Progetto Benefico: No Job: Visioni del Paese Irreale – Curatori: Enza Armiento, Sebastiano Adernò e Antonella Taravella – Edizioni Smasher, 2013


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L’istante faceva paura. Poi divenne periodo. Vivere subendolo.
Non capire la Crisi fino ad esserlo, noi stessi, uomini e donne in Crisi. Il male non esiste. E se c’è toccherà non me, ma forse il mio vicino.

Così ciò che battezzammo Crisi sperando fosse a termine, era già l’innominabile reflusso verso Paesi più motivati ed emergenti. Ma l’onda non è un’onda. È una marea che non rientra. Bassa.
Tanto bassa che forse col Mare ci toglieranno l’Orizzonte.

Disoccupazione, Commissariamento, Liquidazione per fallimento.
Mobilità, Cassa integrazione, Licenziamento.
Nuove povertà in aumento. Soglia ed emarginazione. Disperazione.

Lo scollamento tra Politica e reale umore di ciò che chiamiamo Bel Paese ha raggiunto livelli da compassione intellettuale verso una classe dirigente capace di garantire solo truffe in atto e privilegi.

La nostra è un’antologia di scritture, il cui nome potrebbe essere VISIONI DEL PAESE IRREALE.

Poesia e prosa ne saranno testimoni.

Il ricavato sarà interamente devoluto ad Associazioni che supportano disoccupati nuovi poveri ed emarginati. Promuovendo il libro attraverso la vasta “blogsfera” con la diffusione di booktrailers ed organizzando Reading ed Eventi che permetteranno alle nostre Voci di Carta di diventare Parola di denuncia, protesta e conforto.

Gli artisti che hanno scritto per l’Antologia

Alessandro Assiri, Alessandro Manca, Anila Haxhari, Antonella Barina, Antonella Taravella, Camillo D’Angelo, Cinzia Mastropaolo, Enza Armiento, Fabio Franzin, Fabrizio Bianchi, Ferruccio Brugnaro, Filippo Davòli, Floriana Coppola, Francesco Zanoncelli, Gerardo De Stefano, Gianni Milano, Giovanni Abbate, Giovanni Parentignoti, Julian Zhara, Lorenzo Di Stefano, Natalia Bondarenko, Ninì Ferrara, Oscar Locatelli, Paolo Maurizio Bottigelli, Raffaele Abbate, Salvatore Sblando, Salvatore Zafarana, Sandro Sardella, Sebastiano Patané, Sebastiano Adernò, Ulisse Fiolo, Viorel Boldis, Emilia Barbato, Gian Ruggero Manzoni.

Book Trailer:

Link per acquistare il libro:

http://www.edizionismasher.it/antologiajob.html

(fino al 6 gennaio c’è uno sconto del 20%)

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Progetto Benefico: Fatti mangiare dalla mamma – Cochonnerie-Labile-Collettivo


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Cuori da Venere, gruppo nato su Facebook nel 2012, presenta il libro
“Fatti mangiare dalla mamma”
a cura di Rosamaria Caputi
Dedicato a Fabrizio Pittalis

