Confini: Il dove della Poesia Italiana – Gianni Milano


gianni milano

UOMO NUDO

Dedicato alla storia del movimento –
lunga vita ai rivoluzionari

uomo nudo
esclamazione del cielo che in principio era il Verbo
tu disceso dall’albero con la banana in culo ed un gettone
ansioso da infilare nel vuoto tu scala di caverne pulsanti
d’infiniti anfiteatri di sangue terapie sotterranee
di veicoli impazziti grande ululato caos di sangue
uomo nudo
racchiuso nell’impossibile sfera della forma eiaculante
vitree visioni notturne sul passo asmatico del coito
erezione di babilonia sacrificio del melo in fioriture
di vulcani quando cede il tronco tarlato dalla tua saliva
e travasi bottiglie con colletti di giraffe nella giostra
delle natiche piluccare dal mare alla montagna
il fine della vita stringendo seni tra due dita maestre
sull’alto dell’altare in veste bianca talare
zampilli di stantuffi che ricerchi infantilmente mostruoso
uomo nudo-pasticca uomo nudo-fumato tutti i fiumi
decolorano i tuoi peli crini di cavalli per cuscini
di nuvole appestate ansito cosmico dei tuoi mantici
io ti seguo i continenti ti cavalco sodomita di vita
purulento sputacchio di vertigini
alza il pollice
scavalca il ramo pitecantropo ossuto e scoglionato
mastica fiori in lava verdastra di godere traccia linee
di fuoco con fiammiferi accatastati alle stazioni ferroviarie
tutti i treni arrugginiti loro musi semisdraiati fumano
le ortiche se si alza un suono tra gli angoli delle bolle
una cascata di aperture trafitture di vespe nel water
tutto il plasma si sfalda nella merda con le tue ossa
cattedrali di vento dove hai posato il culo su quale
carta stampata e quale foglia ha raccolto il tuo coito
senza voce spasmodicamente muto ricerca con trapani
delicati di papaveri a tastoni la mammella di dio
la mammella sensibile del dio-verbo che si sieda
su formicai rossi-rossi di linee incongruenti ed ordini
panini alle veneri defigate che camminano erette
non dimenano le chiappe tutto il mondo è opaco
il tuo occhio nell’occhio
uomo nudo abbandonato nella neve
piscia germogli
quando osservi la luna raccogli la tua forfora
per biglietti d’invito all’orgia della chiocciola
non cadere dai trampoli ridi tuoni e tempeste
e spaccate vetrate di bianco improvviso le piramidi rovesciate
con gli uomini che si cercano di caverna in caverna
di lingua in lingua di buco in buco del culo
con testicoli foderati di lamine di quercia
per spaventare i demoni
che liscia la tua sciarpa ti accarezza per mistiche
conclusioni inconcluse riaperture di fori
nelle cortecce del mondo
uomo nudo
traliccio per raccolte di appelli alto e supino
sulle punte del pino grido di uno scoiattolo che raccoglie
sul pube colonnine di ore e ricama le cuffie con i peli
del cazzo uomo nudo capelluto uomo nudo-mani
nel tuo fragile filo d’arianna
malattie di denti montagne resistenti
alla dolcezza e falangi mozzate di atonie uomo nudo terreno
di vasi sacrificali perforato dal sangue goccia a goccia
BUCO VERTICALISSIMO NEL TEMPO che discende e si erge
sulla cima del bastone per poliziotti in mutande
che respirano gas e ti parlano gas e ti legano gulliver
con sottili sbavate di culi infiammati
tu passivo uomo nudo gigante apocalittico
con l’ombellico oratorio se ti si muove un pelo
gli altari si disintegrano s’accatastano per le strade
s’accavallano le strade sulle case si contorcono le case
nel piscio
io mi siedo sulla tua pancia incito alla corsa i cavalli
ci perderemo nella steppa scivolando nelle vasche
occhi dada per le oche selvatiche del verde
volterai immense pagine d’alba scasserai tutti
i letti rotolando per terra i tuoi figli seminati sulle coste
nuovi cestini di creazione immorali imbrattati di pesce
costole puntute per orologi asfittici
sui boulevards di parigi risalgono la corrente
i barconi del rodano tutto torna all’indietro ed il naso
sparisce
e le orecchie si fischiano nelle sirene
si dilata il balletto di taylor mead pan anfibio
1000 teste di ginsberg
con postini indaffarati a strappar lettere minatorie al Pentagono
agitazione marasma coito interrotto
la tua lava discioglie le divise i politici riscoprono
la gioia – la grande madre figa riprende il sorriso
del mattino quando il falco trascina il sole alla vittoria
strombettano culi le notizie
del senza-tempo
e l’edera sospira nidi d’uccelli sotto le ascelle
uomo nudo del bosco le tue impronte odorano di cani
che rifiutano la morte del black labbra aperte
alla tromba divorate dalla tromba divorata dal suono
divorata dal silenzio divorato dal tutto
ponte
ellittico gratuito
uomo nudo
TU
affermazione imperiosa che dilata le braccia prende boris
per mano lo accompagna sulle montagne gli distende davanti
l’ombra del fico santo del maestro santo apre piano
le porte del dolore 7 porte di seta per ritornare uomo nudo
e solo nel freddo e nel giorno nel caldo e nella notte
rottami d’unghie in vetrina scampoli di comunicazioni
sui pavimenti angosce viscerali sugli scalini in discesa
E IO VENGO E RIVENGO LANCIO MANI DI SALVATAGGIO
CHIEDO OCCHI LUCENTI DI CORALLO VOGLIO LENZUOLA DI CIELO
uomo nudo tutto nudo su una macchina ruotante
con l’asfalto che cammina SIAMO INDIETRO COL TEMPO
masochismo di sonno per le vie del budello
alla fine della salita con la coda del cuore che martella
nella ghiandola la mia ghiandola ritma il pulsare
del tuo ventre le formicole s’arrostiscono e gli strati
