Social e Sociopatia di Pee Gee Daniel (Maintenant)


mai

Franky Panico, come si può facilmente intuire dal nickname, era il terrore dei social network. O perlomeno fonte di terrore per la sua cerchia di amici virtuali, che comunque era vastissima.
Come un grasso ragno paziente aveva tramato e ordito la sua rete per mesi. Aveva atteso che ditteri e culex pipiens vi si posassero e spaparanzassero tranquillamente le micro-chiappe, convinti dalle apparenze che si trattasse di un buen retiro, un luogo placido e indisturbato, e quando i boccaloni si erano acclimatati a sufficienza, e la seta appiccicosa della ragnatela si era agglutinata alle loro parti basse con bastevole resistenza, aveva poi iniziato ad avventarsi su quel nugolo di sprovveduti esserini, facendone incetta e strazio a proprio piacimento.
Fuor di metafora, si era iscritto col nome di Frà Tantoamore. Aveva principiato riempiendo la bacheca facebook di cuoricini, orsetti teneroni e bambini disabili la cui foto condivisa avrebbe dovuto salvarli dalla malattia per chissà quale sortilegio. Questo così tanto tempo prima che ormai nessuno dei suoi contatti se lo ricordava più.
Con tale strategia era riuscito ad allacciare, spontaneamente o per richiesta, migliaia di amicizie virtuali.
Poi, una notte, senza alcuna ragione in particolare, aveva cambiato la dicitura del proprio account con quella messa a incipit del presente resoconto e da lì aveva preso a subissare chiunque avesse la sfiga di rientrare tra le sue cerchie. Quale fosse stata la causa scatenante sarebbe arduo appurare. Forse fu quella volta, subito prima del drastico cambio, che, per quanti cuoricini ci infilava su quella cazzo di bacheca, qualcheduno ebbe la prontezza di commentare: “Oh ce l’hai fatto a fette con ‘sti cuori. Ma che sei, un cardiologo? E menomale che non sei un urologo allora…” La vera ragione resta comunque a tutt’oggi ignota.
Fatto sta che il cambio di nome segnò anche un cambio di passo: da allora in poi divenne una merda! Non perdeva occasione per postillare con acidità qualsiasi foto o aggiornamento di stato in cui incappasse.
Tanto per dare qualche esempio, alla solita bimbaminkia di turno, maniaca dei selfie, alla terza istantanea nel cesso di un autogrill, non ce l’aveva fatta più e aveva scritto: “Ma tu sei solo brutta o anche ritardata? No perché i tipi di bruttezza come la tua di solito si accompagnano a qualche deficit cognitivo”.
Mentre a un tizio che aveva osato pubblicare la foto della signorina che da lì a una settimana sarebbe diventata la sua legittima consorte, aveva messo: “Complimenti per il coraggio!”
Se l’era addirittura presa con un post mipiaciutissimo di Ramona Kiss Kiss LovvotuTTi (2362 amici + 154 seguaci!): “Oggi compio 30 anni, ma dite la verità, sono ancora in forma o no?”, comunicava Ramona in quel post. Seguiva foto in body, scattata a favore di luce. Duecentoventuno like! Franky Panico la fulminò: “È perché ormai ci hai fatto l’abitudine: sarà una quindicina d’anni almeno che continui a compierli…” I like per il suo commento furono invece settecentoquattordici.
Con una mammina tanto amante della propria prole, che ci perdeva intere giornate a postare le foto dei propri figli nelle situazioni più improbe piuttosto che seguirli nella vita reale, era stato poi lapidario: “Anch’io se avessi un figlio lo vorrei ritardato come i tuoi: sono più divertenti”.
Un altro scherzo che gli piaceva tirare, da quando fb aveva previsto la possibilità di modificare i testi, era scrivere post acchiappagonzi, per poi cambiarli in corsa. Facciamo un esempio: la seconda domenica di maggio postava qualcosa del genere: “Metta mi-piace chi ama la propria mamma”. Subito a seguire, appena aveva raggiunto un numero congruo di consensi, snaturava il testo di sana pianta: “Chi clicca like sotto questo stato è perché c’ha la mamma maiala”.
Poi c’erano anche certe burle più tranchant ed estemporanea… A Marco BuonaVita De Rossi, che aveva semplicemente appuntato: “Sono felicemente sposato con una splendida bambina di 7 anni”, Franky Panico si era precipitato a commentare: “Schifoso pervertito!”
Al cuor gentile che, in evidente marasma emotivo, aveva pubblicato il documento fotografico del proprio cane, appena travolto da un suv, aveva pensato bene di annotare: “Io spero solo che la macchina non abbia subito troppi danni!”