L’obiettivo comune è di devolvere tutto il ricavato all’Ospedale Pediatrico Oncologico Santa Chiara di Pisa, dove Fabrizio è stato curato, rappresentato dall’associazione A.G.B.A.L.T.
Fatti mangiare dalla mamma è un libro corale. Nell’estate del 2012 lanciamo un’iniziativa su facebook per Fabrizio Pittalis, poeta e scrittore di Porto Torres, un gruppo come tanti sul social, Cuori da Venere, il pianeta dove lui si è trasferito nel 2007 a causa di un tumore-sarcoma di Ewing. Hanno aderito tantissime persone, tra loro sconosciute ma unite dal comune obiettivo di ricordare che un poeta-scrittore è sempre in vita. Da un’idea all’altra, si è arrivati alla stesura di questo libro. È un libro fatto con le ricette date dalle mamme, ricette della tradizione o anche semplice frutto della loro creatività, quelle dei loro quaderni, quelle che i figli ricordano. Ma non solo. Accanto alle dosi e al procedimento, ai consigli nutrizionali di Monia Farina e a quelli su come impiattare di Roberta Scarazzato, accanto ai vini consigliati da Tommaso Sussarello, abbiamo infatti voluto inserire brevi narrazioni, episodi che raccontano i momenti in cui veniva preparata la ricetta, o storie inventate, nostalgiche, divertenti, alcune surreali, scritte da Rita Bonomo, Maria Grazia D’Avino, Rosamaria Caputi, Silvia Longo e Luca Palli Branchi. Fatti mangiare dalla mamma è un libro che gioca: c’è il capitolo della fi-glia che insegna le ricette alla mamma, il capitolo su come cucinarla, la mamma, opera di quattro poeti/scrittori, Paola Silvia Dolci, Mauro Mazzetti, Silvia Molesini e Ianus Pravo; ci sono i piatti di chi ha scelto di fare da mamma ai gatti. Tutte le ricette hanno anche un segno zodiacale che le caratterizza coi consigli astrologici di Maria Grazia D’Avino. È un libro che parla del legame mamma-figlio, del loro relazionarsi attraverso il cibo, nella postfazione di Ninfa Delicato. Nerina Garofalo ha messo in evidenza i film che dicono di questa relazione, selezionando attentamente una serie di link. Fatti mangiare dalla mamma è un libro illustrato, non fotografico. Abbiamo scelto di giocare attraverso il disegno ironico e sottile di Michaela D’Astuto che va oltre l’esposizione visiva della ricetta. In nota le traduzioni in inglese delle ricette di Silvia Ghiretti, Jacque-line Cornelius, Daniela Conti. Ivana De Gasperis e Alberto Capelli. La struttura del libro dal punto di vista della impaginazione e della grafica, diverse dal ricettario tradizionale, è stata curata da Luigi Romolo Carrino e Lara Arvasi.

Qui di seguito il link del Trailer ufficiale del libro realizzato da Salvatore Pietro Anastasio
http://www.youtube.com/watch?v=Rg4dgEMun9M

Ufficio Stampa Patrizia Bertelli
Contatti: rm.caputi@gmail.com – patrizia.bertelli@live.it

Link d’acquisto libro:

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1042176

Due Cretini su una Freccia


vittoriaSe sei cretino, c’è poco da fare. Puoi avere la gentilezza dei terminologi che si sperticano per abbellire il concetto verso la neutralità, al massimo, far dire di te che hai un ritardo, un handicap, un deficit, anche se deficit ha la stessa radice di deficiente e quindi non può andar bene; che sia una disabilità allora, mentale o fisica, un’inabilità anzi, per potenziare il bianco della grana del termine, una diversa abilità, infine, per placare gli animi di tutti.

Ciò che non si cancella, comunque, è la corrente di imbarazzo che si infila tra i vestiti della gente quando un portatore di handicap fende la leggera ipnosi degli individui impegnati a vivere in strada, nei luoghi pubblici.

L’anonimato di un treno è un luogo curioso da cui osservare gli umani. Se venissi da Tau Ceti e dovessi stendere una relazione sul genere terrestre, credo davvero che prenderei una Freccia, trovandomi a Roma, di mattina, per studiare la fitta individualità che separa le persone, ma anche il torpore collettivo che li agita, secondo linee di demarcazione molto sottili.

Così, sono rimasto classicamente inserito in uno scompartimento da quattro per un’ora e mezza fino a Firenze; giocando con la mia musica, il mio libro, le prospettive italiane della campagna collinare tra il Lazio e la Toscana, ho osservato ciò che si mostrava di sfuggita intorno.

La mia vicina di destra, che si è divisa tra la lettura nervosa e frammentata di un’antologia di Carver e un paio di conversazioni telefoniche amichevoli e formali, recitate con un tono basso e tiepido di donna che della vita ne sa. Ho capito che mi teneva d’occhio con la pelle, in un modo laterale e sbieco, quando m’ha appena sfiorato in un leggero movimento ed è leggermente trasalita, ha mormorato immediatamente un eccessivo -mi scusi-.

Era appena passato un Controllore di accento veneto e atteggiamento burocratico e secco, costui voleva farmi una multa per aver sbagliato la prenotazione del biglietto fatto di corsa a una macchina elettronica, perchè m’era scappato di aggiungere un’offerta di posto gratis per bambini. Avevo provato a spiegare la mia difficoltà e la fretta, lui tuttociglia aveva ribadito, allora avevo alzato mezzo tono e concluso retoricamente che forse aveva ragione lui, ero io un po’ cretino con le biglietterie.