geolitici si formano in cristalli purissimi
con sapone ultra-dolce per il cappio della fame
su una strada senza sogni dove muoiono gli indiani
sul tuo corpo le scalate falliscono ruzzolano i parassiti
cantano orgiastici
i figli della vita s’illumina il living theatre
non c’è posto
per prigioni INGOMBRI GLI UNIVERSI E LE ETERNITA’
SMINUZZI I CODICI RIZZI IL CIUFFO E TRRRRRRRRR
(ahhh!)
scricchiola la tour eiffel
il mar rosso dilaga
mosè fa il maestro di scuola
samuele fa le punte alle matite
il porcaro del texas si discioglie nel water
si trasformano in fiori le guardie rosse del mondo
e la barba di fidel luminaria di festa
(apertura cosmica alla speranza viva)
uomo nudo
mi conti dalle dita agli alluci infinità di rughe
per infinità di ore copulabili ancora –
dal fiammifero acceso
nasce l’iride d’oggi mazzi d’arazzi divergono velocissimi
ambasciatori agli universi extra-solari e s’imbattono
in scatole
babeli intossicate che giocano con i tombini
fiiiiischia nel siiiiibilo il cellulare
un ricciolo di bob
nell’occhio del ministro degli interni
vatti a mettere
il succhiotto
fatti cullare da joan
uomo nudo
palline colorate di sperma cantano canzoni nuove
il tuo seme fruttifica nel deserto
strappano pelle condor missilistici
ombre strappate sulla pietra
segnaletica stradale d’hiroshima
per incentivi di carta
fotografie di lusso elzeviri odorosi di tarme
unghie ritagliate
dai barbieri
composizioni linguistiche di pidocchi stipendiati
masturbazioni di castrati in UNA NOTTE BELLA CON VINO BIANCO
E LUNA
CHE CORREVANO SULLE PISTE DELL’ORO
I CARRIAGGI DELLA PIOGGIA
l’epopea di kerouac in biblioteche rosa
uomo nudo tienti forte
nel pisciare sull’europa NON TOCCARE L’EUROPA COL GLANDE
TUTTI GLI HITLER A RIPOSO NON IGNORANO L’ATTENTI
L’ORTODOSSIA DELLA MORTE PREPARA LE SUE CABALE
LE STRUTTURE SEGRETE FIORISCONO GLI UNCINI
CHI TOCCA I FILI MUORE MUORE MUORE MUORE
e l’arrembaggio è vicino oloturia gigante vomiterà la vita
in scarpe scamosciate ed applausi frenetici di durbans
uomo nudo
il flauto sta chiamando a raccolta i bhikku
della circonferenza – uomo nudo siamo pronti a sciogliere
le catene per altalene di stagioni (nel mio sonno un puntino
mi richiama alla vita nel centro della fronte
dove riposa il Tao)
uomo nudo ruggisci
col cazzo sollevato a benedire il mondo
uomo nudo-parabola di strade caverna di sigarette e pus
grande magazzino di COSE ritagli d’acqua e di sostanze
organiche della foresta camminando sotto la lampada
di quarzo le rondini si fermano tracciano punti per reticolati
di gioia covano sotto le ali le morti delle uova satireggiano
l’atmosfera con campanelli squillanti tra le vertebre
uomo nudo-triste titillante gocce di birra
nella corsa all’ombra dell’ombra
le mie dita parlano pulsazioni
il mio sonno allatta draghi scantona i pilastri
delle metropolitane e dei sotterranei
galleggia
nel giallo dell’india
aureola l’ettore-buddha gioioso
si divincola dagli abbracci sudati dei critici cammina
incontro all’immagine astrale dell’andrea e semina chicchi
di riso sulle labbra formicolanti di alberto tutta la mia
casa è piena di lacrime macchie di caffè quadretti di sperma
sgocciolature di conserva note di dylan sotto il letto sfasciato
dormo sul fianco dell’himalaya il mio cuscino è un mandala
della veste dei bonzi
uomo nudo
apertura votiva nella morte della vacca
la tua pista rincorre il cavallino di manitou
brucia hashish nei falò segnaletici
se un uomo cammina piegato sotto la pelle
minotauro destinato al macello uomo-aquila nel vento divino
il tuo becco si sfascia coi kamikaze
sopracciglia increspature di oceani
seduto sulla sedia del pioniere con chitarre che ingoiano
i tramonti rossi dell’ultimo quacchero auto-arso
nella figa del mattino col ritorno alla madre
dalle tiepidi pareti
NO WAR
e coriandoli di cartoline-precetto sulle labbra di luther king
e di gianni
la grande Voce ridesta i crisantemi
sfarfalla i girasoli illumina i binari
solleva i santi dalle loro nicchie
versa zucchero nel caffè
elettrizza i bastoncini
uomo nudo
sulle antenne dei galli selvatici folgorazione atomica a catena
sutra odorosi di sandalo
haiku del cielo che rotola nelle vene
e tu rotoli nella neve seguendo le linee della mano
miliardi elevati a miliardi per una sola notte di neve
quando adamo sbadigliò la prima volta e tremò tutto l’universo
al primo velo violato al primo sangue versato
che colorò col buio i bramiti dei cervi
che pascolavano col buddha e gli leccavano le palme dei piedi
dove brillava la ruota della vita
uomo nudo mammellare
occhio di latte che riempi la bocca se il tuo cuore saltella
sul telegrafo apri gli opercoli del nepal dissotterra
i bulbi oculari sprigiona innocente amore gratuito
gràttati i coglioni e lascia che i fiumi scorrano lungo le chiappe
uomo nudo
UOMO CHE SEI
ESCLAMAZIONE DEL CIELO CHE IN PRINCIPIO ERA IL VERBO
modula i tuoi richiami
che ti sentano i fratelli
e i desperados della strada
e i minatori della marijuana
noi uomini nudi sotto le brezze delle cicogne
che nascano le montagne su di noi
ed il fico ci fuoriesca dal naso
con la nostra anima gentile
che busserà ai vetri delle vostre case per un angolo caldo
nel vostro letto pulito nel vostro cuore aperto
una casetta di legno –
REGALEREMO UN BIGLIETTO SENZA RITORNO
E SENZA DESTINAZIONE
IAHHH LA CORSA HA INIZIO
tenetevi saldi ai crini dei cavalli
L’A P O C A L I S S E
E’
U B R I A C A
1966

