L’ALFABETO DELLA CRISI


Mi è sempre piaciuta l’espressione “anni ruggenti”. In quel tempo, gli anni venti del secolo scorso, se ne andava prematuramente gente famosa come Lenin e Rodolfo Valentino lasciando il posto, accompagnati dalla musica jazz, a Mao, Hitler, Benito e Topolino ma, sopratutto, iniziavano una profonda crisi mondiale e il campionato di serie A. Allora, molte delle ventuno parole che compongono questo “Alfabeto della crisi”, c’erano già.

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La crisi dell’uomo di oggi, della sua vita, declinata lettera dopo lettera dall’alfabeto che la compone, procede fino ad incontrare il caos che non genera mondi nuovi, ma “repliche di credenze inabissate, quelle abitudini archeologiche”.
Così Raffaele Castelli Cornacchia, nella sua silloge “L’alfabeto della crisi” ed. italic, passa in rassegna l’essere uomo tra crisi economica, demagogia, egemonia culturale, ideologie, politica, interrogando e interrogandosi sul senso di ciò che questo mondo va creando o inabissando o distruggendo.

“Quanto costa caro, tutto quello che se ne sta nascosto
sotto questa terra
così battuta dalla pioggia
di questa notte veglia e fresca di città”

E’ già nell’incipit l’ansia che terrà l’attenzione del lettore centrata sulla ricerca di ciò che nascosto, nasconde il prezzo di ciò che oscuro non è visibile. E non è tensione bensì crisi, separazione, così come l’etimologia della parola ci suggerisce. Crisi, dal verbo greco krino , significa separare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare. La silloge ci porta a riflettere sia sull’accezione negativa, crisi come peggioramento di una situazione senza alcuno sbocco che il conflitto aperto; sia su quella sfumatura positiva di cui il significato etimologico della parola si compone e cioè crisi come momento di riflessione, valutazione, discernimento, presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita, per un rifiorire prossimo.
Il tempo è storia che si ripete e non scampa, non sottrae nessuno ma tutti assorbe nelle “giornate che lievitano come pane e l’autografo di idoli e di eroi” e gli uomini? Hanno ceduto il posto a comparse e simulacri e di quelli si nutrono a tenere in vita oracoli televisivi. Le nuove Vestali elemosinano visibilità tanto il non apparire significa non essere. Siamo in una forma di epopea inversa dove l’eroe non combatte, non si misura con il fato, non vive, non muore; dove l’idolo non è demolito. Il mondo ritrova una forma nuova, incomprensibile.


“…come se la storia non insegnasse che la gente, come sempre
passato presto il momento quello euforico delle illusioni
alla fine avrebbe pagato, e consumato e stentato e…
perduto, soltanto per rimarcare quanto siamo poveri”

“…e la percezione delle cose , sperdute
tanto che nella pioggia e nella cenere
c’hanno infilato un’ideologia per dire
che a decidere tocca proprio a te.”

A questo fuoco spento, alla richiesta di una ideologia che guidi l’agire, il poeta contrappone con tono potente ed incessante la forza delle sue domande che scavano la cenere a sollevare polvere e rinfocolare la vita:

“Cosa vuoi da me”, “Cosa vuoi che ti dica”, “Cosa vuoi che diventi”, “Cosa vuoi che faccia”

E la sua risposta è spietata, non lascia spiraglio ad ambigue interpretazioni:

“No, non farò nulla di questo. Non mi infilerò nel giogo
non m’infilzerai mentre sto a cavalcioni sul tuo trono
non naufragherò galleggiante sulla tua falsa bontà
non firmerò la mia copia del tuo contratto fotocopia
e no, alla fine di tutto, non ti darò né figli né eredi
e no, solo con la forza potrai ottenere ciò che meriti
solo per il colore della tua pelle, e per il tuo profumo
solo perché di due eserciti schierati, ognuno ha il suo”


…come i treni colmi dei poveri
e quelli deserti dei ricchi, o così, come le repliche
di una commedia o come il deserto che ha confini rotondi
o quadrati, o niente di niente e niente principi e principesse
e niente astri e numeri fortunati e niente feste mascherate
questo Carnevale…”


Raffaele Castelli Cornacchia (Castiglione delle Stiviere 1964) vive a Brescia e di professione fa l’insegnante.
In campo letterario nel 2006 pubblica il romanzo breve Il pacco di Durante (Robin Edizioni, Roma), contribuisce con alcune sue poesie alla realizzazione del libro Percorsi labirintici, illustrato dalle carcerate di Rebibbia (Soqquadro 2006, Roma) ed è invitato alla XX^ Biennale di poesia di Verona.
Nel 2008 raccoglie in A meno che (Ennepilibri, Imperia) le poesie riconosciute in vari premi letterari (il “Castelfiorentino”, il “Montano” di Verona, il “Poesia di Strada” di Macerata…) e lo stesso anno è selezionato da Valentino Ronchi nella sua collana Festival di Lampi di Stampa con la silloge Sul ponte sconfinato di Limey che darà anche il nome all’antologia.
Collaborazione che porterà, dopo la partecipazione ad altre antologie (Giulio Perrone, LietoColle…) e a una parentesi di produzione di poesia dialettale e straniera (*), nel 2012 alla pubblicazione di Via Milano (Lampi di stampa, Milano, 2012) – secondo classificato al Premio Letterario Nazionale Anna Osti 2012 e invitato fra i segnalati del Premio Contemporanea d’Autore all’Alexandria Scriptori Festival 2013.
Sempre nel 2013 esce sia L’alfabeto della crisi (Italic-PeQuod, Ancona, 2013), già menzionato nella senzione raccolta inedita della XXVII edizione del Premio Montano, sia il suo primo libro per piccoli lettori, Gli abitanti di Colle Bianconero (EdiGiò, Pavia), del quale è anche illustratore.
(*) I suoi inediti di poesia dialettale (bresciano) e straniera (inglese e tedesco), concepiti nel triennio 2009-2011, hanno ricevuto importanti premi letterari (il “Città di Legnano”, il “Giuseppe Malattia della Vallata” di Barcis/Pordenone, “La Poesia Onesta” di Agugliano/Ancona e “La Leonessa Città di Brescia”).
Scrive racconti e monologhi teatrali che raggiungono il pubblico per mezzo di veri e propri spettacoli (fra i quali il progetto poetico dapPerTutto) nei quali s’intrecciano la voce, la recitazione, la musica e le immagini.

Prospettive: I fotografi che hanno fatto la storia della fotografia – Édouard Boubat


Édouard Boubat nasce a Parigi nel settembre del 1923 e muore sempre in Francia il 30 giugno del 1999.Fotografo e giornalista francese del secondo dopoguerra e assieme a Willy Ronis e Robert Doisneau, uno dei principali rappresentanti della cosiddetta fotografia umanistica francese.
Cominciò la sua vita artistica all’École Estienne di Montmartre dal 1938 al 1942.
Nel 1946 cominciò ad parrendere sulla fotografia e l’anno successivo prese il premio Kodak, diventando in seguito foto-reporter per la rivista mensile Réalités.

Nel 1971, ottenne la medaglia David Octavius Hill e nel 1984, vinse il Grand Prix National de la Photographie a Parigi. Nel 1988, vinse poi il premio della Fondation Hasselblad.

Boubat incorraggiò la creazione della prima galleria fotografica a Parigi, la Galerie Agathe Gaillard, che poi eswpose in permanenza le sue opere.

Diventato foto-reporter subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, rimase talmente sconvolto dalle atrocità dalle atrocità della guerra da dedicare il suo lavoro alla celebrazione della vita.

La professione di fotografo gli diede abbastanza e risorse economiche da fargli decidere di moltiplicare i suoi viaggi. Fece ritratti, diventati poi famosi, di numerose personalità, come Jacques Prévert, che lo chiamerà « corrispondente di pace », Gaston Bachelard, Emil Cioran, Robert Doisneau, Jean Genet, Marguerite Yourcenar e tanti altri.

Si dedicò particolarmente a mostrare i momenti vuoti della vita e ad esaltarne il lato felice. La sua opera presenta « un quotidiano spogliato, ma ricco di grazia, di poesia e di una pienezza atemporale ».

