Underground – Marsiglia, Jean Claude Izzo ed io


“Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere. E allora è troppo tardi, si è già in pieno dramma. Un dramma atipico dove l’eroe è la morte. A Marsiglia, anche per perdere bisogna sapersi battere.”

 

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“Chourmo, in provenzale, significa la ciurma, i rematori della galera. A Marsiglia, le galere, le conoscevamo bene. Per finirci dentro non c’era bisogno, come due secoli fa, di aver ucciso il padre o la madre. No, oggi bastava essere giovane, immigrato o non. Il fan-club dei Massilia Sound System, il gruppo di raggamuffin più scatenato che ci sia, aveva ripreso quell’espressione. Da allora, il chourmo era diventato un gruppo di incontro e supporto di fan. Ma non era questo lo scopo del chourmo. Lo scopo era che la gente si incontrasse. Si “immischiasse” come si dice a Marsiglia. Degli affari degli altri e viceversa. Esisteva uno spirito chourmo. Non eri di un quartiere o di una cité. Eri chourmo. Nella stessa galera, a remare! Per uscirne fuori. Insieme.”

 

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“Questa era la storia di Marsiglia. La sua eternità. Un’utopia. L’unica utopia del mondo. Un luogo dove chiunque, di qualsiasi colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con la valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, quella persona poteva dire: «Ci sono. È casa mia».
La sensualità delle vite disperate. Solo i poeti possono parlare così. Ma la poesia non ha mai dato risposte. Testimonia, e basta. La disperazione. E le vite disperate.”

 

 

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Francesco Faraci

 

Inediti di Ilaria Pamio – assolo per Tina Modotti


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IL LETTO

“Il letto con le coperte arricciate
nella fretta della mattina attardata
e i mollettoni, le forcine
tenute in testa la notte
per rimanere bellissima
agli occhi di lui
e le lenzuola
che ne raccolgono ancora l’odore”

tina-modotti-articolo

LASCIATEMI

“Lasciatemi!
Stanca, su questo pavimento invecchiato
che stasera non ho mani per scrivere
e occhi cuciti per vedere.
Il ventre è vuoto,
la bocca arida
non mi resta che una spalla forte
sulla quale dormire”

TinaModotti-Burattinaio

LèGAMI

“Lègami!
Questi polsi inutili
cingendoli con le mie stesse creazioni.
Mi sono rotto
dentro, dei miei burattini
che oramai nessuno si fila gli spettacoli,
tutti rinco-gli-o-niti
con il proprio smart phone tra le mani.
Bloccami il sangue nelle vene,
non voglio più sentire.
Dammi la Pace, non voglio legàmi”

piedi

PIEDI

“Loro sì che sanno
cosa sia guadagnarsi la vita.
Stanchi, denutriti e vestiti di scarpe
vecchie e smangiate.
E tu, lamentati pure
, se vuoi, ma ricordati
quelle mani affrante
degne di onore.”

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THE TYPEWRITER

“La notte insonne
trascorsa a battere sui tasti
le lettere in sincrono
col tic tac dell’orologio a pendolo
la rabbia scaraventata su un foglio
che il giorno dopo avrebbe affisso al muro
in nome della libertà”

piccola

VIRGINIA

(dedicata a Paola e alla piccola Virginia)

“La sua bocca succhiava ancora
da lei il latte materno
e il suo corpo si sentiva esausto
prosciugato da ogni forza.
E poi la guardava
con gli occhioni sorridenti nella notte
la manina le strizzava il seno
come a voler fare un po’ da sé.”

Inediti di Ilaria Pamio per WSF e per Tina Modotti

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Biografia:

Sono una che ama scrivere. La scrittura mi ha permesso di buttare sulla carta tutte le cose che mi facevano/fanno male e mi ha resa più serena. Ho visto pubblicati alcuni miei scritti
2004: racconto “Too soon for being an angel” – con-1000 storie (con lo pseudonimo “lunatica”)
2007: racconto/leggenda metropolitana “Luce”- rivista on line Prospektiva
2007: poesia “Amore friabile” –Kimerik (con lo pseudonimo “ilariathequeen”)
2008: poesia “Uscita d’emergenza” – antologia “Voci dell’anima” premio internazionale Il Molinello
2009: poesia “zerosette II zerosette”-antologia “Voci nuove” premio internazionale Il molinello
2009: poesia “Pezzi di me” – seconda classificata “PREMIO GIOVANE HOLDEN”
2010: vincitrice “PREMIO LOGOS V EDIZIONE” con la poesia “visioni da una fotografia #2”] (con lo pseudonimo Viola Rossi)
2010: racconto “nel Nome del Padre” – rivista Youthless Fanzine
2011: poesia “La Speranza / di Sara”-antologia “PREMIO GIOVANE HOLDEN EDIZIONI” 2011: poesia “Requiem” – antologia “premio VILLA TORLONIA” Giulio Perrone Edit.
2013: vincitrice “sezione poesia under 35” per Subway Letteratura con “Mais”
2013: aforisma per “l’Erudita agenda 2014” della Giulio Perrone
2013: terza classificata al contest letterario “una stanza tutta per me” della Leconte Editore

Dal Luglio 2010 all’Ottobre 2013 ho collaborato con la rivista VIVAMAG! di Varese. Ho collaborato anche con “GlimpseZine” con tre mie poesie e nel 2013 con “Versante ripido”.