Poi, per un attimo, l’attenzione di mezzo vagone s’era richiusa su di me, ero uscito dal seminato ipnotico della matrix auto-elettronica in cui ognuno stava inserito, chi I-pod, chi I-pad, chi Galaxy, molti con quel nuovo gesto moderno, ostentato, di spingere e girare l’attrezzo continuamente, orizzontale, verticale e ritorno come abili scimmie digitalizzate, altri ancora col satellitino cellulare infilato nel timpano, che mormoravano a rottadicollo fitti rosari di un cazzuto cristo aziendale.

La mia donna laterale navigata che spizzava Carver s’era innervosita, appunto, il cazzuto aziendalista upper-class che avevo di fronte era tutto uno sforzo di mantenersi ultraterreno, s’immagini sopracciglia strette che insistono per rimanere strette, uno sguardo di goniometro preciso che ruota per due unici fulcri, da I-pad a un punto nell’angolo alto opposto della carrozza, avanti e indietro infinite volte, sorvolando la nullità che rappresento, i vestiti alternativi che mi coprono, le sneaker di un modello già passato, con un paio di macchie in punta, che scopro lì per lì di avere ai piedi.

A Firenze costoro scendono, mentre allungo le gambe fino a occupare la sporca posizione del cristo pariolino aziendalista che mi stava opposto, dal fondo del corridoio avanza una specie di coppia del destino, una madre e una figlia ritardata che vengono a sedermisi di fronte.

La piccola avrà tredici, quattordici anni, vocalizza quei fonemi acuti tipici che la madre scavata in volto cerca di tenere buoni, per la decenza collettiva che abita il treno ipnotico. Guardo questa pallida madre e provo un moto di compassione fortissimo. Poi guardo lei, la piccola Giulia, per un attimo ci fissiamo un po’ stupiti, poi lei scoppia ridere e io pure, la seguo naturalmente e volentieri.

Comincia un altro viaggio, adesso siamo solo lei e io, legati da qualcosa che ci fa ridere fuori dalle righe. Continuo ad avere l’imbarazzo della madre dentro di me, capisco quanto questa donna soffra, per la figlia e per quello che ciò comporta, per lo strappo sociale che si porta dietro con amore e per la dignità che fa a cazzotti con la vergogna. Non posso continuare a far ridere la piccola Giulia, la gioia che prova l’accende letteralmente, così comincia a produrre ai limiti del grido quelle poche parole cardine che sa: m-mma, tree-noo, bootte!

C’è qualcosa che freme nel collettivo del salone viaggiante, ancora una volta mi trovo involontariamente ad esserne centro, faccio ridere Giulia e amerei sciogliermi con lei in quella risata sgangherata, eppure torno al mio ponderoso Libro Rosso, una cosa pesante di carta che mi impegno a sottolineare godendomi solo l’attenzione laterale della piccola. Lo faccio per decenza, e per misericordia, in un certo senso.

Devo scendere a Bologna, i primi murales dei centri sociali cominciano a sfilare lungo i finestrini, mentre penso a qualcosa da pescare nel delirio del mio zainetto che possa fare da regalino per Giulia, lei mi apostrofa direttamente per la prima volta, una mitragliata di suoni di cui comprendo nulla. Traduce la madre: la piccola vuole sapere com’è il Libro Rosso che sto leggendo con tanta concentrazione, in particolare se si tratti di un romanzo o altro, cioè se sia una cosa -leggera- o -pesante-, ecco, l’avevo decisamente sottovalutata. Poi sorride, sorride e insiste, mi guarda come trascinata da un lontano moto di seduzione, come un piccolo clown appassionato che sbuca da una difficile nebbia.

E’ a questo punto che la mia -civiltà- vorrebbe cedere davvero, piuttosto che continuare a ridere avrei ora bisogno di piangere, non so bene nemmeno perchè.

