La disubbidienza tra mondanità e iniziazione


Quando il nostro caporedattore ha proposto un articolo sulla disobbedienza per gli amici di Maintenant, ne sono stato inizialmente molto entusiasta. E ho subito accettato.
Ho poi pensato che non c’è migliore articolo che non sia in realtà “azione”, e l’opera di disobbedienza in questi termini poteva essere assolta non presentando l’articolo. Sì, su Words Social Forum siamo un po’ tutti degli “scoppiati”.

Ho preferito in questo caso però ob audire al mio desiderio più alto (anche se alterando i tempi di consegna), ovvero quello di esprimermi per una volta al riguardo. “Ubbidire” in base alla radice etimologica significa “prestare ascolto”, per estensione quindi ha assunto il significato di ottemperamento e rispetto di una norma.

Ma è proprio necessario rispettare ogni norma, ogni imposizione, ogni ordine? È necessario ubbidire?
La risposta, ovviamente è no. Comunque è indubbiamente una tentazione l’imposizione della formula “non disubbidirmi” che i nostri genitori ci hanno inculcato nella tenera età.
La disubbidienza è una parte essenziale nel percorso di crescita dell’individuo. Se ad un certo punto non si arrivasse a disubbidire alle imposizioni “genitoriali” rompendo le ragnatele che ci legano a loro, si resterebbe per sempre loro succubi, nonché succubi della vita. È grazie a ciò che la fase adolescenziale, che quasi sempre ottiene un carattere particolarmente ribelle, trova un senso nella sua potenza.

Anche nel percorso iniziatico (che è prima di tutto un percorso di crescita interiore) la disubbidienza ricopre un ruolo importante. Qui, come nella maturazione dell’individuo, rappresenta l’inizio del percorso: l’abbandono dei “dogmi” imposti dalla società, dalla famiglia o dalla cultura da cui si proviene. Nel film di Alejandro Jodorowsky intitolato “La Montagna Sacra” e proprio a questo che si riferisce la prima parte del film, dove il protagonista si spoglia gradualmente delle credenze a lui imposte e le lascia poi volare via.

L’abbandono dei preconcetti è un passo molto importante e corrisponde simbolicamente alla distruzione delle catene che tengono l’uomo legato alla terra e ai suoi simili. Ora non pensiamo più utilizzando le frasi masturbatorie che la nostra chiesa o la nostra scuola ci hanno imposto.

Nella nostra società è invece l’ubbidienza che ricopre un ruolo essenziale. Il lavoratore deve ubbidire al suo superiore, che a sua volta deve ubbidire a quello sopra di lui; il figlio deve ubbidire ai genitori anche se dicono sciocchezze; il fedele deve ubbidire ai preti; lo studente deve ubbidire agli insegnanti… altrimenti rischia di essere fuori, di essere licenziato, o bocciato, o dis-conosciuto.

Prometeo senza disubbidire avrebbe mai rubato il fuoco agli dèi dell’Olimpo?

Prometeo incatenato di Peter Paul Rubens.

Un solo tipo di disubbidienza nel percorso iniziatico (ma ciò dovrebbe avvenire anche nella vita dell’uomo “comune”) non è consentita: quella nei confronti del più alto e irraggiungibile Sé.
Con tale termine (Sé) ci riferiamo naturalmente alla definizione che ne dava Carl Gustav Jung nel suo “Tipi psicologici”, ovvero: l’unità e la totalità della personalità conscia e inconscia, tappa fondamentale del cammino verso l’autorealizzazione. Ma il Sé è anche la voce interiore e l’aspetto più alto e sottile della nostra personalità. Gli induisti lo chiamano Ātman che può essere tradotto come “soffio interiore” o “essenza”.
Non vi è crimine più grande oltre il trascurare le proprie necessità, non vi è omicidio più grave di quello compiuto verso la propria anima. E l’ostacolo più grande è proprio la difficoltà di ascolto. È questo quello che differenzia un uomo comune da un Artista (o da un Superuomo). Un uomo comune crede di seguire la propria Volontà e i propri desideri, quando invece sta solo obbedendo agli impulsi generati dall’Ego e dall’ambiente che lo circonda; l’uomo che invece segue la propria ispirazione, è in contatto con se stesso ed ubbidisce soltanto agli ordini imposti dal proprio Daemone (per usare il parallelo Greco).

Vi è, a dire il vero, un altro tipo di disubbidienza assai stupida. Ed è quella che si esegue costantemente e senza logica, ogni qual volta ci viene impartito un ordine. In questo modo ci priviamo di disciplina, di esperienza e di educazione. La chiave sta nel saper scegliere con giusto metodo le azioni che ci possono “liberare” dal processo di schiavitù. Per questo motivo negli ordini iniziatici si è spesso seguiti da un Fratello maggiore, che può precedere e illustrarci con diligenza il cammino, consigliandoci il percorso migliore. Questo avviene in quasi tutti i percorsi spirituali, particolare esemplare è quello Buddhista, ove, ricordiamo l’aiutare gli altri a raggiungere la liberazione è importante quasi quanto il proprio conseguimento della Buddhità.

Tuttavia il problema contemporaneo è che forse ciò che viene a mancare è proprio l’imposizione del rispetto delle regole. Se fin dall’età infantile il bambino potrà fare ciò che vuole, prima in famiglia dove i genitori per non sorbirsi le lagne acconsentono ad ogni piagnucolio; poi a scuola, dove le insegnanti sottopagate non hanno voglia di sprecare la propria pazienza ad educare i bambini e preferiscono non correggere specifiche azioni… questo che produrrà? Il risultato paradossale sarà avere adolescenti che non avranno cose a cui disubbidire! La trasgressione diverrebbe quindi cominciare a ubbidire. È forse a questo che si riferisce la conclusione di “A clockwork orange” di Anthony Burgess (da cui Kubrick trae l’omonimo film sottraendone il finale)?

Cosa fa un pittore che vuole trasgredire? Rompe le usuali barriere della pittura. Ma oggi la pittura come l’Arte non ha più barriere e la trasgressione arriva quando pittori moderni si rifanno a stili classici come quello di Caravaggio introducendovi temi moderni (palese esempio sono i due pittori italiani Saturno Buttò e Roberto Ferri).

Anche ubbidire ha i suoi risultati favorevoli: ascoltando i nostri genitori (quasi sempre) diventiamo persone educate; ascoltando i nostri insegnanti (quasi sempre) diveniamo persone di cultura…
Ubbidire è la migliore forma di educazione dell’anima, ci insegna il controllo, il dominio sulla mente. È solo quando il dominio diventa oppressivo che dobbiamo rompere le catene e liberarci.

Abbiamo indubbiamente la necessità di disubbidire, questo soprattutto se l’ubbidienza corrisponderebbe ad uno strangolamento della propria Volontà più reale, l’uomo deve essere libero di seguire la propria Vera Volontà, senza per forza di cose sottomettersi e cessare di respirare oppresso dalla pesante suola di un altro!
Dobbiamo inizialmente accettare, quando non siamo abbastanza maturi (non in generale ma nello specifico,) gli ordini che ci vengono imposti; e poi, successivamente, quando possiamo ascoltare il fluire incontaminato della nostra vera ed intima natura, dobbiamo essere il più possibile ubbidienti alla via che decidiamo di percorrere.

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