Mater Dea Mater Vitae. Viaggio straordinario nell’esperienza femminile runica


Freya

La Dea Freya

Freya è una figura interessante all’interno del carismatico panteon norreno. Primo perché fa parte dei Vani ma viene effettivamente trattata come uno degli Asi e passa la maggior parte del tempo tra loro; secondo perché condivide il nome con il proprio fratello Freyr e Felice Vinci, nel suo testo “Omero nel Baltico” vede nella radice una correlazione con il nome di Afrodite. Nesso molto affascinante, soprattutto a causa del fatto che, a tutt’oggi, è ancora difficile riscattare l’etimologia esatta del nome della dea greca, e l’assonanza tra le radici fr, che a questo punto potrebbero essere di natura indoeuropea, allarga la gamma di possibilità sulle correlazioni tra le due divinità. In effetti, le somiglianze tra le dee non si fermano al nome. Freya è accostata al sesso, alla bellezza, all’idea di donna fertile e affascinante. Il suo cocchio era trainato da gatti (lo Skogkatt, i norvegesi delle foreste) e il suo sex appeal  innegabile, tanto che persino i giganti vorrebbero averla nei loro territori, per portare lustro alla propria specie. Freyr dal canto suo, era un uomo meravigliosamente splendido, e veniva raffigurato con un fallo enorme. E’ molto semplice rivedere nella coppia divina, vecchie deità legate al culto antico della fertilità. Interessante sarebbe studiarne lo sdoppiamento e farlo in linea con altri “fratelli famosi” come Apollo e Artemide (dato che l’Artemide greca è solo la punta dell’iceberg della dea lunare europea). Afrodite dal canto suo, detta molto spesso “callipigia” (‘dalle belle natiche’, non a caso, dato che l’uomo condivide con i primati l’antico ricordo dei glutei turigidi come richiamo della femmina pronta per l’accoppiamento. Nelle donne il gluteo rimane gonfio durante tutta la vita dopo lo sviluppo sessuale, a differenza delle sue lontane cugine che invece tendono a gonfiarlo soltanto durante il calore. Ecco molto banalmente spiegata la passione maschile per il fondoschiena e l’epiteto di Afrodite, dea del sesso, lo conferma a pieno titolo) è la divinità capace di accendere la passione negli uomini. E’ la sola dea a poter essere raffigurata completamente nuda ed è madre, di Eros e Anteros che sono versioni antropomorfe dell’amore. Essa è nata dalla spume del mare (anche qui è facile vedere oltre che nella conchiglia riferimenti al coito, ai genitali e all’esperienza dell’orgasmo)  e inebria gli uomini del piacere della carne. In antichità il sesso, sciolto da ridicoli tabù, faceva parte del comparto non solo religioso, ma anche semplicemente quotidiano. Era grazie all’amplesso che le donne potevano rimanere gravide e quindi portare avanti il genos (la specie nel senso di famiglia-clan) in modo ciclico, esattamente come faceva la natura, quando i campi venivano messi a frutto e davano raccolti. Ancora potremmo parlare di quanto entrambe le dee fossero desiderate a capricciose, ma per nostro interesse, ci sposteremo sulla grande differenza tra Freya e Afrodite: il Seiðr di cui traccia è rimasta all’interno delle Rune. Non a caso uno degli Aettir (divisione di otto in cui i 24 segni sono concettualmente divisi) è dedicato a Freya (anche se per come la vedo io, la divisione in gruppi di otto delle Rune è posticcia. La cosa interessante però da notare è che uno dei gruppi è comunque dedicato alla dea, e forse questo potrebbe essere un retaggio di antiche conoscenze). Ma partiamo dal principio. Il Seiðr è un’antica arte di connessione con le energie naturali. Molti l’accostano allo sciamanesimo, dato che prevedeva anche la capacità di mettersi in contatto con altri piani, tanto da allacciarsi a quello che oggi giorno definiremmo spiritismo, ed era praticato esclusivamente da donne, un elemento molto interessante questo, perché apre una dimensione nuova sulla vita della donna all’interno della struttura religiosa norrena. Del resto, la connessione tra la femmina e la sacralità della nascita e della morte è abbastanza evidente, ma questa comunione con l’invisibile lo era soprattutto per gli antichi, dato che le donne potevano ‘perdere sangue tutti i mesi’ senza morire, potevano rimanere incinta e partorire uomini. In epoca moderna tutto ciò, grazie alla scienza, è un meccanismo del tutto ovvio, ma quando l’essere umano ha iniziato a tracciare la sua vita, doveva apparire come una sorta di miracolo, dato che l’esperienza della caccia e della battaglia, ad esempio, avevano insegnato che una ferita con relativa perdita di sangue, portava indubbiamente alla morte, se non curata. Questa rete di idee ha senza dubbio sviluppato un sistema di credenze intorno alla figura femminile e al suo connubio con le forze ultraterrene e naturali (cosa che la ha resa strega nei secoli successivi). Il Seiðr, a mio avviso, appartiene a questo ambito, dato che tramite il suo utilizzo si poteva prevedere il futuro, lanciare maledizioni e proteggersi da tutto ciò che era negativo. SIiamo in sostanza parlando di magia, e per quanto le Rune siano state “scoperte” da Odino, sembra che il loro vero significato sia connesso al Seiðr e al femminile, e volendo fare un paragone con il mondo ellenico, la dea che subito salta all’occhio è Artemide ‘dal bell’arco’, di cui Afrodite potrebbe essere una volto precedentemente diviso. Tutto questo è rintracciabile all’interno del ciclo runico, e Berkana, indubbiamente, domina la scena, dato che presiede a tutto ciò che nasce e muore, ovvero alla trasformazione della vita, ed è strettamente connessa sia a Freya (tanto che con Tyr, forma la coppia uomo – donna) quanto alla capacità di connettersi al mondo naturale. Berkana è il Seiðr, nella sua forza di propulsione e creazione. Essa è infatti connessa alla gestazione, protegge i parti e supporta le donne in gravidanza, oltre a procurare gravidanze, ma soprattutto essa è la Betulla imperitura, che resiste anche al freddo agghiacciante, e rinasce anno dopo anno. E’ abbastanza evidente la connessione con i riti di morte e nascita, oltre che purificazione. Ma di questo ne parleremo in maniera più approfondita nel prossimo articolo.

