Vita di Tiresia, indovino birichino – Monica Visintin (Maintenant)


tiresia

C’era una volta uno di quei tipi che nella vita speriamo di non incontrare, e che in effetti pochi di noi hanno la (s)fortuna di voler conoscere. Si chiamava Tiresia, ed era un vero drago nello scatenare dei casini infernali. Questa storia gli viene dedicata per riscattarlo dall’oblio cui venne relegato per lasciar spazio sulla scena ad Eroi Tragici più sfortunati, e per invitare anche i non eroici a frequentare di più gente come lui.

Da piccolo stava antipatico a tutti: era un secchione attaccato alla sottane della mamma, una di quelle che pretendeva che il suo marmocchio sapesse non solo lo scibile umano, ma anche quello che non era ancora avvenuto. Per questo ed altri motivi mamma Cariclo inoltrava frequenti interpellanze agli dei, nonostante la predisposizione di Tiresia ai capricci fosse incontenibile.

Dopo infinite riunioni, consultato anche il Collegio Dementi (che da sempre sono particolarmente stimati dagli dèi) si decise di avviarlo alla professione di profeta, e così la mamma finì finalmente di rompere i cabasìsi ai professori di suo figlio. Tiresia dunque crebbe in odor di onniscienza: la sua specialità era ficcare il naso in affari in cui era meglio non immischiarsi.

Cresciuto fra i maschietti come si usava fra gli Spartani (pure questa sfiga aveva), una volta che gli era venuta vaghezza di sapere come erano fatte le bambine aveva puntato direttamente ad una dea, e per giunta vergine, sorprendendola nuda al bagno: la Partenonessa lo fulminò subito come solo una dea comanda, ma pensate che per questo Tiresia si fermò? Neanche per idea. Il risultato fu invece che da bambino Tiresia passò per una specie di Pierino il Birichino del Mito Antico: una strana sorte temporanea per uno che era destinato a diventare il deuteragonista dell’Edipo Re, dove c’è proprio poco da scherzare.

Tiresia quindi tirò dritto nelle sue ispezioni e, a forza di vedere divinità nude al bagno, nudità sui libri di scuola e persino sui frontoni dei templi, crescendo crescendo gli crebbe anche il Divino Cresci. Tiresia, che non aveva ancora letto Boccaccio e perciò ignorava del suo fenomeno sia il nome che la funzione, si ricordò che aveva visto spuntare qualcosa di simile da certe cavità della terra: dei cannelloni bislunghi che all’improvviso si allungavano portentosamente e poi, con loro somma delusione, si facevano piccoletti, si attorcigliavano e si aggrovigliavano come dei serpenti. Anzi erano dei serpenti. Abbiate pazienza, come tutti i secchioni Tiresia in certe cose era un po’ lento.

Mamma Cariclo si accorse che il suo pargolo si ritirava spesso in bagno con i suoi rotoli illustrati per perfezionare le sue indagini naturalistiche. Fu allora che Tiresia, scocciato e vergognoso, decise di recarsi in un deserto regolamentare per osservare dei serpenti alla luce del sole: ne vide due che si aggrovigliavano oltremodo, sbuffando e sudando come due bufali che lottano nella savana. Prevedendo di conoscere un giorno il principe degli sporcaccioni (che si sarebbe chiamato don Rodrigo), fu còlto da un lontano e misterioso spavento, nonché dalla certezza che in quel groviglio lì c’erano un maschio e una femmina fortemente coinvolti l’uno dell’altro. Visto che come profeta sapeva che nella cultura umana si sarebbe diffuso il maschilismo, senza esitazioni ammazzò la femmina: e fu a sua volta trasformato in femmina, perché già allora i serpenti erano una specie protetta. Capito l’inghippo, andò in cerca di un altro pornospettacolo (ve lo detto, no, che era un bambino birichino?) e questa volta ammazzò il maschio: chissà se il ritorno al sesso originario fu veramente un premio, fatto sta che nel Maschio Definitivo rimase una traccia di sensibilità femminile che gli dava una marcia in più rispetto a tutti gli altri apprendisti indovini.

Passò il tempo, e il nostro si fece un bel giovanotto. Consapevoli dei poteri straordinari acquisiti da Tiresia con il girellare tra un sesso all’altro, Zeus ed Hera pensarono di coinvolgerlo in una terapia della coppia. Tiresia era ormai grande, e anche se personalmente non aveva una grande esperienza in materia, con le sue capacità divinatorie doveva anticipare i risultati del Rapporto Kinsey, altrimenti gli Antichi Greci come Mito sarebbero stati superati dagli Americani.

Hera non riusciva a spiegarsi come mai Zeus fosse sempre così sessualmente insoddisfatto e avesse perciò bisogno di spassarsela con un numero incontenibile di ninfe, ninfette e divinità consorelle. Alla domanda se nei commerci carnali godesse di più l’uomo o la donna, Tiresia non diede la risposta giusta e questa volta disobbedì al divieto di fare rivelazioni pubbliche sull’intimità delle signore. Con un uscita sbalorditiva che castrò la fanfaroneria di tutti i macho dell’Olimpo, Tiresia dichiarò che le femmine erano delle vere Troie perché godevano nove volte di più dei maschi. A questa sparata l’intero Olimpo si sollevò sdegnato e incominciò a seppellirlo di insulti; Efesto ed Ares capirono finalmente perché erano costretti a copulare con quella laidona di Afrodite in due, sempre che la più bella fra le dèe non andasse a cornificarli entrambi con Anchise.