Restano inedite, tre raccolte poetiche “CAVERNE” (2005-2012), “POESIE PER ROSANGELA” (2012), “POLAROID” (2012-2013) e il romanzo semi-autobiografico, terminato ad Aprile, “TUNNEL” (2013)

Blog: http://infondoagliocchi.blogspot.it/

Una sfilata di “Regine… della scienza”, recensione al libro di Serena Manfrè


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Sebbene il passaggio di ogni donna lasci un segno indelebile nel cuore di ogni uomo… ci sono alcune donne che con i propri passi riescono ad incidere e segnare la storia di tutti gli Uomini. A cinque di queste donne è dedicato il libro di Serena Manfrè intitolato “Regine della Scienza”.
Il testo pubblicato dai tipi dell’Editoriale Anicia nel settembre 2013 è rivolto ad un pubblico giovane, questo soprattutto grazie alle magnifiche illustrazioni di Amalia Caratozzolo. Scorrendo però le pagine una dopo l’altra ci rendiamo conto che il libro può rivolgersi un po’ a tutti: grandi e piccini, maschietti e femminucce.

Infatti la prosa semplice e scorrevole, e, in prima persona, permette a chiunque di immedesimarsi nella vita delle nostre cinque eroine.
Seppur vero che alle ragazze può donare una consapevolezza del proprio potenziale di donna rifacendosi a quelle orme… è pur vero che ogni maschietto amplierà il proprio rispetto nei confronti delle donne, ma ancor di più, nei confronti dell’umanità.
Il “Cocktail delle grandi soddisfazioni” citato nel libro riporta:

200 gr. di pazienza
1 cucchiaio di coraggio
500 gr. di volontà
1 pizzico di fortuna

Credo che pochi avranno da ridire sul fatto che questa formula accomuna un po’ tutte le donne qui selezionate.
Ma chi sono queste donne?

Prima fra tutte Rita Levi Montalcini, la parte a lei dedicata si concentra soprattutto sulle sue scoperte e sulle circostanze che gliel’hanno consentito. Viene subito seguita da Maria Montessori che racconta della sua storia da innovatrice del campo “scolastico” e della sua esperienza da madre. C’è poi la storia di Caroline Herschel, particolarmente toccante e commovente soprattutto per l’epoca a cui ci rivolgiamo; e quella di Suor Celeste, figlia di Galileo e profondo supporto per quest’ultimo.
Per concludere c’è il racconto dedicato a Ipazia d’Alessandria, che fu sicuramente una donna ispiratrice per molte di quelle che l’hanno seguita (e nel testo preceduta).

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Un viaggio all’indietro che ci permette di ripercorrere, in senso cronologicamente invertito, il nostro presente. Un elemento molto importante nelle prime due letture è l’inserimento dell’avvento della Seconda Guerra Mondiale e di come influì negativamente, anche a causa di Benito Mussolini, sulle due ricercatrici.

La grafica vivace di Amalia Caratozzolo rende questo tuffo nei secoli un’affascinante esperienza di leggerezza, facilitando indubbiamente lo scorrere del testo.
Il segreto di questo libro è la ricchezza di immagini e la sicurezza di una prosa semplice e diretta. Le immagini influiranno sul giovane rendendo la lettura più “colorata”, mentre il testo lo scuoterà “costringendolo” a tenere l’attenzione.

Questo è un testo che ci sentiamo di consigliare a tutti indistintamente, con la speranza che il ricordo di queste grandi donne non passi mai in secondo piano.

BIOGRAFIE TRATTE DAL TESTO

SerenaSerena Manfrè è nata a Messina nel 1971 sotto il segno dell’Ariete. È stata una bambina molto vivace e super responsabile, brava a scuola e disciplinata nello studio della danza classica. Da piccola sognava infatti di fare la ballerina, ma per fortuna durante l’adolescenza le sue varie inclinazioni sono venute fuori spingendola a dedicarsi alla scrittura. Si è laureata quindi in Lettere Moderne e ha fatto la giornalista per dodici anni. Fino al 2003 ho lavorato tra Roma e la Sicilia. Poi è andata a vivere nel paese dei tori, la Spagna, dove ha continuato a collaborare con alcune riviste e dove insegna Italiano. Fa inoltre la traduttrice e si dedica pure a scrivere romanzi, racconti e monologhi per il teatro. Vive in una casetta sulle rive del fiume Duero, è sposata con un chitarrista con la barba e ha due simpatici cagnolini di sei chili ciascuno: Tigre e Pablito.
Sito personale: http://www.serenamanfre.it