Roberta Tibollo

Il glifo della Runa Berkana

Il glifo della Runa Berkana

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Dana de Luca: la poetica del corpo e della mente


Dana de Luca

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  Da quando ti seguo ho avuto la netta sensazione che la tua fotografia è alla fortissima ricerca del fermare il tempo, normale si direbbe in fotografia, ma sono dell’avviso che certi fotografi lo rendono e lo curano in maniera estremamente più forte di altri. Ti ci vedi? E se si c’è un motivo particolare?

Guarda io la categoria kantiana del tempo che non son mai riuscita ad assimilarla… e poi, hai presente il quadro di Goya “Saturno che divora i suoi figli” ?. Lo vidi quando avevo ancora gli occhi vergini, fu uno shock. Insomma non ho un sano rapporto con il Tempo e forse la fotografia, è lo strumento che mi concede quella libertà di affrontarlo senza farmi divorare da esso.

visual hypertext #2

i’m in the mood to dissolve into the sky virginia w.

La petit mort, ho dato uno sguardo in giro e sfogliando dal vivo, vedo e leggo che è nato dal tuo approccio a Youporn, parlaci di come è nato tutto e dove volevi arrivare creandolo.

Il progetto è nato da una mia curiosità documentaristica .
Nel 2007 scopro di Youporn e della nuova pornografia amatoriale e la sua estetica
Ero alla ricerca di un nuovo lavoro sicché mi son messa a fare quello che milioni di persone fanno ogni giorno in rete. Ho cliccato la parola più ricercata, “sex”, ed ho iniziato a guardare video amatoriali di pornografia attraverso la macchina fotografica, operando nello stesso tempo una mia decontestualizzazione. Chiamalo, se vuoi, un gesto di “appropriation art”.
Quei frames di video mi restituivano un’essenza erotica e anche poetica che il linguaggio pornografico per antonomasia non mira a mostrare. O forse ciò era dovuto al fatto che si trattava di filmati amatoriali, gente comune che provava a farsi il suo filmino porno, in solitario o in coppia, ma senza una professionalità tecnica ed interpretativa, e ciò che trasmetteva (ed io vi leggevo), al di là del loro esibizionismo, era una solitudine carnale, impalpabile; vedevo corpi nudi, ma anche corpi assenti, smaterializzati dai pixel e dal monitor..
Sul titolo:“La petite mort”, è una metafora francese che indica sì l’orgasmo ma anche lo stato nel quale ci si sente quando se ne fa esperienza, come un oblio di sé. Roland Barthes, ne parla come di quel sentimento che si dovrebbe sentire quando si legge una grande opera di letteratura…
E , se vuoi c’è anche una relazione con il mio gesto artistico di “appropriazione”, perché quei frames di un flusso in divenire (il video) che diventavano, morendo, le mie fotografie, erano e sono delle piccole morti. E la fotografia da sempre va a braccetto con la Morte…

copertina "la petite mort"

poppy

Lucia Lapolla

Teatro e fotografia, parlaci dei due tuoi mondi.

Artisticamente mi sono formata nel teatro di ricerca (Grotowski – Barba) da cui mi sono separata (con rabbia e dolor) nel 2002, lasciando il posto alla fotografia, che parallelamente praticavo. Ci ho messo alcuni anni a far pace con il Teatro, anche perché volens or nolens me lo ritrovavo dentro la mia fotografia. Ma ormai non recito più, da anni. Eccezione: Ho fatto una breve lettura di poesie il giorno in cui abbiamo presentato il mio libro alla Galleria Nobili di Milano, (fine giugno)…..non succedeva da luuuungo tempo ! … qualche brivido di memoria…

Se non ora quando le donne in piazza, Milano 13.02.2011
Settimana Santa Madrid

Variazioni di un angelo

Se devo paragonarti ad un dolce, direi a qualcosa di dolcemente aspro, qualcosa come una coppa di mascarpone e frutti di bosco, Tu?

Anche a un tiramisù se vuoi, l’importante che ci sia sempre una coppia polare, opposti che cercano di coincidersi.

  Altri progetti? Mostre?