Il testo è stato pubblicato per la prima volta nel 1974 presso Tampax Editrice, Torino, di Giulio Tedeschi. E’ apparso poi, letto dall’autore, su cd, presso la TOAST RECORDS, nel 1999. Un ringraziamento a Giulio Tedeschi.

(su Uomo Nudo)

Il poemetto è del 1966 ed è un’antologia “fisiologica” degli umori pulsioni sogni e rabbie dell’underground che in Italia muoveva i primi passi. Una profonda “inspirazione” d’aria nuova, proveniente dal mondo delle origini, dalla realtà germinante in cui tutto è ancora possibile e la vita si identifica con la Vita, fuori d’ogni clausura censura repressione. Si percepisce una inspirazione ampia, di gusto, come dopo una prolungata sosta in un ambiente asfittico. Una inspirazione provocata dallo stupore, dalla scoperta di un mondo più vero e fantasmagorico rispetto a quello normante e castrante, muto e con l’indice puntato, moralista e castigatore nel quale si viveva in quegli anni. la sorpresa si identifica con la nudità dell’uomo e diviene “esclamazione del cielo”, la parola, libera, emissione organica, eiaculazione grafico-sonora, il Verbo appunto, aprì la porta che dava sul mondo antico-nuovo, generando stupore, frenesia, coinvolgimento. Fu la scoperta d’un Alfa in continua trasformazione, come in un caleidoscopio, a mutare radicalmente l’ottica e la percezione consueta. Microcosmi i più vari ruotavano come un Universo senza mai collidere ma donando energia, la stessa che traduceva le visioni in parole. E la visione è caotica, energetica, flusso magmatico di immagini-emozioni, liberazione di kundalini Per questo motivo la “inspirazione” si identifica con l’ “ispirazione”. Lo scrivere diviene ponte, medium, tangibile partecipazione. Come in un vortice si è risucchiati fino alle origini e poi si è risputati nel kaos robotico del presente (anno 1966) . La velocità dei messaggi percepiti non permette connessioni. Le immagini giungono e si dispongono le une accanto alle altre, tutte sorelle, tutte figlie della stessa madre vita: procedimento non intenzionale, non studiato quale tecnica, ma superamento dei procedimenti, delle tecniche. E’ un’invasione di umori che fanno fatica ad identificarsi con le parole, con i suoni forse, meno con i concetti. “La grande madre figa riprende il sorriso/ del mattino quando il falco trascina il sole alla vittoria”. E questo immenso uomo nudo a braccia spalancate quasi a proteggere gli psiconauti in viaggio ospita i camminanti tribali dell’epoca, i gentili americani poeti e cantori, il Living Theatre, i camminanti italici mentre, al contrario, rabbioso ed indignato, urla contro la guerra ed i guerrafondai, contro i missili e le cravatte. “Uomo nudo ruggisci / col cazzo sollevato a benedire il mondo”. Tra speranze e delusioni, cittadino del mondo, accoglie gli stimoli provenienti dall’oriente, quelli di un Buddha severo e generoso , fuori dalle mode ma usa i suggerimenti sapendo d‘essere un cucciolo della Terra, un orfano per un certo tempo, ingabbiato dalla matrigna società ma ora decisamente sulla strada del ritorno a casa .
Attenti, però!

“REGALEREMO UN BIGLIETTO
SENZA RITORNO
E SENZA DESTINAZIONE….

L’APOCALISSE
E’
UBRIACA”

Chi si mette in strada, chi ha avuto accesso alle visioni, non può più tornare come prima. La vita che si fonde con la Vita non ama le separazioni: rimodella in continuazione.
Per questo motivo la lettura ha da essere fisica: inspirazione – espirazione, come consigliava Siddharta quale tecnica di meditazione.

Gianni Milano

Intervista (inedita) a Gianni Milano
Torino, Corso Vercelli 4, casa di Gianni Milano, Martedì 10 maggio 2011
Ideale continuazione di questa intervista
http://vulcanostatale.it/2011/11/intervista-a-gianni-milano/

G M: Siete un po’ logorroici!… Dovreste smettere di leggere per un po’ perché poi inevitabilmente assorbite forme, stilemi e immagini che non sono vostre, come il bambino piccolo che vuole fare il grande e parla di gran scopate ma non sa neanche come è fatta la figa…
E allora invece, secondo me, è più consono alla vostra realtà quell’immagine che trovo anche molto essenziale e molto bella, quella del vagone sul binario morto, del treno sul binario morto.
Che cos’è la vita? Un treno su un binario morto.
Non è né zen, né non zen…son tutte cazzate le formule…è un’immagine forte.
È un pugno nel plesso solare.
Invece lavorando così disperdi le energie e anche le emozioni si sfaldano.
Se tu scrivi una poesia come Che cos’è la vita? Un treno su un binario morto, è una pittura cinese, di massima semplicità. È una pennellata.
Oltretutto, se tu facessi un po’ di analisi, scopriresti che da tutto questo gran casino di chiacchiere che ci avete messo, quello che emerge è una certa malinconia, che va bene per la vostra età e per la vostra condizione . Allora io però, per rispetto alle parole e al poetare, cercherei di domandarmi: posso farne a meno? Sì? Allora cancello.
Scrivere poesia, non so chi l’ha detto, significa fare come diceva Michelangelo. Che cos’è la scultura? Togliere.
La poesia, non il poetare, la poesia, come oggetto, come manufatto, è nel togliere. Tende ad essere essenziale.
Allora che cos’è la vita? Un treno su un binario morto.
Un treno su un binario morto color marrone, rosso-marrone, ricorda le foglie d’autunno, è un presentimento di morte, ma non morte drammatica, morte come sfinimento…e contemporaneamente è molto eroica…ci sono questi binari, che sono fermi, duri, che indicano comunque un impegno etico.
Anche l’ineluttabilità. Potrebbe essere intitolato ‘Il destino’.
Ma io farei la domanda e darei la risposta, come farebbe un maestro giapponese, un koan .
Un haiku:
Che cos’è la vita?
Un treno
Su un binario morto

Tutti e tre i versi possono stare anche da soli, tu fai un montaggio mettendoli insieme, ma un montaggio significativo.
Vedi, l’esuberanza adolescenziale, dei giovani quando scrivono, questo senso di libertà e che puoi aggiungere sempre delle parole delle parole…e non finisce mai , la tendenza è scrivere poemi lunghissimi…. Sse dietro non c’è un’età e la drammaticità di una certa esperienza, rischiano di essere come coriandoli queste parole, e spariscono, le trovi per terra e sporcano il pavimento.
Esercitatevi a scrivere degli haiku, che non somiglino a degli haiku, cioè che non abbiano come modello l’haiku giapponese perché quello usa l’ideogramma.
Invece un verso tipicamente europeo, neoromantico. Autunnale.

