano anche in altri uomini altri discorsi, che siano capaci di rendere questo seme immortale e che facciano felice chi lo possiede, nella misura più grande che all’uomo sia possibile» (Fedro, 227A).

LA SCRITTURA DEL DIO TOTH

Ma andiamo al mito: Fedro, 274C. Il primo a comparire sulla scena è Toth, divinità egizia a cui «era sacro l’uccello che chiamano Ibis», specifica Socrate. Il dio portò agli uomini i numeri, il calcolo, l’astronomia e la geometria, oltre che vari giochi. Un dio creatore – meglio, scopritore (il termine greco in questione è infatti eurein, da heurisko, “scopro”) – che per ragioni “sconosciute” scelse di condividere con il popolo egiziano un ricco corpus di scienze e tecniche. Recatosi a Tebe dal re Thamus, Toth mostrò le proprie arti affinché tutti gli egiziani potessero trarne giovamento. Thamus si espresse su tutte le arti, ma Socrate ci riferisce unicamente il discorso del re attorno alla conoscenza della scrittura. Il re ritenne tale arte dannosa perché una volta insegnata agli uomini li avrebbe resi pigri, portandoli a disimparare l’arte dell’autoguarigione, spingendoli a cercare qualcosa al di fuori – la scrittura quale farmaco sempre a portata di mano – anziché dentro di sé.
Il fulcro del dialogo non è però nella considerazione della scrittura come «apparenza e non verità della sapienza». La scrittura ha infatti una sua utilità, perché può «richiamare alla memoria di chi sa le cose su cui verte lo scritto». Piuttosto è il dato talmente manifesto da essere celato, attraverso cui è possibile comprendere qualcosa circa il possibile ruolo dell’uomo politico (dotato cioè di comprensione esoterica) nel mondo, il politico inteso come colui in grado di trasformare i cittadini in politici, ossia uomini virtuosi ed esemplari.
Chi sa costituire una polis di cittadini volti al Bene è, come afferma Socrate nella conclusione del Menone, «il solo ad avere mente saggia, mentre gli altri sono solamente ombre erranti». Il filosofo greco condensa difatti tutta l’arte politica nella risposta del re alla visione della scrittura come «una conoscenza che renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della sapienza».
Thamus risponde: «O ingegnosissimo Toth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che ne faranno uso». Una cosa, cioè, è creare o scoprire nuovi orizzonti, un’altra è vedere dentro, attraverso e oltre quegli orizzonti. La differenza è abissale e ricorda da vicino la visione – presente in numerose narrazioni di matrice ebraica – dell’uomo come di colui che nomina le cose e gli esseri a lui superiori e inferiori. L’uomo che assegna il nome è colui che scorge la futuribilità del reale, che ne mostra la direzione e non soltanto la posizione. Ciò che conta, sottolinea Platone, non è la creazione di arti ingegnosissime, ma la capacità di vedere quel che davvero può aiutare l’umanità a dirigersi verso il Bene. Questa comprensione basterebbe a ridare una nuova direzione alle ricerche scientifiche, troppo spesso volte verso l’ulteriore e non verso l’oltre.

In conclusione, ecco quel che noi intendiamo per esoterismo di Platone: non una serie complessa di tecniche e rituali segreti, ma la capacità di pre-vedere il modo migliore con cui ogni essere può offrirsi al mondo. La scrittura, spiegherà Thamus a Toth – ecco un uomo che spiega al Dio quel che il Dio ha creato – non aiuta la memoria ma la inibisce, abituando il lettore a fare riferimento e affidamento fuori e non più dentro di sé. Lo stesso avviene attraverso internet, la comunicazione immediata, il costante “googlare”, che rischia di inibire la capacità dell’uomo di astrarre e trattenere i concetti, di porli in relazione tra di loro e di ricordarli costantemente, come una percezione costante. Occorre perciò un’attenzione costante per riuscire a non delegare la conservazione della propria memoria, delle proprie emozioni, delle istantanee della propria vita.
Del resto, per Platone un essere umano non scopre il proprio senso chiedendolo al Dio che lo ha semplicemente creato, ma a sua volta lo inventa divenendo sapiente attraverso il discernimento.

LINK
Casa editrice Spazio Interiore: http://www.spaziointeriore.com
Blog di Andrea Colamedici e Maura Gancitano: http://andreacolamedici.blogspot.it/

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