Quel volpone di Zeus, che era il capo di tutti oltre che il cliente principale del saccente indovino, capì invece che in fondo la risposta di Tiresia poteva essere accampata come una bella scusa per non interrompere le sue scappatelle: che dire, per una volta che faceva godere una femmina, lui doveva pareggiare con almeno altre otto scopate. Hera, certa che a queste condizioni sarebbe stata cornificata forever and ever, a Tiresia avrebbe voluto strappargli le palle: ma siccome era la moglie di un dio e doveva mantenere un certo contegno, si limitò ad accecarlo all’istante. I posteri videro nelle inutili palle oculari dei Tiresia il segno di una vista assai più potente di quella concessa al resto del genere umano: ma noi sappiamo che le cose andarono diversamente, e per Tiresia era come se iniziasse una vita da castrato.

Di questo trucida storia iniziò a girare subito una versione più politically correct: ovvero che Hera s’incazzò per difendere degli interessi corporativi degli dèi contro la concorrenza intellettuale dei profeti. Questi profeti erano dei disobbedienti incalliti che con le loro sparate potevano mandare a monte l’imperativo categorico alla Felicità Assoluta entro cui doveva svolgersi la vita di ogni divinità, e nei piani di Zeus c’era che della ricchezza degli dei partecipassero con ricche quote azionarie i futuri Psicanalisti. Insomma, il Collegio Dementi aveva fissato da lì a ottomilanovecentoecinque anni in avanti la pubblicazione di ben Tre saggi sulla Sessualità (1905): se Tiresia spifferava subito tutto, tanto valeva che Sigmund Freud neanche nascesse.

Da quel momento la vita di Tiresia si complicò, consentendogli al contempo di diventare un vero Mito. Il peggio arrivò quando completò la sua Formazione in Onniscienza laureandosi come detective per svelare i più orrendi misfatti a gente che si credeva buona più del Nostro Signore in persona. In un lontano futuro, il fatto fu notato persino dalla RaiRadioTelevisioneItaliana che affidò allo stesso attore, Tino Buazzelli, il ruolo di Nero Wolfe e poi quello di aiuto Ispettore nell’Edipo Re, dove Tino-Tiresia assisteva un Vittorio Gassman più convinto di essere Narciso che il sapientissimo e sfigatissimo re di Tebe.

Già, Narciso. Anche con lui il nostro Tiresia ebbe a che fare. Non fu l’impresa che gli fece fare la peggiore figura, anzi. Non tutti sanno che, nella sua completa preveggenza, Tiresia aveva visto il trionfo artistico e commerciale di una tetralogia. Non quella dell’Anello del Nibelungo, riguardo alla quale il nostro sapeva già trattarsi di una solenne rottura di coglioni: lui li aveva già persi per colpa di quell’isterica della moglie di Zeus e quindi se ne disinteressò, inutilmente, ma per sincera empatia ed amore dell’umanità. Anche qui ci sarebbero degli spazi per trattare interessanti aspetti della disobbedienza di Tiresia, perché i Wagneriani, preavvertiti della negligenza di Tiresia, iniziarono a ululare come checche impazzite e non si fermarono più fino alla prima della Die Walküre al teatro di Monaco nel 1870, un supplizio di quattrooreequaranta dal quale quasi nessuno si è più risvegliato.

Ma Tiresia non aveva tempo da perdere con gli oppiacei. Forte com’era in fatto di travestimenti e di combinazioni, s’innamorò in grande anticipo della mitica tetralogia di Shrek. La grande epopea per cartoni animati che dimostra che nel mito e nella favola le storie si ripetono, nel passato e nel presente, in maniera assai più divertente della pallosissima Morfologia della fiaba di Vladimir Propp. Nel futuro, gli studiosi di antichità classica avrebbero mal sopportato quest’atto di insubordinazione all’autorità di Ovidio, Igino e lo pseudo-Apollodoro, snobbando le sale cinematografiche.

Prevedendo lo sconcertante successo delle favole dei fratelli Grimm, Tiresia contaminò la vita di Eco con quella di Biancaneve. Anche per solidarietà di genere, visto che per un certo periodo aveva fatto la femmina: se la povera Eco avesse incontrato anche lei il suo Principe Azzurro, la sua storia avrebbe guadagnato un meritatissimo happy end, e non solo. Tiresia avrebbe inventato l’emancipazione femminile e messo lo stigma definitivo a quella parte di umanità che si crede figa senza averne troppi motivi. E finalmente, aggiungo io, avrebbe svelato al mondo che dalla compagnia dei secchioni l’umanità ha solo da guadagnare: sono loro che, contro il conformismo degli amorali che vanno tanto di moda (soprattutto dopo che Dio è morto), sono capaci di insegnare la divina Arte della Disubbidienza. Per disubbidire sul serio, bisogna sapere un sacco di cose.

Ma questo ve lo raccontiamo in un’altra puntata. Avete voglia di sapere come Tiresia fece la festa al più odioso fra tutti gli Eroi Greci? Negli ardori del Solstizio d’estate ci divertiremo a vedere trasformata la morte prematura di Narciso in un lungo supplizio, pensato per vendicare un’intera umanità di Umiliate ed Offese dalle insidie di amanti Perversi.

di Monica Visintin

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