“La petite mort” vorrebbe mostra(rsi) e mi auguro che accada presto.. poi c’è un lavoro sull’autoritratto “Self in diptych” , che non vorrei concludere mai, anche se una prima fase è pronta per uscire. E poi c’è altro materiale in archivio che mi sussurra e lievita… vedremo…

LA PETIT MORT:

 

AUTORITRATTO – “Self in diptych” : http://vimeo.com/54702280

Dana de Luca:

http://danazdeluca.photoshelter.com/
http://dhanazd.tumblr.com/

Novità Editoriale – POESIA EROTICA ITALIANA dal Duecento al Seicento a cura di Carmine Mangone (Il Levante Libreria Editrice, 2013)


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POESIA EROTICA ITALIANA dal Duecento al Seicento, a cura di Carmine Mangone, Il Levante Libreria Editrice, Latina 2013; pp. 120, euro 15, formato 14,8×21, ISBN: 978-88-95203-39-3 [il libro non ha distribuzione commerciale; per richieste contattare l’editore info@illevante-libreria.it [o il curatore mangone@subvertising.org].
Gli autori antologizzati sono: Rustico Filippi, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, il Burchiello, Antonio Cammelli, Annibal Caro, Pietro Aretino, Francesco Berni, Nicolò Franco, Luigi Tansillo, Anton Francesco Doni, Camillo Scroffa, Veronica Franco, Giulio Cesare Cortese, Giovan Battista Marino, ecc.

Alcuni estratti dall’introduzione di Carmine Mangone, “Quando le parole fanno sesso. Elementi per una critica dell’erotismo e del discorso amoroso”:

In ambito linguistico italiano, a partire dal XIII secolo, vengono a crearsi due distinti processi. Anzitutto, si ha la progressiva codificazione di una lingua letteraria volgare incentrata sul dialetto toscano; ciò è dovuto sia alla grande influenza esercitata dagli scrittori fiorentini (Dante, Petrarca, Boccaccio), sia al potere economico e politico dei Comuni toscani dell’epoca. Parallelamente, le specificità geopolitiche della penisola facilitano e mantengono un insieme di “lingue minori”, di imbastardimenti locali del volgare o di riviviscenze dei dialetti che produrrà incessantemente delle linee di fuga, delle sperimentazioni all’interno stesso della lingua nazionale che si va coagulando, aprendo così degli squarci di libertà (o delle semplici nicchie di sopravvivenza) a tutto vantaggio delle culture subordinate, antagoniste e minoritarie. Un chiaro esempio è lo sviluppo di quei filoni scherzosi, allusivi o pesantemente osceni che attraversano i primi secoli della letteratura italiana: dalla poesia “alla burchia” ai capitoli berneschi, dalle intemperanze aretiniane alla poesia fidenziana, da certe triviali parodie del marinismo fino ai versi erotici di autori dialettali del Settecento come il veneziano Giorgio Baffo o il catanese Domenico Tempio, si ha la continua emergenza di temi burleschi e sessuali che vanno ad attaccare, da un lato, la staticità del mondo feudale e, dall’altro, i luoghi comuni di quel nuovo potere che si va “addensando” storicamente intorno all’affermazione economica della borghesia. (…)
L’incrinarsi delle strutture feudali genera molteplici istanze di libertà e apre nuovi territori all’esperienza e al pensiero umani. In realtà, la struttura fondamentale della società cambia lentamente, se si eccettuano beninteso i nuovi contesti urbani, tuttavia s’intensificano la mobilità e la circolazione dei suoi diversi elementi. Emergono istanze sociali che attivano un dinamismo inedito – la borghesia cittadina, il ceto affaristico proto-capitalista – e, all’interno di questo movimento, anche la circolazione delle idee diventa valore e processo di valorizzazione dell’esistente. Con l’affiorare delle dinamiche capitaliste, si afferma una libertà legata a doppio filo alla circolazione economica dei valori prodotti dall’uomo, ivi compresi i valori “culturali”. A partire dal Basso Medioevo, l’impulso socioeconomico dato alla circolazione dei valori (merci, denaro, idee, forza-lavoro contadina che si va inurbando) comporta infatti una maggiore libertà di movimento e di opinione in capo ai soggetti sociali emergenti. L’individuo diventa vettore e riproduttore di valori sociali sempre più astratti e normati, anche per via della generale razionalizzazione degli apparati statali. Nella sfera politica, ogni individuo viene quindi assoggettato progressivamente al diritto positivo degli Stati, ma acquisisce di rimando un controvalore in libertà, in diritti soggettivi da poter “spendere” nella vita quotidiana.
I mutamenti e le contraddizioni dell’epoca che va verso la modernità si riflettono chiaramente anche nei processi artistici e letterarî. Gli spiriti più sensibili, consci di essere i produttori di una legittimazione culturale del potere, e pur restando aggiogati al carro di qualche mecenate gentilizio o ecclesiastico (in perenne oscillazione tra Impero, Papato e piccole sovranità locali), cercheranno nondimeno di ritagliarsi degli spazî di libertà dentro i nuovi processi storici. (…)
Una volta abbandonato il sentiero tracciato dalla tradizione petrarchesca o dal dogmatismo grammaticale dei pedanti, ci si può allora imbattere in spiriti inquieti come il Burchiello, Antonio Cammelli, l’Aretino, Nicolò Franco o Anton Francesco Doni. (…)

Domenico di Giovanni, detto il Burchiello (1404-1449)

Molti Poeti han già descritto Amore,
Fanciul nudo, coll’Arco faretrato,
Con una pezza bianca di bucato
Avvolta agli occhi, e l’ali ha di colore:

Così Omer, così Nason maggiore,
Vergilio, e tutti gli altri han ciò mostrato;
Ma come tutti quanti abbiano errato
Mostrar lo intendo all’Orgagna Pittore:

Sed egli è cieco; come fa gl’inganni?
Sed egli è nudo, chi gli scalda il casso?
S’ei porta l’Arco, tiralo un fanciullo?