AmaliaAmalia Caratozzolo è un’illustratrice freelance nata a Messina nel 1983. Da piccola era una vera peste, si calmava solo quando prendeva in mano matite, colori a cera e pennelli. Disegnava e dipingeva su qualsiasi superficie avesse a portata di mano, compreso il faccino della sorella minore.
Così, nel 2001, la famiglia la spedì con posta prioritaria a Roma. E lì, la peste di cui sopra, si è diplomata prima in Fumetto e poi in Illustrazione. Da allora ha collaborato, come illustratrice e grafica, con varie case editrici e ha fondato insieme ad alcune colleghe lo studio creativo Arturo. Dal 2010 lavora come docente di Incisione all’Istituto Europeo di Design e dal 2013 collabora con il Corriere della Sera.
Adora la stampa artigianale, le barbie e i film dell’orrore.
Sito personale: http://www.amaliac.com

LINK
http://www.edizionianicia.it

Voci Nuove: L’Ame Noire


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Continua il viaggio di WSF nelle nuove voci italiane, nelle realtà che stanno man mano crescendo fino a rendersi palesi e potenti, uno di queste realtà sono i L’Ame Noire, gruppo conosciuto grazie ad un’amicizia in rete.
Buona lettura e ascolto, ovviamente!

Come nascono i L’Ame Noire? Parlateci di voi e del nome del gruppo.

L’Ame Noire nasce nel 2009 dalle ceneri di una band precedente. Nel 2012abbiamo lavorato alle pre produzioni del primo Ep “Il Deserto”con Valter Sacripanti (Ex batterista e produttore di Nek), successivamente la produzione é stata affidata ad Ettore Diliberto, con il quale abbiamo lavorato anche per il primo disco ufficiale in uscita a maggio 2014.Per entrambi i dischi la fase di mastering é stata affidata a Simon Gibson (vincitore di due Grammy Awards per la rimasterizzazione dell’opera omnia dei Beatles) ed effettuata agli Abbey Road Studios di Londra.Il nome é nato quasi per caso, connota comunque molto bene i contenuti presenti nei brani. Abbiamo tutti “un’anima nera”, sia in positivo che in negativo.

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Quali sono i principali modelli che ispirano la vostra musica?

Le nostre influenze sono variegate, come lo sono i nostri ascolti che spaziano dal blackmetal, alla musica classica, dal jazz alla musica tradizionale giapponese. La matrice fondamentale del nostro sound resta, comunque, un rock dal sapore anni ’90, al quale cerchiamo di aggiungere “il nostro”.

La vostra musica nasce più “dal cuore” o “dalla testa”?

Cuore. La musica senza amore non potrebbe esistere.

Come mai questa ispirazione letteraria?

Il panorama pop rock italiano, a livelli di mainstream, é saturo di proposte musicali e sopratutto concettuali scadenti, molto spesso addirittura imbarazzanti. Un buon brano ha due elementi fondamentali: una buona struttura musicale ed un buon lavoro lirico. Cerchiamo di dare la stessa importanza ad entrambi. L’ispirazione letteraria deriva, forse, dal nostro amore per la letteratura e per il “consumo”di essa. I libri, oltre ad essere parole scritte di una storia, contengono l’essenza umana di chi liha scritti, tanto quanto i dischi, i quadri e l’arte in generale.

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E’ molto difficile proporre qualcosa di originale nell’ambiente italiano moderno?

É molto difficile essere credibili. Il concetto di originalità non é universale, ma molto soggettivo. la credibilità é un fatto oggettivo.

Tour?

Stiamo stilando il calendario date in questi giorni, quindi non posso ancora parlare con precisione. La cosa certa é che partirá da Londra il 26 maggio. Credo, comunque, toccheremo quasi tutta l’Italia.

Il mio grazie va a questa realtà che ho apprezzato fin dal primo ascolto.

Contatti: noirelame@gmail.com
http://www.amenoire.it
@AmeNoireBand
http://www.facebook.it/amenoireband

Gli uomini passano, le idee restano. A Giovanni Falcone (23 maggio 1992 – 23 maggio 2014)


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22 anni.
Anni in cui il nostro paese ha vissuto un’apparente crescita economica e culturale per poi precipitare in una preoccupante decrescita anche ideologica ; anni in cui  la politica ha perpetrato il suo sporco gioco costruendo una storia di stragi e di misfatti, di assassinii anche e soprattutto politici. Il 23 Maggio 1992 perdevano la vita il magistrato Giovanni Falcone e tre angeli della sua scorta.
Quel giorno costituisce un ricordo indelebile per me.  Ero appena quindicenne e   le edizioni straordinarie  del tg riportavano giornalmente  le cronache della guerra del Golfo; poi all’improvviso vi fu una notizia eclatante che proruppe con tutta la sua violenza. Notizia straordinaria:  a Capaci era successo qualcosa di orribile, qualcosa di molto grave.
Conoscevo la Sicilia grazie soprattutto alle mie vacanze, genitori siciliani di Campofelice di Roccella, provincia Palermo come Capaci, già allora nel mio cuore si era instaurata una sorta d’appartenenza forte e rabbiosa per questa terra, mia madre aveva fatto un ottimo lavoro, aveva dato un’altra figlia alla sua terra, aveva fatto si che io mi sentissi siciliana anche se sulla mia carta d’identità si diceva tutt’altra cosa.

