Il diario di Hermes di Daniele Baron – II° estratto (proposta di Sonia Lambertini)


 […]

giorno n. XII (divorare)

all’inizio del mondo – in principio –
c’è un essere gigante solo bocca che divora tutto:
lo nomino provvisoriamente ed in modo approssimativo “Prima Bocca”, ma so che anche questo stesso nome verrà divorato, perché esso mangia tutto, anche i nomi propri
divora vorace i fiumi, le piante, tutte le specie di animali, le stelle, l’Uomo e la Donna, tutti gli uomini e tutte le donne, le nuvole, i pensieri, i sogni, la luce, l’aria, Tutto, tutto il creato e l’increato
una fame non potrebbe mai essere saziata e in fondo non lo sarà mai:
essendo l’universo infinito, ci sarà sempre qualche cosa da inghiottire
non ha denti per sminuzzare, per triturare, per ridurre tutto a poltiglia, non ha stomaco, non ha succhi gastrici, né enzimi per digerire, è solo bocca: deve inghiottire tutto
la sua fame è infinita
è una fame senza pungolo e acquolina e senza nausea presumo, tanto che, prima, va avanti per giorni e notti a inghiottire, inghiottire e inghiottire, giorni notti che diventano settimane, settimane che diventano mesi, mesi che diventano anni, anni che diventano millenni, millenni che diventano ere, ere che diventano eoni, e poi alla fine divora pure il Tempo
di ogni essere gli interessa unicamente la sua possibile ingestione, lo studia solo per poterlo incorporare dentro di sé, la bontà di un essere è data dalla sua ingeribilità: quella capra là, con facilità, aumentata dalla morbidezza del pelo, accarezzerà le papille gustative della sua lingua, solo gli zoccoli e le corna potranno dare problemi, quella pianta sarà croccante e tuttavia darà da fare perché piena di rami affilati; l’uomo invece come un dessert scivola liscio nel gargarozzo
la Prima Bocca è forse il primo motore immobile, come Dio? piuttosto primo motore sempre in movimento, direi!
Voi vi chiederete giustamente: ma dove va a finire tutto ciò che è stato fagocitato? Dove finisce tutto?
Per rispondere a questa arguta osservazione devo fare ammenda per una omissione e dire che il secondo nome della Prima Bocca è Ano Spirituale
la Prima Bocca emette feci, deiezioni della propria incessante azione di metabolizzazione, espelle tutto sotto forma di Spirito
è inconcepibile per noi pensare a questa unione tra un organo nobile ed un luogo ignobile, eppure in principio sono lo stesso: nello stesso identico momento in cui divora, in cui è Bocca, il primo motore defeca, è Ano
sembra impossibile unire ciò che per noi rappresenta l’orifizio più alto, da dove la Parola nasce come espressione pura e luminosa del profondo sentire, con quello più basso, tempio di eruzioni informi, di scarti, di ingloriose metafore e di piaceri inconfessabili e vergognosi!
la cosa ancor più strana è questa: il mondo è sempre lì dov’era da sempre, nonostante l’attività della Prima Bocca, sembra sempre uguale a prima, tuttavia è diventato Spirito
nulla sembra cambiato
i fiumi, le piante, tutte le specie di animali, le stelle, l’Uomo e la Donna, tutti gli uomini e tutte le donne, le nuvole, i pensieri, i sogni, la luce, l’aria, Tutto, tutto il creato e l’increato non si è mosso di un millimetro ed in apparenza non ha variato forma e materia e modo
ma per miracolo un manto invisibile lo ricopre:
il prodotto finale di tutta l’attività: lo Spirito
per cui le cose sono quelle che erano prima,
ma in più sono ricoperte dello sterco spirituale
mirabile ineffabile trasmutazione dello stesso nell’altro…

giorno n. XIII (fortuito destino)

