Social e Sociopatia di Pee Gee Daniel (Maintenant)


mai

Franky Panico, come si può facilmente intuire dal nickname, era il terrore dei social network. O perlomeno fonte di terrore per la sua cerchia di amici virtuali, che comunque era vastissima.
Come un grasso ragno paziente aveva tramato e ordito la sua rete per mesi. Aveva atteso che ditteri e culex pipiens vi si posassero e spaparanzassero tranquillamente le micro-chiappe, convinti dalle apparenze che si trattasse di un buen retiro, un luogo placido e indisturbato, e quando i boccaloni si erano acclimatati a sufficienza, e la seta appiccicosa della ragnatela si era agglutinata alle loro parti basse con bastevole resistenza, aveva poi iniziato ad avventarsi su quel nugolo di sprovveduti esserini, facendone incetta e strazio a proprio piacimento.
Fuor di metafora, si era iscritto col nome di Frà Tantoamore. Aveva principiato riempiendo la bacheca facebook di cuoricini, orsetti teneroni e bambini disabili la cui foto condivisa avrebbe dovuto salvarli dalla malattia per chissà quale sortilegio. Questo così tanto tempo prima che ormai nessuno dei suoi contatti se lo ricordava più.
Con tale strategia era riuscito ad allacciare, spontaneamente o per richiesta, migliaia di amicizie virtuali.
Poi, una notte, senza alcuna ragione in particolare, aveva cambiato la dicitura del proprio account con quella messa a incipit del presente resoconto e da lì aveva preso a subissare chiunque avesse la sfiga di rientrare tra le sue cerchie. Quale fosse stata la causa scatenante sarebbe arduo appurare. Forse fu quella volta, subito prima del drastico cambio, che, per quanti cuoricini ci infilava su quella cazzo di bacheca, qualcheduno ebbe la prontezza di commentare: “Oh ce l’hai fatto a fette con ‘sti cuori. Ma che sei, un cardiologo? E menomale che non sei un urologo allora…” La vera ragione resta comunque a tutt’oggi ignota.
Fatto sta che il cambio di nome segnò anche un cambio di passo: da allora in poi divenne una merda! Non perdeva occasione per postillare con acidità qualsiasi foto o aggiornamento di stato in cui incappasse.
Tanto per dare qualche esempio, alla solita bimbaminkia di turno, maniaca dei selfie, alla terza istantanea nel cesso di un autogrill, non ce l’aveva fatta più e aveva scritto: “Ma tu sei solo brutta o anche ritardata? No perché i tipi di bruttezza come la tua di solito si accompagnano a qualche deficit cognitivo”.
Mentre a un tizio che aveva osato pubblicare la foto della signorina che da lì a una settimana sarebbe diventata la sua legittima consorte, aveva messo: “Complimenti per il coraggio!”
Se l’era addirittura presa con un post mipiaciutissimo di Ramona Kiss Kiss LovvotuTTi (2362 amici + 154 seguaci!): “Oggi compio 30 anni, ma dite la verità, sono ancora in forma o no?”, comunicava Ramona in quel post. Seguiva foto in body, scattata a favore di luce. Duecentoventuno like! Franky Panico la fulminò: “È perché ormai ci hai fatto l’abitudine: sarà una quindicina d’anni almeno che continui a compierli…” I like per il suo commento furono invece settecentoquattordici.
Con una mammina tanto amante della propria prole, che ci perdeva intere giornate a postare le foto dei propri figli nelle situazioni più improbe piuttosto che seguirli nella vita reale, era stato poi lapidario: “Anch’io se avessi un figlio lo vorrei ritardato come i tuoi: sono più divertenti”.
Un altro scherzo che gli piaceva tirare, da quando fb aveva previsto la possibilità di modificare i testi, era scrivere post acchiappagonzi, per poi cambiarli in corsa. Facciamo un esempio: la seconda domenica di maggio postava qualcosa del genere: “Metta mi-piace chi ama la propria mamma”. Subito a seguire, appena aveva raggiunto un numero congruo di consensi, snaturava il testo di sana pianta: “Chi clicca like sotto questo stato è perché c’ha la mamma maiala”.
Poi c’erano anche certe burle più tranchant ed estemporanea… A Marco BuonaVita De Rossi, che aveva semplicemente appuntato: “Sono felicemente sposato con una splendida bambina di 7 anni”, Franky Panico si era precipitato a commentare: “Schifoso pervertito!”
Al cuor gentile che, in evidente marasma emotivo, aveva pubblicato il documento fotografico del proprio cane, appena travolto da un suv, aveva pensato bene di annotare: “Io spero solo che la macchina non abbia subito troppi danni!”
Ma perché nessuno si ribellava platealmente a questa incessante sequela di ingiurie e ironie gratuite? È presto detto: qui, come sempre, vigeva la sindrome del Circo Togni. Sapete no, quando a metà dello spettacolo circa, puntuale come la morte, veniva il turno del pagliaccio stracciapalle che voleva per forza chiamare qualche bambino dal pubblico, e tutti ci si faceva piccoli piccoli, inosservabili, e si rimaneva a fiato sospeso sinché il dito guantato del clown non indicasse qualcun altro per portarlo al centro della pista e farlo sfigurare?! Ebbene, sinché Franky Panico era impegnato a sburleggiare il titolare di un altro account, beh, tutti contenti: pronti, anzi, a evidenziare le sue spiritosaggini, che davano apertamente voce a quel che ognuno di loro avrebbe volentieri espresso, ma che serbava, per convenzioni e ‘netiquette’, nel profondo del proprio cuore.
Ogni qual volta dovessero postare un autoscatto, la foto di un gattino malato, la dichiarazione d’amore al partner, per la prima decina di minuti tremavano nell’attesa della battutaccia sferzante del castigamatti senza volto. Poi, passati quelli, sapevano di poter tirare il fiato e godersi di tutto cuore le contumelie partite ai danni di un altro.
Talora comunque il crine che manteneva sospesa la minaccia di quella spada di Damocle virtuale, poteva anche spezzarsi all’impensata e farla abbattere sulla bacheca del poverino anche a parecchi giorni di distanza.
L’occasione del resto si presentava alquanto ghiotta: c’era questa povera tapina che aveva voluto far sapere a qualunque sconosciuto avesse accesso al suo profilo personale quanto segue: “Il mio ragazzo è scappato dopo aver saputo che sono incinta, non ho un lavoro fisso, mi stanno sfrattando, i miei non hanno le possibilità di aiutarmi, in più ho appena scoperto di avere il carburatore della Dacia scoppiato e non ho i soldi per farlo riparare. Beh, amici, vi voglio dire che, nonostante tutto questo, la vita è bellaaaa!” Seguiva illustrazione con unicorni e fatine festanti in un prato sovrastato dall’arcobaleno. Ma proprio mentre Franky stava per finire di rispondere: “Beata te, che non capisci un cazzoooo!”, il senso dell’udito si intromise tra la vista e il tatto (più che sufficienti a un’esistenza spesa on line).
“Ciccio, ricordati che hai ancora da prendermi il cartoccio di latte per la zuppetta della sera!” Era la mamma, semiparalitica, che gridava dal tinello.
A Franky vennero i sudori freddi. Il perfido sogghigno che rivolgeva allo schermo del pc gli si spense all’istante, sul largo volto butterato. Non gli piaceva andare in panetteria. Non gli piaceva fare la spesa. Più in generale, non gli piaceva uscire di casa.
Prima di tutto perché per uscire nel mondo è buona norma darsi una lavatina di tanto in tanto e questo lo sopportava male, ma soprattutto perché non gli piaceva lo sguardo di commiserazione mista a fastidio che gli riservava la panettiera, né quello che gli strillavano i ragazzini lungo il tragitto. Neanche gli piaceva come lo apostrofava il tabaccaio, perennemente appoggiato all’entrata del suo esercizio, estate e inverno: “Uehilà Pizza Margherita, ma quand’è che ti curi ‘sta cazzo di acne, ché fai schifo!”
Non gli piacevano poi i sonori scappellotti che si prendeva dal portalettere come dalla bidella delle scuole medie che aveva frequentato, quando ci passava davanti. Addirittura il parroco della chiesa del rione, quando lo incrociava, gli si appendeva alla patta dei pantaloni, e con la sua risata catarrosa lo scherzava: “Deh, guarda che se questo non lo usi mai, una volta o l’altra ti casca e ti rimbalza in culo!” E giù le risate dei chierichetti che accompagnavano il monsignore per la benedizione delle case. Lui, sempre zitto e a sguardo basso.
“Ciccio, datti una mossa, ché tra un po’ chiudonoooo!”, lo incalzava mamma dalla camera accanto.
“Ci vado, ci vado”, assicurò Franky, con aria rassegnata.
Infilò il giacchettone di pile con alci e gnomi sopra la t-shirt macchiettata e tutta un buco di Capitan America e partì con l’espressione del condannato che sia in procinto di raggiungere il patibolo.
Ma prima di lasciare la sua stanzetta, lanciò un ultimo sguardo allo schermo baluginante del computer. C’era un tizio di Biandrate che si lamentava che, per gli effetti della crisi, anche lui avrebbe dovuto chiudere la fabbrichetta entro breve, lasciando a casa una decina di famiglie.
“Bella questa!”, meditò tra sé Franky Panico. Gli tornò una punta di buonumore. Quel pensiero lo avrebbe accompagnato lungo tutto l’odioso percorso nel mondo reale, mentre avrebbe maturato, cammin facendo, il commento più sferzante e demotivante che gli venisse da rifilare a quel tale.