Quel giorno davanti alla tv ho pianto, lo ricordo, anche se quell’uomo baffuto non lo conoscevo benissimo, sapevo che era una persona importante per la Sicilia, sapevo che era morto perchè voleva aiutare la sua terra ad uscire dall’abbraccio mortale della mafia, ma sapevo anche che non c’erano più come non c’erano più la compagna Francesca e gli angeli custodi, Vito Schifani – Rocco Dicillo  e Antonio Montinaro.

Non sono nata in Sicilia, ma di Sicilia ho vissuto e respirato, Falcone e anche l’amico Borsellino, non avevano paura o forse si? non era più forte di quello con cui dovevano scontrarsi giornalmente, non fa parte dell’orgoglio siculo abbassare la guardia, mai.

Lui diceva che “l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Altrimenti non è più coraggio, è incoscienza”.
E lui lo era coraggioso ed elegante.
“Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”. E lui a Capaci non si è chinato, non l’ha fatto per volontà propria.

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.”

In sua memoria.

SSRI – inedito di Simona Di Profio


«Che cos’è un essere vivente?
Un essere vivente è un individuo che nasce, cresce, si riproduce e muore.»

 

So osservarmi delicata
I riflussi congeniti di nomenclature classificanti ma veritiere
Colgo sottili, le patine
Traslucide s’incrinano ove non Vuoi traspaia
E nella forma, l’indistinzione è omaggio

 

Laura Makabresku

Laura Makabresku

 

La lastra liquida riflette passi veloci, biancomarino, quando la marea decade e la luna remore del giorno mi tange quel poco, troppo, bastante per rendermi fragile: non so. Ignoro.
E sono sere che passo fra cera e matite senza osare abusarne. Eppure vorrei, ma mi trattiene affetto. Qualcosa che sporca ancora, vischio sensibile che trama contro le ossa deboli carcandole d’irrisolutezze ripide. Comincia con un fischio prolungato, gli arti si anestetizzano e sento il bisogno impellente di scappare in bagno. So che non ho niente da espellere.
Non ce la faccio più a cadere dopo inaspettati capogiri.
Le favole senza ritorno le ha ricamate l’infanzia pietosa e candida con dita carboniche.
Quando la guardo fa tutto più male.
Quando la guardo non so respirare.
Mi ostino a farlo, ed ostinatamente la vista si chiude astringendo passi. Rendendoli fermi.  Volubili. Frali.
Se solo potessi arrecare alle pagine dei troppi diari lasciati a metà, dentro quadretti di prima elementare, un ritratto più consono a quello che norma fiducerebbe… normativamente dovrei ritenermi forse colpevole dell’auto-abuso, una masochista sensibilità mono aulata, mono direzionata.
E in fin dei conti sadica.
Eccello in corse immobili;  cosa che non richiama più il contatto; distoglie. Annienta.
Non solo me.  Temo che mi obblighino a ricercare la carne. Commestibilmente. Passiva e attiva, al bivio, minacciata di tubi catodici per epilessie apparenti, reflussi o ulcere da qualificare in merito a ticket dai costi efferati e omicidi e  stillicidi organici inflaconati.  Brandiscono convulsamente perdite d’identità a cui mi sottrarrei soltanto scegliendo di massificarmi in una mole ragionevole,  almeno per apparire  membro del  mio sesso, tratteggiata e curvilinea, accettabilmente donna con quanto ne consegue mensilmente. E’ un male, invece, che voglio accentuare. Perché è male rispettabile. Non potrei ammettermi in diverso modo: una fittizia concidentia oppisitorum, iporcrita ma simmetrica, nel nome del Padre e del Figlio.
Sebbene a me manchi il coraggio per ferire e fendere, non ce ne vuole, è inevitabile.
Qualcuno ci rimette sempre.
Qualcuno che di me colga una parziale purezza, qualcuno che voglia che quello preservi. Potremmo avere un fine, tendendo confluenti e complementarmente; eppure mi basta il tremore di un cero. L’anatomia del marmo. Mi salva l’acume incolore dei pastelli accesi per ritrovare accessi,  trascendermi di nuovo.  Stuprarmi mentalmente in empirismi volontari.
Libero arbitrio, dopotutto e dopo tutto.
Non solo questo: qualcosa che vada anche oltre all’intelletto consapevole, qualcosa oltre le mani, il dolore e la gioia concepiti ormai omozigoti. Senza recriminarmi attimi. Senza  me stessa, e concludendo:
Senza.
Laura Makabresku