ANDREA LABATE: Sì, però mi sembra un po’ contraddittorio rispetto a quello che fai tu praticamente. Le tue poesie sono lunghe.
GIANNI MILANO: Non sono lunghe come composizioni…poi erano lunghe in quegli anni. In quegli anni scrivevo delle storie per le tribù. Quel tipo di scrittura era sradicante, cioè toglieva terreno al modo di pensare consueto.
Io dicevo a Fernanda Pivano, “non direi mai un cavallo che nitrisce, perché nella parola cavallo è implicito il nitrire, allora scriverò un cavallo che fuma la pipa” che è la tecnica surreale, proprio per spiazzare i luoghi comuni e le risposte automatiche. Tu ti aspetti sempre una certa risposta, il tuo cervello, la tua anima è assopita, dorme, va avanti automaticamente, per pigrizia, per abitudine, devi tenerla sempre sull’attenti. Io ho fatto delle composizioni intenzionalmente così.
Uomo Nudo no, Uomo Nudo è un flusso, dove dietro c’è una grande disperazione perché finisce: “tenetevi stretti ai crini dei cavalli, l’apocalisse è ubriaca”, ed era un momento di totale sradicamento, non c’erano punti di riferimento. Tutto era finito, era finito il Sol dell’Avvenire, era finita la validità di una certa politica per la quale magari ci si sacrificava, ma non ti dava più risposte.
E allora questa poesia. È del 1965 Uomo Nudo. Era proprio agli inizi. Ed era rivolta ai primi sperimentatori esistenziali, che non erano, come dire, dei baktinauti, non erano dei viaggiatori della compassione, erano dei poveri cristi emarginati. La gente si fa sempre delle idee strane.
Il popolo dell’underground in Italia erano composto in gran parte da sottoproletari. L’ho scritto in un’intervista sul beat. Erano scappati da casa.
E poi c’è gente che definirà le mie parole “avanguardia” mentre sono parole del selciato, son povere parole sofferenti che si offrono così sperando di non essere ancora una volta calpestate. Invece quando io ho scritto “cazzo” sono finito in tribunale. “Figa” finiva in tribunale. C’erano delle parole che a priori venivano emarginate. Questa era la realtà.

Insomma tu puoi scrivere solo se viaggi. Non tutti se la sentono di viaggiare. Io non so se augurare a tutti di viaggiare. Viaggiare nel senso di fare esperienze.
Quando ho cominciato a leggere le prime poesie, all’aperto…sulle fontane…e mi tiravano la roba addosso…, ero disperato come pochi. Non avevo amori. Stavo in una soffitta. Il mondo intorno era di merda. Quei pochi ragazzi scappati di casa li trattavano come delle bestie. Non si mangiava. Ma poi…che cazzo…a mò di consolazione arriva l’Urlo di Ginsberg.

La nostra era una realtà industriale. C’era solo Agnelli che comandava. La Fiat. E basta.
Quando io mi sono laureato con la mia tesi, che è una tesi anarco-beat, il relatore mi chiese: ma lei non parla della classe operaia? Io ho raccontato che a un amico batterista, si chiamava Ombra perché era magro, alto…allora non si mangiava molto, e lui tornava a casa di notte, dopo le quattro, e abitava sul Lingotto, che è la zona della fabbrica della Fiat, quando gli operai entravano in fabbrica, siccome portava i capelli lunghi, gli operai gli ghignavano dietro dicendo “ah frocio…culattone…” e allora ho chiesto al professore: vuole che continui a parlare della classe operaia?

Quell’esperienza è stata un’esperienza minoritaria, di rottura totale, perché non chiedeva agli altri di fare delle cose, chiedeva a noi stessi di fare delle cose o di essere delle cose. Non avere, ma essere, come diceva Fromm, uno psicanalista che andava di moda in quel periodo.
Però essere che…che cosa?.
Il ‘che cosa’ non dice niente, perché nell’essere c’è già il che cosa. Non sei un essere vacuo, vuoto.
Se sei, sei qualcosa. Questo è un verbo che prevede già un predicato.

E poi bisogna contestualizzare. Certi comportamenti erano legati alle relazioni ambientali, ai tempi.
Era il periodo del boom economico, fasullo, perché poi non era per tutti e predicare o praticare la povertà anche nella vita quotidiana era vista come una grande eresia. E gli eretici si bruciano. E così era.
Negli anni ’80 riflettendo su quei tempi ho cominciato a vedere un’analogia le modalità del nostro underground e la predicazione che fece Fra Dolcino. Dal Trentino ha attraversato la tua valle, ha attraversato le montagne ed è andato poi a morire nel novarese, ed ha fatto una morte atrocissima. Hanno squartato sia lui che Margherita, che era la sua compagna, lui era un monaco francescano, e poi le ceneri furono disperse perché non ci fosse uno spazio per i suoi fedeli.
E lo stesso è capitato ad alcuni, a molte di queste persone che batterono quella strada.
L’underground ha una data, si dice, ma in realtà lo spirito ha continuato. Se voi siete qui vuol dire che c’è, torna sotto forme diverse, pone dei quesiti diversi.
Quello che mi turba, visto che ponete dei quesiti diversi, è che le risposte siano identiche ad allora.
Ricordatevi cosa disse Allen Ginsberg nel 1967: “il beat è morto”. ‘Mi fate tanta tenerezza’, disse Allen ai ragazzi di Milano, ‘ma il il beat è morto’.
Se uno è un poeta, non lo è con gli aggettivi.
Per cui io vi dico: fate la vostra ricerca, fate la vostra strada, il vostro percorso.
Lo stesso Allen Ginsberg si metteva strimpellare alla fine, faceva i blues con Bob Dylan. E se leggete i testi dei blues non immaginate siano stati scritti da lui. Sembrano filastrocche, canzoncine per bambini. Dell’Allen che ha scritto i poemi chilometrici, sovraccarichi e pieni di cose, l’Allen che da giovane ha scritto Urlo e poi Kaddish, l’Allen che si nutriva dei poeti metafisici inglesi, Blake e tutti gli altri, e che quindi era pieno di riferimenti, l’Allen che torna dall’India dove aveva fatto un’esperienza con dei sadhu indiani, con l’organetto e scrive per poterle cantare le sue poesie, quindi alcune erano molto semplici e ripetitive… L’Allen che ti poteva rispondere: perché scrivi? Perché respiro.
E allora non hai una fedeltà a uno stile.
ALESSANDRO MANCA: una fedeltà a te stesso?
GIANNI MILANO: ma neanche, neanche. La fedeltà è una puttana. Non c’è fedeltà. Fedele a che? A un modello? Che sei tu, e il tu di ieri diventa modello del tu di oggi? No.
Allora c’è un problema : essere intelligenti. Respirare aria buona e non aria inquinata. E fare un grosso lavoro per rispondere ai versi di quella mia poesia: io mi vedo ma non sono.
Insomma scrivere poesie non è andare fuori porta la domenica.
E i poeti oggi sono in una situazione molto più drammatica dei poeti dell’’800 o di una parte del ‘900.
ANDREA LABATE: Perché non si legge più?
GIANNI MILANO: No, perché alla poesia si richiedono cose che non si richiedevano prima.
Una volta il poeta aveva uno statuto, era quello che scriveva le poesie in una certa maniera, accademiche, vedi Pascoli, vedi Carducci, vedi D’Annunzio…erano tutte persone riconosciute come tali. Io devo dichiarare: sono un poeta-pedagogista, altrimenti la gente mi chiede: cosa vuol dire? E’ la mia visione del mondo che passa attraverso dei parametri particolari.
La poesia non è solo registrazione. Tu insuffli con la poesia nella realtà che ti circonda. Quindi la poesia trasforma anche.
E poi soprattutto è una grande responsabilità. Come tutte le cose. Come far da mangiare.
Se fai una cosa, falla bene, dicevano i monaci. Falla bene.
E quando tu hai fatto una cosa e te la sei letta, devi essere contento di quello che hai fatto.
Non che te lo dicono gli altri. Se non sei contento crac crac strappa e butta via.

