AUTUMN LEAVES – POESIE D’AUTUNNO (alcuni testi di Francesco Tontoli)


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COMMIATO AUTUNNALE

Dubito che il vento mi porterà notizie di te
lo annuso il vento,e ne divoro intere folate
tagliandolo a fette e risputandone gli affanni
ora che l’autunno mi restituisce la forma delle foglie
come una pioggia di mani volanti che mi salutano,
e ti salutano, sventolando il loro corpo dorato.
Dubito , e in questo dubbio ripongo una piccola certezza
nella piega autunnale che prendono le cose
in un cantuccio umido dove ti nascondi.
Ti cercherò lì.
Sarai in quel buio protetto e silenzioso
in una tana calda, accudirai i tuoi piccoli ricordi.
Aspetterai.
Ti aspetterò.

***

LA CORSA BREVE

Ho letto azzurro nel tuo sguardo
perché vi hai raccolto un po’ di cielo
ci hai messo un bicchiere di mare come un velo
un pizzico di terra nera, e un sasso sardo
che rimbalza sopra il tuo cristallo
e affonda nella nebbia mia come in un taglio.

Ho letto l’intensità del tuo battito di ciglia
che nuota tra le cose sconosciute e vuote
decisa a rubare l’infinita meraviglia
di tutto ciò che guardi come in sogno
e rendi con la tua bocca note.
Perché tu canti anche nel silenzio greve
della foglia che cade libera in autunno
maledicendo la canzone della sua corsa breve.

***

ANTICIPI

Il poeta è esposto alle stagioni
e a settembre sta lì a valutare
con occhio critico
se quella foglia in bilico si stacca
e nel suo volo c’è tutto quell’incanto
che gli preme
le variazioni della luce
le voci che raccoglie da quell’albero
la tessitura dei rami che incomincia
a intravedersi quando ancora la calura
ne appesantisce il tronco.
Il poeta non sa attendere
anticipa col gioco il percorso
che fa nuovo il vento
e ogni volta è il suo turbine a spingere
le foglie in corsa bruciandone i colori
E’ già autunno dice
mentre il sole cuoce i suoi legni
e fa appassire crudelmente i frutti.
E’ già sera dice
quando il giorno rumoreggia .
E’ già tempo pensa
quando il tempo ancora non lavora.

***

DOVE NON PIOVE

Allora gioca che sembra che giochi
e nel giocare cagiona rovine
ed è pur vero che il nero che invoca
solo novembre lo inghiotte coi tuoni.

Gioca a saette e gioca a tresette
cala la carta migliore dal cielo
e dalla pioggia di doni che crea
molti annegati ringraziano grati.

Quando si annoia ritira la mano
va a rifugiarsi nel cupo pertugio
dove ricorda e dove si scorda
tutto il dolore di essere dio
sogna il deserto e dove non piove
quando non v’era nessuno da amare

***

MIRIOSO, SVARIOSO

Mirioso, svarioso
luterco nella broccola di pirca
un pirillasso di franiglie passe
e ciàncolo la sciuma di ripasso
follendo luma, smorcia, e stiritirca

Lunare sempre a modo di cavagna
un estirpare vegetoallunanza
dalle giunfiglie rèmolo una iote
dalle ca’ vuote un tema tirillanza.

Eppure non mi dolgo di quel dolo
s’agghinda il mio monte d’una nebbia
la partorisce in frine e mi stordisce
il càvulo e nèfrolo esultanza
signo effigiato d’insignificanza
come un lenone e un gioco da allagare
mirioso, svarioso per alloppa e dagli
allumacare in nettuniosi ragli.

***

PIETRA E ACQUA

Il cielo è basso di cenere e di nuvole
non è domenica nemmeno di domenica
perchè le cose non risuonano a Novembre
e le campane non richiamano cantando
la pioggia dai molti rintocchi sull’asfalto
la nebbia che si abbina e aderisce al nòcciolo
il passo di un ragazzo a un passo dal silenzio.

L’autunno è un’età di semi che affondano
di gocce rimaste appese in cima agli alberi
che scivolano e cercano di acquietarsi e stare
dentro una goccia grande come in un grembo.