– lezioni di positivismo –

E’ forse debolezza saper cantare?
e pensarsi unici?
e credere di calpestare la terra come un diritto
innato inalienabile?
e tenere nel pugno stretto il fazzoletto di tempo
a noi concesso, tastando il nodo
per un anniversario sepolto?
e mostrando i denti
sfidare la sorte
senza saper a chi inchinarsi
riconoscenti?

tutto è già stato detto
tutto già vissuto,
uno di noi non vale l’altro?
altri mille sosia
sapranno amare,
mentire e ridere e piangere come me, come te?

da sempre si ripete il fortuito destino
che tiene i fili
se c’è scampo, le illusioni gridano opache vendetta!,
se c’è speranza,
la cenere offusca gli occhi!
se c’è bellezza,
l’ingiustizia l’accompagna come sorella stringedole il grembo!

senza alzare il capo
periamo soli e confusi tra mille altri

abbiamo creduto a una nenia infantile:
come scavarsi la fossa in una scatola di biscotti
e inumarsi al suono del carrillon –
ma in un vortice meccanico
la sgraziata ballerina ci invita
a prendere congedo dall’arrancante melodia che la muove
prima che silenzio soffochi le ultime note singhiozzanti
poiché non ha anima il suo cuore di metallo…

tu conoscevi il timbro nascosto
che poteva fare di me lo strumento perfetto,
e non solo uno scordato organetto

per caso ti ho incontrato
(o tutto era scritto?)
hai profferito le giuste parole
(perché credersi oracoli?)
astute manovre hai architettato (perché chiamarle arti magiche?)
alludendo a sogni gonfi di simboli (ma siamo sicuri che la veglia non suggerisca immagini che il sonno non concede?)
a vaghi segni (probabili tracce insignificanti che solo sotto il tuo occhio astuto si compongono?)
tutto un ordine, ordito intorno a me:
sapiente lavoro di ragno (o fata?)
un incanto che non inganna (o sì?) l’artefice
maligna coscienza che distanzia
(o innocente abitudine a mentire?)
per abbracciare senza ritegno,
tu, abituata a calcolare con godimento sadico,
– esperto meccanico di sentimenti –
ti ostini a fingere di aprire al mondo gli occhi
ogni giorno come se fosse il primo
con simulato sguardo di bambino

amavi creare intorno a te un alone oscuro per irretire gli stranieri e lasciarli sempre al confine con brama di essere ospitati – mentre la luce al neon stupra il tuo segreto che si mostra per com’è: oscena inflorescenza che segue il proprio cieco e millenario istinto (credevi forse che fosse unico e prezioso il tuo dono? non quel marcescente vezzo che neppure ti appartiene?)…

[…]

giorno n. XV (il tiepido)

– ultimo tributo al Romanticismo –

nella venerazione dei grandi,
il tiepido ignora le leggi fisiche
del gusto e della vita:
per esempio
l’osmosi non funziona dal genio al filisteo –
del resto mai il “giusto” vorrebbe avvicinare la piena
e patir l’esondazione nei suoi campi arati…
meglio a tempo debito innalzare statue, lastricare
altari dorati per genuflessioni
e arcuare la schiena
ben vengano acclamazioni post mortem dell’empio, del reo
meglio tributare onori a distanza, quando
né calda né fredda pesa sullo stomaco dell’eterno
l’opera del trapassato.

Oh bell’oggetto che potete
incollare, misurare, con principio e fine, compimento –
la sua vita –
oh bell’oggetto già polveroso
s’indovina tra le dita il giallo delle pagine, il catalogo,
l’etichetta, la forma, il sunto, il levigato che s’alza dalla materia,
l’immacolato che solletica il palato,
l’imponderabile che non conosce fatica
biografia, si può sciorinare il “nacque…scrisse…vide…sposò…morì”,
oh bell’oggetto – la vita inscatolata!
il sempiterno valore
l’universale smunto e anemico
che in un motto si può riunire.
Che sollievo saperti così!
Oh bell’oggetto la tua opera
che darà da rosicchiare e ruminare per secoli
esegesi di esegesi di singoli tozzi del tuo troncone
scia di bava su bava per ragnatele intorno a te
confusione di nomi e segni, uno sciame di api
valorosi discepoli refrattari alla creazione
compitano le orme della tua via…
Oh begli oggetti le tue azioni già pronte
non più osare ripeterle dovete
la tua ombra – dolce riparo
i tuoi tormenti – un motivetto che commuove
durante la lunga digestione del dopopranzo,
i tuoi amori – un romanzo sentimentale…
Oh faro per barche già sonnecchianti nel porto!
Oh rigor mortis così ben rilegato da stare sullo scaffale!
Oh bell’oggetto che ama la compagnia dei topi…