Biografia:

Se devi attraversare un fiume, sèrviti della barca. Ma se dopo devi salire in montagna che te ne fai della barca? Buddha

Sono nato nel 1938, anno dell’emanazione delle leggi razziali, in un paese del Monferrato. Prematuro: pesavo un chilo e otto etti. Nonna Palmina disse: «Pesa meno di un coniglio, non sopravvivrà» [da Il Maestro e le Margherite – Stampa Alternativa].
Gianni Milano (Mombercelli, Asti, 1938) è un poeta, pedagogista antiautoritario e uno dei papà dell’underground italiano.
Quando ero bambino e leggevo fumetti, sapevo tutto sui Nativi americani. M’ero addirittura fatto, con tela di sacco, un vestito, con penne di gallina e tacchino infilate un po’ dappertutto. Avevo l’arco, di castagno, le frecce, un tomawak in legno, un nome, Aquila Rossa. Le mie terre erano le colline monferrine. I compagni della mia avventura esistenziale erano gli animali, le piante, gli orizzonti, raramente altri bambini, i taciturni contadini nelle vigne. La comunicazione, intensa, avveniva tramite una sorta di incorporamento, a volte del creato da parte mia, a volte di me da parte della natura. Là ho appreso la psichedelìa. Ho anche imparato a fare i segnali di fumo, da nessuno a nessuno, nel silenzio d’un mondo appena uscito dalla guerra. Segnali di fumo, nuvolette d’amore in giro per l’Italia.

Giovanni Battista Milano, noto come Gianni Milano, autore di diverse antologie poetiche e di saggi pubblicati su riviste pedagogiche, ha lavorato per quarant’anni come insegnante con bambini e adolescenti, conducendo, all’interno dell’istituzione scolastica, esperienze alternative e anticonformiste, portando il metodo tribale dei Nativi Americani nella scuola italiana negli anni ‘50. In sintonia con le istanze educative del pedagogista francese Celestin Freinet, è tra i fondatori a Torino del MCE, Movimento di Cooperazione Educativa.

Inizio il lavoro di insegnante con il sacro piccolo grande popolo dei bambini: sfruttati, allevati all’obbedienza e a l sacrificio. Difendere le tribù infantili significa conoscere l’arida violenza delle istituzioni [da Il Maestro e le Margherite – Stampa Alternativa].
Insegnavo pedagogia non violenta, il mio guru in questo campo era un francese, Celestino Frenet, un pedagogista francese, capellone ante litteram degli anni ’20 (…) avevo tolto il crocifisso e messo una scritta “siate gentili tra di voi” (…). Mi facevo dare del tu dai bambini, che mi chiamavano Gianni, non “signor maestro”, e questo ai tempi faceva scandalo [pag. 22, da Underground Italiana – di Matteo Guarnaccia – Shake edizioni].

Negli anni sessanta è stato una delle voci del movimento beat italiano.

I canali di comunicazione non erano certo quelli di oggi. Fu Fernanda Pivano, la zia strana dei capelloni, che con la sua cocciutaggine, senso della bellezza e amabilità, riuscì a introdurre nell’orto letterario italiano queste esotiche ed esuberanti, irriverenti ed oscene piante d’oltreoceano. L’effetto non fu immediato.
A partire dal 1965, non so per quale influenza astrale, gruppi di giovani della marginalità metropolitana, si ritrovarono nei parchi, nei giardini pubblici, nelle metropolitane delle principali città italiane. Li univa non la conoscenza della scena americana o una qualche ideologia specifica, quanto l’asfissìa per il sistema di vita nostrano, il desiderio di verità, di espressione, di pace, l’antimilitarismo, il rifiuto del consumismo e delle mode, l’anarchismo.
La parola d’ordine dal 1964 al 1966 fu ‘Non contate su di noi’.

Il mio via è legato a un libricino edito da Feltrinelli all’inizio degli anni ’60, un libricino che entava giusto giusto nella tasca di dietro dei calzoni, era I sotterranei di Kerouac (…) e poi Siddharta di Hermann Hesse, l’incontro con il buddismo. Poi con Ginsberg, la scoperta che la parola era santa ed era libera, che bisognava togliere le mutande alla parola [pag. 15, da Underground Italiana – di Matteo Guarnaccia – Shake edizioni].

Durante gli anni del movimento underground pubblica Off Limits (1966) [versi, scoperte, difficoltà di comunicazione e le parole che sono carne senza pelle, sempre a rischio di passare per “avanguardia letteraria” mentre invece provengono da strade spogliate, ostili e orfane nello stesso tempo da Il Maestro e le Margherite – Stampa Alternativa]., Guru (1967), Prana (1968), King Kong (1973), Uomo Nudo (Tampax, 1975).