Il giorno muore presto, é un’illusione al cinema.
Siamo luci piccole che vanno a schermo cieco
quelle metafore che cercano un senso
trovando un insensato palpito di vita
sotto il sasso che solleviamo per giocare.

***

IL FOGLIO BIANCO

Sono qui ad aspettare su questo foglio bianco
che avvenga la trasmutazione alchemica invocata
che il dolore si manifesti in segno
e il segno in catena di suoni che rotolano
lungo il nulla abissale della parola prossima
e del prossimo inevitabile dolore.

Potrei produrre sguardi senza pensieri
foglie senza alberi, dal vento stesso create
foglie chiamate vento. che non lasciano segni
come lettere che fuggono risucchiate nel buio dell’inverno.

Le vocalità dell’autunno non ammettono consonanze
soffiano suoni che non diventano parole
iscrizioni aperte e non lette, muti alfabeti
indecifrabili, come una religione non rivelata.

(testi da una silloge inedita)

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Le voci nuove: Mario Scollo


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Mario Scollo a Destra

L’occasione di conoscere questa voce è capitata durante la mia piccola vacanza in Sicilia, nei giorni a cavallo fra novembre e dicembre, era presente alla presentazione del libro di Sebastiano Patanè Ferro a Chiaramonte Gulfi il 30 novembre scorso e mi ha così piacevolmente colpito tanto da volerlo ospitare su WSF, ascoltate e leggete Mario Scollo.

Come nasce Mario Scollo musicista? Raccontaci il tuo percorso artistico.

Musicista è una parola troppo grossa per me, una volta una persona mi disse che “L’artista finisce di essere tale nel momento in cui afferma di essere un artista”. Mi definisco più come un allietatore, come parola non mi piace affatto ma forse è l’aggettivo che più mi rappresenta. Da piccolo stavo ore e ore nella stanza di mio cugino Peppe ad ascoltarlo strimpellare, ci metteva l’anima e volevo essere come lui. Ho iniziato a suonare troppo tardi, avevo 16 anni e ormai anche Battisti da lassù si era stancato di sentirmi suonare “La canzone del sole”. Suonavo con la chitarra classica di mio cugino…se la portava in spiaggia ed era piena di sabbia, pensa solo che ogni volta che finivo di suonare dovevo passare l’aspirapolvere. La MIA prima chitarra l’ho chiamata Elisa. Ho studiato per un anno da autodidatta, successivamente ho studiato per due anni al CFM Vivaldi, succursale di Ragusa, dove ho conseguito l’attestato di chitarra elettrica di primo livello con il Mitico Maestro Ciccio Rubino. Inizialmente suonavo in chiesa tutte le domeniche, sicuramente è stata una fase fondamentale per il mio percorso musicale…non sapevo suonare bene ma era comunque un’esibizione in pubblico, poi con un gruppo di amici abbiamo fondato gli Omega, una Rock Cover Band tutt’oggi in attività anche se con qualche interruzione.
Quando presi la prima chitarra, papà mi disse che nel giro di sei mesi avrei lasciato perdere tutto…..oggi ho 6 chitarre!!!

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La musica quanto è importante per te?

Una delle cose che devo alla musica è sicuramente l’amicizia: non avete nemmeno idea di quante persone siano accomunate da questa “stella”. Molte volte, non si suona assieme ad altre persone perché le cose che vengono fuori sono oggettivamente belle, NO, si suona assieme perché c’è il piacere di farlo e basta. Magari non suono tanto come quando ero al liceo, ma sicuramente, ogni qual volta ho bisogno anche solo di suonare per 5 minuti, la chitarra si farà trovare puntualmente al suo posto.
Come tutte le arti, la musica è un bellissimo mezzo per esprimere se stessi; canzoni come “L’accademia delle Farfalle”, “La Fabbrica di Cioccolato” o “Ginevra” sono stati attimi di puro e composto sfogo emotivo. Non ho mai scritto canzoni per gli altri, magari ho voluto condividerle con alcune persone, ma non mi è mai passato per la testa di sforzarmi a fare un cd o qualche cosa del genere. La musica è emozione, per se stessi e per gli altri. Una volta, una mia amica, dopo aver ascoltato “L’accademia delle Farfalle”, mi chiamò in lacrime e mi disse che ero riuscito a farle rivivere un ricordo molto particolare, SO SODDISFAZIONI 😉

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Quanto ti senti influenzato dalla tua terra?