Che il Libro Rosso l’abbia scritto Jung, che rappresenti un testo unico nella storia del Novecento e in quella dei testi divinatori sull’Uomo non vuol dire proprio nulla. Tantomeno che il mio geniale analista svizzero descriva la figurazione dell’Anima personale come qualcosa di eccessivo, di totalmente ingenuo e perfino -ridicolo-, se lo consideri nel senso comune che ci educa socialmente.

Il treno si ferma a Bologna con un sussulto. Scendo velocemente, dopo aver regalato una vecchia conchiglia dell’oceano indiano alla mia Anima che prosegue, ridendo estatica verso Venezia.

Corro via come un ladro, strappandomi tutta Giulia e il mondo intero di dosso.

*

*

*

 PS: Avrei voluto scrivere una recensione su quest’opera esorbitante, ho mancato di un tanto il colpo. Arrivederci qui a febbraio, se destino vuole.

jung

Prospettive. I Fotografi che hanno fatto la storia – Omaggio di parole a Daido Moriyama


Davide Valecchi
L’immagine del corpo
si manifesta nella stanza cambiata,
in coincidenza con lo spazio
lasciato vuoto:
nessuno se ne accorge quando accade
ma il desiderio ricompare sempre
con un nome diverso,
quando siamo già fuori,
per una frazione di buio.

di Davide Valecchi

Francesco Faraci

Quei maledetti occhi, votati al dubbio dell’impossibile regalano all’anima un’inaspettata nudità.
Nascosto sotto un’aura di tristezza, guarda l’etereo cielo di ottobre che nutre di fondo ogni sifilitica speranza.
Saremo due stelle, diverremo polvere caos fumo e cibo per i vermi.
Io e tu, puoi starne certa, offriremo al mondo uno spettacolo indimenticabile spezzando con gesti compunti il nostro inattaccabile senso di vuoto.
Prendi le mie mani adesso, fai presto, prima che rabbia scontento e solitudine si impossessino di ciò che è nostro.
Non disperare, si nasce e si muore soli. Contro tutti i princìpi del dannato vivere.
Ma tremo al pensiero di un tuo mancato ritorno.

di Francesco Faraci


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abre los ojos

così che ti possa passare a memoria
illanguidire nelle parole – abboccandoti
il mio amore saturo

dita appuntate ai lati stanchi della guancia
si distinguono le formiche e la fame che vive
sulle lenzuola e nelle corde chiazzate di sesso

abre los ojos

offrimi in punta di nuvola le gambe
– divinamente ammaestrate
circuito che disegna scintille refrattarie

origine e perdono nella testa china
che ingoia la mia natura disumana

di Antonella Taravella

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Sylvia-Daido Moriyama

con queste gambe disposte
al disorientamento qualunque direzione
non è un dove ma un come
fermare l’imprevedibile
transito per cui muovendoti mi muovi
in qualcosa che muta a misura di te
e che fa male come vivere in due
grembi la stessa madre

di Sylvia Pallaracci

Claudia Zironi – Poesie civili


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Il civile sbarco a Lampedusa del 3 ottobre 2013

tutti in fila come i bambini
tutti in fila come a scuola.
fate i bravi soldatini!
mettetevi in fila per la marcia.
alla fermata, ben educati
tutti quanti formate la fila.
tutti in fila sulla banchina
uomini e sogni
nei sacchi di plastica

*

A Marcos, Amed, Ling Yu Sun
(dedicata)

Eri come l’America nel millequattrocentonovantuno
Marcos, per noi che non ti vedevamo. Ora
che ti incontriamo all’iper e sul tram, a spasso
per le strade la domenica, tentiamo
di scambiare collanine per oro, banconote da cinque
per lavoro. Ci sentiamo stretti sul tram, Marcos
e ci portiamo al petto la borsetta
chiedendoci come vivi, se ti lavi o se picchi
tua moglie la sera. Abbiamo abbassato lo sguardo
cento volte davanti al tuo passaggio
ma oggi, com’è costume fra colleghi,
tutti quanti abbiamo messo nella busta
i dieci euro per il funerale. Sabato l’infarto
ti ha stroncato, dopo la solita settimana
da sessantadue ore, Marcos già dimenticato
in un:  “pace all’anima sua” del Direttore.