Kristian Burford di Bizzarro Bazar


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Entrate in una galleria d’arte, e in una stanza vedete uno spazio delimitato da lunghe tende multicolori che evidentemente nascondono qualcosa. Per guardarvi dentro, però, siete costretti ad avvicinare gli occhi a uno degli strappi nella stoffa: appena riuscite a vedere all’interno, ecco che vi appare un ambiente domestico, e di colpo vi sentite come se steste spiando da un buco nella serratura. Sentite un piccolo brivido quando capite che la “stanza” non è vuota: c’è una figura umana, un giovane uomo, allungato sul letto. Sembra sprofondato in una drammatica incoscienza, ma mentre lo osservate vi rendete conto di altri piccoli dettagli: c’è il monitor di un computer acceso vicino a lui, mentre una telecamera è montata su un treppiede e puntata sul letto. Ecco che di colpo la scena assume una luce diversa, mentre affiora una possibile narrazione: l’uomo ha forse appena fatto del sesso virtuale? L’abbandono in cui lo vediamo è quello che segue l’orgasmo? Stiamo ancora guardando attraverso le tende, ipnotizzati dalla scena, da quella scultura iperrealistica di un corpo stremato e dalla storia che crediamo di indovinare, e allo stesso tempo siamo imbarazzati per la nostra morbosa curiosità.

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L’artista losangelino Kristian Burford senza dubbio ama mettere il suo pubblico a disagio. Le sue perturbanti installazioni ci pongono nella scomoda situazione di dover fare i conti con le nostre pulsioni più nascoste, con il lato oscuro del desiderio e con i nostri istinti voyeuristici.

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Spesso, nei suoi diorami ricchissimi di dettagli, l’artista decide di limitare la libertà dello spettatore, obbligandolo a dei punti di vista predeterminati: si può osservare questi set soltanto da particolari angolazioni, tramite feritoie o spiragli, proprio come dei “guardoni”. Una sua opera, ad esempio, mostra uno scorcio di stanza d’albergo, con una figura nuda sullo sfondo che, di spalle, sta facendo qualcosa che non si riesce a distinguere chiaramente.

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Ma non è soltanto questo aspetto a rendere destabilizzanti le sue opere tridimensionali. Le sculture in cera mostrano un’intimità (dall’esplicita connotazione sessuale) che non è mai solare, ma al contrario spesso travagliata. I volti dei protagonisti mostrano una sottile tragicità, come se fossero racchiusi in una sorta di melanconia, tutti protesi verso il loro interno dopo una probabile auto-soddisfazione erotica. Ed è il nostro stesso mondo interiore a venire messo in discussione, mentre lo stratagemma del voyeurismo ci convince di assistere ad un momento speciale, segreto, fissato nell’immobilità del soggetto.

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Le ultime opere di Burford si distaccano dalle precedenti ma ne proseguono la riflessione sullo sguardo e sull’individuo. All’interno di grandi box di vetro, ecco un tavolo da ufficio, anonimo. In piedi, una figura femminile completamente nuda e senza capelli si riflette in un freddo gioco di specchi che la moltiplicano all’infinito. Sembra uno di quegli incubi in cui ci si presenta al lavoro, accorgendosi subito dopo di essere nudi.

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Eppure, mentre guardiamo dentro a questi box, ne restiamo esclusi. Da fuori, possiamo osservare con sguardo da entomologo la nudità senza protezioni della scultura, la vediamo immersa in centinaia di copie di se stessa. Tutte inermi, confinate in spazi lavorativi angusti, vittime di un crudele gioco che le priva di qualsiasi identità o privacy.

di Bizzarro Bazar

Il mondo del mutamento di Ramona Zordini


Questi corpi a pelo d’acqua mi hanno incantato ed incatenato, niente di gelido ma di accogliente e libero.
Ecco perché ho voluto portare su WSF Ramona Zordini, buona lettura.

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Le tue immagini Ramona, mi fanno pensare al liquido amniotico, che ci culla – nutre per nove mesi, perché l’acqua nelle tue fotografie è così importante?

Il mio lavoro indaga il mondo del mutamento, ma anche lo spazio dove identifico la mia presenza, metaforicamente rinchiusa dietro un vetro senza la possibilità di uscire, lottando con l’essenza confinante dell’acqua. L’acqua assume molteplici significati, talvolta è creatrice, talvolta è distruttrice, talvolta il connubio di entrambi i poteri.

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Quanto è importante il corpo per Ramona? E quanto lo è il suo mutamento?

Il corpo per me è fondamentale nelle mie immagini, nel mondo reale mi astraggo spesso tendendo a preferire l’immaginazione, ma se immagino una sensazione tradotta la traduco su un corpo fisico. Il concetto di mutamento invece si riversa sul corpo negli atteggiamenti, nella forma e nel linguaggio non verbale rivelando gli aspetti più intimi dell’animo umano.

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La metà oscura è nutrimento per te?

La metà oscura equivale alla metà splendente, mi sento incapace di separarle e talvolta di distinguerle.

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L’arte per te può essere salvifica? La tua com’è?

Ho constatato sulla mia pelle che l’arte ha un potere terapeutico, mi ha insegnato moltissimo e lo fa tuttora.

Parlaci del tuo incontro con l’arte, come nasce l’arte da Ramona?

Ho amato l’arte fin da bambina, mi ha accolto e cullato, prima col disegno e poi con la fotografia. Con la scuola dell’obbligo ho iniziato a studiarla e ad affinare la tecnica, praticamente non ho mai smesso, me ne sono innamorata fin da subito.

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Eventi futuri?

Nei prossimi mesi ho in programma una personale alla galleria 77 di Milano, una collettiva a Gorgonzola con Frattura Scomposta e una personale al Museo Nazionale di fotografia di Brescia, nel frattempo sono in produzione per preparare questi eventi.

Ramona Zordini in rete: http://www.ramonazordini.com/

Ramona zordini su Etsy: https://www.etsy.com/it/shop/RamonaZordiniPhoto

Le avventure del capitano Ego – testo di Ludovico Polidattilo / immagini di Elio Copetti (2° parte)


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[#13] Che il successo arrida o meno alla missione, della missione alcuno dovrà sapere. Riguardo l’addestramento necessario a preparare l’agente al compimento della missione, non verrà trascritto nulla. Egli trascorrerà centootto giorni presso un luogo noto solo ai due ufficiali incaricati dell’addestramento che rispondono al Segretario di stato, ovviamente noto a questi e a sua eccellenza il Tetrarca. Nulla dovrà trapelare circa il teschio dal cranio scavato che l’agente porterà sempre con sé e in cui accoglierà, prima di consumarne, i cibi e le bevande. Nulla dovrà trapelare delle cinque sostanze su cui l’addestramento sarà fondato. Nulla trapelerà circa i cereali arrostiti, il pesce, la carne, la bevanda inebriante e l’unione.

[#14] Neutrovilla sarà teatro dell’epilogo. Si tratta di una amabile confederazione la cui morfologia non può non essere definita “montuosa”. Peculiare di Neutrovilla l’evitare di prendere posizione nei conflitti. Non si può dire con certezza chi abbia davvero ragione in un conflitto. Il dittatore psicotico genocida potrebbe avere motivi ponderati e/o fondati per agire come agisce. I sedicenti paladini della libertà e del diritto, dietro l’affermazione di nobili principi, potrebbero occultare motivazioni assai prosaiche e/o utilitaristiche. Neutrovilla attende che i fucili, gli obici e i cannoni cessino di proiettare corpi metallici dotati di sezione a ogiva verso esseri umani identificati quali “il nemico”. Nel frattempo le sue banche e le sue fabbriche di armi seguono con sereno distacco l’evolversi della situazione.

[#15] Deportare milioni di persone non piace a nessuno ma quando si deve fare va fatto bene. Così si mettono in piedi apparati burocratici, reti ferroviarie e strutture logistiche adeguate. Ma i deportati devono viaggiare leggeri. Ne beneficiano efficacia, efficienza ed economicità. Perché allora non togliere loro portafogli, borsellini, anelli, braccialetti, collane, orecchini, conti correnti, titoli al portatore, partecipazioni azionarie, beni immobili, proprietà terriere, occhiali e denti d’oro? Le banche di Neutrovilla sono lì apposta per custodire tutto quanto sino al ritorno dei deportati dal soggiorno ritemprante cui saranno destinati sino al termine del conflitto. Tasso d’interesse in grado di proteggere il capitale dall’inflazione.

