Giorgio Linguaglossa su Ossa per sete di Sebastiano Adernò


ossa per sete

 C’è un’atmosfera gnomico-aforistica in questo quarto libro di Sebastiano Adernò, ed è un’atmosfera che nasce dalla necessità di scavare all’interno della desacralizzazione del mondo e del linguaggio poetico per ricercare un aggancio ad una parola in qualche modo «forte» o, detto con altri termini, «duratura», che resista alla consunzione del tempo ma senza scivolare nella attualizzazione della temporalità, e senza cadere nel tranello delle dorature e delle imbonizioni. Il problema di Sebastiano Adernò era trovare la giusta atmosfera linguistica e poi mettere a fuoco gli oggetti. E non era un problema da poco. Risalta il tono, il lessico sobrio e spoglio, il richiamo a personaggi della tradizione giudaico-cristiana e il dar loro la parola. Adernò qui rischia molto, ma almeno gli si deve riconoscere il coraggio di aver alzato l’asticella delle difficoltà, ma ciò non significa individuare proprio quei legami nascosti che intercorrono tra i due mondi? Tra l’esterno e l’interno del mondo desacralizzato? Resta il fatto che la secolarizzazione che ha investito anche il linguaggio poetico pone senz’altro dei problemi a chi voglia riutilizzare e riattualizzare il «sacro». Occorrerebbe una analisi più approfondita dello sviluppo della poesia di Adernò, ma in questa sede ci limitiamo a dare atto del percorso culturale da cui proviene l’autore e del suo punto di arrivo: il suo linguaggio poetico è stato acquisito al riparo della monarchia dell’«io», questo è un primo punto; un secondo elemento significativo è che la metaforesi e i metaforismi che si accavallano lungo la linea di minore resistenza dell’«io» de-territorializzato, hanno qui una loro giustificazione sempre e soltanto entro i ristretti margini di uno stile «monarchico» nel senso desacralizzato che voglio attribuire a questo termine. La stella variabile dell’«io» non scrive più la storia della propria temporalità, né la storia tout court, tantomeno la storia dell’«io»; l’«io» segue come una antifona le vicissitudini del tramonto del sacro, ne scandisce i margini, ne descrive i ritorni, i confini. In un certo senso poesia di confine, intendendo qui «confine» come terminale di un linguaggio ormai del passato remoto che viene, per così dire, ricomposto, riattualizzato e raddrizzato:

E il Profeta Daniele?

Quando disse:

se Dio fosse un oracolo
svegliatosi all’ora di pranzo,
il primo passo per capirlo
sarebbe rientrare in casa
scavalcando il leone addormentato.

*

Dio ti ha parlato?
Cosa ti ha detto?

Andrò alla croce come un ladro.

*

Così prese posto e disse:

Dopo essere morto
sarete voi a darmi un corpo.

Come si può notare, la fraseologia poetica di Adernò è rastremata al massimo, tal che si ha, al contempo, un massimo di chiarità e un massimo di oscurità del senso. Il linguaggio poetico tende così, in modo del tutto naturale, alla icasticità dell’«indovinello», del rebus, della tessitura criptica:

Ora andiamo avanti.
Ma se non ti vuoi perdere
rimanda a mente questo indovinello:
chi mastica Betsabea, sputa il principe
la settima figlia.
I suoi seni hanno generato una fessura?
Sete di meraviglie.

La poesia di Adernò si inserisce nell’ambito della gigantesca problematica della desacralizzazione del Moderno, che investe gli aggregati della forma-interna come i confini della forma-esterna del discorso poetico. La tessitura stilistica della poesia di Adernò tende a rinchiudersi a riccio nell’alveare della propria temporalità armata di tutto punto come momento di fronteggiamento della finis temporum.

Giorgio Linguaglossa

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