A Torino stazionavano ai Giardini Reali gruppi della marginalità giovanile, scappati di casa, ragazzi soli, illuminati non tanto da una cultura precisa, dalla conoscenza della scena americana, da una ideologia storicamente definibile, quanto da un desiderio nuovo,… [da Il Maestro e le Margherite – Stampa Alternativa].
Il nostro all’inizio non fu un movimento artistico o letterario, ma un movimento drammatico, di sangue perché l’elemento scatenante fu la guerra del Vietnam [pag. 16, da Underground Italiana – di Matteo Guarnaccia – Shake edizioni].
A un certo punto me la fecero pagare, avevo concesso un’intervista alla Stampa, e di fronte a una domanda trabocchetto, avevo abboccato come uno scemo. Avevo affermato che ognuno era libero di affrontare qualsiasi esperienza (si parlava di esperienza psichedelica) se era pronto ad affrontarla in piena coscienza e assumendosene tutta la responsabilità il giorno dopo fui sbattuto fuori da scuola da una commissione del Provveditorato, perché avevo rilasciato dichiarazioni incompatibili con il mio ruolo di insegnante. Ho perso il posto per cinque anni [pagg. 22-23, da Underground Italiana – di Matteo Guarnaccia – Shake edizioni].
È tra i fondatori della Pitecantropus Editrice (“Il primo tentativo di organizzare una collana che renda conto della scrittura beat italiana da Controcultura in Italia, 1967-1977 di P.Echaurren e V. Salaris, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, p. 114), che pubblicherà Guru di Milano, Evacuati dal Paradiso di Vasco Are, Comprami di Antonio Russo e Illuminazione di Paolo Cerrato.
Una sua intervista, all’uscita della scuola elementare in cui insegnava, è inserita nel documentario di Lino del Fra Come favolosi fuochi d’artificio (prod. Istituto Luce, 1967), dove viene definito “il maestro capellone”. Dopo l’uscita del documentario, divenne per tutti il “maestro capellone”, specialmente sui periodici cartacei alla quotidiana ricerca di titoli ad effetto. A questo proposito da ricordare “Il Settimanale” del 26 novembre 1967 che intitolava un suo articolo “Gli scolari reclamano il maestro capellone”.
Nel 1967 viene denunciato “per scritti contrari alla pubblica decenza”, in riferimento ai testi di Guru (Pitecantropus, Torino 1967). Il processo durato alcuni mesi, creò un notevole clamore sui media nazionali (tra i tanti articoli, da ricordare quello pubblicato dal quotidiano torinese “La Gazzetta del Popolo” il 4 settembre 1968 intitolato “Per un libro di poesie oscene processo al maestro capellone” e quello su “La Stampa” del 28 dicembre dello stesso anno “Il maestro capellone assolto dall’accusa di poeta indecente”) e si concluse con la piena assoluzione dell’imputato.
Tra i testimoni a favore di Milano: Fernanda Pivano, il critico d’arte Giulio Carlo Argan e il giornalista Piero Novelli, Pistoletto, Merz, Gilardi, i pittori dell’Arte Povera.
Nel 1967 andai giù a Spoleto in autostop per incontrare Ginsberg. Ero abituato a vedere i poeti italiani che declamavano le loro poesie, lui invece le cantava senza rispettare il verso e la punteggiatura, seguendo solo il suo fiato e accompagnandosi con un organetto indiano [pag. 21, da Underground Italiana – di Matteo Guarnaccia – Shake edizioni].

Collabora alla rivista “Pianeta Fresco” (edita dalla East 128) diretta da Fernanda Pivano (Fernanda Pivano cita Gianni Milano ripetutamente nel suo libro dedicato al movimento beat italiano “C’era una volta un beat (10 anni di ricerca alternativa)” – Arcana Editrice, Roma, 1976, pagg. 83/87/101/102) e in occasione del n.2/3 (Milano, 1968) scrive un lungo saggio sul Buddismo, intitolato “Om Mani Padme Hum” (dedicato ad Allen Ginsberg).
Negli anni sessanta, quando si sviluppò l’eresia anticonsumistica e antisistema, le comunicazioni erano corporee, di toccamento, di abbracci e baci,anche tra maschi (cosa considerata oscena e scandalosa, da‘froci’), e, per quel che riguardava tribù più lontane, tramite angeli leggeri in autostop, che, come raggi solari, partivano portatori di messaggi e quando arrivavano, a volte, non trovavano più nessuno.
Le buone vibrazioni rimanevano sospese nell’aria, come rugiada.
A chi aveva gusto spettava di succhiarle, al capellone anonimo e solitario ai bordi di una statale con il pollice levato a chiedere un passaggio. L’assenza di mezzi rapidi di comunicazione rinforzò il senso di appartenenza ma anche di orfanaggio, il sogno, alla Dylan, di spazi ampi, di libere occasioni di pace.
Gli incontri, però, quando avvenivano, erano occasioni di intenso piacere.
Ognuno diveniva specchio all’altro. Raccontava l’avventura della vita: ed era bello stare ad ascoltarlo.
Nell’estate del 1968 si affianca alla comunità teatrale ‘Lo Zoo’ creata dall’artista Michelangelo Pistoletto e partecipa ad alcune performance di strada della piece “L’Uomo Ammaestrato”.
Poi venne il ’68 italiano, nulla a che vedere con quello parigino creativo, sensuale e libertario, quello dei nostri studenti era marxista, rigido, autoritario, verticistico. Un’arrabbiatura perfettamente all’interno delle istituzioni, che non ha aperto la testa a nessuno, un movimento vecchio che utilizzava vecchi schemi, lo schema della contrapposizione, del dominio, del controllo [pag. 23, da Underground Italiana – di Matteo Guarnaccia – Shake edizioni].

Avevo cominciato a studiare il buddismo e mi consideravo un monaco errante che aveva fatto una scelta molto rigorosa, molto dura: la non violenza, l’ascolto, le visioni, la disponibilità, il vegetarianesimo [pag. 18, da Underground Italiana – di Matteo Guarnaccia – Shake edizioni].

Nel 1969 partecipa con alcune poesie inedite a “Hip”, foglio di controcultura allegato al periodico Ciao 2001 a cui collaboravano anche altri noti personaggi della scena beat italiana, tra cui Aldo Piromalli e Carlo Silvestro.
La povertà mise alla prova i neofiti. In realtà fu la perdita di costumi da palcoscenico di una recita, che altri avevano deciso si dovesse agire, per conquistare padri e madri ancestrali, per entrare fraternamente nel mondo, per essere più leggeri e meno timorosi dei ladri. Ricordi il messaggio? “A che serve accumulare tesori sulla terra se poi perdi l’anima!”. Occorreva andare oltre.
Anche l’anima non ci appartiene. Noi apparteniamo all’anima, al mistero, al flusso. Come il Cristo deposto dalla croce, sulle ginocchia di sua madre, noi siamo. Finalmente accolti, in un mandala unitario, dinamico. La povertà, che non è ostentazione, che non è abbrutimento, ma lievità, era la cartina di tornasole. I cantanti yé yé della televisione nazionale, con i loro costumi, trucchi e lamenti, che cosa avevano da spartire con quest’altro popolo che si purgava per cercare di dar vita a nuove forme sociali, di relazione, di percezione? Scomoda sì, la povertà. Per un anno abitai in una mansarda sopra piazza Vittorio.
Tra il 1969 e il 1974 collabora alla rivista psichedelica Paria, (rivista ticinese di cultura psichedelica (curata e diretta da Antonio “Pariananda” Rodriguez) ebbe Gianni Milano come collaboratore regolare sin dai primi numeri http://www.arengario.it/homepage/_hp-pdf/collezione-paria.pdf).
Lì, tra l’altro, divenni buddhista. Ospitavo fino a quindici persone, maschi e femmine, in dolce, erotica e compassionevole promiscuità, sdraiati per terra nei sacchiapelo. Non c’era denaro, giacché il mio piccolo stipendio di insegnante terminava presto.
Andavano a scaricare ceste ai Mercati Generali. Li pagavano in natura. Si mangiava così. Non si era floridi e le gengiviti ci facevano sembrare apprendisti-Dracula. La stessa cosa avveniva a Milano, a Genova, a Lucca, a Firenze, a Roma…Sovente m’è capitato, nelle mie trasferte a trovare altre tribù, di dormire sul marciapiede, nel saccoapelo inseparabile, con fogli di giornale come materassi, temendo soltanto, a Roma, i raid dei fascisti o della polizia, la quale ultima usava, con frequenza, il foglio di via, per allontanarti dal luogo. ‘Sorella povertà’, la chiamò Francesco di Assisi. E non fu uno scherzo!
Naturalmente, mentre tutto questo avveniva, io continuavo a fare il maestro elementare e insegnavo le cose in cui credevo, insegnavo che gli antichi Romani erano una manica di ladri e stupratori e che quindi non c’era nulla da vantarsi a essere i loro discendenti [pag. 22, da Underground Italiana – di Matteo Guarnaccia – Shake edizioni].

