ITINERARI DELL’ODIO – TAPPA 1 – DISCO INVERNO Di U.U. (Taccuino All’Idrogeno)


-Per favore, vieni con me stasera! Non voglio andarci da sola!-

-No, senti, non esiste, e poi domani devo alzarmi presto che devo andare a trovare mia nonna all’ospizio- le dico con tutta la convinzione di cui sono capace, ma lei non si lascia abbindolare.

-Sono due anni che tua nonna è in ospizio e non sei mai, dico, mai andato a trovarla. Guarda caso devi proprio andarci quando ti propongo di andare a ballare-

-Eh, perché non si può? No eh?- ribatto deciso. Non abbastanza deciso. Sono fregato.

Passo da lei alle 21:30. Alle 22:30 sta ancora decidendo che vestito mettersi e con che scarpe abbinarlo. Perché lo sto facendo? Perché ho accettato di accompagnarla in un postaccio discutibile, con musica discutibile e pieno zeppo di gente discutibilissima? Perché mi fa pena? Perché da quando ha rotto col suo ragazzo sono l’unico straccio di amico che ha in questa città?
Alle 23 finalmente usciamo. Neanche l’ombra di un parcheggio. Abbandono la macchina così lontano dalla destinazione che avrei potuto anche fare a meno di prenderla e andare direttamente a piedi. Fa freddo e le mie scarpe, bucate in più punti, generano degli spifferi che mi perforano la carne dei piedi. Lei sembra di buon umore, anche se trema più di me.
La gente all’ingresso non lascia presagire niente di buono. Indie, hipster, chiamateli come volete, per loro ho solo un sentimento: odio. La ragazza all’ingresso, con quella pelliccia, quelle scarpe con la suola di 30 centimetri e quei leggings che sono un insulto al daltonismo, ci chiede in che lista siamo. A malapena ci tratteniamo dal riderle in faccia.
Il posto è un buco: due sale di 25 metri quadri a esser generosi unite da un corridoio, da una parte il meglio dell’hip hop, dall’altra il peggio dell’elettronica. Mi sento come Ulisse tra Scilla e Cariddi. Nel giro di un’ora non c’è più neanche lo spazio per sbattere le palpebre. Ho bisogno di alcol, e alla svelta. -Un Negroni, grazie- dico al barman. Lei prende un Vodka Sour. Entrambi i cocktail non paiono neanche così annacquati, meno male. Ci sediamo su un divanetto e parliamo per un po’, notoriamente la cosa più pratica da fare in discoteca. Ci urliamo reciprocamente nelle orecchie per mezz’ora, con i volti a mezzo centimetro di distanza. Capisco una parola sì e dieci no di quello che mi dice, ma lei nella sua logorrea inarrestabile non pare farci caso. Ogni tanto annuisco cercando di assumere un’espressione convinta, per lei è più che sufficiente.
Alla fine l’alcol fa il suo dovere e mi scioglie i muscoli, è tempo di dare un senso alla serata mostrando le mie doti di ballerino. Braccia e gambe partono in quattro direzioni diverse, poi convergono, si muovono tutte a destra, quindi a sinistra, roteano, si alzano e si abbassano, mentre la testa si abbandona a un headbanging decisamente fuori luogo. Visto da fuori devo sembrareepilettico, ma non mi importa, almeno finché sono ubriaco. Lei invece, che ballerina lo è davvero, oscilla con grazia al ritmo della musica, non c’è forzatura nei suoi movimenti, è leggera, quasi sensuale. Sorrido divertito da questa antitesti, lei non pare farci caso. Forse dopotutto la serata non sarà così male.
Ho parlato troppo presto.
Dovevo immaginarlo che la sua presenza non sarebbe passata inosservata, era inevitabile. Quanti sono? Cinque? Sette? Forse anche di più. La fissano, la studiano, la spogliano con lo sguardo, sezionano le sue gambe, i suoi glutei, i suoi fianchi, i seni, le labbra, gli occhi, i capelli. Lentamente si avvicinano, facendosi strada in mezzo alla calca. Vogliono ballare con lei, sentire il calore del suo corpo sudato, invitarla a fare quattro chiacchiere fuori dal locale, proporle di andare a bere qualcosa a casa loro per mostrarle la loro collezione di vinili di musica jazz, eccetera, eccetera, eccetera.E in tutto questo ovviamente il sottoscritto non è contemplato, io nel frattempo dovrò restarmene qui, da solo, in mezzo alla pista da ballo, a fendere l’aria viziatacon le mani.
No, non posso permetterlo.