[#16] Ciascun proietto uscito da una fabbrica di armi di Neutrovilla prima e (con velocità sensibilmente incrementata) dalla canna di un fucile, di un obice o di un cannone poi, riporta incisa sul proprio corpo metallico a sezione ogivale la seguente dicitura: “Signore della Balistica Interna, Esterna e Terminale, preserva questo manufatto dalla nascita di una coppia maligna che renda impreciso il tiro. Fai che il moto rotatorio intorno al proprio asse principale impresso dalla rigatura della canna attraverso il santo effetto giroscopico, impedisca al proiettile di capovolgersi. Consentigli, Signore, di derivare dal piano della parabola teorica del tiro e correggi l’errore di deriva attraverso i tuoi divini congegni di puntamento e di mira”. Poco più in basso è scritto poi: “Nuoce gravemente alla salute”.

[#17] Abbiamo somministrato il test a 421 ufficiali prima di scegliere colui al quale verrà affidata la missione. Nel 65% dei candidati è risultato prevalere nettamente tamas. Si tratta del “gregge”, di coloro i quali sotto stress attuerebbero un comportamento simile a quello di un animale. Nel 30% dei candidati prevale sattva. Sono spiriti illuminati. In essi il divino si incarna. Posseggono una naturale inclinazione al misticismo. 21 infine i candidati che in base al test avrebbero fatto il caso nostro. 21 vira in cui rajas è preponderante. 21 eroi che hanno spezzato i vincoli che fanno dell’uomo un pashu, un animale: la pietà, l’ignoranza, la paura di incorrere nel biasimo sociale, la vergogna, il disgusto, i legami familiari, le convenzioni e la casta.

[#18] Un certo Ego, un capitano di cavalleria passato di recente all’intelligence, ha superato la prova finale. I 21 candidati sono stati collocati innanzi alla propria madre legata a una sedia. Invitati a divorarne le membra, venti hanno eseguito dopo alcuni secondi di incertezza legata principalmente alla possibilità che il compito celasse un tranello, affatto a remore moralistiche. Ego è rimasto immobile attendendo che tutti terminassero il proprio alimento. Poi ha afferrato la mano della madre e ne ha rosicchiato un’unghia. Si è messo a ridere spiegando che non era stato specificato quanto del corpo materno i candidati avrebbero dovuto ingerire. Gli altri candidati, sconfitti, hanno guardato le proprie mani e e i propri abiti insanguinati interrogandosi circa il prodotto più consono alla detersione.

[#19] Prima di iniziare l’addestramento, capitano, voglio congratularmi per il brillante esito della selezione da voi superata. Soddisfacendo la richiesta della commissione e salvando al contempo la vita a vostra madre, avete dimostrato attitudine alla risoluzione di problemi in condizioni di elevato stress psicologico limitando i danni collaterali. Non avrei mai potuto divorare mia madre nelle condizioni imposte dal test, colonnello Perelman. Avrei acconsentito solo a patto di poter tritare la carne condendola con capperi, sale, pepe e olio, arrotolandola poi in un foglio di tartufo e impiattando su riduzione di aceto balsamico, aggiungendo spuma di parmigiano e finendo il piatto con sale Maldon e un filo di olio d’oliva extravergine. La tartare genitoriale sarebbe stata perfetta adagiandovi attorno funghi tagliati sottili con pepe e timo fresco, ma tanto non avrei potuto pretendere.

[#20] Accadde prima dell’esplosione della bomba. Ineludibile cesura del nostro feuilleton. Ego e Fröhliche si conobbero, piacquero, frequentarono. Giacquero pure, ma privi di esito, scevri di apice. Ciascuna occasione giunsero sulla soglia del piacere, quasi a lambirne, senza accerdervi. Ciascuna occasione le cicatrici sul corpo dell’amante attirarono l’attenzione dell’amante che iniziò a vedere, perdendosi nella foggia che queste descrivevano. Fuorviando. Le nove cicatrici sul corpo di lui furono collocate dal caso e dalle armi del nemico nell’identica configurazione che al cielo spetta esibire quando gli uomini guardano in alto di notte, verso la costellazione della Vergine. A chi avesse cercato la luminosa Alfa Virginis, spiga di grano della Vergine, riveleremo ove l’avrebbe trovata. Sul perineo di colui. Celata.

[#21] Risposero le sette stelle sul ventre di lei. Le ferite dell’amante, coperte dalla mano dell’amante. Risposero rivelandosi. Dissero siamo le Pleiadi, figlie di Atlante e Pleione. Io sono Alcione. Io sono Celeno. Io sono Elettra, con Zeus ebbi Dardano. Io sono Maia, con Zeus ebbi Ermes. Io sono Merope. Io sono Asterope. Io sono l’ultima, Taigete. Da Zeus che voleva concupirmi fuggii, invocando Artemide. Noi decretammo l’inizio della stagione propizia per solcare i mari. Esiodo sapeva e disse di noi: appaiono appena che si affili la falce. Omero cantò di Ulisse cui non cadea su le palpebre il sonno, mentre attento le Pleiadi mirava. Fu il terzo aedo, Vinicio Capossela, a dire di ciascuno ciò che conta sapere. Così di lei: tramontate son le Pleiadi, notte alta, io dormo da sola. Così di lui: notte alta, io avanzo da solo, fino ai confini delle Pleiadi. Poi le cicatrici tacquero.

[#22] C’è qualcuno dall’altra parte? Ci sono io. Sarebbe? Il capitano Ego. Impossibile, il capitano Ego sono io. Siamo entrambi il capitano Ego. Come possiamo esserlo entrambi? Tu sei il capitano Ego prima della bomba, io sono il capitano Ego dopo la bomba. La faccenda mi sembra inutilmente contorta. Non spetta a noi personaggi[o] giudicare, solo assecondare. Ma avrà almeno un significato che due occorrenze dello stesso personaggio collocate in fasi distinte della narrazione dialoghino tra loro. Serve all’autore. A che gli serve? Vuole farmi dire che siamo collocati prima e dopo la cesura rappresentata dall’esplosione della bomba all’ambasciata, tu nel primo emistichio, io nel secondo emistichio. Cacchio sarebbe una cesura? Una tramezza piazzata in mezzo a un verso. Come gliene fregasse qualcosa a qualcuno. Già, tutto per tirarsela facendo vedere che ne sa di metrica, sempre ammesso non sia l’unica cosa che ne sa. Fanculo l’autore e il suo maledetto ego.

[#23] Del dottor Fröhliche, padre della signorina Fröhliche, ecco cosa c’è da sapere. Coordinò il “Dipartimento di chirurgia casuale” di Isterolandia per quasi trent’anni. Ne fu fondatore. Ne fu vessillo. La chirurgia casuale è democratica e accessibile. Entri e firmi. Ti spogliano, lavano, depilano e disinfettano. Quello sì. Ti tagliano, aprono e tolgono qualcosa di stocastico. Organo malato o sano che sia. Fosse quello malato guarisci. Quello sano ritenta. Finché c’è organi ritenti. Prima o poi ti va bene. Altro che “Dipartimento di chirurgia pertinente”. Posto da privilegiati. Coi soldi. Va bene che ti tolgono di sicuro l’organo malato, ma paghi. La previdenza sociale di Isterolandia sostiene esclusivamente la chirurgia casuale. Lodevole iniziativa. Al dottor Fröhliche sarebbe piaciuto che sua figlia avesse studiato medicina. Le propose la cosa. Quella ci pensò un po’, quindi chiese al padre di abbracciarla. Avrebbe accettato se solo lui l’avesse abbracciata. Lui pensò che con figlio maschio un tale disgusto gli sarebbe stato di certo risparmiato. Poi lo disse.

[#24] Fissato il percussore a sedici millimetri di distanza dalla rete del letto, non rimane che collocare l’involucro di asbesto rivestito di paraffina sul pavimento e collegare la spoletta all’esplosivo che l’involucro contiene mediante i sei cavi in rame predisposti. Una discesa della rete del letto in grado di eccedere in ampiezza i quindici millimetri, condurrà la narrazione verso il proprio esito. Due corpi umani sovrapposti, impegnati a oscillare in accordo di fase sulla superficie del letto, consentirebbero di raggiungere lo scopo. Ascanio Sobrero, il medico e chimico di Casale Monferrato che la scoprì, presentò la nitroglicerina nel febbraio 1847 attraverso una memoria all’Accademia delle Scienze di Torino. Definì il nuovo preparato ideale per scavare gallerie, aprire canali, demolire ostacoli, se utilizzato in ambito industriale. Ne segnalò inoltre l’efficacia nella cura dell’angina pectoris e dell’emicrania. Assunto in soluzione alcolica, in piccole dosi di 0,5 o 1 milligrammo, dopo due minuti avrebbe sviluppato un’azione vasodilatatrice che avrebbe fatto cessare il crampo delle due malattie. Il frontespizio della memoria menzionata recava stampigliato un serpente arrotolato a spirale.