Nel 1971 scrive i testi per il numero 3 di “Puzz” (controgiornale di sballofumetti era un aperiodico di fumetti e critica sociale creato dal disegnatore ed agitatore culturale Max Capa), dedicato alla memoria di tutti i bambini violentati e uccisi da preti, generali, politici e genitori, con i disegni di Capa.
Quali furono gli ascendenti del tuo essere beat ?
G. M. Li individuai a Torino, in un’intervista: Francesco d’Assisi, sciamano capace di parlare con tutti; Buddha, grande anarchico compassionevole, fratello delle creature; Einstein, folle scienziato che tradusse in formule occidentali i messaggi dei Veda; Ginsberg, guru psichedelico, in viaggio nelle coscienze aperte su un’astronave peyotica, come fece Rimbaud sul suo Bateau ivre.
Per tre anni, dal 1976 al 1979 conduce Papà di Alice, un programma per bambini trasmesso da Radio Torino Alternativa.

Gianni Milano negli anni ottanta

Nel 1998 pubblica nella collana “millelire” dell’editrice romana Stampa Alternativa un’autobiografia dal titolo Il Maestro e le Margherite (dal retrocopertina: “Padre fondatore” della controcultura italiana, Gianni Milano è da più di trent’anni una singolare figura di vagabondo del Dharma: pacifista attivo, buddhista, poeta tribale e, soprattutto, un tenero maestro elementare entrato in rotta di collisione con la mostruosa macchina burocratica scolastica dei primi anni ’60. Questa è la sua storia autografa, tra reading di poesia, incontri con Ginsberg, viaggi a Praga, colloqui con piante e folletti, operazioni alchemiche, e un’indistruttibile capacità di provar stupore e meraviglia di fronte alla vita, per poi distillarne il senso in componimenti poetici come quelli qui raccolti a integrazione dell’autoritratto).
Nel 1999, prodotto da Giulio Tedeschi per Toast Records, viene pubblicato su CD/Audio Uomo Nudo (http://www.rockit.it/album/333/gianni-milano-uomo-nudo “Uomo Nudo, esclamazione del cielo che in principio era il verbo, tu disceso dall’albero con la banana in culo ed un gettone ansioso da infilare nel vuoto…” Dobbiamo ringraziare la Toast per aver ridato voce a Gianni Milano, ultimo poeta Beat italiano e forse unico poeta veramente psichedelico del nostro paese, che con il poemetto “Uomo Nudo”, della durata di 15 minuti, scritto nel lontano ’66 e pubblicato per la prima e ultima volta nel ’74, ci scuote, affascina ed entusiasma.
Il testo è mistico-visionario e letto dall’autore stesso in modo mono-tono sulla base di un loop sonoro ricavato da “Vibrazioni di alghe marine” dei No Strange, sottofondo musicale che ti permette di fluttuare sulle parole del poeta (l’idea e la scelta del sound sono azzeccatissime); ci si trova di fronte ad un continuo accavallarsi di immagini surreali e di visioni apocalittiche, di critiche alla società rigida e conservatrice contrapposte all’esaltazione di un individualismo anarchico che aspira all’utopia della povertà e della vita comunitaria. In pratica c’è tutta la Beat Generation in questo testo: libertà sessuale “…la grande madre figa riprende il sorriso del mattino…”(geniale!! o genitale che dir si voglia!!), la vita vagabonda, l’alcool e le droghe “…Uomo Nudo pasticca, Uomo Nudo fumato…”, il legame con le filosofie mistiche orientali con i continui richiami al Buddha, il pacifismo e l’antimilitarismo “…Uomo Nudo tieniti forte nel pisciare sull’Europa, non toccare l’Europa con il glande, tutti gli Hitler a riposo non ignorano l’attenti, l’ortodossia della morte prepara le sue cabale, le strutture segrete fioriscono gli uncini, chi tocca i fili muore, muore…”, la critica alla politica “…agitazione, marasma, coito interrotto; la tua lava discioglie le divise, i politici riscoprono la gioia…”, la critica ai mezzi di informazione “…dove hai posato il culo, su quale carta stampata, e quale foglia ha raccolto il tuo coito, senza voce, spasmodicamente muto…”, l’esaltazione della natura “…Uomo Nudo ruggisci con il cazzo sollevato a benedire il mondo…grande magazzino di cose, ritagli di acqua e di sostanze organiche della foresta…”, la difesa dei più deboli “…una strada senza sogni dove muoiono gli indiani…”, la solidarietà “…e io vengo e rivengo, lancio mani di salvataggio, chiedo occhi lucenti di corallo, voglio lenzuola di cielo, Uomo Nudo tutto nudo, su una macchina ruotante con l’asfalto che cammina, siamo indietro con il tempo…”
Ma non c’è molta speranza di poter vincere e salvare l’umanità, è più facile isolarsi, creare una propria nicchia e scappare da una società irrecuperabile “…regaleremo un biglietto senza ritorno e senza destinazione, iaaaahh la corsa ha inizio, tenetevi saldi ai crini dei cavalli, l’apocalisse è ubriaca.” Di Luca Birattari), con testo letto dall’autore e musiche interpretate dal gruppo neo-psichedelico No Strange.
Nel 2001 vede la luce per Stampa Alternativa Capitan Nuvola – Abecedario libertario lavoro diviso con lo scrittore e giornalista Luigi Bairo (dal retrocopertina: “Un vero e proprio abecedario antiautoritario adeguato ai nostri giorni e al nostro paese. Ciascuna delle voci di questa raccolta può agire come antidoto ai veleni del conformismo, della paura e dell’ignoranza su cui si fonda ogni dominio che sia quello dei genitori sui figli o degli insegnanti sugli allievi. Capitan Nuvola si rivolge a tutti, invitando a scoprire la comune appartenenza alla vita della Terra e ricordando che ognuno è educatore, senza bisogno di investiture e di programmi preconfezionati, e ognuno può fare molto per l’educazione libera da pregiudizi, dogmatismi e dalla soggezione ad autorità fasulle”. http://www.stampalternativa.it/libri/658-0/luigi-bairo-e/capitan-nuvola.html).
Nel 2003 Milano-Bairo curano un manuale di pedagogia alternativa Mi hanno allevato gli Indiani (Edizioni Sonda) ispirato al filosofo nativo canadese della nazione Odawa Wilfred Peltier. (“Prendendo spunto dalle parole di Pelletier, Luigi Bairo e Gianni Milano ci ricordano che il modello dominante e dilagante, fondato sulla competizione, sul produttivismo e sullo sfruttamento indiscriminato non è, come hanno voluto farci credere, nella natura stessa dell’uomo. E individuano i nuovi scenari formativi, ricordando anche le esperienze di educatori “controcorrente” come Célestine Freinet, Danilo Dolci e Mario Lodi, che hanno tentato percorsi tribali, comunitari, antidogmatici.” http://www.astilibri.com/cultura/allevato_indiani.htm), (dal retrocopertina: “Primi anni Settanta. Negli ambienti underground torinesi circola, per breve tempo, un ciclostilato dal titolo Infanzia in un villaggio indiano. L’autore è un certo Wilfred Pelletier, nativo canadese della nazione Odawa. Un testo straordinario, nella sua semplicità, in grado di suscitare, ancora oggi, interrogativi e riflessioni. Prendendo spunto dalle parole di Pelletier, Luigi Bairo e Gianni Milano ci ricordano che il modello dominante e dilagante, fondato sulla competizione, sul produttivismo e sullo sfruttamento indiscriminato non è, come hanno voluto farci credere, nella natura stessa dell’uomo. E individuano nuovi scenari formativi, ricordando anche le esperienze di educatori «controcorrente» come Célestin freinet, Danilo Dolci e Mario Lodi, che hanno tentato percorsi tribali, comunitari, antidogmatici. Nessuno insegna, tutti si apprende, scriveva Pelletier. È un messaggio di speranza, di apertura al continuo stupore, di incontro. E non è poco”)