*

Venuto da lontano, nella terra che trema
(terremoto dell’Emilia, maggio 2012)

Venuto da lontano, speranze
espresse con un buffo accento
e occhi di un qualsiasi uomo
Ulisses Yusuf era sbarcato

Non aveva fantasia di scherni
di colleghi, padroni sfruttatori
che lo facessero faticare
undici ore. Senza sicurezza.
Per risparmiare

Non pensava al gelo dell’inverno
al calore della fonderia d’estate
Alla solitudine nelle donne
che lo guardavano senza vedere

Non immaginava la pianura
di barbabietole uccelli palustri
nebbie, tremare il venti maggio
di un lungo brivido sommerso,
Ulisses Yusuf,

che in attimi lo avrebbe lasciato
fra le danzanti spighe di grano
attonito a fissare una trave
schiacciare le speranze e il petto

*

Viaggio per l’Europa

Una paletta anonima e quattro valigie, una mezz’aperta
Occorre questo per tornare in Moldavia
senza permesso di soggiorno
col biondo scomposto che copre la stanchezza
preannunciata da un pullman in ritardo
Alle spalle una notte in bianco col vecchietto
Davanti le frontiere, le fusa interminabili del motore
una pipì trattenuta a lungo mentre la rumena non fa che parlare

Sono cinque anni che Sonia viaggia d’estate
Le valigie un po’ più consunte, i figli sempre più estranei
Il ritorno interminabile

Biografia

Claudia Zironi e’ nata a Bologna, dove vive, il 26 marzo 1964. E’ laureata all’universita’ di Bologna in Storia Orientale, Master in gestione d’impresa. Da anni si occupa di Trade Marketing in un’azienda. E’ mamma orgogliosa e felice di Matilde. Ha sempre avuto la passione per lo studio delle lingue e per la composizione poetica ma solo di recente ha optato per il confronto e la diffusione. Ha pubblicato un libro di poesie “Il tempo dell’esistenza” con Marco Saya Edizioni nel novembre 2012, e alcune poesie su riviste, siti Internet e antologie, fra cui Il ricatto del pane, CFR ed. 2012; 100 Thousand poets for change, Albeggi ed. 2013; Cronache da Rapa Nui, CFR Ed. 2013. Ha ricevuto una segnalazione classificandosi quarta al concorso Renato Giorgi 2013 per la silloge inedita. Fa parte del Gruppo 77 condotto da Alessandro Dall’Olio. E’ fondatrice, attiva nella direzione e nella redazione assieme a Paolo Polvani ed Emanuela Rambaldi, della fanzine on-line Versante Ripido, per la diffusione della buona poesia. Le poesie qui presentate sono tratte dalla silloge “Anno domini”.

Mater Dea, Mater Vitae II Parte – le Rune Berkana Peorth e Iss


Splendida rappresentazione della dea greca che per quanto poco abbia a che fare con le Rune (anche se ci sarebbe da confrontare) rappresenta in sè l'idea di madre

Splendida rappresentazione della dea greca che per quanto poco abbia a che fare con le Rune (anche se ci sarebbe da confrontare) rappresenta in sè l’idea di madre

