Ti stringo la mano mentre dormi – Elena Buia Rutt – Recensione di Filippo Davòli


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“Poeticamente abita l’uomo”, scrive Heidegger in uno dei suoi saggi più conosciuti. E’ così. Entrando ancor più nello specifico della poesia, potremmo aggiungere che la poesia raccorda l’universale con l’umano, dà una vestibilità, una vivibilità alle cose. Innanzitutto le chiama per nome: svolge, in questo, un ruolo che è stato affidato all’uomo da Dio stesso. Si tratta, anzi, di uno degli elementi di maggior prossimità al divino: dare un nome è dare un destino, imprimere una traccia di storia, cooperare nel grande piccolo di ogni vita umana al grande tutto del disegno di Dio. E soprattutto percepire, nel disvelamento del minuscolo, il raccordo compiuto con l’intreccio dell’arazzo.

A proposito della scrittura di Elena Buia Rutt (romana, nata nel 1971), Antonio Spadaro parla di una “piccola teologia poetica della grazia”, e tuttavia, contemporaneamente (e vorrei dire anche ineluttabilmente), “una ostinazione invincibile a trovare il nocciolo delle questioni, il granito dell’essere, il fondamento delle cose. (…) E’ come se non ne potesse più di visioni fragili ed effimere perché ideologiche. Punta all’essenziale. E per lei l’esperienza dell’essenziale coincide con l’intuizione della meraviglia”.

La poesia è un dono. Che va coltivato, educato. Ma che rimane comunque un dono. E nemmeno così tanto diffuso come parrebbe. Un dono da non confondere con l’esercizio letterario, e nemmeno con l’artigianato (più o meno) artistico a cui vorrebbero convincerci gli infiniti replicanti di un vezzo diventato incubo nella nostra contemporaneità.

Nessuno di noi è confermato in grazia. E parimenti, nessuno di chi scrive è confermato nel dono ricevuto: “si scrive per non morire e per poter morire”, diceva Blanchot. Lo si fa nel tratto di percorso in cui si è chiamati a farlo. E’ bene farlo con l’umiltà e la dedizione che è propria di chi si sa strumento e non possessore in assoluto di una voc-azione. E’ bene, cioè, affinarsi, studiare, lasciarsi prendere per mano e camminare nella propria maturazione sapendone la responsabilità di un servizio da rendere; e da rendere la volta – volta volta, o forse una volta soltanto – che si è chiamati a renderlo.

Elena Buia Rutt è felicemente in questa linea: di giusto un anno fa è il suo “Ti stringo la mano mentre dormi”. Elena mette al mondo le parole con la stessa passione con cui si sorprende del dono di essere madre: un dono partecipato dalla sua femminilità esigente e innamorata, e contemporaneamente una continua sorpresa, un’apertura sapiente a un perennemente rinnovato stupore.

Sì: questa semplice difficilissima incarnazione della quotidianità solo apparentemente spiccia, provvisoria, inanimata, è il terreno fertile per ogni poesia autentica. Scevrata dai voleri di dire, dalle sovrastrutture ideologiche e teoriche, senza per questo cedere ai minimalismi fini a sé stessi tanto di moda ai nostri giorni (è come se la parola si ingarbugliasse in superficie, non fosse capace di andare oltre il suo suono…), la parola poetica di Elena Buia è un altro fecondo tassello del nostro presente letterario. Merita attenzione. E se continuerà ad essere vocata – e a rispondere così – ne meriterà ancora di più.

LO SPAZIO DI DIO

In questa casa
ultimamente
nessuno più parla di Dio.
Eppure a volte all’improvviso
spingendo da puledri
la macina dei giorni
si apre nel silenzio
uno spazio d’aria
che quando
lo attraversi
sorridi piano
come nevicasse.

TI STRINGO LA MANO MENTRE DORMI

Ti stringo la mano mentre dormi
come per dirci addio.

Non sembri riposare
in questo sonno bianco
dove la fatica del giorno
ti stringe ancora come morsa.

Ma al risveglio del mattino
una forza indissolubile
ci unisce
e ci sbilancia
in avanti e in alto
acrobati-operai
sulla maestosa impalcatura
di una bellezza
inspiegabile a noi stessi.

I FIORI COL GAMBO CORTO

Ai fiori con il gambo corto
piace stare vicino alla terra
da cui sono nati
e quando vengono raccolti
rimangono abbracciati
stretti stretti
in un vasetto basso
sulla soglia della finestra di cucina
o sulla scrivania
di una ragazza.

Sanno che
quando verrà il momento
una mano premurosa
– come al compiersi di una profezia –
li toglierà dall’acqua,
tutti insieme
per il tuffo
dove il loro appassire
docilmente
rifiorisce.

I TEMPLI DI PAESTUM

I templi di Paestum
tagliano l’aria
in viali azzurri
nobili e imponenti
mentre mia figlia
al centro di un capitello
atterrato
fruga gusci di pinoli
nelle porosità del tufo.

Lei forse sa
di appartenere
a quella parte della storia
dove le macchie di mandarino
sul suo gilet di lana bianca
la strappano a quei ruderi perfetti
e la catapultano – salva –
nel tempio
di un amore
senza geometrie.

PER MIRIAM E THOMAS

Io non vi vedrò invecchiare.

Non vi potrò sorreggere
quando le vostre gambe
tremeranno
per la stanchezza
o la paura di morire.

Ma forse, se per caso allora anche ci fossi,
niente chiedereste a me
che mi consumo ora
ad addomesticare il vento
che vi sferza la schiena
mentre andate a scuola.

E così mi chiedo
che cosa rimarrà
di questo amore selvaggio
di questo amore con gli artigli
conficcati
fino all’ultimo respiro
nella parola
figli.
Libro acquistabile: http://www.fuorilinea.it/ti%20stringo%20le%20mani%20mentre%20dormi.htm

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2 pensieri su “Ti stringo la mano mentre dormi – Elena Buia Rutt – Recensione di Filippo Davòli

  1. “si scrive per non morire e per poter morire”, diceva Blanchot. Oltre tutte le teorizzazioni, oltre il dire cosa è, cosa non è, oltre il dire che la morte è fine e la vita il suo inizio: si scrive. Anche se i versi spezzati mi spiazzano per come vorrei mettere insieme il prima con il dopo, trovo queste poesie arrese all’andare dove il passato era e il futuro era nella conciliazione del presente che è maledizione e, a volte, per non morire impreparati, dono. Letto volentieri.

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