Laura Makabresku

 

Mi siedo, prendo fiato. La cera della candela sfrigola sulla punta della matita con delicate ali di fumo profuso, dalla variegatura acre e pungente che mi trafigge gli occhi costringendomi a stringere le palpebre nell’oscurità di questa stanza madida di ombre. Di bambole e Peluches. In ogni dove.
Bambole.
Tendo il polso piano,scostando i lembi delle maniche in cotone, concessore incoraggiante,  carezzevolmente. Gli angeli a cullarmi sono qui riuniti, intonatori al Kyrie, mentre offro alla grafite la parte interna della pelle. Dov’è più pallida. Dove rigagnoli bluastri diramano con eleganza perpetuandosi nelle mie dita sottilissime, dietro le nocche sporgentissime che tremano al contatto e si contraggono.
Umorali e caustici nel coito del contatto, essi arridono pungolando l’aria con il respiro flebile e frusciante, confessori verecondi.
Male per male, solvente.
Ego Me Absolvo.
Gli occhi socchiusi, le ciglia, sigillo. Resistendo all’immediato stimolo che deterrebbe la purezza supplizievole. Dalla bellezza folgorante,  di una violenza questa volta consenziente ed ancestrale.
Gli Angeli mi toccano con più vigore fra le cosce tese. Quando più e più volte infliggo godimento all’anima.
Quando l’amore di Dio eroga perfetto invisibili tracciati al lapis dei santissimi disegni in un orgasmo di passione.
Ginocchia, l’una contro l’altra. Velata e liqueforme la nudità opalina. Regalare al compensato della scrivania da cameretta libagioni vive a pentimento. Ora è un altare.
E quando poi, nell’acqua fredda la pelle sulle ustioni si solleva e gonfia in cinque piccole meduse opache sotto il getto congelato, leggerissime; quando poi la carne, resa sobria, resta accesa; quando nel fatuo impeto abrasivo dell’asciugamano bianco, lo spirito pentecostale del poco derma esposto,eroso,si eleva nitido e focale a ricordarmi quanto poco vale la mia pena nei confronti di quanto sono causa… allora, e solo allora,

 prego.

 

Laura Makabresku

Laura Makabresku

Mattino.
L’aria sussurra al mio corpo il freddo distacco da un letto in cui sentire il mio odore ristagnare. Come un lenzuolo, un sudario di moderna leggerezza, velata, tenue.
Indosso questo pigiama verde, in pile. Plastica morbida sul corpo torpido. Torbido: non riesco a vedermi al di la delle pupille infiorescenti macchie e tintinnii lucenti e fitti, acuminati, mentre le mani cercano nel lavandino correttivi di plastica anch’essi, per le miopie celate.
Non sono più me stessa, né anelo esserlo ancora. Più semplicemente denoterei una leggerezza appesantita dal supporre, quando “supposizioni” è un estetismo inutile davanti alle certezze.
Il caffè tracima e macchia, con quell’odore di bruciata infanzia onnipresente, mai paga d’appartenermi placida e soffusa, arpeggiata fra le ciglia rotte dall’ennesimo pianto. L’ennesimo rigetto d’anima.
Confesso paure mai dette e tremo giudizi mai attribuitimi, se non da me medesima.
Sento ancora il sapore: tuorlo grumoso e germico dell’asma cumulata e condensata dai singhiozzi trattenuti. E mai, mai come ieri, inginocchiata e fedele alla mia vita tanto breve quanto un rifiuto compostabile ho invocato Angeli migliori di un gorgo di sciacquone.
Ho masturbato la gola provando un trepido e fugace piacere nel figurarmi stesa anch’ io in una cassa, magari bianca, sicuramente compianta.
Amata infine.
Poi le dita macchiate di sangue. La repulsione immediata di un piccolo quadrato di carta igienica gettata sul pavimento. I riflessi delle gocce di qualche schizzo di urina mal centrata e la paura sparsa, ben distribuita in vivida punteggiatura porporina e accesa sulle piastrelle di ceramica. Unita a un utero spogliato, a-mestruale.
E violentarmi ancora, e ancora.
Non ricavarne un solo zampillio di vomito.
Con unghie tumide ed ematiche. Con la voglia di un rapido effetto delle sin troppo poche compresse sgranocchiate come caramelle amare. Con mia madre alle spalle a incitarmi, come un’amante instancabile ed estatica. Con mia sorella stravolta come avevo dimenticato potesse esserlo, inascoltata per un cosi prolungato arco di tempo.
Agnello. Infante al parto. Di primo vagito.
Brillante, un rubino.
Il passo di mio zio sui vetri rotti, contro il granito. Il suo insultarmi bestemmiando, sfuma tutto quanto.
E zar di coltri raffinate e Stige in libagioni cristalline al frangersi.
Poi la luce. Poi il sollievo. Poi gli abbracci. E infine, il sonno.
Pulcher, sepolcro.  D’assenze di sogni. Di fine dei giorni.

