RITMO E QUOTIDIANITA’ di Antonio Limoncelli


LA DIFFICOLTA’ DI COMUNICARE
Il mezzo ci accomoda in poltrona in attesa degli eventi
e intanto pigiamo pulsanti per vedere, capire, volare, credere

La motivazione emotiva sotto la spinta teleomonica formalizza in un aspetto perfettamente integrato all’atteso, peculiare della specie. Si realizza, cioè, una sequenza d’azioni (rituale) che ripercorre, talvolta, l’intera filogenesi. Gesti, posture, espressioni mutano la loro condizione strettamente fisiologica per acquisirne una nuova legata alla comunicazione.
L’atto si elabora come esigenza di confronto, supera la soglia istintiva propriamente detta e giunge nello spazio precognitivo.
L’inconscio prima elabora una valutazione storica del vivere poi rielabora il gesto causato dallo stimolo interno in gesto programmato da un’idea archetipa che si evolve in sequenza. Si demarca il confine tra istinto e ragione e si percorre questa linea fino all’intento.
La meccanica del gesto finalizzato si sovrappone alla dinamica impulsiva acasuale generando orientamenti nuovi la cui funzione spinge ad una problematica più complessa; si finalizza l’intento ad uno scopo oggettivo parallelo a quello di specie; una forma di riflesso incondizionato che oltre all’attrazione per l’accoppiamento necessario (motivazione oggettiva) esprime delle esigenze individuali.
Il movimento, a questo punto, è nell’intenzione che precede l’azione, cioè, si opera nell’autonomia propria di chi sceglie.

In qualche frangente, funzioni antitetiche possono generare risposte confuse, non pertinenti al contesto; nello stesso attimo, emozioni contrastanti motivano azioni collaterali che trasformano il comportamento atteso nell’inattesa anomalia. La forte tensione emotiva che ne deriva produce un’eccitazione esagerata per cui le frequenze gestuali si alterano in tremiti e scosse, in tendenze ambivalenti. L’ambiguità scuote l’abitudine ricombinando le relazioni e sviluppa strutture e moduli di comportamento in sintonia con i meccanismi di comunicazione.
Il rapporto che si sviluppa da comportamenti inequivocabili si evolve nella linearità gestuale della semplice reciprocità e con il tempo, grazie all’esperienza e ad una maggiore semplificazione, si possa ambire ad una corrispondenza simbolica quasi concettuale.

L’astrazione nel mondo animale è conseguenza dell’ambiguità, cioè, il prodotto dalla funzione di strutture orientabili. Tale struttura nelle componenti più rigide può uniformarsi allo schema ordinario anche se le alterità congetturali possono variarne le corrispondenze. I riferimenti inutili vengono spesso eliminati per liberare le sequenze originarie dalle coerenze seriali. E’ tipico dei processi in sequenza giungere alla semplificazione stereotipata per una lettura immediata del contesto. Tale processo viene definito necessario per argomentare con efficienza la risposta inerente. Tra visione e funzione dev’esserci una sottile lamina estremamente duttile per operare senza fraintendimenti.
La sintesi animale nasce da un’analisi congelata nell’irreversibilità, da una risposta che non giunge mai perché la domanda è troppo evasiva. In altre parole tale sintesi non è collocabile nell’infinitesimo, non è l’insieme di cardini simbolici inerenti ma, la ripetizione semplificata d’un modulo di comportamento coerente allo stereotipo e funzionalmente inadeguato all’esperienza acquisita. E’ solo una forma di timidezza inespressa, configurata alla transizione inalienabile delle varianti emotive originarie. Siamo al teatro di attori esagerati che percorrono spazi ristretti per non lasciare dubbi. In ampie distese ci vuole un regista! Siamo animali che vogliono chiarezza nell’ambiguità, che corrono sulle linee sgraziate del caos, che si perdono nel divenire doppio d’una scelta logica e naturale. Dovremmo essere la variante per un distinguo inevitabile, il chiaro intento individuale di predare ed amare.
La primaria necessità di scambiare riconoscendosi le reciproche intenzioni risponde immediatamente e in misura adeguata, soddisfa appieno le esigenze di tutti. Ecco che l’ambiguità diminuisce compensando lo sdoppiamento interno che lo sforzo causa e l’idea d’essere anche l’altro nel predare e nell’accoppiarsi evolve il contesto alla realtà, alla verità fenomenica. La natura si realizza.

Esagerazione, ripetizione, semplificazione, comunicazione. Prendiamo una figura conosciuta, un oggetto che adoperiamo giornalmente. Tale oggetto è collocato nella funzione che ha. Estrapoliamone i contenuti senza alterarne le motivazioni. Quest’oggetto resta rappresentato dalla configurazione opportuna. Vediamo l’oggetto e lo usiamo. Nulla sembra più normale di questa combinazione.
Riconsideriamo l’oggetto alterandone la conformazione. L’oggetto può non essere riconosciuto e abbandonato alla sua collocazione incongruente oppure può essere riconosciuto come variante e quindi variarne la sua funzione.
L’arte di scombinare la configurazione si esplica con una sequenza di nuovi nessi capaci di generare funzioni nuove. L’arte di trasformare l’oggetto si propone ricomponendo un oggetto nuovo privo di funzione o un oggetto avente la funzione di novità concettuale nell’ambito delle conformazioni.
Oggettivamente le risposte possono essere dunque variabili alla variante di partenza innescando innumerevoli funzioni ed effetti.
La visione dell’oggetto trasformato induce all’opera d’arte mentre l’uso dello stesso ne implica una funzione di sostituzione che può essere più o meno inerente a quella primitiva.
Se l’oggetto subisce una variazione armonica cristallizza nella programmazione precedente divenendo visione gradevole con funzione nulla. Se invece, l’oggetto subisce una variazione asimmetrica diviene funzione tangente alla precedente alterando il comportamento sia di chi lo guarda sia di chi lo usa.
L’aberrazione dell’oggetto può indurre alla follia chi lo guarda per regolarne il limite e chi lo usa per raggiungere obbiettivi identici a quelli dell’oggetto non aberrato.