Pensa, o tiepido – invece – al sudore, alle sue labbra spaccate
ai suoi occhi cupi rosi, alla puzza della sua carne,
al suo sorriso stanco e torto e sfuggente!
Meglio un po’ di nausea corretta, dopotutto, tu pensi
due compresse la sera per digerire
meglio l’acidità sovente ben sopportata
che vomitare incenso
per sacralizzare la propria vita,
meglio mangiare in bianco
che gustare i cibi innominabili e complicati
meglio un po’ di limonata
che bere veleno denso che brucia polmoni e cuore,
meglio il sonnellino che la veglia ispida della sua anima pazza,
una bonaccia serotina meglio che una mattinata d’ebbrezza,
pensa il tiepido…

giorno n. XVI (Eva)

i neri rami dell’albero della conoscenza, nello specchio celeste a zig-zag come fulmini, sono le vene dei polsi di Dio. Lei sa ora cosa rimpiangere: non poter più essere acqua nell’acqua in quell’immenso cielo in cui la sua pelle di pesce solleciterebbe un tatto morboso, non poter più essere aria nell’aria in quell’alba tenue, respirata attraverso il fresco delle nubi disperse, non poter più essere terra nella terra in quell’isola germogliante e cieca e soffocata, né più essere fuoco nel fuoco in quell’esplosione di carne e nel piacere della deiezione di sogni attraverso sfinteri incontrollabili. La falsa coscienza, trovata nel peccato, come un becco di aquila martorierà le carni. Scheletri agghindati avranno la presunzione di essere perfetti compagni per feste danzanti e dopolavoro agonistici. Ma Eva ci ha liberato dall’asservimento al perverso gioco di un dio-giudice, giogo per menti deboli, pane per prigionieri auto esiliati, per donarci il gusto nostalgico per infantili ebbre melodie e febbri…

giorno n. XVII (specchio)

PREAMBOLO

per chi è serio, gioco allo specchio | mi specchio nel gioco serio
che essere dovrebbe la poesia | poesia dovrebbe essere
ciò che scriverò? | Scriverò ciò che
l’imprecisa simmetria del verbo e degli equivoci nomi porterà con sé | se la simmetria imprecisa del verbo e dei nomi – equivoci porterà con
sé, altro non avrò fatto che poesia | altro da poesia avrò fatto se
applicare leggi vorrò. | Vorrò applicare te che leggi,
se godimento ti dona, al labirinto di questo mostro partorito dalle parole | mostro alle parole il godimento che il loro labirinto dona
quando si librano dal senso univoco. | Librano, invece, il senso univoco
e il bisogno di peso! | Peso il bisogno
di immaginazione, di sogni, di vita, e batto ricevuta in versi | tu versi l’immaginazione ricevuta nei sogni della tua vita, io batto
finalmente in ritirata e lascio la parola al riflesso dei segni.