 

Mattino.

 

Ero tornata all’obitorio e non mi sembrava vero niente: un ammasso bidimensionale, quinte spoglie di un teatro di cartone.  I corpi sembravano sorridermi tutti, increspando appena appena le labbra cianotiche. Le persone intorno agitate come fantocci senza senso.
Mi angoscia tantissimo il mondo fuori, non lo capisco. La realtà consiste in un meccanismo fatto di gesti orribili in refrain e non ha senso. E’ elettrico, tutto.
Sì, tutti elettrici.
La colpa è un conto da saldare a cui non posso sottrarmi e nemmeno voi potreste, se vedeste.  Io so di essere un coagulo di morbidi budelli laidi, pieni di cadaveri ed è per questo che devo punirmi.
E poi, quando mi guardo allo specchio, non sono io.  Sono deforme, credimi, tremendamente pingue e deforme e trovo rivoltante quel che c’è sotto la pelle, dentro.
Mi fanno schifo gli organi, vorrei riuscire a vomitarli via per sentirmi pulita.
Quando lui morì, mia nonna si mise a lavorare il pesce che avevano comprato per Natale. Era sudicio, verdastro. Ma lei prendeva la forbice e mentre piangeva e chiamava il suo bambino che non c’era, piano piano, il lercio andava via e lei si calmava. Ecco: io vorrei essere spanciata, come i pesci. Potrei così cacciare quel gonfiore putrescente. Invece nessuno può aiutarmi, neppure se morissi: sarebbe morire con lo schifo dentro. E poi dovrei marcire e piangerebbero e io forse resterei lo stesso. Cosciente, al freddo. O forse no. In ogni caso marcirei; non è una soluzione.
Pensaci.
Noi, che cosa siamo? Siamo mangiatori di cadaveri. Mangiamo i cadaveri delle piante, degli animali e siamo destinati a diventare cadaveri. Il fulcro è questo, la verità è questa. Siamo cadaveri azionati da un sistema osceno che da ignari ci aziona attraverso l’assassinio, la necessità di uccidere, sempre.
Sempre.
Per nutrirci di morte in nome della vernice, dello smalto, della pelle: della bellezza. Quella che chiamiamo vita e che è solo un impulso elettrico di morte, che finisce con la morte e non si riaccende.
Mai più.

 

Laura Makabresku

Laura Makabresku

 

«Il finale non cambia.  Alla fin fine le cose accadono e accadono quelle in cui, ragionando, ti imbatti magari solo per sbaglio, per un gusto di sollucchero drammatico. Come a cercare il significato di un significante troppo abusato e vuoto.»

 

Prima o poi, tutti i vuoti vengono colmati.

Il sesso fuori dalla pagina di Bizzarro Bazar


In amore gli scritti volano e le parole restano.

(E. Flaiano)

1

La critica ha spesso analizzato lo stile e il senso (allegorico, filosofico) delle più celebri scene erotiche descritte dai maestri della letteratura. Ma qui vorremmo dedicarci a una riflessione sulla faccia più nascosta degli autori, sulla loro sessualità “fuori” dalla letteratura, dalla pagina scritta.
Le peripezie sessuali di Henry Miller a Parigi ci sono ben note, perché egli stesso ne ha reso conto con dovizia di dettagli nei suoi romanzi più celebri. Ma cosa sappiamo dell’approccio al sesso di altri grandi scrittori? Di quali segreti inconfessabili o piccole manie siamo a conoscenza?

2

Alcune loro gesta amatorie sono celebri. Lord Byron, stando a quanto si racconta, riuscì a dormire con 250 donne in un solo anno. Con la sua amante Caroline Lamb vi fu (pare) perfino uno scambio di peli pubici inviati via posta.
Nella categoria dei sessuomani, alcuni biografi inseriscono Stendhal, in virtù delle sue numerosissime relazioni amorose, della sua sensualità esaltata e di alcune curiose pagine autobiografiche in cui, ad esempio, ci regala la ricetta per mantenere duratura un’erezione: basterebbe strofinarsi l’alluce destro con un unguento di ceneri di tarantola. Un altro fenomenale amatore si dice fosse Balzac, e un aneddoto recita così: alla signora che gli chiedeva se fosse vero, come si vociferava, che egli era in grado di avere un’erezione “a comando”, Balzac rispose aprendo la giacca, e dicendo semplicemente “Controlli pure”.
A supporto di questi racconti c’è l’enorme scandalo che suscitò a fine ’800 la statua che di Balzac realizzò Rodin, nella quale il grande autore viene ritratto con una lunga vestaglia e, sotto il drappeggio, sembra tenere in mano il proprio pene eretto.