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La prima parte:

https://wordsocialforum.com/2014/02/17/le-avventure-del-capitano-ego-testo-di-ludovico-polidattilo-immagini-di-elio-copetti-1-parte/

Lo Zaum di Zeena


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Self-portait di Zeena, anni 90, mai pubblicata prima.

Tra le personalità del Left Hand Path emergenti oggi in Europa molto importante è Zeena Schreck, il cui lavoro di una vita è dedicato a rilanciare in Occidente la consapevolezza della differenza che c’è tra un autentico percorso-sinistro delle tradizioni mistiche e tra le imitazione occulte. Gran parte delle sua ricerche, esperienze e insegnamenti riguardanti questo ambito sono presenti nel suo autorevole libro “Demons of the Flesh: The Complete Guide to Left Hand Path Sex Magic”, scritto con Nikolas Schreck.

Zeena Schreck è di origini Americane, vive a Berlino dove è conosciuta come artista interdisciplinare con l’unico nome ZEENA. Icona della controcultura, è famosa soprattutto per i suoi lavori come fotografa, artista grafica, musicista/compositrice, scrittrice, attivista dei diritti degli animali, Maga e Mistica. Ha praticato e insegnato Magia e meditazione per più di 30 anni. Le sue opere scaturiscono dalla sua esperienza mistica. A causa dell’ambiente familiare, fin da bambina, Zeena è stata esposta alla magia e alla stregoneria. Nel 1990, Zeena rinuncia alla religione pseudo-satanica della sua famiglia per trovare il suo percorso nei lignaggi spirituali del percorso sinistro nell’autentica tradizione Orientale. Oggi, è una praticante del Buddhismo Tibetano come yogini ed è la guida spirituale del Sethian Liberation Movement (SLM, fondato nel 2002).

Fra il 1988 e il 1993 Zeena è stata compositrice, cantante, musicista e graphic designer per il progetto magico-musicale Radio Werewolf (attivo dal 1984 al 1993). L’album più recente è : “The Vinyl Solution-Analog Artifacts: Ritual Instrumentals and Undercover Versions”.
Il suo progetto di graphic-art, “God Bless Charles Manson” è stato pubblicato in “The Manson File: Myth and Reality of an Outlaw Shaman”.

La sua istallazione artistica più recente (Novembre 2013) è “Zeena Schreck, Live From Eye of the Storm” in cui vengono trasmesse le sillabe sacre dalle pratiche tantriche del Vajrayana, dello Shaktismo e del percorso Sethiano-Tifoniano della mano sinistra, organizzato dall’artista visivo Frank Haines e presentato al Performa-13 (http://13.performa-arts.org/event/frank-haines-zeena-schreck).

Zeena ha scritto per VICE Magazine e per il periodico Beatdom ed attualmente lavora a progetti musicali e artistici.

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Dialectics

Come definiresti l’Arte?

Ci sono tanti tipi differenti di arte ed è per questo motivo che le persone si sentono spinte a creare. Nel mio caso utilizzo un approccio olistico. C’è sempre stato un inseparabile unità tra le mie pratiche spirituali e la mia arte. Questo approccio olistico all’arte, esattamente identico alle tecniche tantriche che pratico, si concretizza quando tutte le attività e gli aspetti della vita sono una parte di un continuo “work in progress” che contribuisce all’ultimo completo lavoro – sia dell’arte che del lavoro spirituale. Quindi ciò coinvolge tutte le attività, sia se stai comprando strumenti, preparando l’opera, mangiando, prendendoti cura di te, dipingendo, facendo sesso, dormendo, pulendoti, confezionando un regalo, guidando, facendo il genitore, contemplando, aiutando un amico malato, cantando, ecc. – tutti gli aspetti della vita se portati a termine coscientemente fanno parte di un possibile percorso, in modo che ogni più piccolo gesto contribuisca al più grande lavoro, che alla fine, metti da parte. Il tuo Magnum Opus – questa vita.

In questo senso, mi auguro che tu possa pensare che io sono un’artista ispirata, piuttosto che un’artista perfezionista o che sviluppa una particolare scuola o tipo d’arte, o ancora, un’artista che è più interessata all’aspetto tecnico dell’Arte. L’Arte ispirata è, letteralmente, quando il respiro delle energie divine o spirituali si muove insieme a te, e quindi non sei più la persona comune che sei abitualmente; costituita delle tue abitudini, condizioni, gusti, inclinazioni, circostanze, ecc.. Sei invece un medium per le energie che ti ispirano (inspirare) a creare. In antichità, il fenomeno era conosciuto come l’essere ispirati da una Musa. Sono nata con questo tipo di ispirazione a creare. Fin da quando ne ho memoria, ho da sempre avuto un impulso a disegnare e volevo solo stare lì, al centro del pavimento, nel tetto della nostra casa, o alla base delle scale bloccandole …solo per disegnare. Disegnavo su qualsiasi cosa trovassi in casa – spesso solo per irritare i miei genitori! Ero una disegnatrice maniacale. Disegnare mi dava una sensazione di totale pace lungo tutto il corpo, questo mi portò ad avere una sensazione di disagio come se ci fosse qualcosa di “sbagliato” se non avessi potuto immediatamente disegnare quando l’impulso mi fulminava. Non riuscivo a capire da dove provenisse questo sentire. Tutt’oggi non posso adeguatamente spiegarlo, è come un sogno: non puoi descriverlo completamente. Più tardi imparai che in antichità nascere con l’ispirazione creativa era considerato un dono degli Dei. Era pensiero dell’epoca, che se non si avesse fatto onore a questa ispirazione divina (o dono), adempiendo al proprio destino di creatore, gli dei non ti avrebbero visto favorevolmente. Lo considerano un oltraggio alla propria generosità, quando gli uomini sprecano le potenzialità che non sono concesse a tutti. Per questo motivo c’è la possibilità di perdere il proprio dono e la divina ispirazione passerà a qualcuno che ne è più degno. Questo è ciò che originariamente significava la frase “la Musa è andata”. Cosicché tu la attendi a lungo e la divina ispirazione è stata strappata da te per sempre. Quindi, probabilmente, da bambina ho avuto una specie di “ricordo” karmico circa qualcosa di simile a questo fenomeno mitologico.

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Da bambina non ho mai desiderato le solite cose che i bambini chiedono come regali, giochi, giocattoli, bambole o vestiti popolari. Quello che realmente mi entusiasmava era avere strumenti e materiali artistici, in particolare materiali con cui fare le mie marionette. Da qualche parte dovrei avere depositato i miei disegni da bambina e alcune marionette di carta fatte da me, che risultano molto divertenti se si considera l’influenza alla quale ero esposta durante la crescita. Ho un ritaglio di giornale che riguarda una competizione giovanile d’arte che vinsi all’età di 6 anni. Era anche l’età in cui creavo degli spettacoli o dei balletti con gli amici del vicinato. A quel punto mio nonno mi spiegò come usare una vecchia fotocamera e mi innamorai della fotografia. Dai quattordici anni iniziai ad esercitarmi nel dramma e in teatro. Feci sei film sperimentali con dei compagni di classe e scrissi monologhi e scene per presentazioni ed esibizioni. Vidi quanti più film stranieri possibile generando un sempre crescente desiderio di vivere e lavorare nell’industria dei film Europea. Gli americani all’epoca si riferivano ai film stranieri come la “art-house” dei film. Dopo divenni una compositrice musicale. Quindi, il punto è, questa ispirazione creativa non può essere smorzata.

Nelle pratiche del Buddhismo tantrico ci sono molti fattori che determinano il perché una persona abbia predisposizioni per certe cose. Tralasciando per un attimo questa ispirazione a creare, ci sono sicuramente composizioni tematiche ricorrenti in molti dei miei lavori. Uno di questi elementi, che tu hai notato, sono la natura e gli animali. Un altro dei temi comuni che ho notato attraverso gli anni, è che io adoro lavorare con i chiaroscuri, e gli estremi. Qualche volta lavoro con colori molto vibranti e altre volte mi focalizzo soltanto sul nero e sul bianco. Inoltre faccio uso dello spazio come un elemento importante di un lavoro. Nella terminologia artistica mi riferisco allo “spazio negativo”. Lo uso al meglio nella mia musica e nei miei paesaggi sonori. Il silenzio è molto importante, tanto nei suoni quanto sulla tela o nella fotografia. Creare uno spazio vuoto, o comunicante ed espansivo, consente allo spettatore o all’ascoltatore di focalizzare l’attenzione e aprire la propria mente su cosa non è stato prontamente recepito. Lo spazio negativo è importante su molti livelli. Senza lo “spazio negativo” non ci sarebbe modo di riflettere sui contrasti di un oggetto in un quadro, o sulle note nella musica. Lo spazio è quindi molto importante soprattutto in senso spirituale. Mi riferisco alla comprensione tantrica della vuotezza.