Fonte: Maintenant Mensile

http://maintenant1.wix.com/maintenantmensile

Sixto Rodriguez: A cold fact!


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Soon you know I’ll leave you
and I’ll never look behind
‘cos I was born for the purpose
that crucifies your mind.

Presto sai che ti lascerò
e non mi volterò mai più indietro
perché sono nato con lo scopo
che crocifigge la tua mente.

Mai parole furono più profetiche! Perché se si inizia ad ascoltare Sixto Rodriguez non si può far altro che essere crocifissi con chiodi, nella mente. Per chi come me non sapeva chi fosse l’autore di questa canzone, completamente sconosciuto fino a qualche anno fa, il 21 marzo scorso, Rai 5 ha trasmesso un film documentario “Searching for Sugar Man“, film che ha ottenuto riconoscimenti in tutto il mondo, tra cui l’Oscar 2013 come miglior documentario e il premio speciale della giuria e del pubblico al Sundance Film Festival. La pellicola, diretta e montata da Malik Bendjelloul, narra la sua storia: la storia di Sixto Rodriguez.

Ma chi è Sixto Rodriguez?

Fine anni sessanta Sixto Rodriguez (chiamato così perché sesto figlio) viene scoperto in un locale periferico di Detroit, “ The Sewer”, da due talent scout Dennis Coffey and Mike Theodore che vedono in lui molto, al punto da definirlo il “Bob Dylan ispanico” e così da portarlo all’attenzione di Clarence Avant, produttore della prestigiosa Motown Records. Dopo la meteora del singolo I’ll slip away, del 1967, che Sixto Rodriguez incide con il nome di Rod Riguez arrivano due album Cold Fact (1970) e Coming from Reality (1971). Belle canzoni, testi impegnati, arrangiamenti curati. Ma non succede nulla: poche copie vendute e via nel dimenticatoio. La casa discografica decide di non rinnovargli il contratto e, questo avviene esattamente, due settimane prima di Natale, come, ancora unavolta, da lui profetizzato nella canzone ‘Cause.

Sixto-Rodriguez-suona-al-The-SewerCause I lost my job two weeks before Christmas,
and I talked to Jesus at the Sewer,
And the Pope said
it was none of his God-damned business

Perché ho perso il lavoro due settimane prima di Natale
e ho parlato con Gesù al Sewer
E perchè il Papa ha detto
che non era compito suo

 

Rodriguez torna da dove è venuto, torna tra le nebbie del fiume che attraversa la città, al The Sewer, al fumo del locale prolungamento della coltre del fuori che nasconde e oblia. Torna tra i derelitti e i dimenticati, nella realtà che conosce bene, di chi inizia la vita con “passo storto”. La madre, una nativa americana, muore quando lui aveva tre anni e ha dovuto trascorrere diversi anni in orfanotrofio, incontrando il padre solo la domenica : “Ero uno dei più fortunati” dice dei suoi giorni trascorsi in quel luogo: “Avevo mio padre, molti bambini avevano perso entrambi i genitori
Non è un periodo facile, si mette a fare l’operaio demolitore e il muratore. E’ instancabile, cerca sempre il riscatto per sé e per gli altri: si candida persino a sindaco di Detroit. Si laurea in filosofia seguendo i corsi serali.