Se gli è sì tenero, ove son tanti anni?
E s’egli ha l’ale, come va sì basso?
Così le lor ragion tutte l’annullo:

Amore è un trastullo,
Che porta in campo nero fava rossa,
E cava il dolce mel delle dure ossa.

Pietro Aretino (1492-1556)

Mettimi un dito in cul, caro vecchione,
E spinge il cazzo dentro a poco a poco;
Alza ben questa gamba a fà buon gioco,
Poi mena senza far reputatione.

Che, per mia fè! Quest’è il miglior boccone
Che mangiar il pan unto appresso al foco;
E s’in potta ti spiace, muta luoco,
ch’uomo non è chi non è buggiarone.

– In potta io v’el farò per questa fiata,
In cul quest’altra, e ’n potta e ’n culo il cazzo
Mi farà lieto, e voi farà beata.

E chi vuol esser gran maestro è pazzo
Ch’è proprio un uccel perde giornata,
Chi d’altro che di fotter ha sollazzo.

E creppi in un palazzo,
Ser cortigiano, e spetti ch’ il tal muoja:
Ch’io per me spero sol trarmi la foja.

Nicolò Franco (1515-1566)

Donne, la legge vuole e la natura,
Che ciascuna di voi mi sia cortese
D’un bacio almanco, poichè per le chiese
Baciate fino a i legni con le mura.

L’onor del mondo non vi dia paura,
Che un bacio non pregiudica all’arnese;
E se viver vogliamo alla francese,
Bocca baciata non perde ventura.

Ma, poichè non volete questo invito,
Andate pur, ch’io non vi vo’ invitare,
Anzi d’averlo detto son pentito.

Perocchè quel non fottere e baciare,
Ad un ch’aggia grandissimo appetito
A punto è come il bere e non mangiare.

Veronica Franco (1546-1591)

(…)
Cosí dolce, e gustevole divento,
Quando mi trovo con persona in letto
Da cui amata e gradita mi sento,
Che quel mio piacer vince ogni diletto,
Si che quel, che strettissimo parea,
Nodo de l’altrui amor divien piú stretto.
Febo, che serve a l’amorosa dea,
E in dolce guiderdon da lei ottiene
Quel, che via piú, che l’esser dio, il bea,
A rivelar nel mio pensier ne viene
Quei modi, che con lui Venere adopra,
Mentre in soavi abbracciamenti il tiene;
Ond’io instrutta a questi so dar opra
Si ben nel letto, che d’Apollo a l’arte
Questa ne va d’assai spatio di sopra;
E ’l mio cantar, e ’l mio scriver in carte
S’oblia da chi mi prova in quella guisa,
Ch’a’ suoi seguaci Venere comparte.
S’havete del mio amor l’alma conquisa,
Procurate d’havermi in dolce modo,
Via piú, che la mia penna non divisa.
Il valor vostro è quel tenace nodo
Che me vi può tirar nel grembo, unita
Via piú ch’affisso in fermo legno chiodo:
Farvi signor vi può de la mia vita,
Che tanto amar mostrate, la virtute,
Che ‘n voi per gran miracolo s’addita.
Fate, che sian da me di lei vedute
Quell’opre, ch’io desio, che poi saranno
Le mie dolcezze a pien da voi godute;
E le vostre da me si goderanno
Per quello, ch’un amor mutuo comporte,
Dove i diletti senza noia s’hanno.
Haver cagion d’amarvi io bramo forte,
Prendete quel partito, che vi piace
Poi, che in vostro voler tutta è la sorte.
Altro non voglio dir: restate in pace.

[N.B.: qui su WSF si omettono le decine di note esplicative presenti in calce ai testi e che troverete nel libro]

Paul Fusco’s Funeral Train, retrospettiva mitologica di un’immagine


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Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell’America, è durato un’intera giornata, era fatto per il popolo. Era il funeral train”.

Paul Fusco

E’ l’otto giugno del 1968. Nell’insolita calura di un pomeriggio, poco distante dalla cattedrale di S. Patrick a Manhattan dove si è appena concluso il solenne funerale, dalla stazione di Penn Station sta per partire il treno che trasporterà la salma di Bob Kennedy nel cimitero di Arlington.fusco (1)

Paul Fusco, fotografo di Look Magazine che quel giorno era di riposo, decide di fare un salto comunque in redazione, su Madison avenue. L’angoscia sociale era palpabile per le strade, in redazione i colleghi ciondolano lenti e trasognati tra scrivanie, corridoi e capannelli improvvisati. Il capo vede Paul e lo chiama nel proprio ufficio, gli dice quattro parole senza contesto, senza ulteriore spiegazioni: “Sali su quel treno”.

“Non sapevo cosa fare, pensavo che a Washington e poi al cimitero di Arlington avremmo trovato decine di colleghi e di telecamere ad aspettarci, avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia”.

funeral3“Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: “Dai, scatta, scatta, scatta””.

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Look Magazine non pubblicò nessuna delle foto di Fusco. Si disse che erano belle, ma Life era già uscito con le foto dell’evento. Così il reportage finì in archivio, fu dimenticato per i primi tre anni finché la rivista non chiuse per una crisi economica, nonostante vendesse più di sei milioni di copie.