Vedo l’arte anche come una forma di comunicazione – su molti livelli differenti e differentemente messi in atto da ogni artista. Nella mia arte provo a comunicare una circolazione inscindibile di energia tra i mondi interni ed esterni, lo stato di sogno e quello di veglia, il sottile e il grezzo, il massimo e le realtà relative, il mistico e l’ordinario, il femminile e il maschile. L’Arte è anche una riflessione. Tutto ciò che creo riflette su altri livelli cosa sto provando o ho provato. Questo è vero per qualsiasi lavoro artistico in qualsiasi epoca storica. Puoi riuscire a vedere o ascoltare un riflesso del suono, dell’energia o dello standard di vita in cui era l’artista durante la creazione. Lo trovo affascinante. Per farti un esempio, mentre ti scrivo questo, un vicino ha acceso la radio nella strada qui fuori dalla mia finestra, con un pezzo di Johann Sebastian Bach che ha attratto la mia attenzione. Ho notato ascoltandola che, oltre al talento, la precisione e l’energia del compositore, ci sia anche un effetto di capsula-del-tempo musicale che riguarda la pace e il modo di vivere all’epoca del compositore e che si riflettono nella composizione. Anche il mondo interiore dell’osservatore, o dell’ascoltatore, è riflesso posteriormente – questo ci riporta all’elemento della comunicazione. Da artista, sei in comunicazione remota con le persone di tutte le epoche – come Johann Sebastian Bach che è con me e il mio vicino in questo momento! Ho sempre trovato affascinante vedere come un’opera può essere differentemente percepita da persone diverse. Quanto spesso accade che percepisci un umore o una sensazione in un’opera d’Arte e qualcun altro percepisce qualcosa di totalmente differente nello stesso lavoro. Questo accade perché il tuo stato mentale contribuisce a selezionare cosa viene percepito, incluso l’Arte.

La mia arte è anche paradisiaca e ispirata dai sogni e dalle esperienze mistiche. Questi messaggi possono essere notevolmente chiari, senza significati ambigui, o possono essere espressi in un linguaggio di simbolismo e atmosfera. Tutta l’arte deriva dalla comunicazione tra i reami della veglia, dello spirito e dei sogni. Le pitture rupestri, le sculture degli animali totem, i ritmi ipnotici dei tamburi, i canti degli oracoli o la personificazione nei personaggi delle commedie morali – tutti questi sono esempi di arte che in origine erano trasmesse attraverso le esperienze mistiche ed oniriche. Non molto tempo fa, prima del nostro sviluppo obbligato dal mondo dall’ideologia antropocentrica-umanista, l’arte ispirata era sinonimo di magia, misticismo, animismo, sciamanismo, divinità, religione e magia. Questo è ciò che l’Arte è per me.

Burg Lockenhaus

Emanation

Cos’è la Magia (magic) per te?

Prima di tutto, grazie per averlo scritto correttamente, e per non aver aggiunto una “k” alla fine di “magic”. Vorrei rendere chiaro che la parola “magic” non ha alcuna connotazione positiva né negativa. Il mio libro Demons of the Flesh (a breve in ristampa in edizione rivisitata) spiega in dettaglio le origini e il significato della parola “magic”. Per farti un riassunto, la magia è un metodo o una tecnica. La parola ha radici nel Greco antico magike tekhne o “arte dei magi”. Da Demons of the Flesh:

«Il mago moderno fa bene a ricordare l’antica concezione di magia come arte, facendo attenzione al fatto che “tekhne” è la radice etimologica di “tecnologia”. Avvicinarsi alle pratiche magiche come se fossero un delicato equilibrio di intuito, arte estetica, logica e razionalità tecnologica – al tempo stesso come se fosse una scienza esoterica o (quella che una volta era chiamata) Magia Nera – può consentire un approccio più attento allo sviluppo delle proprie abilità».

In base a ciò, uno dei miei primi insegnanti Buddhisti mi disse che, per comprendere la complessità e la disciplina della pratica del Dharma, era davvero buono che io fossi un’artista perché queste pratiche sono più affini ad un arte piuttosto che a una religione. Mi disse che probabilmente il miglior modo che avevo per insegnare, era attraverso la mia arte. Questo, naturalmente, fu musica per le mie orecchie!

Per descrivere cos’è per me la Magia, è d’aiuto fornire la più ampia e accurata definizione di magia, che sorvola la cultura e le molte opinioni differenti. Questo estratto viene da alcune note che ho usato per una presentazione nel 2009 a Berlino sull’ argomento, Magic, Media and Meditation, brevemente riassunto così:

«La Magia ha una interpretazione molto soggettiva presso i differenti tipi di praticante. Ma c’è uno standard di base, una costatazione comune, che ogni mago accetta come nucleo della propria definizione. Come il praticante sviluppa poi le proprie basi, è determinato da molte variabili differenti in accordo alle proprie opinioni e alla pratica degli insegnamenti magici accessibili dalla propria cultura. Il nucleo pratico della magia è: l’esecuzione di un intento volitivo per creare un cambiamento nel mondo materiale, con cui resistere, affrettare o purificare l’effetto consequenziale della legge naturale di causa ed effetto».

Come l’arte, la magia è anche una forma di comunicazione che si rivolge a molti livelli apparenti e sottili. Il comunicatore infelice ha difficoltà a praticare magia con successo. Un mago potrebbe pensare di essere un comunicatore perfetto perché parla, scrive e legge molto. Ma collaudando le proprie abilità comunicative con esseri non-umani, diventa immediatamente chiaro dove è, o non è, capace a entrare in contatto con Gli Altri. Ad esempio, quelli che non sono in connessione con tutti gli animali, o che non hanno mai provato a comunicare insieme ad un animale, provando più spesso a controllarlo, saranno maghi infelici. Allo stesso modo, qualcuno che si sente sciocco o imbarazzato provando a comunicare con un’entità non visibile (cosa necessaria nella pratica Theurgica): invocazione, preghiere, incantesimi, visualizzazioni, e fondamentalmente qualsiasi tipo di magia, sarà un mago infelice. Una buona tecnica comunicativa (vorrei chiarire), non vuol dire che c’è il bisogno di avere molto da dire, o che bisogna parlare in continuazione per colmare i vuoti nella conversazione. Al contrario molti risultati effettivamente magici arrivano da una comunicazione chiara ma leggera, o attraverso emozioni indisturbate, o, ancora, in un linguaggio comprensibile soltanto da te e dall’essere con cui stai comunicando consapevolmente.

Ladders

C’è un energia inerente a qualsiasi cosa che costantemente fa vibrare le particelle sottili che formano tutta la materia. Noi oggi sappiamo che focalizzando e dirigendo i pensieri, possiamo cambiare la struttura molecolare, la qualità e l’energia della materia. Questo richiede, quindi, una chiara comunicazione con la mente, in stato di concentrazione. Considerando ciò, si può immaginare come la motivazione di un artista e del suo stato mentale influenzerà l’esito finale del lavoro. Questo è vero per tutti gli aspetti del vivere e del morire. Non solo riguardo al fare arte.