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Intanto, però, “Cold Fact” attraversa l’oceano, si pensa per mezzo di una ragazza americana che va a trovare il fidanzato in Sud Africa e porta con sé l’album di Rodriguez. In breve tempo diventa un album di culto, censurato dal regime razzista del National Party e anche per questo colonna sonora clandestina di giovani Afrikaners e di quanti lottavano per la libertà di espressione e la fine dell’apartheid. Per tutta risposta, il regime censura i dischi, li sequestra, li graffia per renderli inascoltabili. Ma il mito non viene arrestato. Rodriguez viene osannato in Sud Africa come uno dei grandi dell’Olimpo della musica, fino a diventare una leggenda, un mistero. Perché nessuno ha informazioni su di lui,  si inizia a parlare di una sua possibile scomparsa. “Rodriguez si è suicidato sparandosi un colpo alle tempie dopo l’ultimo concerto” dicono alcuni, altri “dandosi fuoco”. C’è, infine, chi dichiara che sia morto per overdose.
Ma nessuno, con certezza, sa o ha la possibilità di sapere qualcosa di preciso di lui. Esiste la sua musica, la sua voce e le circa 500.000 copie di dischi venduti: nient’altro.
A questo punto entrano in scena il giornalista Craig Bartholomew Strydom e il proprietario di un negozio di dischi, Stephen ‘Sugar’ Segerman che decidono di fare luce sulla vita di Sixto Rodriguez. L’unica traccia da loro trovata e utile per le ricerche, è un verso della canzone “Inner City Blues” che li conduce a Dearbon, nell’area metropolitana di Detroit.

Met a girl from Dearborn, early six o’clock this morn
A cold fact
Ho incontrato una ragazza di Dearborn, alle sei del mattino
una fredda realtà

Lì nessuno sa di quel tale Rodriguez, cantautore folk, che in Sudafrica è ormai più popolare di Elvis Presley, ma non si rassegnano. Stampano appelli sui contenitori del latte, Stephen crea un sito web, chiamato ‘The Great Rodriguez Hunt‘. E’ il 1997, nello stesso anno Brian Currin crea ‘Climb Up On My Music’, un sito omaggio alla vita e alle opere di Sixto Rodriguez. Pochi mesi dopo, ricevono l’e-mail di una donna che sostiene di essere Eva, una delle tre figlie di Rodrìguez. Li informa che Sixto è vivo e vegeto, ha appeso la chitarra al chiodo e lavora come manovale a Detroit. In preda all’euforia cercano un contatto con lui e una notte a casa di Craig arriva una telefonata, un uomo chiede del giornalista: è lui. E’ Rodriguez. E’ l’inizio della sua seconda vita.

In Sud Africa, vengono organizzati concerti che riuniscono migliaia di persone. Rodriguez, che mai aveva cantato su grandi palchi per così tanta gente, è meravigliato, sorpreso, incredulo e l’unica cosa che riesce a dire è : “Grazie per avermi tenuto in vita”. Mai si sarebbe aspettato che un giorno questo sarebbe capitato a lui.

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La storia di Sixto Rodriguez potrebbe concludersi qui, se non fosse che, un giovane regista svedese, Malik Bendjelloul, nel 2006 si mette in viaggio per il mondo in cerca di storie per un film. La migliore gli viene raccontata a Cape Town: è la storia di Sixto Rodriguez.
«È la più incredibile storia vera che abbia mai ascoltato» dice il regista Bendjelloul «ha tutti i contorni della fiaba. Un copione perfetto: l’elemento umano, la musica giusta, la rinascita a Hollywood dopo un ingiusto e ingiustificato ostracismo dal music business, la suspense della detective story».

Il giovane regista ha pochissimi soldi a disposizione, tuttavia in quattro settimane realizza buona parte delle riprese, poi, nei tre anni seguenti, gira le ultime interviste e monta il film da solo. Nasce così il documentario “Searching for Sugar man”.  Lo presenta al Sundance film festival, dove ottiene una interminabile standing ovation: il premio del pubblico, della giuria e l’attenzione dei grandi distributori. In seguito, il film colleziona una serie di nomination e riconoscimenti, fino alla consacrazione con l’Oscar.
Molto toccante è la scena del documentario, nella quale il produttore Steve Rowland mette sul piatto Cause (Perché), una delle tracce di Coming From Reality e con grande tristezza esclama: “Come è possibile che uno capace di scrivere canzoni tanto belle sia stato completamente ignorato?

3

Perchè
……
Perchè il mio cuore è diventato
un hotel corrotto pieno di voci
ma sono io che pago l’affitto
per questi che con il dito alla bocca chiedono silenzio
io che faccio 16 amicizie solide di mezz’ora, ogni sera

Perchè la tua regina di cuori
che per metà è di pietra
e a cui piace ridere da sola
minaccia sempre di lasciarti

Perché mi dicevano
che tutti dovevano pagare il dovuto
e io spiegai loro di aver strapagato
ma, moroso, andai al negozio aziendale
e l’impiegato lì mi disse
che erano stati da poco invasi
così mi imbarcai in una lacrima
e fuggii da sotto la soglia della porta
….

Oggi, Sixto Rodriguez ha settandue anni e trascorre il suo tempo in giro per il mondo. Tutti vogliono conoscere chi è riuscito a dare scacco al fato, ma lui sembra non curarsi del successo, lo dice Regan, la figlia minore, lo dice lui stesso con il disagio che prova di fronte alle telecamere, lo dice il suo continuare a vivere umilmente nella stessa casa di sempre senza tv o riscaldamento. Continua la sua vita modesta, senza dire il motivo per cui decise di arrendersi così presto, di mollare il sogno folk rock e rassegnarsi ad una vita di lavoro duro e anche durissimo. Ha un’unica risposta: “non si può sfuggire alla realtà”.
«Mio padre non faceva che ripeterci, non è una vergogna essere poveri, ma tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta ero convinto che ci sarebbe stata una rivoluzione, poi tutto è svanito

“And you can keep your symbols of success
Then I’ll pursue my own happiness
And you can keep your clocks and routines
Then I’ll go mend all my shattered dreams”

E vi potete tenere tutti i vostri simboli di successo
io andrò dietro la mia felicità
e vi potete tenere tutti i vostri orologi e le vostre routine
io riparerò tutti i miei sogni infranti

…dirà, nel suo singolo “I’ll slip away“. D’altronde, cosa può essere riparato di ciò che è stato infranto?
Nel 2012 è stato tra le star del prestigioso Newport Folk Festival. David Letterman l’ha invitato in una puntata del suo Late Show, la Sony Legacy, in concomitanza dell’uscita del film, pubblica la colonna sonora con le sue più belle canzoni.
A riascoltarne alcune canzoni, come A most disgusting song, con la voce che ricorda sia Ben Harper che Eddie Vedder, si capisce anche perché l’America non applaudì i suoi testi che condannavano la guerra in Vietnam, il massacro degli studenti che protestavano a Kent State, la miseria e la violenza dei ghetti.

«Rodriguez era il perfetto cantastorie», spiega Dennis Coffey: «Girava per strada, osservava, e cantava le cose che vedeva. Credo che questa fosse la ricetta che, anche a riascoltarlo oggi, lo rende così speciale».

