Il purgatorio agrodolce della vita


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“Vita agrodolce”:
Basterebbe il titolo per riassumere la 6° fatica registica di Kim Ji-Woon, presentata fuori concorso alla 58° mostra del Cinema di Cannes.
Bittersweet life é una pellicola che riporta in auge il tema della vendetta espressa nella sua forma più originale attraverso un percorso che assurge ad una sorta di elevazione filosofica tra le mere pieghe dell’estetica. Gli omaggi al cinema di genere sono evidenti: si passa con scioltezza dalla trilogia della vendetta di Wook alla Nouvelle Vogue del cinema di Honk Hong. Ma la parte più significativa della pellicola non é da ricercarsi in una fotografia splendida ed in una regia elegantissima, quanto piuttosto in “un’idea”. Quella che i rapporti umani possano modificare o distruggere il mondo che ognuno di noi si crea o in cui si trova costretto a vivere. Per necessità o mestiere, poco importa.
La trama é lineare nel suo incedere.
Sun-Woo é direttore di un lussuoso albergo situato nel centro di una Seoul da cartolina, incorniciata da luci al neon e pioggia. Il ruolo del protagonista altro non è che la copertura alla sua seconda vita: essere l’uomo di fiducia del boss Kang.
Un giorno, Sun viene incaricato di sorvegliare He-Soo, la giovane fidanza del boss ed eliminarla nel caso in cui quest’ultima intrattenesse rapporti con altri uomini.
La giovane non riesce a seguire le rigide regole del clan ed instaura una relazione sentimentale. Pur avendo ricevuto ordini precisi Sun-Woo non riesce ad eseguire la sentenza di morte, così il boss venuto a conoscenza del tradimento decide di mettere sulle sue tracce una squadra per eliminarlo. Riuscito a scappare, l’uomo non tarderà a vendicarsi.

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La storia si snoda in modo piuttosto prevedibile fino alla sua naturale conclusione. Le scene più interessanti del film però sono quelle che rimangono nell’ombra. Ovvero il sottile rapporto che i personaggi instaurano. Due vite differenti inavvicinabili se non per mera scelta del caso o del dovere.
Tutto si muove in quello spazio grigio che divide la materia dal desiderio, la razionalità dalla follia che s’incanala come schegge di luce verso un sentimento amoroso non dissimile da quello che intercorre tra Romeo e Giulietta. Un amore altresì privo di quell’irragionevolezza adolescenziale che invece lega i due personaggi dell’opera shakesperiana.
Un rapporto puramente casto che riporta alla memoria la filosofia del samurai. Nella consegna dell’armatura alla donna amata, spesso ignara di essere stata oggetto di quel sentimento.
Succede così che il freddo burocrate Woo, si abbandona alla speranza di un nuovo inizio. Ma é nella crudeltà poetica della pioggia di foglie cadenti che il film si chiude.
Mentre la memoria torna ai tempi felici, in cui era la musica e non il fuoco delle armi a riempire lo spazio. Perché è nel sogno che il cuore di pietra dell’uomo può diventare foglia ed é proprio lì, dietro alle ciglia chiuse che ogni nostro desiderio può diventare realtà. Ma, dopotutto, non tutti i sogni si possono realizzare e forse proprio per questo sono così belli.

Christian Humouda

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