SPECCHIO

amo la circonfusa luce | di luce circonfusa l’amo

in un porto ignoto di brace e respiro la cenere | porto la cenere della brace e il respiro ignoto

ma sempre vivo nel mondo desolato | mondo il vivo ma sempre dal desolato

tramonto di speranze messe alla porta | porta speranze alle messe del tramonto

il volto del cielo arrossito per una muta di sogni | sogni muta il cielo e arrossito in volto

io albergo presso il volo del tuo sguardo, vago riparo all’orizzonte | vago con lo sguardo all’orizzonte ma volo al riparo-albergo

dolce della tua cucina dove, ospite, consumo il tempo | il tempo ospite cucina un dolce che consumo

come dono della festa a sorpresa: la vita | dono la vita alla sorpresa della festa

di bagliori sospesi al presente, senza bisogno di trama | trama bagliori, al bisogno, il presente senza sospesi

e porta l’abbandono al corpo silente | abbandono il corpo attraverso la silente porta

all’aria muta dell’abisso di tutto ciò che è | e tutto ciò che muta l’abisso nell’aria

rarefatta delle cime è la vertigine della caduta resa identica all’ascesa | …

[ad libitum]

giorno n. XVIII (vanitas)

E’ buio pesto sulla scena, non si distingue nulla.

UNA VOCE: «Quanto tempo perso nell’affanno delle azioni volte ad assicurare l’eterno, nella speranza di raggiungere con ogni mezzo ciò che non è, né potrà mai essere; tra mille anni nessuno verrà ricordato, eppure ci accalchiamo a lanciare la nostra immagine, speriamo di poter al più presto calcinare la nostra impronta, di imprimerla in qualche suolo o mente, purché qualcuno ne sia soggiogato, affascinato, irretito, fatalmente conquistato; comico affanno della nostra condizione: ce ne basta uno solo, ma preferibilmente mille e ancora mille schiavi adoranti, plaudenti, sotto di noi».

IO: «Chi sei tu? A me basta sapere ciò che so, più oltre non voglio guardare; che sia sufficiente bastarsi? Cosa cercare d’altro? Coltivare il proprio orto è sufficiente? No, sempre avanti a me è la mia meta e son certo che saprò ottenerla»

LA VOCE (sempre dal buio pesto): «Che importa come mi chiamo? Ho nomi che non dicono ciò che sono e altri che dicono ciò che non sono. Sono lume consumato, rosa recisa, bottiglia vuota, bolla di sapone, teschio-fermacarte, natura morta. Sono tutto e nulla, nello stesso momento. Potrei parlarti di vite che ho vissuto come in un sogno, di altre piene di gesta ed eventi, di altre che sono raggrinzite senza maturare. La cenere mi riempie la bocca quando cerco di dire in modo chiaro ciò che vorrei dire. Perciò spesso il silenzio è il mio fedele compagno. E tu mi vuoi far parlare! “Niente” è ciò che ho da dire. Ho attraversato bocche aperte gaudenti, bocche serrate amare, bocche semichiuse in attesa, bocche oscene nel piacere e bocche cesellate finemente. Per traghettare dalla notte la verità che nessuno orecchio vuole sentire.
Che destino beffardo e frustrante! Sono messaggera sempre respinta, porto con me parole che nessuno vuole mai udire. Come uno spaventapasseri abbandonato nel campo d’inverno, ricoperto di neve, sono il semplice ricordo dei semi e dei germogli e delle messi da difendere, mi piego sotto il manto bianco dell’oblio».

IO: «Vorresti farmi intenerire? Tieni per te le tue parole piene di fiele! Quale saggezza vieni a portarci? Ci vuoi forse insegnare la pazienza e la rassegnazione, le virtù dei deboli?»

Una luce fioca ora illumina la scena. Quella che era solo una voce ora è una figura che parla, una donna senza vestiti, nuda. S’intravedono i suoi capelli lunghi, probabilmente biondi, il naso, i capezzoli, le mani, il contorno della gambe; tutto il resto è nell’ombra, una sagoma scura su un fondo bruno; gli occhi si intuiscono pur rimanendo annegati in due orbite di oscurità.