I’ve played every kind of gig there is to play now
I’ve played faggot bars, hooker bars, motor cycle funerals
In opera houses, concert halls, halfway houses.
Well I found that in all these places that I’ve played
all the people I’ve played for are the same people
So if you’ll listen, maybe you’ll see someone you know in this song.
A most disgusting song.
Ho suonato ogni sorta di concerto, come sto facendo qui
Ho suonato nei bar dei froci, nei bar delle battone ai funerali dei motociclisti
In teatri, sale da concerto, centri di recupero
Beh ho scoperto che in tutti i luoghi dove ho suonato
le persone per le quali ho suonato, sono le stesse persone
Così se ascolti, forse incontrerai qualcuno che conosci in questa canzone.

Una delle canzoni più disgustose

La vicenda di Sixto Rodriguez deve far meditare tutti coloro che presi da facili entusiasmi e da regole di mercato uccidono la straordinarietà in nome della logica della normalità e a Sixto auguro di poter, in qualche modo e ancora per molto, continuare a portare avanti la sua missione, lui nato con lo scopo che crocifigge la  mente.

Un grazie grande quanto un sogno che si realizza al mio amico Gianpiero. Lui è riuscito a suscitare in me curiosità senza dirmi molto: guarda il documentario, ascolta le sue canzoni. Grazie Gianpiero, dal mio cuore.

 

UN POMERIGGIO CON RAY CAESAR di Silvia Rosa


Breve resoconto poetico-emotivo, senza pretese di esaustività né di precisione descrittiva e men che mai di analisi critica, di unpomeriggio trascorso visitando la personale di Ray Caesar “The Trouble with Angels” (Torino, Appartamento Patronale di Palazzo Saluzzo Paesana): in mostra venti opere di medie e grandi dimensioni, alcune provenienti da collezioni private, altre più recenti esposte per la prima volta.

silvia

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La pelle, geografia delicata di ogni delizia e di ogni male, la pelle così diafana attraversata da impercettibili vibrazioni di rosa sangue, pallida malata,potente fulcro di luce, il centro di ogni visione, scossa da fremiti di tonalità più scure e più chiare, ombre e improvvisi deserti di latte, mappa che non indica nessuna destinazione, cartina sgualcita in cui perdersi, la pelle offerta in pasto agli occhi.
E gli occhi si nutrono di tanto malessere vestito a festa, inguainato in abiti dalle fogge regali, fiocchetti e tulle, stoffe preziose che cedono, si aprono, diventano varco al biancore esposto delle cosce delle schiene delle braccia, lasciano sfuggire e si mischianoalle mostruosità che da sotto le gonne sgusciano fuori con movimenti languidi. Gli occhi sono due spilli che entrano dritti negli occhi di queste donne bambine dai tratti seducenti e feroci allo stesso modo, labbra di zucchero e denti aguzzi, un corpo di burro che spesso, come in un incubo, si svela all’improvviso in uno scarto, in un moto di ribellione alle prevedibili possibilità del reale, la fiaba che cresce nascosta in fondo a quei corpi e diventa orrore discreto e ossessione, il fantasma di una deformità che è vestita anch’essa a festa.
Le mani vorrebbero indagare quella carne promessa, che di angelico non ha che la morte cucita al centro, tra le ginocchia chiuse strette e il ventre appena accennato, le mani vorrebbero accarezzare ogni desiderio che ha la forma di volute di capelli raccolte in fiori sulle nuche di queste madonneinquietanti, le mani vorrebbero cacciare via le mosche dalla frutta, prendere una fettadella torta tagliata a metàal banchetto con la bestia, toccare le ali del bimbo che poggia lo sguardo alieno sul seno della madre, passare le dita sulla ceralacca delle lettere d’amore che spiovono contro il nero velluto, accogliere sul palmo l’uccellino a un passo di vento dalla trappola.
Le mani vorrebbero soprattuttoentrare dentro quel segreto di bambola, con furia e urgenza togliere gli abiti aprire frugare smarrirsi fare a pezzi la compostezza di quei corpi enigmatici e dei luoghi scrigno da cui si affacciano, invitanti, in attesa, con le bocche da mordere per far tacere quel silenzio così insistente chenon risparmia più nessuna paura alla conta dell’essere vivi, qui e ora, dall’altra parte dello specchio,di citazione in citazione fino a inciampare nell’appello conclusivo,l’essenza virtuale di ogni “se” che risuona forte in un pomeriggio qualsiasi, mentre il carillon di tutti i“per sempre” resta rotto a tempo indeterminato.

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http://www.arte.it/calendario-arte/torino/mostra-ray-caesar-the-trouble-with-angels-6478
http://www.palazzosaluzzopaesana.it/ita/thetroublewithangels.html

articolo a cura di Silvia Rosa

Andy Warhol tra le Vetrine del PAN


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«La Pop art è per tutti. Non credo che l’arte dovrebbe essere solo per pochi eletti, ma penso che al contrario dovrebbe essere per la massa del popolo americano, gente che di solito accetta comunque l’arte …»
Andy Warhol, 1967

IN BREVE
In Pennsylvania, il 6 agosto 1928, da due immigrati ruteni nasce Andrew Warhola Jr. un bambino con un prodigioso talento artistico. Dopo essersi laureato al Carnegie Istitute of Technology (oggi Carnegie Mellon University) di Pittsburg si trasferì a New York, che gli offrì subito la possibilità di affermarsi nel mondo pubblicitario, collaborando soprattutto con le riviste Vogue e Glamour.

Il suo talento artistico si sviluppò in molti campi visivi. Infatti oltre al suo operato come pittore, è noto come scultore e per aver ricoperto vari ruoli in ambito cinematografico.
Grazie al suo enorme talento pubblicitario riuscì a ritagliarsi un posto d’onore tra i personaggi influenti del XX secolo, oltre che come padre fondatore della Pop Art.

La Pop(ular) Art è una delle correnti più importanti del dopoguerra, ha come caratteristiche centrali un graffiante cinismo (Nuova oggettività) e una semplicità equilibrata (Neoplasticismo, Dadaismo, Suprematismo). I soggetti dell’Arte Popolare sono gli oggetti di consumo e i linguaggi della società in cui si vanno a collocare. L’artista pertanto respinge la propria interiorità, e deve invece raccogliere e tradurre gli stimoli esterni che sono scagliati verso l’uomo e gli elementi che lo circondano. Differisce quindi dal movimento Dadaista che ha una carica prettamente provocatoria e “anarchica”.
Il termine “popolare” si riferisce al fatto che questa è un tipo di arte per la massa, cioè prodotta in serie per adattarsi al maggior numero di persone.

«Tutti si rassomigliano e agiscono allo stesso modo, ogni giorno che passa di più. Penso che tutti dovrebbero essere macchine. Penso che tutti dovrebbero amarsi. La pop art è amare le cose. Amare le cose vuol dire essere come una macchina, perché si fa continuamente la stessa cosa. Io dipingo in questo modo perché voglio essere una macchina»
Andy Warhol su “Art News” nel novembre 1963.