Ma perché nessuno si ribellava platealmente a questa incessante sequela di ingiurie e ironie gratuite? È presto detto: qui, come sempre, vigeva la sindrome del Circo Togni. Sapete no, quando a metà dello spettacolo circa, puntuale come la morte, veniva il turno del pagliaccio stracciapalle che voleva per forza chiamare qualche bambino dal pubblico, e tutti ci si faceva piccoli piccoli, inosservabili, e si rimaneva a fiato sospeso sinché il dito guantato del clown non indicasse qualcun altro per portarlo al centro della pista e farlo sfigurare?! Ebbene, sinché Franky Panico era impegnato a sburleggiare il titolare di un altro account, beh, tutti contenti: pronti, anzi, a evidenziare le sue spiritosaggini, che davano apertamente voce a quel che ognuno di loro avrebbe volentieri espresso, ma che serbava, per convenzioni e ‘netiquette’, nel profondo del proprio cuore.
Ogni qual volta dovessero postare un autoscatto, la foto di un gattino malato, la dichiarazione d’amore al partner, per la prima decina di minuti tremavano nell’attesa della battutaccia sferzante del castigamatti senza volto. Poi, passati quelli, sapevano di poter tirare il fiato e godersi di tutto cuore le contumelie partite ai danni di un altro.
Talora comunque il crine che manteneva sospesa la minaccia di quella spada di Damocle virtuale, poteva anche spezzarsi all’impensata e farla abbattere sulla bacheca del poverino anche a parecchi giorni di distanza.
L’occasione del resto si presentava alquanto ghiotta: c’era questa povera tapina che aveva voluto far sapere a qualunque sconosciuto avesse accesso al suo profilo personale quanto segue: “Il mio ragazzo è scappato dopo aver saputo che sono incinta, non ho un lavoro fisso, mi stanno sfrattando, i miei non hanno le possibilità di aiutarmi, in più ho appena scoperto di avere il carburatore della Dacia scoppiato e non ho i soldi per farlo riparare. Beh, amici, vi voglio dire che, nonostante tutto questo, la vita è bellaaaa!” Seguiva illustrazione con unicorni e fatine festanti in un prato sovrastato dall’arcobaleno. Ma proprio mentre Franky stava per finire di rispondere: “Beata te, che non capisci un cazzoooo!”, il senso dell’udito si intromise tra la vista e il tatto (più che sufficienti a un’esistenza spesa on line).
“Ciccio, ricordati che hai ancora da prendermi il cartoccio di latte per la zuppetta della sera!” Era la mamma, semiparalitica, che gridava dal tinello.
A Franky vennero i sudori freddi. Il perfido sogghigno che rivolgeva allo schermo del pc gli si spense all’istante, sul largo volto butterato. Non gli piaceva andare in panetteria. Non gli piaceva fare la spesa. Più in generale, non gli piaceva uscire di casa.
Prima di tutto perché per uscire nel mondo è buona norma darsi una lavatina di tanto in tanto e questo lo sopportava male, ma soprattutto perché non gli piaceva lo sguardo di commiserazione mista a fastidio che gli riservava la panettiera, né quello che gli strillavano i ragazzini lungo il tragitto. Neanche gli piaceva come lo apostrofava il tabaccaio, perennemente appoggiato all’entrata del suo esercizio, estate e inverno: “Uehilà Pizza Margherita, ma quand’è che ti curi ‘sta cazzo di acne, ché fai schifo!”
Non gli piacevano poi i sonori scappellotti che si prendeva dal portalettere come dalla bidella delle scuole medie che aveva frequentato, quando ci passava davanti. Addirittura il parroco della chiesa del rione, quando lo incrociava, gli si appendeva alla patta dei pantaloni, e con la sua risata catarrosa lo scherzava: “Deh, guarda che se questo non lo usi mai, una volta o l’altra ti casca e ti rimbalza in culo!” E giù le risate dei chierichetti che accompagnavano il monsignore per la benedizione delle case. Lui, sempre zitto e a sguardo basso.
“Ciccio, datti una mossa, ché tra un po’ chiudonoooo!”, lo incalzava mamma dalla camera accanto.
“Ci vado, ci vado”, assicurò Franky, con aria rassegnata.
Infilò il giacchettone di pile con alci e gnomi sopra la t-shirt macchiettata e tutta un buco di Capitan America e partì con l’espressione del condannato che sia in procinto di raggiungere il patibolo.
Ma prima di lasciare la sua stanzetta, lanciò un ultimo sguardo allo schermo baluginante del computer. C’era un tizio di Biandrate che si lamentava che, per gli effetti della crisi, anche lui avrebbe dovuto chiudere la fabbrichetta entro breve, lasciando a casa una decina di famiglie.
“Bella questa!”, meditò tra sé Franky Panico. Gli tornò una punta di buonumore. Quel pensiero lo avrebbe accompagnato lungo tutto l’odioso percorso nel mondo reale, mentre avrebbe maturato, cammin facendo, il commento più sferzante e demotivante che gli venisse da rifilare a quel tale.

Fonte: Maintenant Mensile

http://maintenant1.wix.com/maintenantmensile

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