LA FIGURA CHE PARLA: «Lontano da me queste accuse! Io non predico la rinuncia, è per me esecrabile la vita orientata verso l’al-di-là che non conosco e che non c’è, il vivere “in attesa di”, l’ascesi. Se c’è qualcosa che vorrei insegnare e tramandare è la gioia di vivere, dire di sì alla vita: sì alla rugiada del mattino (perle preziose lasciate lì dalle stelle), sì al calore del primo raggio rasente che allunga le ombre come uno sbadiglio, sì al ricordo del primo sorriso della persona che amerai e che sarà compagna per tutta la vita, sì ai frutti maturi che crescono inattesi e dolci, sì a tutto, sì perfino alla cose che di solito tutti maledicono e rifiutano, infatti proprio la loro presenza ci rende più desiderabile il loro contrario: sì alla marcia serrata che fa anelare il riposo, sì alla fame e alla sete, sì alla veglia insistita, sì al mal di testa, sì alla guerra, sì all’odio, sì alla morte».

IO (un po’ turbato e dalla nudità della donna e dalle sue parole): «Mi devo ricredere: credevo volessi esaltare la rinuncia, il sacrificio, lo spirito di abnegazione e invece vieni qui a predicare di dire di sì alla vita. Eppure mi parli anche di ciò che in fondo è male, non è desiderabile! Non capisco più nulla!».

La luce ora è piena. La donna, molto bella, a proprio agio, sorridente, dal corpo tornito, dalla pelle lattea, con gli occhi azzurri, si mette a danzare, nonostante non si oda alcuna musica. Sembra che danzi il silenzio. Per un momento è assorta e sembra non curarsi più della presenza di altri. Poi scuotendosi, riprende a parlare.

LA DONNA (mentre danza): «Non capire più nulla è un inizio. Infatti, quando si pretende già di sapere, è impossibile procedere o intendere ciò che l’altro ha da dire. Non desiderabile è ciò che non esiste. Una lama antica (quanto la storia stessa dell’uomo) ha dolorosamente tagliato ciò che non si doveva dividere, ha inciso la carne delle creature separando ciò che è ritenuto bene e ciò che è ritenuto male. E allora l’uomo e la donna hanno considerato in loro potere il porre condizioni per la loro salvezza, hanno anche pensato di poter opporre un rifiuto a ciò che veniva donato. Che cosa meschina! Piccole formiche che rifiutano il piede che le schiaccia! Il “sì a condizione che” divenne la regola aurea. Io dico: non c’è affatto salvezza, tutto è vano. Questo è il presupposto per non porre condizioni, per amare fino alla fine, per amare a prescindere da sé, disperdendo quel poco di ragione che ancora si possedeva, dissipando ogni tesoro messo da parte. Accettare il dono, solo per donare. O voi che guardate sempre in alto, se volete amare, io vi ordino: distogliete lo sguardo dalle stelle!».

Il monito finale, espresso con veemenza, in contrasto con la leggiadrìa del movimento della donna, non fa altro che aumentare l’eccitazione dell’interlocutore, dilaniato dal contrasto tra il desiderio di abbracciare la donna e la sua verità inaudita, e la resistenza per il timore di tradire l’abitudine a non lasciarsi andare. Eppure quelle parole non lasciano indifferenti, per la prima volta vengono udite ed è come se ciò che indicano sia stato lì da sempre, velato. Incredibile che una cosa così chiara, evidente, alla luce del sole, sia sempre stata velata, nascosta da un manto che ora sembra non essere mai esistito. Allo stesso tempo, questa “cosa” sembra priva di senso, più buia della notte senza stelle. Nel momento in cui si vuole afferrarla sfugge, si ricopre del manto invisibile tanto che non sembra essere altro che illusione.

INTERLOCUTORE: «Posso comprendere ciò che desideri. Tu sei così bella e nel tuo sguardo c’è qualcosa d’indicibile… Posso…posso abbracciarti?».

L’interlocutore abbraccia la donna accarezzando tutto il suo corpo, avendo inteso il suo silenzio e il suo sguardo come un accondiscendere. Mentre viene presa dall’interlocutore, continua a parlare. La sua voce prima così ferma ora sembra incrinata, insieme dolce e vibrante.