Poco dopo aver realizzato “Last Supper” (ispirato all’Ultima Cena di Da Vinci), muore a New York il 22 febbraio 1987 in seguito ad un intervento chirurgico alla cistifellea.

PITTURA
L’opera pittorica consiste per lo più nella ripetizione di una stessa immagine su vasta scala. Questo serviva prevalentemente a svuotarla di significato. Spesso le immagini erano ripetute modificandone i colori che erano sempre forti e vivaci. Tra i suoi lavori più noti vi sono sicuramente i ritratti di Marilyn Monroe e Mao Tse-Tung. La produzione in serie era fatta mediante l’impianto serigrafico.

FILM
Anche in campo cinematografico Warhol si fa subito notare per la spiccata sperimentazione, questo grazie soprattutto alle tecniche che utilizzerà per riprendere e poi proiettare i suoi film. I suoi primi lavori devono essere considerati come dei quadri che si animano davanti agli occhi dello spettatore.
Tra questi c’è “Sleep” (1963) la durata del film è di 5 ore e 20 minuti e viene filmato John Giorno (suo intimo amico) mentre dorme. A questo film fanno seguito: “Eat” (1963) interamente in bianco e nero e senza colonna sonora, durante il film Robert Indiana è intento a mangiare un alimento non bene identificato, dura 45 minuti; “Blow Job” (1964) ritrae un uomo che subisce una fellatio da uno o più partner fuori campo, viene inquadrata solamente l’espressione del soggetto centrale e la pellicola viene rallentata durante la proiezione di un terzo; “Kiss” (1963) dura 50 minuti e si alternano varie coppie (sia etero che omosessuali) che si baciano per 3 minuti e 30 secondi ciascuno.
“Empire” (1964) consiste in un’unica ripresa con la tecnica “long take in extremis”, ovvero con la telecamera fissa sull’Empire State Building di New York per 6 ore e 36 minuti, il film è riprodotto a rallentatore arrivando così a durare 8 ore e 5 minuti.

A NAPOLI
Warhol fu un artista molto attivo in Italia, sin dal 1965 quando il gallerista Gian Enzo Sperone lo volle nella propria galleria torinese.
Sebbene fu fortemente voluto a Napoli da Mario Franco per eseguire un film d’Avanguardia, il legame artistico tra la Neapolis e l’artista non si realizzò prima del 1976 quando venne invitato dal gallerista Lucio Amelio per eseguire dei lavori su commissione. La galleria era situata in Piazza dei Martiri. Warhol si fermò per tre giorni ed eseguì anche dei ritratti che ritraevano il gallerista stesso.

«Amo Napoli perché mi ricorda New York, specialmente per i tanti travestiti e per i rifiuti per strada. Come New York è una città che cade a pezzi, e nonostante tutto la gente è felice come quella di New York.»
Citato in Napoli Nobilissima: Volume 19, Arte Tipografica, 1980

Un anno dopo Lucio Amelio volle commissionare a Warhol la serie “Hammer and Sickle”, che non venne mai ultimata a causa dell’elevato costo. Durante il suo soggiorno, nello stesso anno, si cimentò nel cortometraggio “Maker”, dove viene ripreso un palazzo durante tutte le ore del giorno, studiando i cambiamenti apportati dallo scorrere del tempo.
Nel 1980 creò la nota opera “Fate Presto”, che è un riadattamento della prima pagina del Mattino che annunciava il terremoto d’Irpinia (23 Novembre 1980). Warhol rimase terribilmente impressionato dall’evento, e qualche anno più tardi creò una nota serie di quadri ispirata al Vulcano partenopeo.
Nel 1985 Warhol presentò “Vesuvius” ad un concerto organizzato dal gallerista per la soprintendenza dei Beni Archivistici e Storici di Napoli. Non è da sottovalutare la scelta del Vesuvio come icona di Napoli, infatti come si è già detto Warhol – avendo delle spiccate capacità pubblicitarie – aveva un’enorme e impressionante dote nell’identificare le icone chiave di una società e di una cultura.

LA MOSTRA AL PAN
Dal 18 Aprile 2014 fino al 20 Luglio al Palazzo delle Arti di Napoli, verrà tenuta la mostra “Andy Warhol: Vetrine”, a cura di Achille Bonito Oliva, critico italiano noto per essere il fondatore del movimento di Transavanguardia e per aver ricollocato il ruolo del Critico d’Arte trasformandolo in un ricercatore d’artisti.
La mostra è stata organizzata da Spirale delle idee, con il patrocinio del Forum Universale delle Culture e in collaborazione con il Comune di Napoli.
Il titolo della mostra è dovuto alla esposizione nella sede del PAN di un gruppo di lavori su carta tratti dalla serie “Golden Shoes”, questo è un omaggio alla prima attività dell’Artista e fa riferimento al periodo in cui lavorava come grafico pubblicitario e vetrinista per i negozi di Madison Avenue.
Sono raccolte 180 opere che si sviluppano soprattutto nel rapporto che legava l’artista a Napoli. Verranno esposti i numerosi ritratti dedicati ai personaggi noti della città e le vedute del territorio intitolate “Napoliroid”. Verranno inoltre mostrate la storica serie “Marilyn” (1967) e la successiva “Marilyn this is not by me” (1985).
Saranno proiettati due video inediti degli anni ’80 filmati da Warhol: il primo prodotto con Mario Franco è “Andy Warhol eats”; l’altro è girato con Peter Wise durante un viaggio da New York a Cape Cod.

(Officine d’Autore) – Intervista ad Alessandro Gabriele


Oggi vi porto a conoscere un autore, che già avete avuto il piacere di leggere in queste pagine, Alessandro Gabriele.
E’ uscito da poco il suo libro “Geografie Fuori Luogo” edito dalla Smasher.

Dalla quarta di copertina del libro:

“Cosa fare a La Paz, a Genova, a Baghdad quando sei perso; un cofanetto di esorcismi per fantasmi d’amore; come resistere a un’invasione che si annuncia via radio e altre storie di viaggio quotidiano. Sedici paesaggi geografici e interiori si snodano in queste pagine…Noi o altro da noi che ci riguarda, la pelle, le parole, i luoghi, gli incontri, ogni cosa si rende necessaria nel grande itinerario terrestre. Geografie è anche una piccola guida di viaggio per cercatori di destino.”

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“C’è il tuo silenzio all’inizio di questa storia, il tuo silenzio e il mio, pieno di parole strette tra i denti, che non mi lasci dire. C’è la tua mano che mi preme sulle labbra e l’altra che mi afferra stretta alla vita, mentre i capelli mi si sciolgono e io per un attimo eterno perdo il filo del tempo, e il sole fa uno scatto improvviso verso l’orizzonte, rendendo pericolosamente rosse le pietre di questa città.”(5 – Ramallah)

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Ciao Alessandro, presentati e parlaci di te.

