Appunti su “Le beatitudini della malattia” di Roberta Dapunt – Giulio Einaudi Editore 2013


coverdapunt

E ricordati io ci sarò. Ci sarò su nell’aria.
Allora ogni tanto se mi vuoi parlare, mettiti da una parte,
chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla.
Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio.

Tiziano Terzani

Parlare di poesia con i paroloni, non è cosa mia, affronto le sillogi poetiche con l’animo di chi deve imparare cioè come un bambino sempre alla ricerca del nuovo e di ciò che non conosco.
Ha colpito questo librino, ha colpito per quello che esso contiene, un dolore che traspare pagina dopo pagina, un percorso che segue e procede come un rituale che si ripete che prende fra le mani un dolore, la malattia che ti rende una voce senza risposte e ti porta dentro ad un percorso che non conosciamo.
I testi si legano, pare un parlare ampiamente verso tutti, quel tutti che si ritrovano a provare lo stesso dolore, lo stesso chiedere, la stessa voce inascoltata.
Si comincia e si finisce, con due testi, quasi come una piccola pagina di diario, un ricordo di vita assieme, di bisogni e impronte.
Il dopo sono testi che ti portano dentro a questo buco nero che è l’Alzheimer, dove la memoria si svuota di giorno in giorno e Roberta scrive:

“… Difendimi dal non essere,
meglio la morte. Meglio la morte.”

Pervade un forte silenzio anche e soprattutto nei gesti colmi di polvere che non si vuole togliere.

Nelle mani a volte il tuo corpo,
corolla appassita tra le guance e l’estremo delle dita.
Mai più l’adolescente primavera,
sussurriamo: mai fu tanto abbracciata la vita.
Eppure non invecchia la solitudine
e di nuovo la neve.

(pag.8)

La malinconia di qualcosa d’impossibile da fermare, evidente, dove solo a volte gli occhi dicono, perché la parola si consegna a quelle distanze che arrivano.

Ho compreso, colmato di carezze il silenzio,
ho trasportato il suo acume dalla tua carità alle mie
orecchie,
per non ricusare, oppormi alla tua quiete.
Mi hai portata nella tua mancanza di suono,
nel non dire, tra le pause della tua voce
e mi hai accompagnata fino all’assenza totale dei rumori.
Ho capito l’astensione del parlare,
la muta esistenza del corpo.
Mi hai dato in mano il suo accordo all’abbandono
delle richieste, dei tuoi desideri.
Mi hai consegnato tutto nella tua privazione
e senza rimpianto e senza nostalgia da un giorno all’altro
non hai più detto, non hai proferito, non risposto, non
hai capito.
E da lì, dal tuo tempo distante, coerente luogo il tuo,
non hai cambiato silenzio, non lo hai più tradito.

(pag. 27)

Il mondo fuori continua la sua strada, lo stesso, anche se “qui niente accade”.
E il parlarsi è fatto di non voce, scoprendo che è nel poco che si possiede il tanto.

Mentre io e te, qui incollate alla luce del giorno,
dopo giorno. Ad aspettare un cambio di vento
tra i capelli raccolti, entrambe.
So che tu stai pensando al cielo, sta lì
dentro al tuo abbandono di sguardo. Guardi lì,
dove niente è mai accaduto, non ciò in cui credi.
Poco importa, nulla anzi. Saresti grata comunque.

(pag. 41)

Che mi sia consentito dire: le beatitudini della malattia,
poiché nella mente hai raggiunto la condizione perfetta
dei ricordi che non hanno più occhi e non si guardano
indietro.
Davanti a me ci sei tu, il tavolo di sempre e la sedia.
E il giorno che guardi fuori della finestra.
E’ configurazione proporzionata la vostra,
di una distanza ormai sicura.

(pag. 45)

Il libro percorre lo spazio di vita e di memoria, con l’amore di figlia.
E’ prezioso, ne ammetto il suo valore.
E’ immensamente a me caro.
Consigliato.

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