LA DONNA: «Attento! Ciò che tu vedi è ciò credi di sapere, ma ancora non sai. La mia carne è così liscia e tesa solo perché prevede il raggrinzire della vecchiaia, i miei occhi così blu solo perché hanno comteplato l’accecante abisso nero, la mia bocca così fresca solo perché preconizza il fermentare della putrefazione. Bisogna amare tutto questo fino in fondo, lo ami?».

«Lo amo, voglio rimanere in questo istante di suprema verità che hai disvelato, voglio stringerlo fra le mani, farne un ritratto una volta per tutte, cantarne la lode definitiva, così come nessuno finora ha fatto. Perché mi sembra di essere monco, cieco e muto di fronte a questa bellezza? Forse perché coincide con il suo contrario, l’orrore?».

«Tu sei muto, cieco e monco senza saperlo se vuoi fermare l’istante che fluisce per sempre. Viene e va, va e viene. Non pensare nemmeno, non darti pena di fermarlo di fissarlo, sarebbe inutile. Puoi viverlo appieno soltanto. Si può dire che è eterno anche se sparisce per sempre, ma questo è già dire troppo. E’ follia volerlo rappresentare e solo un folle può tentare di farlo; finisce per tradirlo e per riderne fino alle lacrime!».

Silenzio. Luce sempre più intensa sulla scena. La donna tra le braccia dell’interlocutore si abbandona come morta; ormai ogni ormeggio è tolto; la barca senza sestante percorre la rotta fortuita del vento del delirio…

giorno n. XIX (coda)

se dovessi paragonare a qualcosa la mia scrittura – i segni sparsi che io vergo su questi fogli consumati dal sole e dalla notte – l’avvicinerei a ciò si trova in punta alla colonna vertebrale dell’uomo, a quell’ultimo pezzo a punta, tecnicamente il coccige dell’osso sacro, quell’appendice ricordo della coda animale. Sappiamo che nell’animale la coda di solito ha differenti funzioni sia motorie che sensibili precise. Nell’uomo il moncone rimasto più nessuna, ecco allora che è solo un ricordo fossilizzato di una coda. Possiamo considerarla una scheggia di ricordo dell’animalità dell’uomo. Non l’unico ricordo e neanche il più appariscente o significativo a prima vista. Ma è proprio il suo celarsi a renderla ancora più interessante. Se fosse sotto gli occhi di tutti sparirebbe. Ora che è nascosta e solo il pensiero ci ricorda la sua discendenza, è più facile che la rivelazione della sua presenza ci lasci senza parole. Tutti i sentimenti alti e nobili, la nostra dignità, il nostro onore, la nostra umanità, il nostro coraggio, tutto ciò che ci fa commuovere ed innamorare, la poesia, l’arte, la letteratura, le grandi azioni, tutte queste cose devono tenere conto del fatto che siamo animali e che perciò abbiamo la coda, o almeno il ricordo di essa. Quest’associazione susciterà il riso in chi legge, si penserà ch’io voglia scherzare o quanto meno svilire ciò che “alto” avvicinandolo a ciò che è “basso”. Ma come? Lo spirito e lo strumento forse più perfezionato per esprimerlo – la scrittura – stretti fratelli del nostro istinto, dei nostri impulsi, della nostra animalità? E’ normale ridere: si ride perché d’improvviso crolla ogni argine costruito ad arte dal pensiero, perché si ha l’intuizione vertiginosa di ciò che si voleva scordare.
Certo, questo non è che un gioco! Non posso negarlo, ma non sono mai stato più serio. Voi vi dite: meglio scordare l’ascendenza, gli antenati non ci interessano, interessa ciò che l’uomo è ora, non da chi deriva, la sua scrittura meglio paragonarla ad altre parti del corpo, in zone più in alto, vicino alla testa o al petto, lontano da quelle paludi equivoche!
E invece insisto: la scrittura non è altro che la coda ormai inesistente dell’uomo, ricordo del suo essere animale. Mai dimenticare la genesi, il “da dove” di ogni cosa.
Strano, non ci pensiamo mai, ma quel moncherino senza funzione è la nostra coda. Sembra del tutto privo di rilevanza pensare alla propria coda, ma io dico che sarebbe bello averne una più lunga, il cui movimento sarebbe immediata espressione della personalità del padrone. Solo l’immaginazione ormai può farcela allungare. Non sarebbe meglio averne una in carne, pelle ed ossa? No, poiché io credo che sia proprio la sua assenza a farci scrivere, scrivere e scrivere per sopperire alla mancanza. Avessimo una coda vera e propria, forse ci basterebbe muoverla per comunicare qualcosa all’altro, all’amata ad esempio, pensate come sarebbe strano conquistarla con il movimento di coda senza dover sprecare parole o poesie, rime, allitterazioni, chiasmi! Voi protesterete che sono troppo semplice, che una coda in ossa, pelle e carne non potrebbe mai sostituire la complessità della nostra bella e nobile scrittura, che l’accostamento bislacco non reggerà mai ad una critica seria. Io controbatto che la scrittura è solo un mezzo impreciso e depotenziato che prolifera in assenza di meglio, che una coda vibrante – che sa sempre cosa fare, che va dritta allo scopo, che esprime emozione e movimento – saprebbe più e meglio comunicare ciò che è necessario comunicare. E tuttavia ormai, come detto, solo l’immaginazione ci può far allungare la coda e la sua assenza è ciò che sviluppa il surrogato: la scrittura.
Ecco allora che ogni scrittore ha una sua particolare coda: c’è chi ha la coda di cane, e perciò scodinzola spesso e l’abbassa quando si sente colpevole, chi l’utilizza come un gatto per mantenere l’equilibro nella corsa e quando è nervoso la sbatacchia di qua e di là e la gonfia e la drizza quando vuol fare impressione all’interlocutore, oppure la utilizza come cuscino quando vuol riposare, c’è chi ha la coda setosa di vacca, che utilizza muovendo ritmicamente quasi senza motivo e senza espressione, la cui unica utilità sembra essere quella di allontanare le mosche. Chi ha la coda di pavone, chi di gallina, chi di fagiano, chi di topo, chi di lupo, chi di scoiattolo, chi di orso. Può darsi persino che si possa avere una coda di maiale. Adoro chi nella coda custodisce il veleno, come uno scorpione, e sa come chiudere un brano con sagace e pungente ironia, senza lasciare sospesi, chi conclude il discorso con una stoccata letale…