E’ un po’ imbarazzante. Sono del 62, un Sagittario appassionato di culture e di Jung, scrivo, “giro e vedo (poca) gente”(cit.), appena posso prendo un aereo o una macchina o tutt’e due e me ne vado il più lontano possibile, quanto consentono le finanze del momento. Sto cercando di tirare giù i frutti alternativi della mezza età e mi perdo volentieri nel mondo di dentro, dove ci sono tesori di robe interessanti, comprese molte risposte ai quesiti collettivi del mondo. Avrei amato fare una di quelle professioni canoniche che ti prendono a diciottanni e ti scaricano alla pensione naturalmente, senza deviazioni. Invece il mio curriculum somiglia un po’ alla Salerno-Reggio, la nostra africa stradale, un patchwork di esperienze ai limiti del fallimento produttivo che avrà fatto sorridere o giocare a paper-basket diversi selezionatori, chissà. Gran parte dei miei lavori sono stati impiegatizi, impegni che ho dato in “prestito” per inseguire mete faticose, personali e collettive, che non mi riguardavano esattamente. Fondamentalmente, ho “imparato a scrivere” nei miei anni alla cayenna informatica, tra una riunione di consulenti incravattati e uno di quegli arzigogoli logici della programmazione o della sistemistica che spezzano le cervella, in mezz’ore furiose di travasi animistici, di nascosto a colleghi e capi-ufficio, con l’incombenza del rientro cristologico del pendolare romano, al maledetto capo opposto della città.

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“L’attitudine di farsi scivolare addosso ogni porcheria, la massa delle incombenze che ci ipnotizzano, la crosta di ultracorpo intangibile in cui imbozzoliamo la pena e la seccatura residua, quell’inerzia di schiavo che ci rimane dopo la centrifuga, nel potere assoluto di una faccia globale che governa tutto, una faccia che non si sa bene, se non che è piena di rughe che hanno l’andamento e la distribuzione dei grafici finanziari.”(14 – Roma Termini)

Estraggo dal tuo blog: “Si scrive per ridurre le distanze, per disegnare una prospettiva, tra l’intima lontananza di sé e l’orizzonte fisico che attende i tuoi passi. “ Qual è la tua prospettiva e come nasce il tuo blog?

Idealmente, mi piace rappresentare il percorso della vita come una tensione dinamica perlopiù irrisolta, una specie di lungo trekking che si muove tra l’universo interiore e quello del mondo visibile, sociale, incorporando azioni, sogni, deviazioni, relazioni, scavando il significato con attrezzi inclusivi. Avere una coscienza delle cose che ci riguardano, pubbliche e private, che sono infinite, a volte contraddittorie e spiacevoli, è un po’ il compito di ognuno al mondo, la radice dell’umanità se vogliamo, e anche della salute mentale. La scrittura può essere un mezzo di ricerca e una sintesi fenomenale di questo processo, penso a una scrittura che diventi febbre, metodo, ma anche svelamento e confronto, movimento verso il collettivo. Scrivere di domenica o scrivere per riempire i cassetti o i circuiti mediali degli amici o gli scaffali delle accademie non è un’attività tanto auspicabile, secondo me.
Non so bene da dove venga fuori il mio blog, so che nasce in ritardo, l’anno scorso, dopo che per anni avevo cordialmente detestato il suo formato mediale personalizzato. Per diversi motivi avevo smesso di scrivere, tre anni in cui m’ero avvicinato ai mondi della pubblicazione editoriale ma niente di quello che m’era stato proposto mi soddisfaceva in pieno, è stata un po’ la vecchia storia del gioco e della candela, fino a piantarla lì. Poi qualcosa è maturato, forse anche una piccola ribellione sensata contro il concetto di finalizzazione produttiva, ho affidato al blog il bagaglio dei miei desideri di fuga e ho aspettato che il mezzo mi desse una mano a chiarire e formulare nuovi obiettivi, non solo nel campo della scrittura.
Ho ricominciato naturalmente a scrivere senza pormi obiettivi, focalizzandomi su uno dei miei piaceri preferiti, quello di spostarsi, viaggiare, esplorare ambienti diversi, una cosa limpida e pura su cui sono tornato retrospettivamente, scrivendo le mie esperienze in forma di reportage, all’inizio, per ritrovarmi in breve nell’ambito del racconto di invenzione. E’ un po’ successo che dalla narrazione dei miei ricordi s’è rifatta strada la fiction, fa un po’ ridere ma mi sono in parte “riscritto” e completato, inoltre ho preso vecchi racconti e li ho ri-editati o re-interpretati, tutto questo lavorio è finito nel laboratorio del blog, poi è stato filtrato e messo in posa per Geografie Fuori Luogo, la mia prima antologia di racconti.

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“E cosa ci diremo, ancora, in breve. Cosa sembreremo, in una lettera fuori dal tempo, possibilmente, ritrovata dietro una libreria, una di quelle piccole vergogne che capitano agli amati come noi. Che mentre finivi la doccia l’attesa non passava mai. Allora mi sono alzato dal letto, sono sceso nella hall e ho parlato il mio inglese fascinoso col boy della reception. Gli ho chiesto se per caso servisse una pistola, nel caso a uno venisse voglia di fare due passi fuori. Lui ha riso come Jim Carrey, con una bocca spropositata. Non ha capito che non stavo scherzando.”(8 – Near Manhattan)

Geografie Fuori Luogo, come mai questo titolo? E come hai scelto i racconti che ne sono contenuti?

Il titolo è arrivato prima dell’idea dell’antologia, è stata una di quelle intuizioni da asporto che capitano sotto la doccia, fischiettando, una mattina; mi sembrava elastico, suonava bene, comunque. Poi ci ho meditato un po’, sentirsi fuori posto in qualche momento-luogo è una delle esperienze comuni alla coscienza di tutti, di mio ci metto un’attitudine particolare a sdoppiarmi, ad evadere dall’obbligo dell’esserci pienamente, una geografia e un tema fondante per me, una cosa che m’ha creato diversi problemi in passato, finchè per amore o per forza il demone non s’è un po’ placato e s’è messo a scrivere e ad andarsene in giro per il mondo anche in solitaria, bontà sua. E dunque viaggiando fuori dall’occidente e dai binari del turismo di massa, quanto possibile, si incontrano circostanze e persone e culture per cui appariamo noi quelli dissonanti, fuori norma, ci si raschia sempre un po’, in definitiva; ma anche quando abitiamo luoghi familiari ci sono le incognite, le domande fondamentali, i destini e l’amore che ci sfuggono, cose che occupano luoghi precisi del corpo emotivo che ci contiene, messi per lo più su percorsi di cui ci sfugge una localizzazione compiuta. Ciò che tiene vivi è una dissonanza, in effetti.