 

funeral1“Io mi portai a casa un centinaio di stampe e non mi sono mai dato pace che non fossero state pubblicate. Ho dovuto aspettare trent’anni per vederle stampate. Le proposi al primo anniversario, al secondo, poi dopo dieci anni, venti, venticinque. Nel frattempo ero diventato uno dei fotografi di Magnum ma ogni volta che c’era un anniversario tondo cominciavo il mio giro di art director, quotidiani, riviste. Nessuno le voleva, tutti mi dicevano di no. Nel trentesimo anniversario, era ormai il 1998, provo a chiamare Life, che era diventato un mensile, ma rispondono che non interessava. Torno sconsolato qui nella sede di Magnum e mi fermo a parlare con una giovane ragazza che era appena stata presa come photo editor, Natasha Lunn. Le dico sconsolato: “Sono trent’anni che vado in giro con questo lavoro, ma cosa devo fare per vederlo pubblicato?”. Mentre lo sto per rimettere via lei mi stupisce: “Io lo so, fammi provare” e telefona a George Magazine, il mensile del giovane John John Kennedy, il nipote di Bobby. Impiegò solo due minuti a convincerli e finalmente io vidi le mie foto pubblicate”.

***

Paul Fusco (1930) ha lavorato come fotografo per gli U.S. Army Signal Corps in Corea dal 1951 al 1953, per poi studiare fotogiornalismo alla Ohio University. Nel 1957 si trasferisce a New York e inizia a lavorare come fotografo di redazione per la rivista Look, con cui rimane fino al 1971. Per Look realizza numerosi reportage sociali sia negli Stati Uniti, che in Europa, Asia e Sud America. Quando la rivista chiude, Fusco chiede di entrare a Magnum Photos, di cui diventa membro permanente nel 1974. Le sue fotografie sono state pubblicate ampiamente dalle principali riviste statunitensi e da molte altre testate internazionali. Fusco vive a New York.

***

“Un mito è una narrazione investita di sacralità relativa alle origini del mondo o alle modalità con cui il mondo stesso e le creature viventi hanno raggiunto la forma presente in un certo contesto socio culturale o in un popolo specifico. Di solito i suoi protagonisti sono dei ed eroi come protagonisti delle origini del mondo in un contesto sacrale. Nel dire che il mito è una narrazione sacra s’intende che esso viene considerato verità di fede e che gli viene attribuito un significato religioso o spirituale. Ciò naturalmente non implica né che la narrazione sia vera, né che sia falsa.”

-Wikipedia

Quando tutto l’archivio fotografico del Funeral Train venne ritrovato negli archivi di stato, dieci anni dopo la pubblicazione postuma degli scatti principali, nel 1998, nel giro di poco tempo il reportage fece il giro degli spazi espositivi del mondo, suscitando lo stupore del caso. Ciò che colpisce e rende unica l’intera sequenza degli oltre duemila scatti, oltre ogni considerazione storico-mediatica, è il formato “primitivo” del servizio, l’emotività trasmessa dal “contenitore”, le lunghe sequenze dei mossi e degli sfocati, il sottoesposto della pellicola sul finire del giorno, nei pressi di Arlington. Non si riesce a immaginare forma migliore per un reportage fotografico di attualità sociale che quella spuria, flagellata dalle imposizioni del caso, del lavoro di Fusco. L’immagine della compostezza della famiglia americana schierata su cui ci fermiamo, fu posta a copertina della maggior parte dei cataloghi dell’evento stampati nel mondo. I margini consumati dal tempo che qualche scanner ha imposto, la storia brutale che la contiene e quella caotica che l’ha diffusa tra la gente, tagliano per questo scatto un angolo preciso di mito, un residuo umanamente insolubile che poche immagini dell’attualità storica recente riescono a trattenere.

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Il circo mediatico che abbiamo digerito ingoia tutto e riproduce precise linee di incisione nell’unità di pensiero, informa numericamente e crea il rumore di fondo, l’assenza di contesto, esalta la deformazione psicotica della realtà. I nostri ricordi, in buona parte, nascono bruciati dal chiasso del mondo che ci precede, i nostri anniversari trafiggono di candeline il territorio del dolce comune, lottano con miliardi di altre fiammelle che crescono da fuori per imporre il proprio bene. I dolori piangono lacrime catodiche, a ogni latitudine, si assiste a questo miracolo post-pagano che nevica nella boccia del mondo, un collettivo fantasma giudica l’espressione del nostro intimo sentimento, decretando il lecito, le pene accessorie e il percorso di redenzione certificata. Soltanto l’esplorazione del mito, la sua laica ricollocazione nel cerchio del quotidiano, può dare qualche forma di ristoro alla fonte; ci vuole coscienza, e spingere il concetto di arte vicino al limite del tempo che accade fuori, nel quotidiano della storia che replica incessantemente l’uomo. Sentirla come la sentiva il Wharol che introduce questo articolo, e farla come la fece Paul Fusco col suo Funeral Train, ripeterla negli anni come un mantra senza redenzione in cambio.