Dopo aver affrontato le dee Freya e Afrodite, vediamo adesso come all’interno delle Rune, si dipana l’idea del femminile, sia connesso all’idea di madre che di operatore del magico (usiamo questa inadatta terminologia anche se la maggior parte degli studiosi parlano di sciamanesimo). Le tre Rune che simboleggiano la donna sono Berkana, Peort e Iss, alle quali per vie collaterali potremmo associare anche Lagu e Ing, ma andiamo per ordine. Berkana con Tyr forma la coppia per eccellenza. Sono il nervo del set runico per quel che riguarda il mondo materiale, perché esse costituiscono il lui e lei che dona la vita. Berkana è la donna intesa come fertilità ma soprattutto come capacità di essere resa fertile. Questa è l’unione con Freya, di cui si parlava nella prima parte di questo articolo e con le tematiche del Seiðr, nel senso di comunione con il mondo esterno-interno e quindi capacità di fruttificare. L’albero connesso alla Rune in questione è secondo la maggior parte delle fonti la Betulla, poiché essa riesce a resistere al freddo glaciale e rinascere di anno in anno, esattamente come la donna che può concepire teoricamente di volta in volta. Il concetto che sta alla base di tutto ciò, è come al solito, quello ciclico del tempo, ripreso dal moto della natura e delle stagioni, che di per sé è connesso automaticamente ai transiti del cielo. Dice un vecchio proverbio “non muove foglia che dio non voglia”. E’ un discorso banalmente applicabile alla cultura norrena in cui dominano le divinità espressione del mondo naturale: ogni cosa si muove secondo uno scopo preciso, ed è causa – conseguenza di altre cause che a loro volta saranno cause-conseguenza di altre situazioni, in un gioco di trame ampiamente definibile nel corso degli eventi ma in un certo qual modo già definito. Significa che se il contadino pianta un seme di melo, otterrà con la buona stagione un bell’albero di mele. Se saprà coltivarlo l’albero crescerà e darà i suoi primi frutti. Se il contadino continuerà ad occuparsene sapendo aspettare i tempi maturi, avrà sempre mele buone sulla sua tavola. Oggi giorno tutto questo può sembrare sciocco, ma in questa storiella si nasconde la saggezza antica. La donna è come il nostro albero di mele, con la differenza che la sua terra fertile la porta nel ventre. A seguito dell’amplesso essa può partecipare alla trasformazione della natura e effettuare il suo compito, per il quale è nata: procreare, ovvero trasformare. Il femminino sacro del resto è un bacino, un contenitore. In altri ambiti, si parla per la femmina di ‘potere passivo’ , ovvero reazionario, conservatore. La donna porta dentro di sé il passato, lo lascia maturare e lo conserva nel futuro per insegnare. Allo stesso modo essa protegge e cura i suoi figli, e coloro che levivono intorno, tanto che il suo corpo è strutturato per essere morbido e accogliente, a differenza del corpo maschile progettato per distruggere e difendere. Berkana riassume in sé tutto questo universo del femminile, che molti riducono esclusivamente alla gestazione. Non che non vi sia connessione, anzi, ma è sempre bene ricordare che la gravidanza di cui la Runa parla è sempre connessa al Seiðr e alle sue possibilità, per cui la rete di significati che il segno nasconde è decisamente più ampia e variegata e non prescinde da un attaccamento quasi ombelicale della donna alla terra, per una funzione specifica che vede il pianeta come la donna e la donna come il pianeta. Senza questa sottile idea che unisce la Runa alla vagina, all’utero e al seno, non si può pensare di possedere Berkana e attivarla. Peorth invece rappresenta un altro stadio della creazione e dell’essere femminile. Se Berkana è la possibilità, è il potenziale, Peorth è l’atto in sé, l’espressione di quella potenza femminile. Ogni donna nasce con le qualità che tale la rendono, ma non è detto che tutte arrivino a sfruttarle. Peorth di suo simboleggia l’utero, il sacco amniotico e qui si potrebbe aprire un capitoletto a parte, solo per descrivere le corrispondenze tra utero e mito. Sinteticamente, l’utero è una porta (qualcuno ha mai sentito parlare delle porte dello zodiaco? Del Cancro e del Capricorno? Delle vie dei draghi?), una sorta di universo parallelo in cui si genera la vita. Se guardiamo alla mitologia classica già potremmo fare un raffronto tra il sacco di bue che contiene il miele, che poi conterrà il vino capace di ‘non morire mai’. Sono concetti abbastanza ostici per coloro che non trafficano nel settore, ma se può essere di aiuto, vorrei sottolineare che la psicologia antica creava molte metafore per raccontare. L’utero materno è un sacco, un contenitore, una caverna, un luogo angusto ma caldo e spesso nel mito  come nel sogno, è simboleggiato da sacchi di vitello che in antichità erano usati anche per conservare il miele, sostanza che non solo per le sue caratteristiche ricorda lo sperma maschile (se qualcuno ha mai letto Omero, noterà che l’eiaculazione divina produce sperma d’oro) ma che è incorruttibile nel tempo. Karl Kerényi , uno dei più grandi studiosi del mito, fa un