“Siamo sempre quel buio cui è destinato un controluce improvviso,
non abbiamo altre bussole al collo.”(7 – Celestun)

La scelta dei racconti è avvenuta sulle coordinate della extra-territorialità geografica o emotiva, posti interessanti o particolarmente densi dove sono passato, compresa la metropolitana di Roma dove l’ambiente ti fa sentire facilmente il Blade Runner degli sfigati. C’è poi un racconto di fantascienza, mia antica passione adolescenziale, sono arrivato a possedere qualche centinaio di Urania, al tempo. In subordine, il criterio è stato selezionare scritture con registri anche un po’ differenti tra loro, ma comunque di un livello che ho ritenuto essere sufficientemente congruo e maturo.

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Ciò che scrivi nel libro, ci mette davanti ad un modo di vivere diverso, quanto di questi luoghi è rimasto in te?

Molto, naturalmente; è anche vero che, da altro punto di vista, luoghi sconosciuti illuminano parti di te al limite del percepibile, e quando questo succede quei luoghi te li prendi e li tieni stretti. Un buon esempio può essere il reportage di viaggio che apre l’antologia, non a caso, l’esperienza del passaggio in un non-luogo perfetto, la Guinea Bissau e le isole Bijagos, che ho raggiunto faticosamente tra le secche organizzative e lo sfacelo sociale di quella che è la quart’ultima economia del mondo. E’ stato un viaggio molto intenso in cui mi son trovato a domandarmi seriamente che senso avesse spezzarsi la schiena e annoiarsi giornate intere su taxi collettivi e camion lentissimi che sembrano non arrivare mai. Ho concluso provvisoriamente che avessi bisogno di mettermi alla prova, di confrontarmi col limite esistenziale, per ordini di motivi che ancora non afferro pienamente. In ogni caso, mediamente, gli africani sopravvivono alla scarsità e all’eterna attesa che passi un veicolo buono con una compostezza e una dignità che sbalordiscono; anche solo questa percezione è qualcosa di buono da portarsi a casa, così come fermarsi mezza giornata a osservare come i meccanici locali intervengono sulle vecchie Peugeot 504 crollate in assenza totale di pezzi di ricambio: veri scultori della giunzione a fuoco, dell’incredibile ferraglia arrugginita da riciclo con cui compiono miracoli. E noi ce la meniamo col marketing dei prodottini mentali del Downshifting.

“Così adesso, come uno sputo in partenza dal labbro schifato del deserto libico. Solleviamo le nostre ossa rosicchiate di visioni, il kif ci ha pascolato zonzo dentro sogni diversi resi lucidi e crudeli dalla fame. Adesso è il momento di dirci: barca stronzo pidocchio presto!”(16 – Nero a Settentrione)

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Fuggiresti in uno di questi luoghi? Se si quale? E a fare cosa?

Oh si, questo è un sogno che mi insegue da che ho memoria, una fisima nata da bambino, suggeritami dalla frequentazione degli eroi di Emilio Salgari e dalle carte geografiche didattiche degli anni 60, quelle con il rilievo delle figure degli animali e dei selvaggi locali, cose che mi facevano sgranare gli occhi a lungo, vere piccole ipnosi precoci. In realtà sono già fuggito in tutti questi luoghi e in molti altri ordinari non-luoghi, molto vicino casa. C’è un appartamento a Roma, al Prenestino, un sesto o settimo piano fatto di intonaci anneriti e scrostati, con un grande balcone assurdo al livello della truce rampa di tangenziale che gli passa sotto il naso, dove andrei a dormire volentieri un paio di notti alla settimana.
Proseguendo, non mi piace nemmeno troppo l’idea di spiantarmi completamente in qualche isola felice, penso concretamente a uno o più luoghi dove mettere piede seriamente, per periodi di tempo che consentano di mischiarsi con la vita e la cultura locale, col biglietto per l’Italia in tasca un paio di volte l’anno. Due sono le regioni terrestri che ho candidato al progetto, Centramerica e India. Credo anche che, pacificato e liberato se stesso, ognuno abbia l’opportunità di scoprire attività di “lavoro” naturali, ecologiche e produttive a completamento del piacere di vivere ed esserci, semplicemente.

Cosa pensi dell’Italia oggi? Del suo futuro?

Non lo so, ritengo che in merito abbia già detto tutto il politico più fine e incisivo che abbiamo avuto negli ultimi cinquant’anni, uno che si chiama Corrado Guzzanti.

“Dovrò trovare il coraggio di smettere di accarezzarla, ora, come se fosse questo l’ultimo dei giorni e io, solo una lontanissima frazione di me che testimonia in silenzio. E andarmene stanotte stessa, forse, prima ancora che le torni tutta intera questa vita sorprendente, un po’ malinconica, che teniamo nascosta negli occhi.”(9 – Jaisalmer)

Ringrazio Alessandro per questo viaggio attraverso il suo libro, attraverso il suo punto di vista.

Libro acquistabile tramite l’autore e/o la casa editrice: http://www.edizionismasher.it/alessandrogabriele.html

Poeti (ri)trovati – Parveen Shakir: tra amore e libertà di Angelica D’Alessandri


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Parveen Shakir fu una delle poetesse più rinomate del Pakistan. Il suo contributo si interruppe troppo presto, a causa di un incidente stradale che le costò la vita.
La sua poesia resta viva, e come una musica risuona, melodiosa, in tutti coloro che hanno letto o ascoltato i suoi versi.
Messaggi d’amore e libertà vibrano nella sua poetica.

“Yes, I’m happy to remain a butterfly:
Though life’s needs conspire against me
At least my wings are still intact“

La potenza espressiva di questi versi è notevole.
Essere libera è difficile; libera dalle responsabilità, dai sentimenti che creano inevitabili legami.
Con i suoi versi cerca di liberare se stessa, ma non solo. Ha una forza interiore che trasmette con semplicità e, attraverso di essa, è come se riscattare un po’ noi stessi.
Vuole trasmettere, attraverso un soliloquio interiore, la capacità di guardarsi all’interno. Guarda dentro le nostre paure e spinge a riflettere.
Con poche scene ha descritto un mondo, un’intera società, che spesso si ha paura di guardare negli occhi.

“How long did we sit in talk
under the flowering Jacaranda tree?
I don’t know. I only know,
the Moon crept out from behind the tree
and placed his fingers across our eyes.”

La poesia è musica e, proprio come delle note, le parole e i simbolismi rimangono impresse nella mente; diventano esperienze vissute, sentimenti provati da una persona che in realtà, grazie alla sua arte, vivrà in eterno.
I suoi versi sono collegati da una sensazione di purezza che trasmette al lettore un effetto veritiero; raggiunge l’essenza della poesia e, con il minimo sforzo, rende tutti partecipi della sua identità.

