Racism is only a madness di MariaGrazia Patanìa


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È sabato mattina presto. Per i corridoi della scuola non c’è quasi nessuno.

I pochi assonnati che incontro mi sorridono e chiedo di aiutarmi ad allestire la nostra lezione improvvisata. Reagiscono con l’entusiasmo che li caratterizza. Sorrido mentre porto nel giardino della mia scuola elementare quelle sedioline su cui ho imparato a leggere, scrivere e contare. Sorrido quando le vedo in mano a questi giganti colorati. E soprattutto sorrido quando ce li vedo seduti sopra con le ginocchia che arrivano al mento.

Ho paura che sia un flop. Che non venga nessuno. E mi sento in colpa per non aver organizzato meglio la cosa. Intanto arrivano mio padre e mia madre. Lui emozionato come se stesse parlando di fronte a dei capi di stato. Lei fiera al suo braccio.

Vado su e giù a chiamarli e quelli che conosco meglio mi rassicurano che stanno chiamando i loro amici. Esco di nuovo in giardino e ne trovo alcuni già seduti e sorridenti. Prima ancora di cominciare sono in dieci ad aspettare. E alla fine siamo tanti. Un successo.

Comincia la lezione. Tema del giorno: libertà e dignità umana.

Mio padre comincia con delle domanda: Cosa significa essere liberi. Qual è il valore della libertà. A cosa si accompagna la libertà. Cosa la caratterizza.

E comincia a distinguere le tre categorie fondamentali dei diritti: civili, sociali e politici. Spiega che nessuno può essere perseguitato per le sue idee religiose, politiche e per le sue convinzioni. Spiega il valore fondamentale delle costituzioni nazionali come strumento per garantire questi diritti. E l’introduzione al loro interno di pene per che le viola.

Parliamo della Nazioni Unite e della Carta dei diritti dell’uomo e del cittadino. Tutti annuiscono quando chiedo se conoscono le Nazioni Unite. La voce ferma di mio padre aumenta di tono quando parla della colpa occidentale in merito alla catastrofe africana. È il suo modo di chiedere scusa a questi figli della terra che noi abbiamo violentato e impoverito per arricchire le nostre vite arroganti. Per alimentare la perversione di un mondo ingiusto e sterile di Amore.

E loro annuiscono. Vedo lo stupore di questi ragazzi –gli occhi lucidi- che ascoltano un bianco parlar loro di diritti, rivendicazioni, dignità umana. Un padre che spiega che tutti hanno diritto ad essere amati e loro lo meritano ancora di piu´ per via delle loro storie. Quel padre li ringrazia per essere venuti ad aprire i nostri occhi volutamente miopi. Quel padre li incita adimostrare al „civilizzatissimo“ mondo occidentale -tramite le loro azioni e il loro comportamento- come siano un dono e un prezioso contributo al progesso di ognuno.

I loro occhi sono uno spettacolo di emozione, commozione e dolcezza. E´ la prima volta che scoprono di avere DIRITTO a essere istruiti e curati, a essere trattati con rispetto e avere accesso a una libera informazione. Le catene della tortura non potranno mai privarli della loro anima e della loro dignita´ di esseri umani.

Qualcuno si commuove e si asciuga una lacrima. Ma cio´ che domina e´ lo stupore. E da quello stupore arrivano le parole di Mohammed. Un adolescente del Gambia che supera la vergogna e parla davanti ai suoi fratelli africani. Ci ringrazia per questo incontro e dice che finalmente conoscono la Pace e non hanno paura per la loro vita. Ci racconta come in Libia la vita non valga nulla e di come per la prima volta abbia sentito parlare di diritti. Mohammed conclude dicendo che il loro compito e´migliorarsi in Italia per poi tornare nei paesi di provenienza a insegnare la liberta´ nella loro terra. Per educare ai diritti i fratelli e le sorelle africane.

L´incontro finisce con un applauso e tanti ringraziamenti. Io termino dicendo che la mia personale speranza e´ che il prossimo presidente del Consiglio delle NU sia proprio in mezzo a loro. Dentro di me spero che fra loro ci siano i Mandela, i Luther King, i Ghandi e i Che Guevara del futuro. Dei combattenti per l´Amore e la Libertà.

di MariaGrazia Patanìa

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