3

Siamo in un territorio spesso e volentieri circonfuso dall’alone della leggenda, e sarebbe bene non dimenticarlo quando ad esempio ci imbattiamo in qualche pagina che associa per esempio Francis Scott Fitzgerald al feticismo del piede: l’intera storia nasce dall’interpretazione tendenziosa – ad opera di un biografo evidentemente interessato allo scandalo – delle parole della sua segretaria, orripilata in seguito nello scoprire che le sue dichiarazioni erano state distorte per sostenere una teoria simile.

4

Esistono poi casi in cui viene male interpretata l’ironia di certe frasi: un esempio celebre, Benjamin Franklin e la sua supposta parafilia gerontofila (l’attrazione sessuale per le persone anziane). Nella realtà Franklin, che era un accanito donnaiolo ma anche fine umorista, satirico e goliardico, scrisse una lettera a Cadwaller Colden, in cui argomentava i motivi per cui è preferibile scegliersi una moglie vecchia, invece che una bella e giovane. Nei primi punti Franklin asserisce che la conversazione con le donne di una certa età è molto più piacevole, perché conoscono il mondo; che quando una donna non è più bella, cerca di diventare buona; che le femmine anziane sono più prudenti e discrete, e via dicendo. Per quanto riguarda il sesso, Franklin vi arriva al punto 5:

In ogni animale che cammina eretto, il declino dei fluidi che riempiono i muscoli appare prima nelle parti alte: il viso diventa flaccido e rugoso per primo; poi il collo; e poi i seni e le braccia; le parti basse continuano ad essere fresche come sempre, fino alla fine. Quindi se coprissi tutta la parte superiore con un cesto, e guardassi soltanto quello che c’è sotto il busto, ti sarebbe impossibile distinguere fra due donne qual è la vecchia o la giovane. E poiché nell’oscurità tutti i gatti sono grigi, il piacere delle gioie corporali con una donna vecchia è almeno uguale, se non frequentemente superiore, visto che ogni talento con la pratica può migliorare.

Fare attenzione a distinguere il mito dalla storia è ancora più essenziale quando si affronta un “maledetto” come Sade, la cui sulfurea opera viene troppo spesso confusa con la sua turbolenta, ma infinitamente più innocua, biografia. Nella realtà, pur avendo inventato per i suoi libri proibiti il più sconcertante e sconvolgente campionario di crudeltà mai vergato su pagina, nella vita reale non mise in pratica se non una minima parte delle sue fantasie. Due sono gli “scandali” a sfondo sessuale del Divin Marchese, che secondo le testimonianze coinvolsero una mendicante e alcune prostitute, drogate da Sade con dei confetti alla cantaride, frustate e sodomizzate. Per l’epoca, la flagellazione era pratica comune fra i giochi sessuali, e infatti fu per sodomia che il Marchese venne condannato. Ma le sue incarcerazioni senza fine sono in realtà da ascriversi principalmente ai suoi scritti, ritenuti osceni, e per i quali pagherà passando 30 dei suoi 74 anni di vita da una prigione all’altra, fino all’internamento nel manicomio di Charenton. Certo che, almeno a giudicare dalle lettere scritte in cella all’amata/odiata moglie, a cui rimproverava di avergli procurato un godemichet (dildo) troppo piccolo, la sua vigorosa sessualità e l’ossessione anale non lo abbandonarono mai.

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Alcuni autori hanno apertamente parlato delle proprie inclinazioni in materia di sesso. Fra le parafilie confesse, possiamo citare con sicurezza quella di Jean-Jacques Rousseau, a cui piaceva essere sculacciato (il termine moderno di questa pratica è spanking), e che nelle Confessioni faceva risalire l’origine di questa sua ossessione alla governante della sua infanzia:

La Signorina Lambercier, nostra tutrice, esercitava in tutto su di noi l’autorità di una madre, anche per infliggerci la punizione classica data ai bambini… Chi avrebbe mai detto che questa disciplina infantile, ricevuta all’età di otto anni dalle mani di una donna di trenta, dovesse influenzar così tanto le mie propensioni, i miei desideri, tutte le mie passioni per il resto dell’esistenza… Cadere ai piedi d’una padrona imperiosa ed esser messo sulle sue ginocchia, del tutto inerme e scoperto a lei, obbedendo ai suoi ordini ed implorando perdono, sono stati per me i godimenti più squisiti; e più il mio sangue s’è infiammato sforzandosi in fervide fantasie e più ho acquisito l’aspetto d’un amante piagnucolante.

Fra gli scrittori che non facevano segreto delle proprie fissazioni sessuali ricordiamo ad esempio Cartesio, attratto dalle donne affette da strabismo; André Pieyre de Mandiargues, che andava orgoglioso delle sue due anime – una sadica e una masochista – e le cui inclinazioni crudeli hanno intriso di poetica sensualità gran parte della sua migliore produzione; Bruno Schulz, autore delle Botteghe Color Cannella, il cui spirito masochistico-feticista risulta evidente in diverse sue pagine sulle “veneri ucraine” ma soprattutto nelle illustrazioni che egli stesso realizzava, e in cui si autoritraeva schiacciato e calpestato sotto i piedi di bellissime donne.