Per esempio, se vai in un ristorante e mangi un piatto preparato da un cuoco arrabbiato perché ha da lavorare fino a tardi, che è impaziente per la fine del suo turno, ed è risentito per il fatto che lavorerà di sabato notte mentre potrebbe fare qualcos’altro, tu mangerai queste emozioni tossiche attraverso il cibo. C’è una differenza nel modo di gustare un cibo quando è preparato da qualcuno che ti ama e fa pensieri amorosi incanalandoli nella pietanza (anche quando il cibo non è preparato perfettamente), paragonato ad una pietanza simile in un locale di una catena ristorativa pieno, preparato da un cuoco pagato da schiavo. I nostri pensieri sono quindi molto importanti quando creiamo qualcosa di artistico. Se abbiamo una mente dispersiva, distratta, emotivamente disturbabile, ciò si manifesterà – naturalmente – nell’arte. Se focalizziamo la nostra motivazione su cosa speriamo di realizzare facendo arte, anche se è semplicemente pensare o ripetere un’unica parola o frase, questo pensiero verrà trasportato all’interno dell’opera d’arte. Il tema potrebbe comunque essere spiacevole o disturbato (cioè, un fotografo di guerra, oppure, un’opera o poesia creata dopo l’esperienza di un regime politico repressivo o di una famiglia violenta). Se c’è una motivazione compassionevole mentre si lavora sull’opera, l’effetto dei pensieri compassionevoli resisterà comunque oltre il lavoro, nonostante il tono o l’apparente acidità dell’opera ultimata. Naturalmente, anche l’inverso è vero: soggetti piacevoli creati da una mente emotivamente disturbata, assorbiranno e convoglieranno questa energia.

Quindi, come se fosse una tecnica magica, uno dei pensieri più importanti per qualsiasi artista è di ricordare – prima di iniziare – di essere chiari circa la motivazione. In un contesto inferiore, è come iniziare a intendere la magia in un contesto di crescita: la pratica non finisce mai.

C’è sicuramente da dire molto di più sull’argomento Magia – abbastanza per un’altra intervista. Ma questo può darti un’idea di come io utilizzi la magia nelle mie creazioni.

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Spesso nelle tue foto i soggetti sono paesaggi e animali, perché questa scelta?

La risposta più semplice è che io amo la bestia. Essere attorniati dagli animali e la natura mi fa sentire bene, quindi perché non fare ciò che ti fa sentire bene? È per questo che vivo nella foresta di Berlino e non nel centro della città. Il segreto più bello di Berlino è questo: ha la foresta più larga in estensione del resto delle capitali Europee. In contrasto a questo, prendi in considerazione uno dei film più famosi provenienti da Berlino, Metropolis, e il suo ritratto del lavoratore industrializzato e che svolge un lavoro monotono denigrando il lavoro in fattoria. Bene, questa era un riflesso della vita nella città di Berlino negli anni ‘20. Ma ciò che il film rappresenta, sul come la vita industrializzata aggredisca la psiche, oggi è molto più reale e interessa qualsiasi metropoli. La vita in città crea una dis-empatia, un malessere anedonico che scarica la vitalità e pesa sul sistema immunitario. Hai una libertà limitata di movimento e spazio, e confini te stesso in uno spazio personale molto selettivo e sorvegliato. Sei costretto a vivere nelle città come se fosse un grande macello umano, categorizzando tutto e nutrendo un desiderio di segregare. Ma in natura, i limiti sono poco definiti, avrai quindi, una sensazione di espansione piuttosto che di costrizione. In Giappone il Corpo Forestale ha creato l’idea di pulizia forestale ed oggi è ufficialmente riconosciuta ovunque come un attività di gestione dello stress. Ho notato che quando le persone vengono dal centro della città per visitarmi, commentano abitualmente su quanto istantaneamente si sentano meglio soltanto essendo attorniati da alberi, laghi e spazi aperti senza traffico o strade. Quando ritraggo le persone, attorniate dalla natura, nelle loro espressioni c’è una differenza evidente. Le persone si sentono molto più sollevate in natura. Negli ambienti di città, sottostando a circostanze frenetiche e frettolose, le espressioni utilizzate dalle persone sono molto differenti. Di continuo le persone felici mostrano una sottile tensione perché non possono interamente rilassarsi, prevedendo la prossima interruzione da qualsiasi dispositivo elettronico – non posso lavorare in questo modo.

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Cosa pensi sia necessario per fare Arte?

Pazienza. Auto disciplina. Pratica. Fiducia. Gratitudine. Un senso dello humor, e di ciò che in Sanscrito è conosciuto come lila, il divino gioco creativo. Una “preparazione di sfondo della mente” è necessaria. Facendo chiarezza dal disordine mentale, si potrà raggiungere una trance sicura o uno stato meditativo che aiuti a diventare completamente assorbiti durante il lavoro. Se ti prepari prima di iniziare a lavorare, l’arte scorrerà liberamente. Non hai bisogno di “pensare” a cosa fare. Questo stato meditativo della mente creerà un tipo di entusiasmo (che significa letteralmente: un infusione di energia da una forza pura e potente) che influirà sul prodotto finale.

A causa del mio modo di lavorare, sono molto selettiva riguardo alle persone con cui lavoro e i progetti a cui collaboro. Considero accuratamente l’energia, l’abilità e lo stato mentale delle persone con cui lavoro perché questo influirà sul risultato finale del progetto. Nella scelta di un apprendista o un assistente, è molto importante per me lavorare con quelli che hanno un temperamento simile volto a mantenere un’atmosfera coesiva e favorevole durante la creazione. Quando è il momento di fare il lavoro, scelgo chi non si distrae, ha una buona concentrazione, non è preoccupato dalle frivolezze, non è impaziente, e non è in attesa dello “spasso” di iniziare, sono cose importanti. Questo è vero per tutti gli artisti ispirati. È un temperamento particolare; un modo di lavorare con cui hai una visione chiara e puoi quindi lavorare solo con persone che comprendono il tuo modo di operare. In altre parole, non sono quella che tendo a chiamare “congregational artist” (artista da congregazione) – ovvero, qualcuno che si impegna nell’arte, solo per sentire un senso di accoglienza tenue in comunità con “persone che la pensano uguale”. Fareste meglio a unirvi agli Hare Krishna, se è questo ciò che cercate.

Northern Symptom

Per creare c’è bisogno del “fuoco nel ventre” (fire in the belly, è anche un idioma che significa “lottare con tutte le forze”, n.d.t.). Un impellente sensazione del tempo che passa e della sua caducità. È la consapevolezza che se non ne approfitti nel momento in cui ce l’hai, non l’avrai più nello stesso modo. Non registrerai mai il pezzo in modo soddisfacente senza completarlo…ora; non filmerai mai la scena come lo faresti in questo momento se aspetti domani. Il “fuoco nel ventre” è il senso di necessità. Che non c’è tempo da sprecare. A prescindere dalle circostanze, l’accessibilità a materiali utili, tempo, condizioni finanziare o ostacoli …gli artisti che sono ispirati a creare hanno un fuoco inarrestabile. Essere realmente ispirati a creare significa che non puoi dire di dover aspettare di comprare un nuovo notebook per scrivere: scriverai con qualsiasi cosa tu hai o troverai un modo per farlo comunque. Non puoi dire che hai bisogno di aspettare quando avrai più tempo per iniziare a disegnare. Crei il tempo o lo sacrifichi dalle attività sciocche della tua vita. Non affermerai i tuoi gusti creativi se non sei già con il giusto compagno sessuale nella tua vita. Integrerai i tuoi desideri per il giusto partner sessuale nella tua creazione. Quindi probabilmente, come nel Pigmalione, la tua Galatea apparirà nella tua vita. Non sarai un ansioso geeky nerd riguardo ai materiali o strumenti che ti servono, e nel caso della loro mancanza non potrai creare. Se hai con te il fuoco per creare musica, creerai i tuoi strumenti. Se sei realmente ispirato, non avrai voglia di bere o prendere droghe per simulare la creatività perché altrimenti verrai intossicato dal processo di creazione. Quando hai l’ispirazione adeguata e la fiamma interiore creativa, è come essere un bambino che è pronto a nascere – non può essere partorito in un momento migliore rispetto a quello in cui accade. Questo è ciò che succede ed è come essere innamorati, non puoi resistere.

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Intersection

Hai dei progetti in sviluppo?

Sto lavorando a tre progetti differenti simultaneamente, coinvolgono la musica, la scrittura e l’arte. In generale non parlo dei progetti in corso, prima che siano completati o siano vicini al completamento. Ma per questa intervista, ho incluso alcuni esempi di fotografia al quale sto lavorando. Considerando questa intervista, come il mio lavoro passato, presente e futuro, tutti come frammenti del mio Gesamtkunstwerk, o del mio progetto artistico di ispirazione olistica… un “work in progress”.