“La Merica” è stata la mia prima canzone: ero al secondo liceo, non ero nemmeno arrivato a fare il Barrè (per i non addetti ai lavori, è una tecnica che permette di prendere, bloccare e far suonare con un solo dito tutte e sei le corde…solitamente appena si arriva al Barrè si decide se continuare a suonare o lasciare perdere tutto) e già, appassionato dagli scritti di Maria Messina e dai racconti di Nonno Mariano, avevo messo su un pezzo che raccontava la storia di “meridionali con valige e foulard” che andavano oltre oceano per trovare fortuna. Il 3 agosto dello stesso anno lo presentammo con gli Omega come brano inedito ad un contest locale davanti a un centinaio di persone che rimasero piacevolmente sorpresi da questo simpatico gruppo alla prima uscita in pubblico.
Sono stato invitato come cantastorie al presepe vivente della mia città (a tal proposito, vorrei invitare tutti coloro che ne avessero voglia e che fossero nella possibilità geografica di farlo, a visitare il Presepe Vivente di Chiaramonte Gulfi (Rg) il 25 26 28 29 dicembre e 5 6 gennaio) e partecipato come “musicista” ad uno spettacolo per omaggiare la Sicilia e Pirandello organizzato dal Gruppo Teatrale Skiffariati di Chiaramonte Gulfi.
Da qualche mese sto invece lavorando ad un progetto interamente dedicato alla Sicilia, omaggiando Rosa Balistreri e riarrangiando totalmente pezzi della tradizione siciliana.

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Cosa vorresti per il tuo futuro?

Sicuramente la Pace nel Mondo. È una frase che fa molto audience scherzi a parte, attualmente sono a quota “meno 4 materie”, sono un laureando in Ingegneria Industriale e il mio sogno sarebbe quello di lavorare come Ingegnere nel campo ciclistico, campo per cui ho una particolare passione. Onestamente parlando, la musica mi ha dato tanto, mi emoziona, mi riesce piuttosto bene, mi piace, è un bellissimo hobby ma non voglio che vada oltre…. È già bella così e il troppo storpia; come disse un mio maestro di musica: “Nella musica o sfondi o fai la fame”

Mirco Colosi & Mario Scollo

Mirco Colosi & Mario Scollo

Chi nella musica ti è caro/a?

Non penso a nessun idolo in particolare, mi viene solo un nome: Mirco Colosi!!! Alle elementari eravamo compagni di banco, alle medie ci siamo persi ma grazie alla musica ci siamo ritrovati e abbiamo iniziato un percorso assieme che continua tutt’ora. Il suo percorso musicale è speculare all’80% al mio. Abbiamo iniziato a studiare nella stessa scuola musicale e nello stesso periodo, abbiamo comprato sempre gli strumenti musicali insieme, siamo stati i fondatori del gruppo Omega, mi è sempre stato accanto negli arrangiamenti, nell’organizzazione, nelle idee musicali ma più di ogni altra cosa come amico. Sicuramente un grande musicista. Quel che prima ho affermato torno a dire: Una delle cose che devo alla musica è sicuramente l’amicizia.

Alba Gnazi – Inediti


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(Quando hai tempo, Luna.

Quando hai tempo.)

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Succhiarti, se possibile
le labbra immobili sotto
il guizzo dell’oscuro che t’annaspa
Succhiarti a sangue, a pelle, disossarti
Io vorrei
Puttana dolente Luna
Sganciarmi dall’aria e incementarmi in te
Svibrare all’unisono con
gl’ inverni di carne, e densi,
e blu
che serri tra le cosce
come un dio che non s’accosta eppure
preme
E tramandare oscenità di bocca in astro,
ridendo:
Che poi, forse
basterebbe solo un bacio o
Succhiarti, Luna,
davanti alle tue stelle
per vedere se la polvere
si bagna anche di me.