Guardi quest’immagine e leggi il segno di una brutalità antica che tesse le fila, al di là degli eventi, una faglia della ragione che si spezza sulla piattaforma curva del mondo. Nessuno salva la famiglia americana dalla tragedia di un’autopsia postuma. Non la salva la diagonale prospettica che la cattura nuda, in forma rigorosamente ordinale, come un’equazione di pura geometria esistenziale. Non la solleva in memoria la crudeltà di un evento di sconfinata onda che si ripercuote su ognuno. E’ già il 1968 e Kennedy se n’è appena andato per l’ennesima volta, è questa l’atroce modernità della beffa, la morte che si sdoppia, come se smettesse di appartenere al dominio caotico della natura, la morte appare allora come un algoritmo, una torbida faccenda tra uomo e macchina dei poteri forti, un potere devastante tale da far impallidire il povero dio del cielo, fin nel lontano Mid-West.

Non viene in aiuto di questa tribù archetipica di uomini nemmeno il modo in cui fisiognomica e postura leggono in loro l’invalicabile della biologia sociale, il segno che si è esercitata sui lineamenti smagriti. Sono solo corpi schiacciati da un destino, sono un padre e una madre piantati nel suolo primitivo di una ferrovia, lo sguardo di onesta speranza che non demorde, la piega di chi sa che c’è sempre una scarsità di freddo al risveglio. Negli occhi e nelle spalle sollevate del primogenito si nota già il peso di una gravità da ereditare per cui ci si fa forza, il corpo sta leggermente curvato, speculare a quello della madre di cui il ragazzo appare una perfetta interpretazione trans-generazionale; il secondogenito rispetta la postura naturale e i tratti somatici del padre, tuttavia negli occhi fiammeggia un po’ di quell’oscurità di passaggio tra infanzia e adolescenza, come una deflagrazione potenziale, la posizione di centro dell’immagine e il guardare verso l’obiettivo rende gli occhi del ragazzo un piccolo gorgo che attrae tutta la scena.  

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Siamo di fronte a un’immagine straordinaria che ha la potenza del misfatto, di un tempo denso che accade nel supporto sbiadito come nel cuore sociale della scena, fin dentro gli occhi dei protagonisti. E’ un treno che sta sfilando? E’ la salma di Kennedy? Di quale Kennedy, del primo, del secondo, del terzo? Di quale passaggio d’epoca si tratta? E’ il funerale eterno della speranza, l’alzabandiera protettivo della cerimonia rituale? O solo il destino che ci rende nudi e sciocchi e primitivi così come siamo emersi dal buio genitore?

“Una folla meravigliosa”, disse Arthur Schlesinger, lo storico che era stato alla Casa Bianca con John Kennedy prima di scrivere i discorsi di Bob, guardando fuori dal finestrino della penultima carrozza. “È vero – gli rispose Kenny O’Donnel, che del presidente ucciso a Dallas era stato l’assistente speciale – ma ora cosa faranno?”. 

Nelle dimensioni che preferite, siamo tutti la diagonale prospettica di quella famiglia ordinata, composta nel canone dell’ereditarietà, il fattore umano esposto alla gigantografia dei poteri forti, spaventosi, che dispongono del mondo fin dentro l’anima. In quella famiglia collettiva, dorme nascosto il virus sottile delle sociopatie innominabili.

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http://www.paulfuscophoto.com/

Giselle Vitali: l’anatomia come forma d’arte


Giselle Vitali

Giselle Vitali

Il corpo umano ha da sempre un fascino intenso, in ogni sua parte l’ho sempre cercato e guardato con attenzione, nel mio perigrinare sono arrivata a Giselle e alla sua anatomia artistica.

Come è nata la tua voglia di disegnare? Perché il campo anatomico del corpo umano?

Desde muy pequeña me entusiasmaba más cuando me regalaban hojas y pinturas que cuando me regalaban muñecas. Nunca deje de dibujar, concientice que me fascinaba y decidí estudiar Ilustración. El cuerpo humano me parece una maquina perfecta, que ofrece paisajes y mosaicos hermosos, mucca vecesini gualables. Por dentro y en principio, todos somosiguales, somos carne y materia.

Fin da bambina, ero più felice quando mi regalavano fogli e colori e non quando mi regalavano bambole. Non smettevo mai di disegnare, ne ero affascinata e decisi di studiare per diventare illustratrice. Il corpo umano sembra una macchina perfetta che offre splendidi paesaggi e mosaici, spesso senza eguali. All’interno e in linea di principio, siamo tutti uguali, noi siamo carne e materia.

El Suicidio de mi Idea

El suicidio de mi Idea

Cuando el Sexo es de Época_El Marqués de Sade_

Cuando el Sexo es de Época_El Marqués de Sade_

Guardando le tue opere ci vedo la profondità, la ricerca del particolare, minuziosa mi ricordi un po’ il modo di fare degli amanuensi, quanto della ricercatezza del passato c’è nel tuo fare arte?

Resulta imposible no fascinarse por las lamina santiguas de estudio sanatómicos o incluso por más actuales como las hechas por Netter. Para mi, esos estudios y trabajo sartísticos son insuperables en i gualdad de técnica, son admirables. De ahí se forman ilimita das posibilidades e interpretacio nescuando se mezclan con técnicas y avances modernos.

E ‘impossibile non rimanere affascinati da vecchi fogli di studi anatomici o dai più attuali realizzati da Netter. Per me, questi studi e opere d’arte sono insuperabili a parità di tecnica, sono ammirevoli. Quindi sono infinite le possibilità e le interpretazioni quando si mescolano a tecniche ed anticipazioni moderne.