“I have already kindled the candle of my eternal love.
That light has decorated my solutude.”

L’amore, la natura e l’identità, come leggere farfalle si fanno strada nella mente del lettore. Descrivono scene di vita quotidiana e riflettono, attraverso la poesia, sensazioni tenute nascoste, piaceri proibiti, di cui spesso gli altri non si accorgono.
Schiudere l’anima, come le ali di una farfalla. E’ questo che caratterizza Parveen Shakir, la libertà, l’amore, espresse in pura essenza; la sua poesia: come un battito d’ali.

ALCUNI SUOI TESTI TRADOTTI DA ANGELICA D’ALESSANDRI:

Un consiglio

Se
in una conversazione
ci sono intervalli silenziosi,
le parole diventano silenti;
mio eloquente amico,
presta attenzione
a quel silenzio.

*

Felice di essere una farfalla

Allo scoccare degli anni vissuti…
Ha qualcuno bussato alle mie mute finestre,
o ero intimorita in un sogno?

Può questa casa contenere l’amore?
Le pietre sulle fondamenta sono talmente spaventose
da far tremare i vetri.
Forse il timore giace dentro di me
più di chiunque altro là fuori.
Il timore dei suoi begli sguardi,
la devozione che nutrivo per la sua mente,
la paura di una danza di abbandono selvaggio
sotto i suoi occhi che mi cercano…
Mere coperture.

Non voglio dire: “Ecco, è lui.”
Perché perdere quello che in tutti questi anni ho
guadagnato:
la mia libera vita, la mia libertà di pensiero?
So che se capiterò sotto le sue mani
Mi tramuterà in una persona qualsiasi.
Confinata nelle mura dei suoi desideri,
dimenticherei tutto ciò che ho imparato
le gioie della luce, del vento e dei profumi.
Sì, sono felice di essere una farfalla:
anche se la vita sembra cospirare contro di me
almeno le mie ali rimangono intatte.

*

Poesia

Quanto tempo siamo rimasti seduti a parlare
Sotto l’albero di Jacaranda in fiore?
Non lo so. So solo,
che la luna è sorta dall’albero
e ha posato le sue dita tra i nostri occhi.

*

A un’amica

Ascolta, ragazza, questi momenti sono come le nuvole:
li lasci passare e se ne vanno via.
Inzùppati col loro tocco umido. Imprégnati.

Non sprecare neanche una goccia.
Ascolta, i temporali non ricordano
le vie,
e il Sole non può leggere indicazioni.

*

Fortuna sotto la pioggia

Il destino ci ha dato un’ultima occasione?
La pioggia ci ha fatti incontrare.
Ha visto quant’ero sfuggente,
e in quel momento mi ha sorriso.
Adesso ho capito: chi è stato a farmi piangere?

Se vuole può cambiare idea.
Ma io avevo già acceso la candela del mio
eterno amore.
Quella luce ha decorato la mia solitudine.

Il corpo sa tutto – Intervista alla fotografa Andrea Laroux


“Il corpo umano non è che una tenaglia posta sopra un mantice e una casseruola, il tutto fissato su due trampoli”

Samuel Butler

 

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Corpi, nient’altro che involucri di ciò che realmente siamo, mostrati in un impeto forse di rabbia o, forse, di tenerezza. Comunque sbattuti in faccia, come la peggiore delle verità.

Custodi inconsapevoli delle nostre ansie, infine, dei nostri destini.
Eleganti, flessuosi e senza vergogna a dimostrare che oltre c’è altro e mentre l’umano sentire si concentra su un ideale futile di bellezza, la realtà è fatta di corpi\anime che gridano la loro esistenza e che senza vergogna chiedono, nella loro quieta santità, non pietà, non compassione.
Mi sono imbattuto per caso in questi scatti della fotografa Andrea Laroux, la loro forza, il loro voler rompere gli schemi, l’espressionismo dei corpi mi ha stregato.
Difficile davanti ad un lavoro del genere mantenere un’imparzialità che alla lunga risulterebbe quantomeno ingenua.
E’ un lavoro che fa riflettere, porta alla luce angosce, ansie, fa sorgere dei dubbi che è poi ciò che l’arte tutta dovrebbe fare.

 

Lasciamo però all’autrice il compito di spiegare meglio il progetto:

“Il corpo sa tutto è il titolo che hai dato al tuo progetto, Andrea, ci racconti da dove nasce e qual è il suo scopo?”

Il titolo si rifà ad un libro di Banana Yoshimoto, scrittrice che amo,in grado di parlare di tematiche impegnative in maniera impalpabile e delicata.
Credo molto in questo modo di fare arte, che siano libri, poesie, fotografie o film.Personalmente mi piace lasciare spazio agli altri, non rinchiudere gli spettatori in vincoli, ma dare loro solo una traccia da cui poi tirare fuori qualcosa di diverso e personale. Lo scopo dell’arte è quello della catarsi; liberarsi, poter godere di emozioni forti,viaggiare con la mente. Se creiamo dei contorni troppo definiti, magari si, offriamo un buon prodotto, ma permettiamo poca espressione a chi ne fruisce.
Non è solo l’artista a doversi esprimere, ma anche il pubblico. Il progetto, un po’ come tutti i precedenti, nasce da un’immagine mentale.
Amo molto Botero, la morbidezza delle forme ed i colori.. Ho provato, con i miei mezzi, prendendo spunto da questo tipo di pittura a creare un progetto sul corpo.
Non è un progetto con ideologie femministe, né sullo sfruttamento del corpo della donna,anzi, ho ritratto un corpo di donna perché mi piaceva molto la modella.

E’ un progetto sull’uomo, mammifero ed essere sociale; tematica immensa e,a mio avviso, come ogni tematica complessa, difficilissima da analizzare nel profondo.
Le foto ci parlano di come il corpo si esprime, anche quando non vorrebbe dire nulla.Questa la tematica del progetto; ognuno poi interpreta a modo suo.

 

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Cosa rappresenta, per te, il corpo?

Il corpo, è per me unico mezzo di espressione. Che sia umano o animale.
Il corpo è vita, morte, gioia e sofferenza, Insomma è tutto.

 

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Si legge fra le righe una certa rabbia, un certo impegno che non fatico a definire “civile”, puoi spiegarci cosa hai provato durante le sessioni fotografiche?

 La tua domanda, conferma ciò che ho scritto in risposta prima.

Tu ci vedi rabbia tra le righe, a te le mie immagini hanno trasmesso questa emozione.Ha funzionato allora. Se avessi immortalo momenti più specifici, come ad esempio un pianto, quasi certamente ci avresti visto tristezza.

Cerco sempre, anche nei progetti più concreti,come questo, di creare, per quanto possibile, immagini oniriche, insomma, cerco un po’ di mettervi le ali e di farvi volare dove volete.

 

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