collegamento ancora più profondo con il tema dell’uscir fuori di sé (nel senso di morte) e Dioniso: vino – miele (in antichità il vino si mesceva col miele sia perché era molto forte, sia perché prima della scoperta del succo d’uva si usava il miele, di cui infatti è rimasto il ricordo sia nell’idromele che nel nettare degli dei) simboleggiano l’utero materno e quello che vi accade dentro ma sono attributi non della dea madre ma del piccolo Dioniso, successore indiscusso di Zeus, il dio smembrato e ricomposto, che porta agli uomini la capacità di essere ciò che non sono. Dioniso è per Kerényi la zoe (vita animale) non la bios (sempre dal greco, la vita in senso di esistenza) ovvero quella forza della natura di spaccare ogni cosa e poi ricrearla. Una sorta di Kaos ordinato e necessario, perché (e gli antichi lo capivano meglio di noi moderni) quando un sistema è vecchio e stantio, occorre distruggerlo per creare nuove possibilità di vita. Peorth sottintende tutto questo. Essa è l’utero che si apre, la porta che conduce alla vita e con Berkana costituisce tutto il potere femminile, a patto che la donna ne sia pienamente consapevole. Molti runologi la vedono anche connessa al sesso o alle gioie del gioco, data la sua forma di contenitore che si apre, che lancia. Mi piace particolarmente l’idea del dado che viene lanciato. Simboleggia due cose: la vita e le Rune, perché vale la pena ricordarlo, le Rune si lanciano non si estraggono. E se il gioco del lancio dei dadi è per antonomasia connesso al destino, penso che l’idea di un bambino lanciato dall’utero possa magnificamente riproporre il trauma della nascita e la responsabilità di cui ogni uomo si carica al primo vagito. Infine c’è Iss, che spesso è identificata con il ghiaccio. La Runa rappresenta il grande potere della madre che dopo aver avuto l’idea e la possibilità (Berkana) di procreare, ha fatto maturare e ha partorito il suo frutto (Peorth) ora ne conserva la stabilità con Iss. Stiamo in sostanza parlando di quel segno capace di stabilizzare le cose, di renderle eterne. Immaginate l’Europa del Nord di secoli e secoli fa, dove il ghiaccio ricopriva buona parte del paesaggio. Le popolazioni che li vi si sono stabilizzate hanno imparato a conviverci, tanto da capire come sfruttarlo e usarlo per sopravvivere. Iss racchiude questa capacità tipica della madre con una punta d’ombra: il ghiaccio conserva ma uccide. Vale la pena di nominare le Lamie, le Lilith della mitologia e della letteratura e di aprire una piccola parentesi sulla posizione della donna rispetto all’uomo. Non va dimenticato che il maschio prova desiderio per un corpo che non solo lo ha partorito, lo ha anche allattato e che culture intere hanno creato modelli e miti per parlare di questo disagio. Il rapporto con la madre è basilare per un uomo, perché è su quella struttura che egli si rapporterà al genere femminile. Tutti oggi giorno mastichiamo un po’ di psicologia e sappiamo quanto un rapporto d’amore possa diventare anche claustrofobico, divorante, accerchiante tanto che molti uomini esplodono, spesso violentemente. Senza contare la letteratura che ci offre una vasta gamma di femmè fatale o timorosi angeli del focolare. La donna può creare come distruggere, può conservare come annullare, può spaccare come ricostruire e il suo agire mina emotivamente l’uomo, sin dalla culla. Perché se una madre non bada al bambino, questo muore. Iss rivela anche questo, ed è un aspetto da non sottovalutare soprattutto nella cultura norrena, dove la donna era un elemento attivo della società che contribuiva a pieno titolo al sostentamento della famiglia – clan. Alcuni vedono in Iss anche una connessione col mondo ultraterreno, per quel che mi riguarda penso che tale legame sia posticcio in virtù della triade greca Demetra, Kore Persefone- Ecate, dato che la madre riaccoglie in sé il figlio morto per farlo rinascere a nuova vita. Non esistono Rune che abbiano a che fare col mondo dei morti perchè non è questo il loro principio vivificatore, in particolar modo rispetto a segni che hanno a che fare con la creazione. In ultima analisi Lagu e Ing, le Rune citate all’inizio dell’articolo possono essere in modo collaterale agganciate al simbolo materno perché la prima è l’espressione del lago, del sentimento, del sostrato emotivo che caratterizza la linea del femminile, del deposito, del contenitore, del ‘sempre sarà così’ e la seconda perché (per quanto io la ritenga posticcia è legata all’idea delle sementi e del raccolto. Ing è una specie di rombo, un seme con la possibilità di essere piantato. Ma anche qui, purtroppo, la maggior parte dei runologi dimentica cosa sia una Runa e si lascia ingannare dall’aspetto grafico, che è insignificante. I bastoni che formano i segni sono Vettori non sono linee per disegni. Quando si studiano le Rune, non si dovrebbe leggere ne guardarle. Banalmente bisognerebbe sentirle e quindi comprenderle. Questa è una sintetica panoramica nel mondo del femminile e delle Rune. Spero di essere stata chiara, ma per qualsiasi domanda o chiarimento, sono a disposizione.