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Procidana (un cuore comunista ripreso dall’alto) di Alessandro Gabriele


1

Ci sono persone e isole che nella vita svettano come alti lampioni sul lungomare ideale che percorri, mentre tu col muso arrossi alle frustate degli eventi o sbollisci in un sorriso, sollevi l’espressione e trovi una luce che spinge in porto sicuro tutti i diobuono, i semmai, gli “altroquando” dei nervi che solleticano gli istinti dispersi, un po’ efferati, di tutti.
Procida è stata il nostro porto elettivo in anni che sono già molto passati senza troppi ragionamenti, senza nemmeno avvertire, del resto, che durante questo lavorio di lancette il mondo dei fatti sociali che ci ordina s’è spinto ancora più giù, in qualche caletta isolata, costosa ed esclusiva, un mare che raggiungere ancora costa fatica, e non è più una vibrazione di piacere quella che sposta i remi sulla barca, si galleggia d’istinto come si riesce, fidando nella cecità fortunata delle correnti.
Era Vera a Procida quel nostro alto lampione solitario, il nostro abuso collettivo di feticci e slogan fuori moda in un tempo che cominciava a trasmutare tutto: Hedge Fund e Che Guevara, Derivati e trattini, sex in-ex-stream, colture e fabbriche smantellate, Underground questo e quello, avvocati come nuovi cecchini negli snodi del possibile, La Mafia oggi ci vai a mangiare ridendo, è underground di genere, è diventata una catena di ristoranti alla moda in Spagna e tu Cotugno che l’hai inventata non ti giovi nemmeno del Brand, però ospiti intellettuali sbolliti che gli viene buono citare Marx come vecchio da rileggere, forse qualcosa d’umano aveva intuito davvero, almeno quel tipo di salotto che si smonta in fretta come fosse un’Ikea al contrario, gli amici acculturati spingono avanti il carrello e il giro si perde nelle more dei serial casalinghi.
Veruska, detta Vera, ci raccoglieva al porto di Procida. La sua salda statura svettava, invariabilmente ondeggiante, per raccogliere prima l’occhiata di complicità degli amici sulla piccola folla che si radunava in accoglienza al molo dei traghetti. Vera era puro Underground, vissuto senza sconti.
Scendevamo io, tu, gli altri, quelli che non conoscevi e che non avresti immaginato, dalla sua tana nell’isola Vera aveva lanciato la solita generosa ventina di inviti, estendibili a chiunque altro, erano questi gli ordini di campo per la Pasqua apocrifa che avremmo rappresentato tutti a Procida, la più introversa delle tre sorelle, nel golfo chiassoso di Napoli.
Le dorsali viarie dell’isola, esterna sinistra Corricella, centrale paese, esterna destra per spiaggia Castello, in una geografia semplice come la schiena di un asino, riuscivano ad attraversare il corpo isolano tenendosi in un’atmosfera intima come di anni italiani precedenti il boom nonostante le macchine ti sfiorassero alla solita maniera schizoide di oggi.
Soltanto a Pasquetta rituale partenopeo chiedeva che la crema più scura dei popoli vesuviani si rovesciasse al porto e invadesse come un’armata stracciona ogni spazio libero delle poche spiagge e dell’interno profumato dai limoni, scalciando urla in accenti slabbrati e palloni addosso alle signore scure sedute nelle icone delle porte su strada, e tutto il caos pan-dionisiaco che ingravida da sempre il golfo.
Vera ci spiegava la particolare salvezza procidana col fatto che l’isola godesse naturalmente del controllo capillare camorrista, seconde ville e motoscafi veloci avevano garantito una certa distanza dallo sviluppo selvaggio delle cose umane.
Poi, se eri sceso dal traghetto attracollato di eccessivi pesi, Vera insisteva per evitare il tuk-tuk-taxi e farsela a piedi per quei tre quarti d’ora che prima salivano nel panorama aperto, poi pianeggiavano in una serie di curve tra mura strette che celavano le limonaie esposte, con l’eccezione del cancelletto, un anno aperto e l’altro chiuso per il pericolo di frane, che si apriva nella luce del giardino panoramico dell’isola di Arturo, dove Morante e Moravia usavano scambiarsi gli amori e le lettere.
Si seguiva Vera trotterellando un passetto dietro, l’ampia falcata del suo metro e ottanta di mezza slava e i racconti delle cose del mondo sociale e politico con cui accorciava le distanze spingevano a una forma di umiltà vagamente contegnosa. Il piccolo nodo si scioglieva col soccorso dell’isola che tornava a scollinare, sul pianoro dove si aprivano le discese a mare sul lato di Vivara. Si era giunti al cuore dell’ospitalità, il gruppo faceva circolo e Vera assegnava gli alloggiamenti possibili, i più alternativi che avrebbero dormito anche in terra negli stretti quaranta metri di casa, gli altri parcheggiati lietamente a pensione Savoia, una vecchia struttura fatiscente di carattere fascio-umbertino, dotata di un giardino di limoni vasto e bellissimo e percorsa dal fascino delle cose che resistono tignosamente, andando in malora.
Si riusciva a stare felici negli ultimi fremiti degli infissi schiodati, sussurranti, nelle more dei rubinetti gocciolanti, delle infiltrazioni di umidità e rumori, delle scale sbilenche. L’albergazione vintage di Anastasia e delle altre due sorelle ottuagenarie che gestivano l’esercizio da una vita, era ancora uno dei motivi antropologici segreti, fondanti dell’isola, insieme all’umanità ruvida che odorava d’antico, alla testa matta di Girone che ti sbraitava addosso il menù della trattoria sul mare oppure semplicemente si girava e se ne andava per i cazzi suoi, e se volevi ordinare qualcosa dovevi inseguirlo e blandirlo, certe volte non v’era certezza alcuna.
A Pensione Savoia, piuttosto, potevi esserti intascato tre limoni di straforo di notte, nel giardino, tra quelli caduti in terra, ma non c’era verso. La mattina che andavi a saldare il conto, dio solo sa come Anastasia facesse, è probabile che condividesse ormai il sistema nervoso delle tubature marcite, dei labirinti di spifferi, fino all’estensione delle radici nella terra; lei intonava comunque sempre, dal retro nebbioso di due vecchi fondi di bottiglia, lo stesso canto: “E voi(tu), avete preso pure tre limoni, è ovéro?”
Era overo si, si confessava senza vergogna e si tornava sempre a Savoia, comunque, consapevoli che il miracolo delle sorelle ottuagenarie avesse il maledetto tempo contato di quei rosari indigeribili della modernità, che si sarebbero invariabilmente presi la Pensione, a breve.
Vera attendeva tutti a ogni ora dalla sommità di palazzo Guerracino, quel bellissimo edificio rosso antico che sovrasta il panorama di Solchiaro, aspettava sulla terrazza a giro di cui da qualche anno aveva affittato il piccolo superattico, nella nobiltà trasfusa sugli oggetti del mondo alternativo che eravamo noi tutti ancora, pur molto vicini ai quaranta ambigui anni di una vita. Può dirti il peggio quest’ala sconsiderata dell’esistenza, non sei più giovane e nemmeno pienamente adulto, hai ancora slanci eroici ma qualcosa di sottile nella fermezza delle gambe comincia a farti tremare, alcuni si chiudono e diventano il paguro di se stessi.
Vera rappresentava il nostro comunismo intimo, disperso e raccolto a rituale animista, in anni in cui già si faticava a credersi collegati ad altro di politico che non fosse uno sbaglio di gioventù. Lei incrollabile, come una madre generosa con le guance scavate dall’utopia, abitava una porzione celeste del palazzo che fu residenza di riposo dei regnanti napoletani, un paio di secoli dietro, una porzione alta da cui vedevi il mare ovunque girassi lo sguardo incredulo.
Entravi dentro casa e ti coglieva un brivido, un abbaglio, stavi lì con la borsa in mano senza sapere bene dove poggiarti, facevi conto di metterti a leggere tutta la rincorsa di scritte a vernice o pennarello che saliva sui muri, le leggevi una per una ed erano tante, erano fuori posto, fuori anima, fuori ogni considerazione che avessi mai potuto avere dell’amore, nella forma più nuda e sconveniente che si potesse concepire.
ABEL VIVE, i caratteri più grossi.
E poi una fuga di frasi in font manuali e colori diversi a trafiggere l’intonaco bianco e fin nei soffitti, si traversavano come scambi ferroviari punti e virgole e binari di senso che invitavano a oltrepassare la soglia della camera da letto; c’era logos solidificato fino accanto alla finestra di Solchiaro, dove il sole tuffava le sue grazie nei vapori dell’orizzonte nudo a mare.
Erano Violeta Parra, Mercedes Sosa, Amparo Ochoa, erano poesie e illuminazioni sulla morte che spurgavano dal tratto più ingenuo e occulto di Vera, era Abel che viveva fuori da ogni grazia e comandava a bacchetta le truppe semantiche dell’impossibile requiem, così come aveva comandato le missioni Ong argentine nei territori desolati del Chaco. Il fantasma di un medico di Buenos Aires con cui Vera aveva condiviso un tratto portante di destino e l’unico vero amore possibile che può capitarti in una vita, quella congiunzione che passa una volta soltanto, che non ti farà mai a pezzi con le dinamiche o la stanchezza, con il conto del privato e il disinteresse per gli ideali.