daniele

Biografia

Daniele Baron (Pinerolo, 1976). Dopo una prima formazione principalmente scientifica, i suoi interessi volgono verso un ambito artistico e letterario. Nel 2004 si laurea con lode in Filosofia Teoretica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi su Jean-Paul Sartre. Dopo gli studi, trova lavoro come impiegato presso un Comune. Nel frattempo continua l’attività di ricerca in ambito filosofico appuntando il suo interesse in particolar modo sull’esistenzialismo, sulla filosofia francese contemporanea, e infine sul pensiero di Georges Bataille. Insieme sviluppa il desiderio di elaborare un personale percorso di ricerca teoretica per una filosofia del divenire.
E’ anche scrittore e pittore: le sue opere sono reperibili in rete sia sul suo blog personale (http://danielebaron.wordpress.com/) sia in altri portali.
E’ fondatore e redattore della rivista di filosofia on-line “Filosofia e nuovi sentieri”: http://filosofiaenuovisentieri.it/

(articolo a cura di Sonia Lambertini)

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6 pensieri su “Il diario di Hermes di Daniele Baron – II° estratto (proposta di Sonia Lambertini)

    • Grazie Alessandro per la tua lettura e per aver voluto sottolineare questi passi.
      Spero con l’occasione di questa pubblicazione qui da voi di riprendere il diario e portarlo avanti, è un cantiere ancora aperto, prima e poi avrà compimento, non so se per distacco o per esaurimento (mio o dello scritto? 🙂 ).
      Daniele

      Rispondi
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