Roberta Tibollo

Rappresentazione moderna dell'idea di dea madre antica

Rappresentazione moderna dell’idea di dea madre antica

Inediti di Alessandro Monticelli


alessandro monticelli
Letter from home

In questo mutuo disordine gli ultimi istanti di gloria
Permeano i tetti delle chiese, delle moschee, delle sinagoghe.
Prigioni di vetro dalle serrature di sughero
Che custodiscono anime di porcellana di una commedia autunnale.
Altrove in un tempo inedito, nascosto,di luce brulicante tra le foglie
Si agitano insospettati oppositori dello scintillio estivo
Sui sudici sanpietrini romani.
Ma resta in un respiro di pece
L’isolato rumore di passi in una fredda domenica mattina verso casa.
L’odore di legno antico che emana da una mela tagliata a metà.
Che dirti?
Come animale prima che la terra tremi…..lo sento.
Ora che vivo in quella casa a pochi passi da Alexanderplatz
E mi tengo ben stretto tutto quello che non conosco.

Grazie Mr. Cohen

È un pensiero percotente
Coagulatosi in questa via crucis dell’intelletto
Che le parole ostinate come stalattiti
Non riescono a penetrare.
Difendi il corpo portando le mani al viso
Ma l’onda nel tuo bicchiere
Si infrange sul vetro senza farti del male.
Quando arriverà l’odio col suo pacco
Ricordalo
Impediscine la consegna.

*

Alla fine abbandonato dal sole
In un campo affogato dalla pena.
Restava leggero negli interstizi di un fascinoso niente
E nelle increspature delle parole che si affacciano
nella quiete di un mattino che si perde.
Tutto ciò che di giorno scriveva sulla sabbia
Di notte il mare lo cancellava.
Intorno case avvolte dal silenzio
E in quelle stanze le alte e basse frequenze del suo umore.
Ora, in blasfeme solitudini
Persiste l’eco nitida, acuminata della voce postuma.
Se si potesse scegliere, come allora
Diremmo Barabba.

*

Ogni giorno cerco di far passare almeno
Una mano per la cruna di un ago.
Ma è impossibile per chi scrive poesie
E un po’ se ne vergogna.
Per chi su di un verso può restarci un anno
Seduto all’ombra di un Tolstoj
Senza cavarci un segno.

Applicazione matematicopoetica

Ricordo l’inizio di una splendida poesia di Penna
Diceva”La vita …è ricordarsi di un risveglio triste
In un treno all’alba…”
Mi è accaduto di pensarla quella volta che aprii
Gli occhi sul bus che da Milano mi aveva condotto
A Francoforte.
Facendo un ragionamento matematicopoetico
Si potrebbe affermare che variando i mezzi di
Locomozione il risultato poetico non ha subito
Alcuna mutazione.

poesie tratte da “Concerto di un re minore”, silloge di prossima pubblicazione

Alessandro Monticelli è nato nel 1973 a Sulmona (L’Aquila) e ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Medicine Scadute, Mauro Baroni Editore, Viareggio, 2004; Made in Italy, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2004; Favole da un Manicomio, Edizioni Il Foglio, Piombino, 2006 (2ª edizione 2007).
Suoi testi sono apparsi su diverse riviste letterarie: «Ellin Selae», «Prospektiva», «Il Segnale», «Tratti», «Il Monte Analogo», «Inverso».
Nel 1999 ha iniziato la sua poliedrica attività artistica, che lo porta tuttora ad esporre nelle maggiori città italiane.