L’alfabeto della morte


 

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26 registi.

Cinque mila dollari.

Un solo tema: la morte.

Questa la protagonista indiscussa dei 26 corti che sotto forma di feci, ossessioni, odio matrimoniale, pallottole di carne e teste di cervo viene miscelato in modo disomogeneo nelle lettere che compongono l’alfabeto.

L’idea (cosa rara nel cinema contemporaneo) é originale ed il fatto che i produttori Ant Timpson e Tim League abbiano lasciato piena libertà agli autori mi fa valutare positivamente la raccolta di corti portando il voto ad una piena sufficienza.

Una domanda però sorge spontanea:“ci troviamo davanti ad un capolavoro?” La risposta è no.

I segmenti nonostante la varietà d’ idee spesso cadono nell’ incompleto o ancor peggio nel mal riuscito.

Il primo é: A – for Apocalipse di Nacho Vigalondo

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Odio coniugale e fine del mondo. Poco altro in questo corto di Vidalogno. Il regista già autore dell’ottimo “Timecrimes” non riesce a lasciare il segno nei pochi minuti che compongono il suo lavoro. Discreti gli effetti gore e l’idea del marito immortale, ma si poteva fare molto di più.

Storia sterile quanto sconclusionata, ma regia di buon livello. Sufficiente.

Il secondo segmento, unico per profondità di storia e spunti poetici é:

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D – is for dog fight di Marcel Sarmiento. Il regista spagnolo mette in scena una storia semplice, ma perfetta per tempi, durata e pathos. Il rallenty da videoclip non fa altro che accentuare umanizzando le espressioni dell’uomo, che nel corso del combattimento torna animale e del cane che invece pare umanizzarsi. La storia si conclude con un finale, forse telefonato, ma non banale. Volendolo riassumere in una parola: “poetico”.

Il terzo F – for fart (tradotto letteralmente: scoreggia) di Noboru Iguchi.

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Sebbene la storia sia priva di un vero e proprio spessore narrativo, appare interessante per i significati intrinseci che contiene.

La sessualità compressa e mai esplicita del popolo giapponese.  L’insieme delle paure  dell’epoca post Fukushima. La storia d’amore saffica tra l’alunna e la professoressa, il meteorismo, “Dio e la sua scoreggia”: il terremoto.

Passiamo a J for Jidai-geki di Takashi Nishina

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Seppuku e petali di ciliegio fanno da sfondo al suicidio rituale giapponese. Il  kaishakunin ha il compito di decapitare il samurai facendo così in modo che nessuna espressione di dolore rimanga impressa nella testa mozzata. La mimica facciale  del suicida  accende nel boia un brainstorming emozionale che lo porta a difendersi da un attacco di riso. Idea originalissima e ben sviluppata. In una parola dissacrante. 

L – for libido di Timo Tjahjanto.

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In ogni serie c’è il capolavoro, che si tratti di originalità o anche solo pura e semplice capacità di disturbare. L – for libido é la summa di entrambe. Due uomini legati ad una sedia sono costretti a masturbarsi. Il primo che giunge all’eiaculazione, vince. Mentre il secondo rimane impalato da una lancia a molla che sbuca da sotto la sedia. Il tutto si svolge in presenza di un pubblico che disposto in cerchio osserva, nascondendo lo sguardo dietro a maschere dai colori sgargianti. I rimandi alla pellicola  Eyes wide shut di Kubrick sono palesi così com’é palese è la fine degli impotenti concorrenti. Capolavoro, senza se e senza ma.

Il quinto segmento

O – orgasm di Helen Catter e Bruno Forzani.

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In breve, un orgasmo femminile raccontato per immagini.

Molto delicato e femmineo nell’impostazione. Perfetto il connubio di suoni ed immagini. Unico appunto é forse l’eccessiva forza trasognante di alcune scene, ma, si sa, l’orgasmo femminile é cosa impossibile da giudicare per un uomo.

Segue R – for removed di Sridjan Spasojevic.

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Il regista del criticatissimo ed estremo: “A Serbian film” ritorna in grande forma in questo corto confuso e disturbante. La forza della fotografia di Nemanja Jovanov mette in secondo piano una narrazione fluida, ma eccessivamente contorta nella trama. In una struttura ospedaliera un uomo legato ad un letto subisce la rimozione di alcune parti di epidermide. Da esse vengono estratte una serie di pellicole a 35 mm. Il tutto si gioca in uno spazio quasi sempre chiuso, in cui il colore acido del verde si confonde con grigio per annegare nel rosso. Una sorta di “The kingdom” in salsa serba, che accompagna il protagonista fino al bagno di sangue finale. Di difficile comprensione, qualche minuto in più avrebbe giovato al finale. Nel complesso il corto possiede una potenza filmica unica e pertanto rientra nella top dei brevi da salvare.

S – Speed di Jake West.

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Due donne in fuga da un misterioso assalitore. Nulla di più. Un corto semplice dalle atmosfere Russmayeriane. Il binomio droga/morte e speed velocità/anfetamina funziona pur essendo privo di ogni originalità. Un piacevole ritorno al passato; a quegli agli anni ’70 così lontani, ma mai così attuali. Idea discreta, risultato salvabile.

T- Toilet di Lee Hardcastle:

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Corto interamente girato con la plastilina. I protagonisti ricordano tanti piccoli Pingu in salsa horror. Un bambino con il terrore della tazza del water, chiama i genitori. Non tutte le sue paure però sono ingiustificate… Divertente.

U – Uneharted di Ben Wheatley.

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L’autore di kill list mette in scena l’uccisione di un vampiro attraverso una visione in soggettiva. Corto ben girato e scorrevole. Nulla di più.

V – vagitus di Kaare Andrews:

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Sicuramente il corto più curato sotto l’aspetto degli effetti speciali. Una squadra di ripulitori (un androide e una poliziotta) irrompe in una stanza compiendo un massacro. Fa da sfondo alla vicenda una Vancouver futuristica e dittatoriale, in cui le nascite sono rigidamente controllate. La sensazione che si ha guardandolo é quella di assistere alla ripetizione di una scena già vista in molti alti film… poco altro. Incompleto.

Recentemente sulla falsa riga di The abc of death é nato il progetto 17 a mezzanotte. Un insieme di corti girati interamente da registi italiani. Poche sono le aspettative di trovarci di fronte ad un prodotto accettabile; ma se è vero che ogni storia merita di essere raccontata trovo giusto aspettare, prima di giudicare.

Ma adesso, dopo aver a lungo parlato…

Ridi!

Christian Humouda

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