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E, ovviamente, Charles Bukowski, lo “sporcaccione ubriaco” per eccellenza, che non ha mai celato la sua simpatia per le situazioni più volgari, disperate e “ai margini”, come risulta evidente nella sua poesia La donna ideale:

il sogno di un uomo
è una puttana con un dente d’oro
e il reggicalze,
profumata
con ciglia finte
rimmel
orecchini
mutandine rosa
l’alito che sa di salame
tacchi alti
calze con una piccolissima smagliatura
sul polpaccio sinistro,
un po’ grassa,
un po’ sbronza,
un po’ sciocca e un po’ matta
che non racconta barzellette sconce
e ha tre verruche sulla schiena
e finge di apprezzare la musica sinfonica
e che si ferma una settimana
solo una settimana
e lava i piatti e fa da mangiare
e scopa e fa i pompini
e lava il pavimento della cucina
e non mostra le foto dei suoi figli
né parla del marito o ex-marito
di dove è andata a scuola o di dove è nata
o perché l’ultima volta è finita in prigione
o di chi è innamorata,
si ferma solo una settimana
solo una settimana
e fa quello che deve fare
poi se ne va e non torna più indietro

a prendere l’orecchino dimenticato sul comò.

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Ma c’è chi invece ha tenuto debitamente nascosta la propria parafilia, salvo essere postumamente “scoperto”. Parliamo per esempio di James Joyce, le cui lettere passionali ed esplicite alla moglie Nora sono riemerse soltanto di recente. Si tratta di una corrispondenza violentemente oscena, anche se allo stesso tempo mirabilmente delicata e colma d’amore. Nella furia erotica di queste lettere si evince un’inclinazione di Joyce per tutto ciò che è lurido, estremo, a tratti rivoltante, e trovano spazio parafilie come ad esempio la petofilia:

Mia dolce puttanella, Nora, ho fatto come mi hai detto, cara mia piccola sporcacciona.
Le parti del tuo corpo che fanno sconcezze sono quelle che mi piacciono di più, ma preferisco il sedere, amore, alle poppe, perché fa una cosa così sporca.
Io penso, Nora, che riconoscerei dovunque le tue scoregge. Scommetto le riconoscerei perfino in una stanza piena di donne che scoreggiano. Fanno un rumore da ragazza, non come certe mogli ciccione che immagino scoreggino umido e ventoso. Le tue sono improvvise, secche e sporche come le farebbe una ragazza spiritosa, per gioco, di notte, in dormitorio. Spero proprio che la mia Nora voglia farmele sul viso, sì che io possa anche odorarle.
Buona notte, piccola Nora scoreggiante.

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Questa lettera del 1909 (che non è certo fra le più spinte – le altre le trovate in lingua originale qui) è stata venduta all’asta da Sotheby’s per 350.000 euro. L’episodio ha avviato un dibattito critico sulla liceità della pubblicazione postuma di una parte così intima della vita di uno scrittore, per quanto importante. È davvero necessario conoscere questi dettagli per comprendere meglio il lavoro di un artista? Non si tratta forse di puro e semplice voyeurismo, di gossip, di un sensazionalismo che ci allontana, invece che avvicinarci, al vero intento dell’opera dello scrittore?

Questo tipo di discussioni è in realtà una versione più piccante, in quanto esacerbata dal contesto “proibito” dei dettagli in questione, del vecchio dibattito sull’Opera e l’Autore. Secondo la scuola semiologica della seconda metà del ’900, qualsiasi testo va analizzato isolandolo dalle informazioni para-testuali che abbiamo a disposizione (come ad esempio le vicende biografiche dell’autore), perché il suo valore deve consistere unicamente in se stesso. Secondo l’esperienza di molti altri critici, invece, non si può apprezzare intimamente un’opera se non abbiamo elementi che ci permettano di comprendere meglio l’umanità di chi vi sta dietro, il carattere e la personalità dell’autore. Se amo un quadro, mi piacerebbe sapere chi l’ha dipinto, come ha vissuto, in cosa credeva… e forse, sì, anche come amava.

In questo senso, qualsiasi dettaglio può contare, e anche scoprire i vizi e le manie della sessualità – che rimane una delle fondamentali espressioni dell’individuo – non può che gettare un’ulteriore luce sulla personalità (se non sull’opera) dei grandi autori. Quando questa sessualità non fosse aneddotica o amplificata dai toni scandalistici, potrebbe aprire uno spiraglio più intimo sulla visione della vita e del mondo degli scrittori che hanno cambiato e influenzato la letteratura.

Purtroppo, però, sono pochi quegli artisti che hanno parlato apertamente della propria sfera sessuale, autorizzando in questo modo che essa entrasse a far parte della discussione sulla loro opera. E allora il dilemma etico rimane.

di Bizzarro Bazar