*

Moonlight, e non a caso

Non ho voglia di baciarti, stasera
Stasera che mi guardi e
Appassisci
Tra i rossori che a veli sfoglio, immaginando
di essere te, o un cane,
un lampo sui fossi,
un Altrove
da concimare a grani e quiete,
fin dove il tuo alito
educa al silenzio.
Moonlight, dal tuo pozzo m’osservi e
di me ridi, provvida
d’inchini e sberleffi, poi
Zittisci,
più alba del sole quando scade,
sontuosa
tra i triclini del mare.
Non necessita d’inviti la Regina.

*

SnowMoon

Perderti, apparendo e sparendo
dove gl’intervalli della nebbia
sponda fanno
alle lampare,  sull’acqua che miagola
sciabordii nel vespro.
Ricordo l’istinto della malta a piovigginare
tra i dossi dove le mani non arrivano,
il mio sforzo di nascondermi
in un bruciapelo di labbra e euforia :
i tuoi occhi attendevano Penitenza, e secchi
inchiodavano pietre, e bestemmie, e
poesie: fossero state
lacrime, SnowMoon,
avrei bucato di gioia i miei capelli
incantandoti ancora, ma
adesso no, non più:
Ed è perderti e perderti ancora
sopra danze burlesque e cospirazioni di meraviglia,
Infanzie come soffioni
tra notti a perdigola,
dove tu non finisci
e il blu mantieni, ché forse
verrà un diverso Ancora
a innamorarmi di te.

(Vediamo stanotte

dove mi porterai a sognare)

 Who I am

Prosa giovane: Giulia Lazzarino


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E poi quella schiena, curva sempre con la stessa inclinazione qualunque fosse lo sgabello che la sostenesse, accompagnata perennemente dalla stessa posizione di braccia e gambe; la mano sinistra era concentrata in uno strano e continuo movimento vibratorio possibile come conseguenza dell’affannoso strofinamento dell’indice contro il pollice, mentre la testa si girava a destra per lanciare uno sguardo oltre lo schermo e questo accadde con un’alternanza che rispettava sempre la stessa quantità di tempo quasi da diventare un’ossessione paranoica.

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Form-azione

La forma perfetta che siamo è innata in noi
Esiste quando, anche se è monocolore, ha quel particolare che risalta
Senza aspettativa
Senza attesa
Quel particolare disordinato e puntuale
Che dice la sua
Anche se non c’è molta chiarezza in superficie
Anche se c’è la paura di confondersi
Anche se esiste un raggio di sole che spezza il senso della comoda luce di riflesso
Anche se non si è mai abbastanza convinti nel decidere di lasciarsi andare
E poi a volte non ci si lascia andare per niente
Ritrovarsi per riperdersi dopo un istante
La mente non è in grado di fare questi calcoli
Ma la vita improvvisa sempre
Chissà cosa vorrebbe dire entrare dentro ? Lasciarsi annusare e respirare a pieni polmoni ? Muovi i polmoni Continuare a credere di poter credere Siamo umani e labili. La Vita improvvisa e occorre improvvisare con Lei Nella veste di osservatori
Nella veste di Amanti
Nella veste di Complici
Nella veste di Accoppiati
Nella veste di Invasi
Nella veste di Spersi
All’origine

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Impulso

Sento un colore he mi avvolge nell’atmosfera densa della prima che volta che ho sentito l’odore di uomo avvolgermi le narici. Del primo uomo della mia vita che mi ha accolta incondizionatamente. Sono fiduciosa di una più grande consapevolezza vivente che mi accompagna nel ritmo costante della vita. Posso permettermi quando voglio di stare nella situazione in cui sono concedendomi la poesia di manifestarmi. Tutti abbiamo quelle corde tese che se anche solo sfiorate, suonano e risuonano impazzendo di gioia e dolore e ci rendono umanamente quello che siamo.
Quante sono le volte che me la racconto ? sono alleggerita se pongo lo sguardo sull’esterno osservando quello che mi succede dentro e che mi fa equilibrare la sfera delle sensazione proiettandola verso un’unica chiara direzione. Che ogni cosa può trasformarsi e il cambio di percezione è simile ad un tocco di musica leggera e forte che implode nell’anima e che fa danzare e vibrare il corpo.