2

Vera sapeva come trattarsi con ironia, le sue esagerazioni invitavano alla partecipazione rispettosa più che al velato obiettare di un silenzio, un po’ come capitava per il tradizionale mare ai faraglioni di Chiaiolella; i cartelli erano chiari, c’era scritto: Vietato Attraversare, pericolo di frane. Eppure è lì che si andava tutti a sdraiarci sull’onda del suggerimento di Vera, salendoci addosso con i discorsi e le clownerie, con le freccette di sabbia e sassolini che ci piovevano addosso ogni tanto dal costone alto.
Vera era riuscita a tirarsi fuori da un anno in cui era davvero naufragata a Procida. Come un vapore spezzato dalle tempeste, aveva chiuso la propria carcassa pericolante nel rimessaggio del tetto di palazzo Guerracino e ci aveva versato ettolitri di alcol dentro, pronta a lanciarci il proprio zippo ardente sopra.
Un giorno poi, come le pure forze della natura, aveva sfebbrato improvvisamente la stagione ed era tornata a produrre vento e luce. Vera è l’unica persona che abbia mai conosciuto per cui la generosità, il fare gruppo e distribuirsi, moltiplicarsi, connettere e condividere fossero tavole di una legge interna perfettamente congruente. Così il mondo aveva ricominciato a vorticargli intorno, si tornava dai misteri procidani come persone migliori, con un quanto di vita spremuta in più, con numeri di telefono su foglietti nei taschini o già sottobraccio a qualche forma di cuore tiepido, in arcana mutazione di stato.
Di un giorno che successe la tragedia, ancora forse qualcuno ne sorride.
Di un alba che seguiva una corta notte di veglie febbrili, di quei quindici sparsi che eravamo, delle poesie cantate in circolo semi-sdraiati sotto le stelle di Solchiaro, di Silvia con la chitarra da Napoli e la voce di un angelo senza titolo; inventava le parole lei, traslitterava semplicemente ciò che ascoltava senza sapere le lingue, il suono delle frasi dei tanghi argentini e dei fado portoghesi, ne estraeva idiomi inventati che poi trascriveva per comodità, fedeli alla quasi perfezione fonetica.
C’erano poi due suonatori uruguagi, ragazzi che Vera aveva arruolato qualche giorno prima incrociando una performance di strada in una stazione del Metrò. Gli altri intorno, stonavano e cercavano di stare al passo, sommersi dalla carezza delle copertine stese contro l’umidità della notte, nel calore di una semi-presenza a corredo che smuoveva le mani cieche di tutti verso qualcun altro, con il desiderio tiepido liberato verso un corpo differente, o anche solo verso l’idea di un qualche domani plausibilmente destinato.
Sparimmo tutti, poi, per un paio d’ore di duro sonno appena. Alla colazione delle sette affluimmo sparsi come randagi assottigliati, portati dagli odori del vento, ognuno pestato da differenti quadri onirici di coscienza.
Vera che sbraitava nel suo accento secco, sarcastico, mentre non smetteva un attimo di correre in giro a raccattare immondizie e distribuire tazze fumanti e biscotti rimasti non se l’aspettava nessuno, comunque.
In quelle due ore era andato via tutto, il corpo-voce di Silvia e la chitarra erogena di Esteban, Vera se n’era accorta per forza, per via che lei e l’uruguagio di strada era già una settimana che vivevano nel tetto del Guerracino, e la danza delicata che avevano condotto aspettandoci non poteva ammettere alcun tradimento dell’amicizia né della solidarietà, in un caso e nell’altro. Questa la ragione verticale, Vera.
Il motivo per cui molto di questo fu sciolto, come fosse solo una rapida esibizione di passi sporchi, fu che Vera lo considerò come un giro maldido di tango, una cosa che nella vita può sempre capitare. Nessuna vecchia carcassa ammarata che si rinnovi può sostenere una deviazione del genere per più di un tanto.
Per l’ennesima volta fummo grati a Vera, allo strano modo in cui ci riconoscevamo tutti, al suo disperdersi in un’idea di comunismo che non è mai morta, un sogno che ha continuato a vivere oltre le latrine politiche nell’anima di pochi intimi.
E tu te lo ritrovi vicino e in tasca e sulla guancia, persino, un giorno che eri Esteban, un uruguagio con un po’ di arte e molta poca parte in un paese estero, non avevi niente con cui pagare i servizi del mondo e sei stato raccolto, ospitato, nutrito di cibo e di storie, e ti si è dato anche il bastante per prendere un traghetto e un treno lungo per dove dicevi che ti sarebbe piaciuto andare a provare, dopo.
Scendiamo ancora le strade di Procida, incrociamo i molti caratteri ruvidi, introversi, dell’isola, schiviamo abbassandoci e sparpagliandoci le pallonate dei selvaggi rituali della pasquetta che ciacolano le neo-lingue del golfo.
Silvia viene giù trasognata e lenta, poco discosta da noi, quattro giorni pieni sull’isola senza cambiarsi, e solo la custodia della chitarra a farle compagnia in spalla.
Da qualche parte nell’isola grandi altoparlanti diffondono la festa, le canzoni neomelodiche, i presentatori proiettati nell’etere profumato vicino al tuo orecchio prigioniero. Nella distanza sentiamo invitare sul palco un bambino che vuole raccontare una barzelletta in tema alla festività che stiamo attraversando, scendendo verso il molo dei traghetti.
Con voce acuta, che fa a fette un paio di chilometri di barriere ambientali, il bambino racconta che c’è un Gesù sulla croce e queste tre suore gentili che vanno a portargli unguenti e conforto, e della prima che pietosamente leva il chiodo da una mano, della seconda misericordiosa che libera i piedi, del Signore che, guardandosi un po’ preoccupato, alla fine sbotta: “Oh, mò tu guarda se tre mignotte non me fanno cascà per terra!..”
Un grande gelo profondo avviluppa l’isola per l’eternità di un paio di secondi. Poi il presentatore rimette in moto il set che Procida è diventata tirando fuori non so che supercazzola dal cilindro, e noi veniamo sommersi da un nuovo neomelodico sparato a palla. Così ciò che ne possiamo ridere noi, abbandonati sulle gambe, e Silvia nella somma del proprio conto, che sbotta più forte di ognuno, nemmeno si sente alla fine.
Ora, così distante e spossessata di noi, l’isola di Procida appare nella tranquilla indifferenza che la abita realmente, nei vecchi abusi consolidati e nelle nuove incurie moderne; accade nelle strade, nelle mura, nell’aria e nei modi di tanta gente locale, nelle radici un po’ insensibili che affondano in terra e sono anche un po’ truci.
L’ultima volta che sono sbarcato a Procida, Vera non c’era più. Andammo comunque ad occupare una stanzetta malmessa che dava sulla bella terrazza panoramica di Pensione Savoia, ma fu tutta un’altra storia, oppure semplice il tempo trascorso. Anastasia ci comunicò, forse, la dipartita di una delle sorelle della storica trimurti ottuagenaria reggente, e disse poi che accidenti le malore, e non ci si faceva più ad andare avanti così, si stava per chiudere e buonanotte ai suonatori. Col tempo avrebbero riaperto altri, con i soldi per sistemare tutta la preziosa crosta di fatiscenza che avvinceva il luogo. Hotel Savoia, oggi, si prenota su internet, e anche palazzo Guerracino è stato rifatto a lustro.
Al teatro naturale della Corricella, invece, Vera ci portò sempre con moderazione. Si diceva che l’immagine più bella dell’isola, quella che gli americani e la Findus amano senza saper nemmeno che appartiene a Procida, quella specie di muraglione di presepe bianco senza tempo che rappresenta a nostra insaputa l’Italia nel mondo, non fosse altro che poesia accademica, solo il riflesso di una noiosa caverna platonica, e noi avevamo voglia di vivere con Vera.

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di Alessandro Gabriele
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