Gianni Milano durante una lezione in una scuola elementare, 2001

Collabora con la band di rock italiano Timoria in occasione di “El Topo Happening” (17 dicembre 2001 al Leoncavallo di Milano) a cui partecipa con una performance live particolarmente visionaria. Il reading appare integralmente nel doppio CD dal vivo “Generazione senza vento” dei Timoria con il titolo Uomo Nudo blues (Polydor/Universal, 2003).
Nel 2001 decide di mettere a disposizione di Giulio Tedeschi il suo archivio personale (dal 1965 in avanti), per supportare un futuro, vasto lavoro di ricerca antologica.
Nel giugno del 2009 viene pubblicata dallo stesso Tedeschi, in edizione privata e limitata, una prima raccolta di testi sparsi (1965/1968) intitolata “Un Beat con le Ali” (dal retrocopertina: “Gianni Milano, poeta, pacifista, buddista. Visionario cantore psichedelico. Uomo che racconta. Che “vede” il futuro. Che spiega i sogni. Anche quelli più nascosti. Un pescatore di parole che vaga tra terra e cielo. Con ali di fantasia. Sottili, trasparenti, flessibili”. Giulio Tedeschi). (http://ilmiolibro.kataweb.it/community.asp?id=21748 la raccolta contiene “Uomo Nudo” considerato uno dei testi fondamentali del Poeta in versione integrale).

Oggi è più difficile per i nuovi giovani comprendere come la scelta passi tra il rivoluzionare se stessi o l’accogliere alibi miglioristi, puntando sempre sulla merce, sulle ricette ideologiche, sulle lusinghe volgari. In fondo, quando io citavo Buddha, il Risvegliato, ricordavo a me stesso le tentazioni che Siddharta subì durante la sua lunga meditazione che lo portò alla Liberazione. Vi erano le lusinghe cosce lunghe, l’offerta di potere sul mondo, il terrore della fine dell’io…: cianfrusaglie che come ragnatele avrebbero avvolto l’uomo seduto in profonda concentrazione. Che fossero cianfrusaglie i giovani di allora lo capirono subito ed anche se non furono sempre in grado di elaborare risposte organiche seppero dire un no reciso, formalmente visibile, a quelle che Brassens chiamava “le trombe della fama”. Demistificazione, proposta di semplicità ed immediatezza, attenzione al corpo, lettura estatica del mondo,
rifiuto della violenza, militare, economica, culturale, religiosa… E da dove venivano questi ragazze e queste fanciulle? Parevano
alieni, erano visti come matti, derisi, perseguitati, rinchiusi nelle patrie galere, processati, giovani che avevano come soprannome
Scheletrino, Saigon, Ombra e non possedevano che la loro vita, cercavano di essere e non di avere, come sollecitava Fromm, senza scrivere libri, ciclostilando clandestinamente giornali subito requisiti… Vedi un po’ tu!
Non essendo missionario, il cosiddetto “movimento” visse della sua vita, per tutto il tempo possibile tra un respiro e l’altro, tra un digiuno e l’altro, tra un foglio di via e l’altro, straccione, povero e senza ciccia. Non è morto perché era ricerca e la ricerca, come l’amore, non muore mai, si trasforma, vede posti nuovi, incontra scherzi del destino, allunga la sua ciotola sapendo soltanto dire grazie.
Il beat ruppe il guscio d’una realtà ch’era sempre stata presente, ma non la si era voluta vedere, indagare.
Nel momento in cui si superò la separazione e si rigenerò l’unità di pensiero, di visione e di azione, ebbe inizio la diaspora.
I nuovi ricercatori beatizzarono la realtà.
Alleluja!

Annunci

2 pensieri su “Confini: Il dove della Poesia Italiana – Gianni Milano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...