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Ritmo-corpo-mente

Si può essere malinconici e sentirsi legati per il mondo anche solo per un battito quando si vorrebbe ottenere davvero nell’ora di adesso, tutto quello che potrebbe essere possibile.
E ci si può anche perdere nei pensieri. Nelle lacrime. Nei ricordi. E non è un danno. È solo specchio di come a volte siamo fatti.
Spesso credo di sapere tanto. Di colpo sento di non sapere niente. Poi comprendo che forse è questo crescere.
Abbiamo un sacco di cose dentro ed un sacco di volte preferiamo rinchiuderci nei luoghi comuni, comodi ed essenziali per distoglierci dalla nostra realtà, dalle nostre competenze. Per farci vivere tutto con distacco come se una volta finito non ci appartenesse più.
Ho capito che è davvero solo il tempo che detta la natura delle cose. Ed è bello vivere insieme a questo tempo

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Viande

Il bagno greco di Bruxelles avvista spesso forme di vita strane
Bensì, scendendo una ripida e limpida scala simile a quelle che si trovano nelle stazioni anguste dei treni, ci troviamo schiacciate in una tana quadrata, con luci psichedeliche da ospedale o forse come quelle che ci sono nei bagni dei locali pieni di fumo e di musica nei quali, anche solo un accenno di specchio mostra una realtà distorta e tanta di quello che sei.
E all’improvviso, da una porta che sembrava non esistere in quel piccolo labirintico spazio, escono due uomini, vestiti di bianco, con un sacco enorme in mano contenente un agglomerato di carne, rosso fuoco, non propriamente identificabile.
E salgono la scala.
Avvistamento di ipotetica coscia di vitello.

L’arte di Valentina Malavenda


Benvenuta su Word Social Forum Valentina

Grazie! ;P

Chi è Valentina Malavenda?

Eheh, mah…una sognatrice ad occhi aperti più di tutto credo…decisamente introversa e taciturna.

Come nasce e si sviluppa la tua passione per la fotografia?

E’ una delle tante cose che mi ha affascinata fin da piccola, a casa mia si son sempre fatte un sacco di foto e l’indirizzo dei miei studi comprendeva anche una sezione dedicata alla fotografia dove si praticava dallo scatto allo sviluppo della pellicola in camera oscura. La bellezza dello sviluppare le proprie foto era unica…stare li e passaggio dopo passaggio veder comparire il risultato del proprio “lavoro”…

Insomma la fotografia mi ha sempre accompagnato nel corso degli anni e ho sperimentato, sperimentato, sperimentato, come è poi mio solito fare in diversi campi =)

Quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo dell’fx e quali artisti hanno maggiormente influenzato il tuo modo di creare?

Diciamo che da ammiratrice del mondo del cinema è una cosa che mi ha sempre incuriosita, ma pensavo fosse una cosa irraggiungibile se non con studi mirati, costosi, ecc.. certo ho appreso solo le basi e vorrei approfondire, ma è comunque un punto di partenza su cui lavorare…fondamentalmente non so stare con le mani in mano!

Mmmmh…artisti che mi piacciono ce n’è parecchi, più o meno contemporanei…HR Giger, Luis Royo, Victoria Frances, Marcela Bolivar, Ansel Adams, Rebeca Saray, Dylan Cole, Tim Burton, Andrzej Dragan, Annie Leibovitz.

La tua fotografia attuale fonde insieme due mezzi: il make up e il cinema. Come nasce e si sviluppa questo connubio?

Beh l’uno è parte dell’altro fondamentalmente…mi piace il mondo del cinema e il make-up fx viene “utilizzato” in buona parte di esso.

Che cos’per te la fotografia e nello specifico una foto?

La fotografia può essere tante cose, è un potentissimo mezzo di comunicazione, un modo di rappresentare se stessi, i propri pensieri, di esternare qualcosa che non si può o non si riesce ad esprimere con le parole, l’ immortalare un istante, il ricordo di un momento passato.

Se uniamo la  fotografia ad altre tecniche si può andare davvero andare oltre la realtà di ciò che conosciamo e sviscerare il mondo che ognuno di noi ha dentro, il più è riuscirci e avere il coraggio di farlo. La foto in sé e l’arrivo, il risultato finale…

Come nasce e si sviluppa tecnicamente un tuo lavoro?