Se mi trovassi in mezzo al pubblico di un concerto metal saprei bene cosa fare, basterebbe una spintarella per dare il via a un devastante pogo, il diversivo ideale per allontanarsi da sguardi libidinosi. Purtroppo non è questo il caso, ragion per cui mi toccherà adottare una strategia più elegante.Per prima cosa a ballare molto più vicino a lei e in maniera più ammiccante per far capire a tutti gli avvoltoi cheil qui presente se la intende con la qui presente. I meno tenaci si scoraggiano, allentano la presa e si mettono a puntare altre ragazze, ma è troppo presto per cantare vittoria, i nemici sono ancora numerosi e continuano ad avanzare. Certo, se lei collaborasse sarebbe tutto molto più facile, ma so fin troppo bene che non rifiuterebbe mai un giro di walzer offertole da un pretendente di suo gusto. No, non posso contare su di lei, in questa battaglia sono solo.
Devo agire in fretta, non ho più molto tempo. Il primo belloccio che l’avrà a portata di tiro me la strapperà via e lei non si prenderà neanche il disturbo di salutarmi mentre se la va a spassare con la sua ultima conquista. Noi due torneremo a casa insieme, fosse l’ultima cosa che faccio in vita mia. Con la maestria di un ninja scivolo tra i corpi della gente, in modo da posizionarmi sistematicamente tra lei e il predatore più vicino, e mentre a questo do le spalle mi curo di guardare il più torvo possibile tutti gli altri. Sono un uomo delle caverne che si è perso nel bosco e ora è circondato da un branco di lupi affamati. A separarmi da una morte orribile c’è solo una torcia infuocata, che agito furiosamente nell’oscurità totale della notte, disegnando figure astratte con la scia luminosa che il fuoco lascia dietro di sé. Emetto grida animalesche per coprire i loro ringhi e la mia paura, e intanto prego la venere steatopigia che porto nella bisaccia affinché la fiamma non si spenga prima dell’alba. Devo resistere, resistere e ancora resistere, io sono più forte di loro, li caccerò via tutti. Perdo la cognizione del tempo, la bizzarra partita a scacchi umaniche sto giocando non mi lascia il tempo di pensare troppo. Quando controllo il monitor del cellulare capisco che è il momento per sferrare l’ultima mossa.
-Si son fatte le 4, ci avviamo alla macchina?- le grido con tutto il fiato che ho in corpo.
-Sì dai- mi risponde.
Ce l’ho fatta.Uno dopo l’altro siete caduti sotto i miei colpi e alla fine della battaglia io soltanto mi ergo trionfante sopra un cumulo di cadaveri. Questa notte, quando stringerete nient’altro che il vostro cuscino, pensate a me.
Le orecchie mi fischiano come se ci avessero ficcato dentro due arbitri. Lei sorride, si è divertita, beata lei.
-Certo che però tu mi hai rovinato un po’ la piazza- mi dice ironica.
-Davvero? Non ci ho fatto caso, io ballavo per i fatti miei- le rispondo. Mentre fermo la macchina sotto casa sua e la saluto, il disastro nella mia mente si compie: realizzo di aver ballato tutta la notte con una ragazza bellissima e per questo non riceverò neanche un bacio in cambio. Ora, non sono uno che pretende un pompino con ingoio dopo il primo appuntamento (con questo non voglio dire che lo rifiuterei se mi venisse offerto spontaneamente, lungi da me l’idea), ma questa serata, che mi piaccia o no, ha l’amarissimo sapore della sconfitta. Sono esattamente come quei lupi che ci siamo lasciati dietro, forse addirittura peggio, perché a me spetta la beffa finale di un commiato senza nulla di fatto.
Adesso la trattengo per un braccio e le dico che la serata non può finire così, che noi due saremmo una bella coppia e che dovremmo darci una chance, che anche da un’amicizia di lungo corso può sbocciare l’amore, che se solo provasse a vedermi sotto un’altra luce riuscirebbe a vedere quello che vedo anch’io quando il mio sguardo si posa sui suoi occhi.
Ma anche no.
Le auguro la buonanotte e la osservo varcare il portone d’ingresso. Collego il mio lettore mp3 all’autoradio, faccio partire la musica più incazzata che ho, regolo il volume al massimo e inizio a bestemmiare a squarciagola, maledicendo lei, me e le discoteche di tutto il sistema solare da qui fino all’Armageddon. Arrivato a casa, scendo dall’auto con un’espressione così distesa e tranquilla da fare invidia a un monaco buddista.
Mi strappo stancamente i vestiti di dosso, mi infilo il pigiama, mi do una sciacquata ai denti e striscio sotto le coperte, stringendo il cuscino con la forza di cui soltanto un uomo solo è capace.

(CONTINUA…)

di U.U – Taccuino All’Idrogeno

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