Fame: riflessioni e dintorni su Knut Hamsun


« A quel tempo ero affamato e andavo in giro per Christiania, quella strana città che nessuno lascia senza portarne i segni… »

Hamsun Knut_foto cover by Ksenja LaginjaUn libro color petrolio, edito da Adelphi, in copertina l’opera di Lyonel Feininger: un uomo solitario attraversa un ponte, dietro di lui una città in lontananza; un’indicazione prima di iniziare a sfogliar le pagine dello spartiacque che – a tempi alterni – siamo portarti a varcare, a prendere per mano. E lì, su quel ponte, inizia la storia del giovane scrittore protagonista dell’opera di Hamsun, nella stagione dove tutto scolora e trapassa, sulle pareti di una soffitta i cui muri sono lettere/letture spiegate nella campagna silenziosa, punto privilegiato d’osservazione.

Hamsun ci racconta la storia di una città, Christiania (conservò questo nome dal 1624 al 1878, per acquisire successivamente il nome odierno: Oslo) tra le pagine di un libro che già dal titolo si pone come indicatore; ma non fatevi fuorviare, la fame non è solo quella legata alla biologia. La fame, da puro riferimento fisico, innalza su di noi straordinari vessilli per condurci in territori nuovi – altri – che appartengono al puro senso d’esistenza. In un tempo dove l’essere Artisti, ieri come oggi, non garantisce sussistenza ma – al contrario – rincorse contro il tempo mai magnanimo, in cui la vita ruota su di noi in quel continuo ferirci che stordisce anche i più forti. Pochi gli eletti che assurgono a tale condizione, pochi i dichiaranti. Quasi fosse una vergogna vivere facendo qualcosa che non combacia perfettamente oppure costeggia l’inclinazione verso cui siamo votati. Ma nella creazione non v’è vergogna, non deve esserci. Noi siamo ciò che siamo e questa bellezza – qualunque essa sia, da qualsiasi posto provenga – non passa inosservata. E se la scrittura o l’arte vi possiede non fatene un vanto, prendetela per ciò che è – bellezza mista al tormento. Binomio spesso inevitabile. Non sarete superiori, ma semplicemente creature. Come il nostro eroe, quello che scorre per Christiania senza cappotto o panciotto, con le scarpe bucate e la fame nel cuore, felice di aver venduto l’articolo che lo porterà a vivere qualche giorno di sereno calore a cavallo tra la pazzia e il delirio lucido di un uomo che speranza più non ha, e che attanagliato dalla fame sarà pronto a risorgere il giorno dopo. L’uomo innamorato vicino al fienile. L’uomo che rincorre un sogno. Lo vedete anche voi?

Oh sì, il nostro eroe – e da questo punto lo chiamerò così, che un po’ di lui a mio avviso c’è in ognuno di noi. Chi di voi non ha patito la Fame in ogni sua forma?

Hamsun Knut_foto by Ksenja Laginja

Spiegare un’opera in poche parole è compito assai delicato, e in ordine sparso di idee vi racconterò, seppur brevemente, come tutto iniziò.
Lessi questo libro mentre tutto scivolava via – e con questo intendo tutto il microcosmo che chiamiamo vita – schiantandosi sulle spalle come se il peso di un’enorme creatura nero vestita non mollasse la presa. La fame mi attanagliava allo stesso modo di cui Hamsun rivestiva quelle pagine di parole e volti in fiamme, di disperazione straziante e gioia proverbiale. Presa dalla febbrile lettura, una pagina dopo l’altra, imboccai queste parole:

« E intorno a me covava sempre la stessa oscurità, quella stessa eternità nera e imperscrutabile, contro la quale si inalberavano i miei pensieri incapaci di afferrarla. Con che cosa potevo paragonarla? Feci sforzi disperati per trovare una parola abbastanza grande per definire quel buio, una parola così crudelmente nera da annerire la mia bocca quando l’avessi pronunciata. »

(da “Fame”, pp. 71, traduzione di Ervino Pocar, Adelphi Edizioni, 2002)

Uno strepitoso universo di fuochi artificiali, e la fame, quella dannata spina nel fianco in grado di togliere il respiro, e lui – il nostro eroe – così vicino, eppure così lontano. Un istante in cui il tempo può annullarsi, per tornare lì – in quelle strade – a cercare insieme a lui una parola così crudelmente nera da stravolgere ogni singolo mondo, novella flaneur come il nostro errabondo scrittore, in folle ricerca. Rileggendo questa frase mi è tornata alla mente una citazione di Jack Kerouac che in poche e semplici parole descrive questo universo:

Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh!

(Jack Kerouac, “On the road”)

Fame (in norvegese: Sult) venne pubblicato nel lontano 1890 e oggi al solo nominar codesto tempo tutto appare così diverso e incerto. Ma in realtà nulla è cambiato. Giovani poeti e artisti si sono affacciati sulla vita, alle miserie e alle sue bellezze, in cui l’unica cosa davvero mutata – tranne l’uomo e la natura – sono i costumi. Da allora questo libro ne ha fatta di strada e non c’è antichità nel suo linguaggio ma fresca effervescenza, indicatrice di una scrittura che scorre con la potenza della parola che si fa richiamo e canto disperato e allo stesso tempo tragicomica disavventura. E poi lei, Ylajali, di cui non racconterò nulla, per ora. Una piccola sorpresa per voi.

A Christiania, nella notte pungente affilata su un ponte, c’è un uomo teso, solitario, amabile. È lui –

Il nostro eroe – al culmine della disperazione – guarderà con occhi diversi la città che fino ad allora lo aveva cresciuto e tenuto a bada in quella fame sempre accesa, monito che le cose non succedono mai per caso, che ogni evento è collegato e per ognuno di noi – presto o tardi – qualcosa tornerà a splendere. E quella bellezza sarà accecante, indimenticabile.

Vi dirò una cosa. Se non avete letto questo libro correte fuori di casa e non badate a socchiudere l’uscio, correte a più non posso, non fermatevi a nessun angolo ma continuate a correre e dopo aver stretto le sue pagine tra le mani tornate a casa con il cuore in gola e l’aria di questo inverno che brucia dentro. Siate affamati di voi stessi, degli altri e di ciò che avete intorno, di queste pagine, di questo libro. Nulla sarà più uguale. E la bellezza un giorno busserà dalla città che vi ha cresciuto da buona matrigna qual è, consapevoli che tutto cambia e infine che ogni cosa ha il suo tempo. Anche la fame.

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