Consideriamo una variante qualsiasi e valutiamo quali stimoli può essa produrre in un fruitore.
La sorpresa di non riconoscere immediatamente un oggetto molto comune alterato da una variante scatena emozioni contrapposte generando risposte conflittuali. Chi guarda si osserva per interpretare se stesso, in funzione dell’oggetto imprevisto, per valutare quale delle risposte è più coerente all’equilibrio tra visione e funzione.
L’arte di credere all’apparenza manifesta nuove tendenze e l’azione in torsione spiralizza espressioni elicoidali, la spirale abissale in cui può perdersi la mente che insegue gli effetti che l’oggetto in variante produce.
L’invarianza funzionale potenziale prevista per una variazione minima si contrappone alla trasformazione completa di un’aberrazione programmata dalla volontà di cambiare completamente l’oggetto. Le motivazioni possono essere significative solo se la risposta suscitata dalla variante evolve l’individuo e la specie, anche se, il contesto, nella totalità, assume grande importanza, potrebbe addirittura generare l’idea che l’animale inutile vada confezionato come prodotto di scarto. L’oggetto non è funzione e la visione è illusione per cui la variazione non è realmente avvenuta.
Se invece l’animale è il vero referente funzionale, l’oggetto variato potrebbe ricombinare le idee e produrre una nuova realtà.
La risposta del contesto non risolve i nostri quesiti. Quel che noi vogliamo, tra l’altro, è capire quale risposta da’ l’animale alla variante sorprendente, all’inatteso che penetra i luoghi comuni.
L’oggetto in questione denota una motivazione ambigua e il fruitore deve chiarire il dubbio, riconoscere con certezza la funzione che scaturisce dalla variante senza confondersi nella ricerca d’identificarne il precedente. Il referente, dunque, deve scoprire come operare nel contesto per utilizzare il mezzo più adeguato alla funzione e al seguito della nuova spinta emotiva alterare il contesto stesso secondo i bisogni.

L’artista sfrutta l’imprevisto disegno per argomentare nuove opere e la funzione, collocata nella voglia di sorprendere, esplica l’originale valutazione asservendola al godimento creativo. Non può nutrirsi ma respira profondamente.
La pelle si allontana disarcionata dal muscolo e l’osso, senza più pretese, vaga nudo ai confini del vivente, materia repellente per ataviche paure. Pretestuoso è il disegno che risale all’evidenza, riflesso distorto dell’intimo umano. L’arte è inconscio! Che coscienza può avere l’artista se non può nutrirsi della funzione e deve operare nel vuoto respirando profondamente?

Il portento come variante attrattiva scardina la struttura portante, scuote le basi della verità con apparizioni concrete, vere illusioni, fantasmi di carne!
Il miracolo cambia il corso degli eventi, evento esso stesso, si piega alla volontà di potenza, Dio stesso che opera!
L’oggetto variato da Dio inscena parvenze attanagliate dal rimorso d’avere dubbi!
La funzione è teatro!
Raccontiamo l’oggetto che oramai non esiste! Valutiamo la variazione come incompletezza e cerchiamo nell’incongruenza l’inferno, il terribile abisso in cui ci smarriamo perché non riconosciamo i nessi funzionali del nuovo contesto.
Lasciamo l’arte della variante oggettiva per proporre, adesso, quella dell’uomo, funzione del vivere che alterna visioni e varianti inespresse.
Se l’oggetto quale funzione potenziale si esplica nella valutazione noi possiamo operare variando in relazione al contesto.
L’uomo si nutre e respira profondamente.

Tra le maglie della trama odierna spesso gli oggetti si trasformano nella funzione. In molti casi non esiste più distinzione tra oggetto e funzione. Il mezzo di cui ci serviamo è infatti oggetto e funzione.
L’animale capace di utilizzare un mezzo per giungere all’obbiettivo non valuta più la variante che altera l’oggetto ma il variare dell’efficacia del mezzo ch’è oggetto e funzione.
L’aberrazione è nell’uso d’un mezzo in cui non si distingue l’oggetto dalla funzione e la tecnologia spinge le masse all’ignoranza affinchè questo distinguo divenga impossibile e il mezzo si avvicini a Dio.
Il portento è un mezzo capace di scardinare una struttura portante, quella variante che scuote le basi della verità, un’apparizione concreta, la vera illusione, un Dio che ha fede nei nostri bisogni.
Il miracolo non cambia il corso degli eventi anzi ne uniforma il contesto piegando il volere alla volontà di servire, non Dio, ma chi ci fornisce il mezzo adeguato.
Tutto ruota come in teatro!
Il mezzo, baricentro dell’esistenza ci accomoda in un angolo, in attesa d’un nuovo evento e, intanto, pigiamo pulsanti per vedere, capire, volare, credere.
Raccontiamo l’uomo che oramai non esiste! Una variante attinente al precedente. Un oggetto senza funzioni.

di Antonio Limoncelli dal libro “SCIENZA DELL’ESISTENZA IRRAZIONALISMI RAGIONATI”

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