I figli della fortuna_ di MariaGrazia Patania


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-Hai fame?

È così che comincia il mio ritorno a casa.
È così che comincia il viaggio nel dolore e nella speranza.
Samey che osserva gli abitanti di Augusta
al bar con curiosità e reticenza. Samey che mi fa un sorriso che riempie il
cielo quando mi avvicino a lui. Samey spaurito mentre entriamo al bar che mi sta
appiccicato fra gli sguardi delle persone intorno.

Un cappuccino seduto in un bar e la
sensazione che tu stia assistendo ad una prima volta.

La cosa sconvolgente è il sorriso.

Parliamo molto e gli faccio tante domande.
Chiamiamo casa e riesce a parlare con qualche membro della sua famiglia e poi
lo accompagniamo in macchina alla scuola diventata centro d’accoglienza
improvvisato.

E lui mi dice di entrare così mi fa vedere
dove vive. Il sorriso mi rassicura. Come se sperassi di trovare tante camerette
azzurre dipinte con cura invece di anonime brandine buttate a casaccio.

Arrivati al secondo piano mi indica una
brandina nel corridoio e con enorme soddisfazione mi dice “Io vivo qui”.

E qualcosa mi si rompe dentro. E non riesco
a trattenere le lacrime mentre lui mi guarda incredulo perché non capisce
perché piango.

Da quel momento non sono riuscita a stare
lontana dalla mia scuola elementare. E da loro. Dalle loro storie. Dalle loro
mani. E dal loro dolore. Che si accumula sotto la pelle e si infiltra nelle
vene esplodendo senza cause apparenti.

Non si dimenticano i loro sguardi, i loro
sorrisi, gli abbracci e la gratitudine che leggi sui loro volti per il semplice
fatto che sei lì. I loro sguardi tornano la sera quando vai a letto e il cuore
si stringe dentro una gabbia di ferro. Mentre mi chiedo chi ami questi figli della
terra. Chi consoli questi figli del dolore. A chi rivolgano le loro preghiere
quando hanno paura. Mi chiedo come possano dormire senza un abbraccio o un
bacio quando i fantasmi delle torture li afferrano dal sonno e li catapultano
nell’orrore.

E mi sento in colpa.

Sento un immenso dolore e una infinita
colpa per le loro storie. Perché la mia ricchezza è valsa la loro schiavitù.
Perché il mio benessere ha provocato dolore e violenza. E cerco un riscatto.
Cerco un sollievo. Per me e per loro.
Passo dal coraggio allo sconforto. Dalla
forza alla debolezza. Non so mai quale sia la cosa giusta da fare ma penso solo
a rendere migliore il centimetro dove vivono. Pulendo a terra, ascoltandoli e
confortandoli. Ma il conforto non esiste e suona falso, ipocrita detto da me
che torno a casa e abbraccio mio padre, mia madre e mia zia. È una beffa il
conforto di una bianca viziata dall’amore della sua famiglia.

Chi accarezza questi figli della terra. Chi
bacia i loro occhi per cancellare l’orrore.

E trovo rifugio nelle colazioni. Quel
momento così intimo di vita familiare che ho sempre amato. Quel momento fragile
in cui inizia la tua giornata circondata di amore. Quel momento che lì è a un
passo dal diventare disumano. Ma la magia arriva qui. Perché cerchiamo tutti di
rendere questo momento di file e biglietti timbrati per un pezzo di pane e un
bicchiere di latte meno tragico. Ridiamo e sorridiamo ad ognuno di loro. Un ciao
può fare meraviglie se fa sbocciare un sorriso. Un ciao diventa potente se fa
alzare degli occhi che fissavano il suolo. Un ciao può cancellare brevemente la
bruma dell’orrore e della tortura.

Ieri mi è stato chiesto cosa sia il senso
della vita e ho rifatto la domanda a cena alla mia famiglia. Risposte diverse
per persone diverse ma in fondo tutte uguali.

Per me il senso della vita è solo l’Amore.
L’Amore grande e prepotente. L’amore che rovescia i tavoli, l’Amore che salva e
sana le ferite. L’Amore per l’altro che ti apre il cuore e squarcia il costato
mentre loro ti abbracciano. La sensazione di stare facendo una cosa bella. Una
cosa bella in un mondo di cose brutte. Una cosa che può trasformare per pochi
secondi questi figli del dolore in figli della fortuna.

E l’Amore può chiamarsi Zagara e può
nascere in un posto minuscolo della Sicilia da una madre che vuol rendere
omaggio alla terra che l’ha r/accolta dopo un viaggio della speranza.

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Un pensiero su “I figli della fortuna_ di MariaGrazia Patania

  1. la speranza.
    quella speranza che è dentro quegli occhi.
    sono felice che mariagrazia sia qui, sono felice che la sua voce sarà il tramite di loro.
    perchè non è solo una questione italiana, perchè non dev’essere solo una questione siciliana.
    non manchiamo, facciamo sentire che l’italia è meglio dell’europa intera

    Rispondi

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