La mia tecnica diciamo che è in continua evoluzione, sperimentando molto, ho sempre nuovi spunti su cui lavorare e da cui tirare fuori qualcosa. Per ora non mi focalizzo su una tecnica in particolare, ma cerco di applicare le mie conoscenze in base a ciò che più si addice al concetto, all’idea, al pensiero che vorrei sviluppare ed esprimere in quel momento. Non credo ci sarà mai un vero punto di “arrivo” per ciò che si apprende.  Il  mondo va avanti, cambia, si evolve, per cui ci sarà sempre qualcosa di nuovo da conoscere.

Come nasce il progetto Human experiment.

Eheh è nato dall’unione di alcune mie passioni, fotografia, effetti speciali e la digital art, cercando di esercitarmi con l’una è l’altra ecco il risultato. E’ un progetto ancora aperto, sono ancora nella mia fase sperimentale ed è da qui che nasce il nome in se “Collateral – human experiment”, la deduzione dovrebbe venire da se…esperimenti sulle persone con effetti collaterali…purtroppo per loro eheh…ciò non toglie che cerco comunque di dare un senso, una vita al risultato finale.

E’ una fase di passaggio sicuramente, ma fa comunque parte di me, del mio modo di “vedere”, di ciò che mi caratterizza e per me è come una valvola di sfogo, un momento di relax dal quotidiano.

Quanto difficile essere Giovani fotografi oggi, in Italia?

Non ti saprei proprio rispondere sinceramente, per me la fotografia è un mezzo che utilizzo a livello personale quindi non credo di essermi mai davvero confrontata con ciò,  ma immagino sia molto difficile e non solo nel mondo della fotografia.

Puoi anticiparci qualcosa dei tuoi progetti futuri?

Cercherò di portare avanti il progetto “Collateral – human experiment” e un progetto più personale di cui per ora preferisco non dire altro.

Grazie

A voi =)

Simona Fedele: di baratri e picchi – l’arte che fiorisce


Simona Fedele è stata una fulminazione.
Quelle cose che non ti spieghi e se ci provi non sai da che parte prendere per spiegarne i motivi.
Mi son trovata perfettamente a mio agio con le sue opere.

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Quando ti ho incrociato su internet ho subito visto un collegamento visivo ed emotivo che arrivava ben oltre lo schermo, ne passava i confini, ricamava intorno a me un sentire coinvolgente, tu ne si consapevole? Sai che non si riesce a fare a meno di innamorarsi di ciò che fai?

No, non ne sono consapevole, assolutamente (anche se in realtà leggere quanto scrivi mi fa sperare molto positivamente! E di questo ti ringrazio!). Internet e’un mezzo molto potente per acquistare visibilità ma vedere un dipinto dal vero è tutta un’altra cosa; credo che l’emozione vera, se accade, si provi solo in questo modo…

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Il tuo tratto ha colori ben precisi, il rosso che predomina nella sezione “Stramboloz e Schiribiz” al blu grigi, sono i tuoi colori preferiti? Parlaci del tuo colore, di quello che tieni dentro.

D’acchito rispondo rosso, fina da bambina! De gustibus…In realta amo il nero in tutte le sue declinazioni, possibilmente sporcato di bitume che e’ molto piu’ liquido e trasparente, irrompe meglio tra le crepe, crea ombre senza coprire…
Non so cosa tengo dentro, certe volte mi fa cosi’ orrore intravederlo che rinnego me stessa con determinazione estrema ed estrema pietas.
La mia vita e’ meravigliosa, per tutto cio’ che ho avuto e che ho, figli in primis!!!e catastrofica al contempo; nella mia dicotomia i baratri e i picchi si susseguono come la montagne russe…Insomma, e’ pure uno schifo! Ma questo e’.
Amen e cosi’ sia.

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Questo sovrapporre -“contaminare” parlacene.

…e graffiare, lacerare, asportare per poi rimettere e sporcare nuovamente, perennemente insoddisfatta.

 
Parlaci dell’art industriel…vedo che ne sei fautrice…

No, uso i social media al posto del gallerista che non ha attitudini a riguardo, ognuno ha il suo ruolo, io dipingo e faccio la mamma!