Cardiologia

Cardiologia

Aguas

Aguas

C’è molto azzurro e colore rosso – hanno un significato particolare i colori per te?

El azul y el rojo son los colores que usamos para representar la Cava y la Aorta. Más allá de eso, el color rojo en la ilustración para mi, es vida; es “algo” que tiene carácter. El azul representaese “vacío” y paz que deberíamos llevar dentro y en armonía.

L’azzurro e il rosso sono i colori da utilizzare per rappresentare la cava e l’aorta. Inoltre, il rosso in una illustrazione, per me, è vita; è “qualcosa” che ha carattere. Il blu rappresenta il “vuoto” e la pace che dovremmo portare nell’ armonia.

la gioconda

Ho visto l’opera dedicata a Frida Khalo, che adoro, ti è stato richiesto? O è stata una tua decisione? Frida Khalo, è fra gli artisti che ti hanno invogliato a dipingere?

El retrato de Frida K. Es una obra personal, como ejercicio para des arrollar y mejorar mi técnica “musculante”. Posteriormente iré haciendo y mostrando mas personajes, bajo mi perspectiva y técnica personal. Frida K. representa la dualidad de muchos sentimientos.

Il ritratto di Frida K. E’ un’opera personale, come un esercizio per sviluppare e migliorare la mia tecnica “musculante”. Poi rappresenterò altri personaggi, utilizzando la mia prospettiva e tecnica personale. Frida K.representa la dualità di molti sentimenti.

Lucidos

Lucidos

Mitad Y Mitad

Mitad Y Mitad

Apendixs

Apendixs

Giselle Vitali: www.gisellevitali.com

traduzione a cura di Enza Armiento

Inediti di Simona De Salvo


simona de salvo

*
Quando scende la sera l’Apocalisse si avvicina
ed ogni istante viene spiato muoversi
dai vetri del tram
con occhi spalancati dallo stupore
silenzioso interrotto solo a tratti dal miagolare di un gatto
tenuto in gabbietta sulle ginocchia
di uno studente.
Quando scende la sera
inizia piovere sulle pareti
ed i vecchi morti si bastonano le gambe
con reciproci inchini al Malvasia
occhi di lupo
ma quelli di trent’anni restano
con il mento in mano a fissare lo scorrere del paesaggio
post-industriale dipinto
sugli zaini, pochi, del rientro

*

“Piccola mia” non m’ha mai chiamato nessuno
Mentre il residuo di cloro si diradava sui miei gomiti, sulle spalle
non ero già piccola
nella piscina azzurra e cronometrata
sugli asfalti bui fino al luogo dell’impiccagione
mio padre con una corda in mano
Mentre l’orzo borbottava nella caffettiera
non ero già tua
i reggiseni ripiegati nella borsetta
e l’orologio fermo, aggiustato sul braccio
mi chiamavano da ogni angolo della terra, lo sai?

*
Ho pensato ch’era tardi ieri sera
tardi un po’ per tutto
per i pomodori secchi, per le api
per lo spread e il pil, per l’ineleggibilità
per fare il minestrone a cena
era tardi
anche per diventare un tutt’uno con quelle corde
di strumento con la coda
dell’occhio lasciato sul marciapiede domenica scorsa.
Dannatamente tardi, caro
anche per aggrapparmi con più forza
ai tuoi pantaloni di pigiama – perchè no? – tanto
quella volta tu partisti ugualmente…
Tardi per chiudere la porta di casa
per sputarti dal finestrino o per spiarti
mentre telefonavi.
Accidenti, ora che mi viene in mente
è anche tardi per lavorare tre mesi
per un solo biglietto aereo

*
Ad Ottobre, nel secolo scorso, eravamo ancora
tutti buoni borghesi impacchettati
la Domenica, col pollo arrosto sotto il braccio
e il film scorreva elegante
frivolo come quella sera d’inverno ai bordi del ponte Dattaro.
“Cosa stai tentando, ragazza? Che vuoi dire?
Sei giovane
giovane, e ancora giovane. Senza speranza, per la verità. “
Le dita lunghe e arrossate sulla presa
di una polaroid usa e getta
che consumava l’ ansa del fiume, a furia di scatti
e scintillava come un lampione tra le luci del ponte Dattaro.
Nel Gennaio dell’anno Duemila raccoglievamo le bacche per
bottiglie di liquore
con l’amore di guardarle in controluce, all’alba del secolo
rompersi ad una ad una, quasi per miracolo.
Qualcosa di molto grande perdeva senso e la pellicola
girava ancora senza pentirsi di niente
riportando mesi di calze rotte
e poi bruciate nella stufa.
Ma la vita – che fa tanto intellettuale parlare di vita, come m’hai detto
una volta, passeggiando al mercato– la vita era
“Salve, sono la sua nuova segretaria”
e peraltro anche priva
di coerenza metrica
la vita era
“Comprerò chili di rumore e di risate con il mio primo stipendio”
Aveva il sapore del vino caldo
gettato sulla neve
con la paura di perdere una linea urbana affollata.
E ti vedevo partire, da un finestrino limpido e sporco
appannato e umido
sfrigolando la pellicola alcalina
verso un punto di non ritorno.

Non c’è, dunque
non c’è qualche fotogramma, per errore di Dio
che assomigli allo squilibrio di un uomo?
Come un getto di luce arancione, ma senza musica
un primo piano sull’occhio stravolto
sui nodi delle falangi a rovistare nella spazzatura
poco lontano dal teatro?

