L’anima teatro di Dio di Antonin Artaud (tradotto da Michele Baraldi)


« Se il segno dell’epoca è la confusione, io vedo alla base di tale confusione una rottura tra le cose e le parole, le idee, i segni che le rappresentano… Il teatro, che non risiede in niente di specifico, ma si serve di tutti i linguaggi (gesti, suoni, parole, fuoco, grida) si ritrova esattamente al punto in cui lo spirito ha bisogno di un linguaggio per manifestarsi »

« Il Teatro della Crudeltà è stato ideato per restaurare il teatro di una concezione passionale e convulsiva della realtà ed è in questo senso di rigore violento e di estrema condensazione di elementi scenici che la crudeltà su cui questo si basa deve essere compresa. Questa crudeltà, che sarà sanguinaria quando necessario, ma non in maniera sistematica, può essere così identificata con un tipo di severa purezza morale che non teme di pagare alla vita il prezzo che le deve. »

(Antonin Artaud, Il Teatro della Crudeltà)

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Come il proprio suppliziato delle tenebre in cui il destino di vivere mi ha sprofondato, tutti i miei volti si piangono nei loro sogni perchè non hanno più in sé quella continuità, quella inespugnabile autenticità del loro essere che l’anima immortale donava loro.
Credendo di vivere se medesimi non si accorgevano che il loro vampiro, il loro nemico, quell’altro che si è sempre voluto loro stessi e che non avendo corpo ha preso il loro per essere, tiene il posto dov’essi s’immaginano ancora vivere e muoversi.
Il doppio del teatro è la vita, ma il doppio dell’io è quell’essenza impercettibile che non ha mai voluto né teatro né dramma e che nella vita interna dell’io respinge il dramma per il quale l’io davanti a ogni pensiero deve meritare e guadagnare se stesso battagliando con le larve del proprio spirito, e introduce al posto di questa interna esaustione una statua o un’effige tutta creata e già fatta, come quell’improvvisa incarnazione di un essere che risalirebbe in essi membro a membro del tempo della pubertà.
Ora tutto questo è il nemico, è l’altro, e l’io è il non manifestato, il vuoto, il drammatico abbandono di ogni cosa, che attraverso la guerra del distacco fa venire in avanti l’anima e non il corpo. Ecco ciò che l’uomo oggi non sa più, ed ecco ciò che è di tutta urgenza apprendergli nuovamente, poichè credendo di vivere egli sarà perduto.
A lui manca un’attualizzazione nell’immediato di ogni materia esterna di questa scienza imprescrittibile del cuore.
La materia, lo so, passerà, ma non la scienza che avrà saputo prendere il posto delle ombre che la materia emana intorno a sé.
Il denaturamento, la traslazione inconscia di un principio che fa essere tutte le nostre volizioni è il punto sul quale ci si dovrà contare affinché abbia inizio la grande guerra che salverà la nostra idendità. Noi crediamo di essere noi e non lo siamo più, perchè non ci avvediamo che ciò che formava il nostro io è stato rapito nelle stelle proprio da colui che in noi si sceglie e che noi prendiamo come il culmine di noi stessi, quand’è in questo culmine di noi stessi, in questa energetica ineffabile dell’io che ci pietrifica con la sua imprescrittibilità, con il lucore delle sue sorprese, che ha luogo quel denaturamento, quella traslazione di cui parlo, ma con una rapidità così sottile, un giro di mano così istantaneo che il prestigiatore ha saputo dissimularsi in noi stessi, essere noi e pensare per noi. E noi non siamo più che i suoi propri portatori. Ed è il Male che noi portiamo su noi stessi. E sventura a chi non ne fosse cosciente. Ora, sono tutti a non esserne coscienti e a non sapere più che cosa è vivere, perchè vivere è raddrizzarsi in se stessi, a ogni secondo, con accanimento, ed è questo lo sforzo che l’uomo attuale non vuol più fare. Egli preferisce che l’automa dei limbi conduca l’opera del suo proprio sé. – E colui che non era nemmeno uno spirito non ha mai tratto profitto che dalle debolezze degli esseri per darsi l’illusione della vita. A forza di non scegliersi e di abbandonarsi alle attrazioni del non-essere l’uomo ha finito per dar posto nell’essere a qualche cosa che non era vita, e che in lui è diventato uno spirito.
Lìamore è più semplice da realizzare che l’odio, la virtù che il vizio, il distacco che l’egoismo, la rapacità, la cupidigia e la malvagità.
Ora non è questo che l’uomo pensa.
L’essenziale è non perdere l’occasione di apportargli l’aroma della verità e non lasciare che si frastorni per un’opera che non risponde a tutte queste interrogazioni.

(scritto tra il 15 e il 20 febbraio 1945)

tradotto da Michele Baraldi, da In forma di parole, 1991

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