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E la poesia? Come nasce questo connubio? (ovviamente sono consapevole di essere sono uno degli autori che ha accompagnato le proprie parole alle tue opere)

Adoro la poesia! Adoro chi riesce a scrivere con l’immagine di un mio dipinto nella mente, non riesco a ancora a credere che un mio lavoro scavi cosi’ profondamente, e’ una meraviglia inimmaginabile saperlo!

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Prospettive. I fotografi che hanno fatto la storia – Omaggio di parole a Ferdinando Scianna


“Mi considero un reporter, qualunque cosa abbia fatto nella vita, ma sono piuttosto diffidente nei confronti dei generi e delle etichette. Guardo il mondo attraverso il prisma del linguaggio fotografico, tra le componenti del quale è fondamentale il rapporto col tempo e la memoria”….“Ricordare è lo stesso di immaginare; così raccontando un proprio tempo, uno lo trasfigura, lo immagina: letteralmente “lo racconta”. E poiché il racconto è fatto di cose che si eliminano inconsciamente e di cose che si valorizzano, è sempre molto arbitrario, come lo è ogni gesto letterario. E ancora sulla fotografia e la “memoria”: le fotografie non restituiscono “ciò che è stato”, piuttosto ripropongono in una sorta di lancinante presente ciò che non è più”.

Ferdinando Scianna

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sbaglio strada non riesco a seguire le parole qui anche le rovine sono in appalto
dove c’è piazza dovrebbe esserci cielo forse fontane uomini a diffidare dai consigli
la bellezza si sposta nella luce qui non ci sono specchi dove digrignare i denti
ma buche sagomate dai piedi dei vecchi dai simboli uncinati dipinti e gia scrostati
ho capito che la giornata prometteva bene oggi forse non sarebbe franato niente
niente gioia per turisti al futuro ne manine frettolose a rovistare tra i suggerimenti
resto a pagare ogni sogno più magro ogni sasso contro i vetri della scuola
e non si sa mai in quale modo ricominciare tutto quanto in questa improvvisa primavera
dove si fa prima a dire quel che manca perché il resto stanca le nostre sfrenate scorribande
di catene e di sorrisi inclinati da una parte e tienimi la mano aiutami ad uscire
dal treno casualmente

di Alessandro Assiri

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(siamo…)

siamo alabarde, incrociate da sedie immobili
e ci tocchiamo solo in un punto che è sempre più in alto
allontanando le strade che non si muovono più

siamo ossa, reggiamo un’impalcatura con scadenza
senza sudario che si confonderà nell’acqua
e ci nasconderà definitivamente i colori

siamo sintomi di noi ancora da venire
Danubio e terra che si deve incontrare -anche ponti-
sangue e sorriso che non vuole finire -anche lune-

farfalle siamo, viviamo solo un giorno

di Sebastiano A. Patanè Ferro

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Il pane si nasconde
dietro schiene spezzate
che non piacciono a nessuno
ma c’è il sogno che nasce
e ti regala la giusta forza
di tremare mani alla mammella
mentre ancora succhi latte vivo
e lasci l’inviso giorno arrivare.

di Paolo Aldrovandi

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La morte del Maestro di Sebastiano Adernò

Un minuto di silenzio
e la vista franò in un pianto.

Applaudirono fuori tempo.

Un minuto di silenzio
e lo stesso deserto
temette di essere disperso
in uno spazio più vasto.

Un minuto dopo il silenzio
gli oceani tremarono:
Cristo è morto, è mortale
tradirlo fu l’ultimo scempio
di un chiodo battuto
con vile ingegno.

Brancolando tastoni
una civetta,
come si dispone la sciagura,
all’ultimo volteggio
non trovò la tana.

Arrivò voce
che Giuda aveva ingerito
denari mancanti, tre
come gli anni in cui il corpo redento
perdonò la crudeltà del suo sangue.

E nel cerchio fu negato
anche solo un passo,
taciuta la strada che riesce
dove il pellegrino balbetta
ritorna a fiatare.

Dunque pregammo
preferendoci bambini
piuttosto che cattivo esempio.