*
Quando scoppierà la prossima guerra
non mi sai dire dove saremo, dove sarai
non mi sai dire nulla
d’altro canto la guerra sarà domani o dopodomani
o domani l’altro ancora
(e io resto davvero a piegare i miei vestiti da quattro soldi con cura?)
ad ogni modo non ci lascerà sorpresi
continueremo a lavorare dodici ore al giorno
anche se dove, esattamente, ora non me lo sai dire

*
Il vestito in realtà no, non mi stava bene
ricordava molto quel giorno di pioggia a Pisa
dove sola senza ombrello
ma era tardi
eri una persona bellissima e io amavo la bellezza
come si ama una cosa che ci fa ridere
che non si prende sul serio
come un gatto bagnato sul divano azzurro
tra i barattoli di caffè solubile

Cassandra. Il dono della veggenza


cassandra

Da ” Cassandra. Il dono della veggenza” poema di Lisa Orlando

Ancora una sola parola… No, non voglio cantare
da me la mia veglia funebre! Al sole,
alla sua luce suprema, rivolgo questa preghiera.

[Eschilo, Agamennone, trad. it. di P.P. Pasolini, 2001]

Apro la porta dell’orizzonte, levo in alto un lume e guardo; guardo lontano, lontano, sulla riva del giorno che arriva. C’è presagio di nero nella superficie rugosa di specchi futuri dove tutti gli uomini, tutti, hanno paura di contemplarsi il riflesso che avvampa e si affioca, che sorge e annega. Perché stagnarsi nella molle coda colante di una cometa passata?
Io no! Trascendere il limite del tempo presente, voglio, la cattura all’assenza, la pur se apocalittica verità ai venditori, vili, della menzogna, il nero luttuoso alla mercenaria ipocrisia del bianco. Sgroviglio il gomitolo del presente e afferro l’estremo bandolo con il lume della veggenza.
Sono Cassandra. La mercantessa del futuro che nessuno ha osato comprare.

Mettetevi in tondo sull’orlo del cerchio del paradiso perduto. Aiutarvi ha significato farmi morire. Le parole mie non hanno rattoppato che ombre, le verità non hanno purgato lo spirito, le urla implacabili non hanno fermato il grande eccidio. Ed è tardi ormai per i miracoli. Eppure m’innalzo, ancora, nel centro della girandola e soffio il mio ultimo fiato verso di voi, terminando il vostro ritratto, uomini! Uomini stolti, crepati per la stoltezza di sentirvi immortali. Uomini, che bramate dalle vostre vite un branco di giorni gioviali. Uomini, che vi raggomitolate come gufi nel guscio delle domande facili e marcite le vostre storie nell’ignoranza, sputando sul delirio delle lingue indovine. I miei occhi hanno marciato in avanti, in avanti, tra le pietre roventi della verità dove il vostro sguardo restava cieco. La mia coscienza ha abitato il deserto del mondo sotterraneo e la steppa dei sogni che non hanno colore; mi avete lasciato sola a lingueggiare interrogativi impronunciabili per le vostre bocche a pieghe strette, e deboli, bisognose solo di risposte che portano consolazione. Mi chiedo, mentre brancolate tra cataste di uccisi, mentre le aquile e gli avvoltoi battono le ali nere su di voi, mentre la città arde e si conclude, e odo le vostre grida e il vostro delirio nelle strade infuocate della notte, anch’esse ignare del tranello tramato, mi chiedo: ne è valsa la pena?

Dire il mio nome è dire l’insidia, dire il mio nome è dire la verità che fa paura, lo sbiancare febbrile dei vostri volti. Sono Cassandra! E anche ora che sono qui, sotto l’ascia lucente della morte, sotto gli occhi di colei che mi ucciderà, non voglio sbarazzarmi dal desiderio di esserlo. Adesso affondo, adesso posso sprofondare nel lenzuolo delle tenebre. Stendo il mio corpo e resto sospesa. Non sono più sopra la fredda schiena della terra. Non sono più in piedi; non mi si può più ferire né fare del male. La paura è fuggita via, sgusciata dal corpo.
Tu, Clitennestra, che mi guardi con le pupille dure come biglie nere e lustre, e frapponi fra te e me la glaciale logica della vendetta; liquido è l’acciaio della tua scure, si scioglie nelle mie membra. Tutto è morbidezza. Tutto è cedevole, ora, come l’acqua. La morte mi porta con sé, piano, stilla dopo stilla. Nessuno mi aiuterà. Vinti e vincitori, più crudeli della mia assassina, mi lascerete cadere giù, nell’abisso, e quando sarò caduta non mi rimpiangerete. Eppure ci sono momenti in cui ho immaginato che insieme avremmo potuto soffiare una bolla di sapone così grande da contenere tutto il mondo e avremmo aleggiato nel suo interno come angeli.
Ma ormai manca poco, attimi, al buio di me, mentre guardo in alto l’ultimo sole sciogliere la cera che tiene incollate le piume di tutte ali.

[Lisa Orlando (Minneapolis, 1973), studi alla Methodic University of Ohio in arti applicate. Sceneggiatrice di spot pubblicitari; modella dal 1995 al 1999 per gli artisti della Lowery East Side di New York. Da qualche anno si dedica alla scrittura e pubblicazione di romanzi e racconti. Da dieci anni vive e lavora a Bari, dove è animatrice di una galleria di arte contemporanea.]